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  1. #1
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    Predefinito Il Ruolo della Politica Estera Italiana...

    da www.iltempo.it

    " IL NOSTRO RUOLO IN POLITICA ESTERA


    di ANGELO MARIA PETRONI

    PER LA prima volta nella sua storia repubblicana l'Italia ha una politica estera. Non una politica estera come maniera di venire legittimati nel contesto delle relazioni internazionali, non una politica estera come modo di attraversare più o meno indenni i contesti di contrapposizione e di crisi, ma una politica estera come modo di rappresentare la propria visione del mondo ed i propri interessi nazionali in un quadro di forti alleanze.
    Questa politica estera si svolge lungo due linee principali.
    La prima di esse è la volontà di far crescere una dimensione comune dell'Europa nella politica estera e nella difesa.
    La seconda è di mantenere saldo il legame tra le due opposte sponde dell'Atlantico, adeguando i rapporti con gli Stati Uniti e con gli altri membri non europei della NATO alla mutata realtà del mondo post-comunista. Queste linee non sono nuove in sé, perché furono le medesime che ispirarono i governi dell'era di De Gasperi e di Einaudi, e che vennero progressivamente ad indebolirsi con i governi successivi.

    Ciò che vi è di nuovo è il ruolo che l'Italia è riuscita ad acquisire, la sua forte capacità di azione e di coesione.
    Non vi sono dubbi che il rapporto transatlantico sia il fattore fondamentale dell'attuale situazione internazionale.
    Un rapporto che non è più quello del passato per ragioni che sono strutturali, e che quindi non sono destinate a svanire quando la crisi irakena sarà risolta.
    La prima ragione è la globalizzazione economica . Lo sviluppo dei paesi asiatici, ma anche dei paesi dell'America centrale e dell'America latina, ha modificato in modo sostanziale la struttura del commercio mondiale. Gli interessi economici degli Stati Uniti non sono più legati in maniera dominante all'interscambio con i paesi europei. La creazione di un grande mercato americano e la progressiva liberalizzazione del commercio mondiale hanno creato una situazione nuova.
    I possibili conflitti commerciali tra Stati Uniti e paesi europei diventano un fatto "locale", non la crisi di un sistema globale. Questo significa che gli Stati Uniti non hanno più la necessità assoluta di evitare un contenzioso con i paesi europei, o comunque di risolverlo nel tempo più breve.

    La seconda ragione è la fine dell'impero sovietico ed il tramonto dell'ideologia comunista. Sembra banale ricordarlo a dieci anni dalla fine dell'Unione Sovietica, mai suoi effetti maggiori sulle relazioni Stati Uniti-Europa si stanno presentando soltanto adesso. Gli Stati Uniti non hanno più il vincolo di dover mantenere a tutti i costi rapporti di stretta cooperazione con i paesi europei in funzione del ruolo di questi ultimi come alleati politici e militari.
    E possono intrattenere rapporti diretti con la Russia, senza che l'Europa rappresenti un vincolo.

