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" IL NOSTRO RUOLO IN POLITICA ESTERA
di ANGELO MARIA PETRONI
PER LA prima volta nella sua storia repubblicana l'Italia ha una politica estera. Non una politica estera come maniera di venire legittimati nel contesto delle relazioni internazionali, non una politica estera come modo di attraversare più o meno indenni i contesti di contrapposizione e di crisi, ma una politica estera come modo di rappresentare la propria visione del mondo ed i propri interessi nazionali in un quadro di forti alleanze.
Questa politica estera si svolge lungo due linee principali.
La prima di esse è la volontà di far crescere una dimensione comune dell'Europa nella politica estera e nella difesa.
La seconda è di mantenere saldo il legame tra le due opposte sponde dell'Atlantico, adeguando i rapporti con gli Stati Uniti e con gli altri membri non europei della NATO alla mutata realtà del mondo post-comunista. Queste linee non sono nuove in sé, perché furono le medesime che ispirarono i governi dell'era di De Gasperi e di Einaudi, e che vennero progressivamente ad indebolirsi con i governi successivi.
Ciò che vi è di nuovo è il ruolo che l'Italia è riuscita ad acquisire, la sua forte capacità di azione e di coesione.
Non vi sono dubbi che il rapporto transatlantico sia il fattore fondamentale dell'attuale situazione internazionale.
Un rapporto che non è più quello del passato per ragioni che sono strutturali, e che quindi non sono destinate a svanire quando la crisi irakena sarà risolta.
La prima ragione è la globalizzazione economica . Lo sviluppo dei paesi asiatici, ma anche dei paesi dell'America centrale e dell'America latina, ha modificato in modo sostanziale la struttura del commercio mondiale. Gli interessi economici degli Stati Uniti non sono più legati in maniera dominante all'interscambio con i paesi europei. La creazione di un grande mercato americano e la progressiva liberalizzazione del commercio mondiale hanno creato una situazione nuova.
I possibili conflitti commerciali tra Stati Uniti e paesi europei diventano un fatto "locale", non la crisi di un sistema globale. Questo significa che gli Stati Uniti non hanno più la necessità assoluta di evitare un contenzioso con i paesi europei, o comunque di risolverlo nel tempo più breve.
La seconda ragione è la fine dell'impero sovietico ed il tramonto dell'ideologia comunista. Sembra banale ricordarlo a dieci anni dalla fine dell'Unione Sovietica, mai suoi effetti maggiori sulle relazioni Stati Uniti-Europa si stanno presentando soltanto adesso. Gli Stati Uniti non hanno più il vincolo di dover mantenere a tutti i costi rapporti di stretta cooperazione con i paesi europei in funzione del ruolo di questi ultimi come alleati politici e militari.
E possono intrattenere rapporti diretti con la Russia, senza che l'Europa rappresenti un vincolo.
La terza ragione è l'approfondimento delle istituzioni dell'Unione Europea, e soprattutto la creazione della moneta unica europea.
L'euro è uno strumento di integrazione economica e politica dell'Europa, ma rappresenta anche il tentativo di affiancare il dollaro come valuta del commercio mondiale, togliendogli il diritto quasi esclusivo di signoraggio che esso possiede sin dai tempi di Bretton Woods. E' difficile immaginare che gli Stati Uniti non percepiranno sempre di più questa competizione come un gioco "a somma zero", e quindi come un campo di contrapposizione con l'Unione Europea.
Di fronte a questo scenario di cambiamento Francia e Germania hanno avuto la reazione peggiore. Esse hanno infatti stretto un accordo volto ad orientare fortemente la futura Costituzione dell'Unione Europea in un modo che è subito risultato inaccettabile non soltanto a Gran Bretagna, Spagna ed Italia, ma anche a gran parte dei dieci nuovi Stati membri dell'Unione . Quale significato diverso se non l'affermazione di un ruolo dominante in Europa si può dare all'idea dell'integrazione tra i due gabinetti di governo, o dello scambio di cittadinanza tra i due Paesi proprio mentre il trattato costituzionale dell'Unione dovrebbe definire le regole per una reale cittadinanza europea basata sui valori comuni a venticinque nazioni? Come si può evitare di ritenere che l'accordo tra Francia e Germania abbia lo scopo di creare un blocco che diventi il baricentro geopolitico ed economico dell'Europa continentale, da Brest sino ai nuovi confini ad Est dell'Unione?
Questa volontà franco-tedesca si è subito tradotta in una posizione comune sull'Iraq, contrapposta a quella degli Stati Uniti. Una posizione che non è affatto "la posizione dell'Europa", ma è puramente e semplicemente l'unione tra il rinnovato nazionalismo gaullista ed il rinnovato neutralismo tedesco. Una unione che nasce fragile perché non vi può essere nulla di profondamente comune tra politica di potenza e tentazioni neutraliste, e sulla quale non è certo possibile costruire una identità europea pienamente condivisa. Purtroppo tutto questo sembra essere una conferma dei timori espressi diversi anni fa dal grande intellettuale liberale Ralf Dahrendorf, che l'Europa potesse cedere alla tentazione di trovare una propria identità non su valori positivi, ma sulla contrapposizione agli Stati Uniti ed al mondo anglosassone.
In questo contesto di particolare criticità, l'Italia è stata capace di adottare una politica di straordinaria efficacia.
Promovendo l'iniziativa degli otto capi di Stato e di governo europei - diventati poi diciotto - a favore di una posizione comune con gli Stati Uniti sulla crisi irakena, il nostro Paese ha contribuito in modo fondamentale ad evitare che il solco tra le due sponde dell'Atlantico diventasse incolmabile.
Allo stesso tempo l'Italia ha operato efficacemente affinché l'Europa raggiungesse una posizione comune sulla crisi irakena al di là delle forti divisioni esistenti. Se a questi due elementi si aggiunge il lavoro volto a stabilire forti legami con la Russia nel quadro di un suo saldo ancoraggio all'Unione Europea, si può facilmente comprendere come la politica estera dell'Italia rappresenti oggi un elemento importante sullo scacchiere mondiale.
Un elemento non di divisione ma di coesione, e che è tale proprio perché non rinuncia a far valere il proprio punto di vista in nome di un ruolo di timida quanto irrilevante "mediazione" tra i "grandi": quel ruolo che le vorrebbe invece attribuire gran parte dell'attuale opposizione, e forse anche una parte della nostra diplomazia, da sempre abituata a governi meno forti di quello attuale.
Angelo Maria Petroni
domenica 23 febbraio 2003 "
Saluti liberali




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