    La terza ragione è l'approfondimento delle istituzioni dell'Unione Europea, e soprattutto la creazione della moneta unica europea.
    L'euro è uno strumento di integrazione economica e politica dell'Europa, ma rappresenta anche il tentativo di affiancare il dollaro come valuta del commercio mondiale, togliendogli il diritto quasi esclusivo di signoraggio che esso possiede sin dai tempi di Bretton Woods.
    E' difficile immaginare che gli Stati Uniti non percepiranno sempre di più questa competizione come un gioco "a somma zero", e quindi come un campo di contrapposizione con l'Unione Europea.
    Di fronte a questo scenario di cambiamento Francia e Germania hanno avuto la reazione peggiore. Esse hanno infatti stretto un accordo volto ad orientare fortemente la futura Costituzione dell'Unione Europea in un modo che è subito risultato inaccettabile non soltanto a Gran Bretagna, Spagna ed Italia, ma anche a gran parte dei dieci nuovi Stati membri dell'Unione . Quale significato diverso se non l'affermazione di un ruolo dominante in Europa si può dare all'idea dell'integrazione tra i due gabinetti di governo, o dello scambio di cittadinanza tra i due Paesi proprio mentre il trattato costituzionale dell'Unione dovrebbe definire le regole per una reale cittadinanza europea basata sui valori comuni a venticinque nazioni? Come si può evitare di ritenere che l'accordo tra Francia e Germania abbia lo scopo di creare un blocco che diventi il baricentro geopolitico ed economico dell'Europa continentale, da Brest sino ai nuovi confini ad Est dell'Unione?
    Questa volontà franco-tedesca si è subito tradotta in una posizione comune sull'Iraq, contrapposta a quella degli Stati Uniti. Una posizione che non è affatto "la posizione dell'Europa", ma è puramente e semplicemente l'unione tra il rinnovato nazionalismo gaullista ed il rinnovato neutralismo tedesco. Una unione che nasce fragile perché non vi può essere nulla di profondamente comune tra politica di potenza e tentazioni neutraliste, e sulla quale non è certo possibile costruire una identità europea pienamente condivisa. Purtroppo tutto questo sembra essere una conferma dei timori espressi diversi anni fa dal grande intellettuale liberale Ralf Dahrendorf, che l'Europa potesse cedere alla tentazione di trovare una propria identità non su valori positivi, ma sulla contrapposizione agli Stati Uniti ed al mondo anglosassone.
    In questo contesto di particolare criticità, l'Italia è stata capace di adottare una politica di straordinaria efficacia.
    Promovendo l'iniziativa degli otto capi di Stato e di governo europei - diventati poi diciotto - a favore di una posizione comune con gli Stati Uniti sulla crisi irakena, il nostro Paese ha contribuito in modo fondamentale ad evitare che il solco tra le due sponde dell'Atlantico diventasse incolmabile.
    Allo stesso tempo l'Italia ha operato efficacemente affinché l'Europa raggiungesse una posizione comune sulla crisi irakena al di là delle forti divisioni esistenti. Se a questi due elementi si aggiunge il lavoro volto a stabilire forti legami con la Russia nel quadro di un suo saldo ancoraggio all'Unione Europea, si può facilmente comprendere come la politica estera dell'Italia rappresenti oggi un elemento importante sullo scacchiere mondiale.

    Un elemento non di divisione ma di coesione, e che è tale proprio perché non rinuncia a far valere il proprio punto di vista in nome di un ruolo di timida quanto irrilevante "mediazione" tra i "grandi": quel ruolo che le vorrebbe invece attribuire gran parte dell'attuale opposizione, e forse anche una parte della nostra diplomazia, da sempre abituata a governi meno forti di quello attuale.
    Angelo Maria Petroni

    domenica 23 febbraio 2003
    "


    Saluti liberali

  2. #2
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    dal sito di IDEAZIONE

    " Italia, il governo ci tiene sulla giusta rotta
    di Pierluigi Mennitti

    Sarà necessario ricordare le polemiche italiane che in questi giorni accompagnano il più ampio dibattito sulla guerra al terrorismo internazionale e all’Irak, sugli Stati Uniti, sulla Nato, sul ruolo dell’Europa e su quello del nostro paese. Sarà necessario ricordarle, ad esempio, quando torneremo a votare per il nuovo Parlamento e per il nuovo governo, magari fra tre anni. Perché la distanza che oggi separa la maggioranza di governo dalla variegata ed eterogenea compagnia di giro dell’opposizione non è solo una variante goliardica del vecchio gioco delle parti. E’ qualcosa di più: è una linea d’ombra che separa una posizione equilibrata e coraggiosa da una irresponsabile che se per sventura fosse stata la linea di politica estera di un governo, avrebbe prodotto conseguenze forse irreparabili per il nostro paese.

    Inghiottiti nel mare dolciastro della retorica pacifista, dimentichiamo di ragionare su quale debba essere il ruolo preciso di un paese come l’Italia: appartenenza forte e leale all’alleanza atlantica (intesa come alleanza geopolitica prima ancora che militare), salvaguardia del rapporto con gli Stati Uniti d’America, baluardo dei valori occidentali in un’Europa che si allarga ad Est e deve ridefinire a sua volta ruolo, funzioni e interessi. Appunto, gli interessi. A leggere con realismo i nostri interessi nazionali (da quelli geografici a quelli economici, energetici, politici) fatichiamo davvero a immaginare un’Italia accodata all’asse del nulla, quel disperato progetto egemonico euro-continentale che due potenze sfiatate avevano cercato presuntuosamente di imporre all’Unione intera.

    La mobilitazione pacifista che in questi giorni invaderà le strade e le piazze del nostro paese (ma è bene sempre ricordare che sono tanti, tanti di più quelli che in piazza non scendono) non è una novità. Fin dai tempi di Stalin e del Pci agli ordini di Mosca il pacifismo è stata una costante equivoca della nostra politica. Oggi si alimenta di nuove correnti sociali come parte del cattolicesimo di base o le frange del mondo no-global, da quelle esistenziali a quelle violente ed estremiste. Ma non è questo che preoccupa. Quello che dovremo ricordare è l’assoluta assenza di responsabilità dei partiti di centrosinistra che aspirano al governo e che in passato hanno svolto il ruolo di guida dell’Italia: il pacifismo non è la politica di un paese serio. L’unico che si salva è Giuliano Amato ma è troppo poco . Il voto contrario all’invio degli alpini in Afghanistan, i ragionamenti pretestuosi delle interviste rilasciate alla stampa, l’accondiscendenza verso una piazza che sposerebbe qualsiasi dittatura pur di testimoniare il proprio antiamericanismo fanno del centrosinistra una coalizione inaffidabile per assumere ruoli di governo. Ma la fortuna, in questo frangente, è di avere un altro leader e un altro governo. Al quale andranno riconosciuti i meriti di aver tenuto salda, nell’isteria irresponsabile dell’opposizione , una linea di politica estera utile all’Italia.

    14 febbraio 2003

    pmennitti@ideazione.com


    Saluti liberali

  3. #3
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    Caro PFB,
    sono due tizi questi che dovrò leggere più spesso e finalmente vedo che qualcosa si muove anche sul fronte di una politica pro-Italia.
    I loro discorsi assomigliano moltissimo a quello che dissi poco tempo fa nel thread Francia, Germania e la povera sinistra italiana. , chiarametne rivolto anche contro la SX italiana, ma con un occhio di riguardo proprio alla politica italiana.

    Mi voglio ripetere.
    Chi viene eletto da noi, ci va lì per curare i nostri interessi all'interno del nostro paese e nei rapporti internazionali.
    Non siamo arrivati all'optimum, ma siamo sulla buona strada.

    Che m'interessa cosa pensino di me gli altri paesi, se lo fanno solo per screditarmi e per fare solo i propri interessi?

    Che m'interessa una politica di respiro internazione alla maniera dell'Internazionale Socialista, se alla fine ogni Stato guarda priam di tutto al proprio cortile?


    Saluti Liberali
    Giorgio

  4. #4
    SENATORE di POL
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    Ricordo benissimo quel 3d aperto da te. E' inutile dire che condivido pienamente, oltre che le osservazioni di Petroni e Mennitti, anche le tue considerazioni.

    Shalom!!!

  5. #5
    SENATORE di POL
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    da www.ansa.it

    " Iraq: Frattini, chiederemo a Lega araba pressioni su Saddam
    (ANSA) - BRUXELLES, 24 FEB - I ministri degli esteri dell'Ue chiederanno ai rappresentanti della Lega araba di 'esercitare il massimo della pressione' su Saddam per il disarmo.Lo ha detto il ministro italiano Franco Frattini al suo arrivo a Bruxelles dove, insieme ai colleghi della Ue, avra' una colazione di lavoro con il segretario generale e il presidente della Lega Araba. 'E' un impegno che va nell' interesse di tutto il mondo -ha detto Frattini-. Quindi la Lega e' una nostra forte alleata'. GO
    24/02/2003 138
    "

    Cordiali saluti

  6. #6
    SENATORE di POL
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    dal quotidiano di Alleanza Nazionale

    " Secolo d'Italia del 25/02/2003


    --------------------------------------------------------------------------------
    Gianfranco Fini ha concluso il convegno di An dedicato alle "nuove frontiere" della politica internazionale

    "L'Europa deve guardare al Mediterraneo" Pericoloso un confronto tra Nord e Sud del mondo
    Desiree Ragazzi
    --------------------------------------------------------------------------------

    Roma - L'allargamento ad Est dell'Unione europea è un passo importante. Ma ora bisogna guardare con interesse ai Paesi che si affacciano nel Mediterraneo. E per evitare uno scontro tra il Nord e il Sud del mondo occorre una politica euro-mediterranea. " Credo che una politica autenticamente euro-mediterranea sia indispensabile. L'Unione Europea deve capire che c'è una frontiera meridionale che va guardata con lo stesso interesse con cui si è guardato all'Est ". Gianfranco Fini, nella affollatissima sala Tatarella della Camera, non ha dubbi: una politica euro-mediterranea è interesse non solo dell'Europa, ma di tutto il mondo occidentale. " Non siamo più nella fase ideologica del confronto Est-Ovest, dall'11 settembre siamo passati a un confronto scontro tra Nord e Sud, vale a dire zone ricche con paesi del terzo e del quarto mondo ". Il presidente di An lo afferma nel corso del tavolo di lavoro su "Una politica per il Mediterraneo", promosso dal Dipartimento esteri di An e dall'Unione per l'Europa delle nazioni (Uen), espressione dei gruppi parlamentari delle destre europee. Oltre a numerosi esponenti di An, all'incontro partecipano alcuni rappresentanti dei partiti di Centrodestra di Francia, Portogallo ed Albania e, per la prima volta, è presente anche una delegazione ufficiale del partito popolare spagnolo. Fini ribadisce: " Il vero grande rischio che il mondo vive dopo 11 settembre è uno scontro tra le civiltà. Credo che l'importanza di una politica euro-mediterranea basata sul dialogo culturale sul reciproco rispetto, sulla cooperazione economica, sul patto di stabilità politica sia il vero antidoto tra uno scontro tra civiltà. È in atto uno scontro tra il terrorismo da una parte e tutto il mondo civile dall'altro. Il rischio è dunque che una scarsa presenza attiva dell'Europa nel Mediterraneo determini il fiorire di atteggiamenti ostili tra i rappresentati dell'Islam, della cultura cristiana ed ebraica ". C'è un solo modo per evitare questo conflitto: far capire che "il Nord Africa non è la periferia dell'Europa, ma l'interfaccia". Parlare di Mediterraneo per An è importante anche in vista della presidenza italiana dell'Ue. "Dopo il semestre spagnolo e quello greco", spiega il responsabile Esteri di An Marco Zacchera, "toccherà all'Italia affrontare i problemi dei Paesi del Mediterraneo, nel momento in cui l'Unione europea si apre verso il Nord-Est. Pur essendo favorevoli all'allargamento, infatti, siamo consapevoli che questo avrà conseguenze negative per le nazioni del Mediterraneo e, tanto per . fare un esempio, le colture mediterranee sicuramente riceveranno meno aiuti. -Ecco perché dobbiamo portare avanti una linea comune, continuando la politica inaugurata dal governo spagnolo di Aznar". Alfredo Mantica illustra quali saranno gli obiettivi della presidenza italiana. "Punterà", dice il sottosegretario agli Esteri, "soprattutto al processo di Barcellona. E l'unico forum dove ci si può incontrare per discutere sul processo di integrazione. Dal punt= di vista economico garantiremo la vita allo strumento di partenariato europeo". La presidenza italiana, riprenderà il tema della Banca mediterranea sulla quale si è battuta la Spagna "Dobbiamo far capire che il Mediterraneo non è un'appendice dell'Europa, vive di vita propria, ma deve sviluppare una strategia diversa non vincolata dal vecchio continente". Il sottosegretario agli Esteri spiega poi che c'è anche un obiettivo socio-culturale: " Riprenderemo il concetto di Valencia sulla gestione programmata dei flussi migratori. Riteniamo, altresi', importante l'istituzione di una Fondazione culturale euro-mediterranea che a differenza della Spagna che vuole un'unica sede a Granata o a Siviglia, sia una rete che coordina tutte le fondazioni che operano nel mediterraneo. Parleremo anche della Banca europea investimenti, non possiamo limitarci avere uno sportello della Bei ". Franz Turchi pone l'accento sull'aspetto economico. Il programma Meda 1-2, non ha avuto dal punto di vista delle risorse utilizzate un grande risultato. "C'è stata poca informazione per poter accedere ai questi crediti", spiega, "c'erano 15 miliardi di euro da poter essere distribuiti ma sono stati presentati solo pochi progetti. Con Meda 2 lo stanziamento ha toccato il tetto di 5, 350 miliardi di euro, uno stanziamento importante a cui si aggiunge la parte della Bei che ammonta a 6 miliardi e 400 milioni di prestiti, che coprono dal 65% al 100% del progetto". Ma ciò che importante è il colloquio con tutti i Paesi della costa del Nord Africa e del Medio Oriente. "Con questi popoli", dice Gustavo Selva, "dobbiamo avere un colloquio privilegiato. Un colloquio che include Israele. Questo è un Paese che rappresenta un esempio di forza democratica e parlamentare: è riuscito a trasformare una zona rurale e sottosviluppata in un modello da imitare". E sull'allargamento dell'Unione europea torna anche l'euro parlamentare Cristiana Muscardini. "L'Europa non può sottovalutare l'importanza del Mediterraneo se vuole un'economia sana e produttiva". Il capogruppo di Uen spiega che nei prossimi giorni il gruppo Uen presenterà un'interrogazione urgente contro le multinazionali del latte in polvere. "Lo impongono ai Paesi del terzo mondo con grave danno per la salute dei bambini. Il profitto deve essere corretto e non contro la vita". Anche Roberta Angelilli chiarisce che tutti i Paesi del Sud Europa devono farsi carico di una politica "poli centrica": " L'allargamento ad Est", dice, "va bene, ma adesso tocca guardare con interesse al Sud: la vocazione di questi Paesi non può essere sempre mortificata. L'Europa è colpevole di non aver saputo spendersi per il Mediterraneo con una strategia a lungo termine ". Nello Musumeci, presidente della Provincia di Catania, chiarisce quale deve essere il ruolo degli enti locali: " Garantire la pace e puntare alla cooperazione per la lotta all'immigrazione. Se non ci sarà cooperazione tra i 12 Paesi rivieraschi l'impegno può essere inutile. Infine vigilare perché l'allargamento ad Est non sia a danno dell'Europa". Un concetto condiviso dal deputato europeo e sindaco di Lecce Adriana Polibortone, per la quale "è molto importante che An focalizzi la sua attenzione su uno dei temi fondamentali del semestre di presidenza italiana. Parlare di Mediterraneo, infatti, significa puntare l'attenzione su una politica di pace ".
    "


    Cordiali saluti

  7. #7
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    Caro PFB,
    il tuo amico Giorgio una risposta ce l'ha eccome !

    Allora segui il ragionamento.
    * Perchè la Cina e la Russia ( questa che ne avrebbe potuto fare sicuramente a meno ) hanno seguito la linea Franco-Tedesca ?
    * In sostanza in che cosa consiste la proposta Franco-Tedesca ?

    Se si risponde all'ultima domanda, si dovrebbe capire qualcosa, infatti loro chiedono che ci sia un allungamento dei tempi per gli ispettori ONU, ma non che non si debba agire contro Saddam e perché ?

    Ma se l'intuizione è giusta, penso che per loro si prefiguri un "Affaire Iraq", in quanto o per motivi legati all'11 sett. o per motivi più banali sembra gli USA non vogliano retrocedere dall'attacco ed in breve tempo.

    Ora l'unico modo è quello di bloccare gli USA - temporaneamente - con una proposta che faccia apparire gli stessi come guerrafondai, se non l'accettassero, dinanzi all'opinione pubblica mondiale, e successivamente mettersi in gioco per spartirsi la torta, questa volta da protagonisti.

    Cioè, in altre parole, i paesi su citati poiché hanno notato la determinazione USA che recano con sè una causa giustissima (11 sett.) e plausibilissima, temono che quest'ultimi ne facciano un boccone tutto per sé.

    Altrimenti non si spiegherebbe la posizione attuale della Russia (che cerca anche per sè un ruolo internazionale rinnovato agli occhi del suo popolo proprio nei confronti degli USA) e di un altro paese, la Spagna.

    In questo, secondo me, consisterebbe quel baratto che mi sfuggiva prima.


    Ma la cosa più ridicola è che la nostra demente sinistra si è accodata al baratto personale di altri paesi.


    Giorgio

    PS: spero di averci azzeccato anche questa volta

  8. #8
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    da www.giornale.

    Responsabiltà Politica, Senso dello Stato e Consenso Immediato

    " La guerra all’Iraq fa calare la fiducia nel governo

    I venti di guerra fanno male al governo e ai partiti di centrodestra. Il possibile attacco all’Iraq fa calare la fiducia degli italiani verso l istituzioni e le forze politiche.
    Secondo l’ultima rilevazione dell’Abacus la fiducia nel governo scende di 5 punti rispetto al mese scorso (su una scala da 0, nessuna fiducia, a 100, totale fiducia, l’indice del governo questo mese è pari a 41, mentre era di 46 a gennaio). Nella graduatoria delle venti istituzioni testate il governo si trova adesso al penultimo posto, prima dei partiti politici.
    Ma sono i partiti politici a segnare un ulteriore arretramento della fiducia già bassissima, scendendo ancora di tre punti (l’indice di fiducia era di 31 a gennaio, oggi scende a 28).
    L’indice di sfiducia colpisce in maniera più rilevante l'elettorato di centrodestra: tra gli elettori della Casa delle Libertà la fiducia scende infatti di 6 punti; in particolare assai critici sono gli elettori leghisti ma anche gli elettori centristi dell’Udc, tra i quali la fiducia scende di quasi 7 punti. Più contenuta, ma visibile, la diminuzione di fiducia tra gli elettori di An (-4 punti) e di Forza Italia (-3 punti).
    Calano poi vistosamente anche le forze armate (che perdono 4 punti passando dal 71 di gennaio al 67 di oggi), anche se naturalmente, partendo da livelli molto alti, mantengono ancora una fiducia elevata (il 77% degli intervistati assegna a questa istituzione un voto almeno di sufficienza); scendono anche i servizi segreti, di 4 punti (passano dal 50 di gennaio al 46 di oggi).
    Il calo di fiducia nell’operato del governo è più consistente fra le donne, storicamente più attente ai temi della pace, ma anche nei ceti medio/alti (professionisti ed imprenditori) e tra i pensionati.


    25 Feb 2003
    "


    Cordiali saluti

  9. #9
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    dal sito di IDEAZIONE

    " La politica per la difesa dell’Italia
    di Antonio Martino

    Ad oltre un anno dall’attacco alle Torri gemelle di New York ed al Pentagono, l’impegno militare dell’Italia a sostegno della propria sicurezza e della stabilità internazionale si sviluppa secondo modalità diverse rispetto ai decenni della Guerra Fredda. Nel periodo che va dal 1989, anno della caduta del Muro di Berlino, al 2001, anno dell’attacco agli Usa, abbiamo infatti assistito a mutamenti che hanno radicalmente cambiato il quadro geo-politico del nostro Paese, dell’Europa e della Comunità atlantica. I mutamenti riguardano sostanzialmente la natura della minaccia e le grandi scelte di schieramento e sicurezza internazionale. L’Italia, dopo la tragica esperienza del secondo conflitto mondiale ed il suo ingresso nell’Alleanza atlantica, ha lealmente partecipato agli sforzi alleati per fronteggiare la decisiva minaccia militare, politica, ideologica, dell’Urss e del Patto di Varsavia. Tale minaccia ha comportato una scelta unidirezionale in campo militare, e cioè l’intera difesa terrestre orientata prioritariamente verso la soglia di Gorizia e le forze aereonavali schierate contro un attacco da Est.

    La staticità della Guerra Fredda

    I decenni della Guerra Fredda sono stati anche il periodo della “guerra ideologica”, in cui l’opposizione parlamentare di allora aveva come riferimento – pur se con un approccio critico progressivamente crescente – il modello sociale dell’Urss. L’opposizione interna alle scelte atlantiche, affievolitasi nel corso del tempo, è stata tuttavia presente fino a tutti gli anni ’80, quando avversò con durezza il dispiegamento degli euromissili in risposta agli SS 20 sovietici. Una parte ampia del Paese ha percepito a lungo la stessa istituzione militare con pregiudiziale avversione politica e culturale, determinata anche dalla diversa percezione e valutazione dell’aggressività del mondo comunista, dal quale proprio le Forze armate erano chiamate a difenderci. Allora fu contrapposta l’effettiva sicurezza nazionale ad uno pseudo-pacifismo che non riusciva a nascondere la scelta di natura ideologica in favore del socialismo sovietico; scelta contraria agli interessi nazionali che pretendeva di tutelare, come poi hanno dovuto riconoscere quasi tutti i suoi assertori.

    La nostra difesa comprendeva il suolo italiano e la partecipazione allo schieramento Nato nel nostro Paese e nel Mediterraneo centrale. Ma anche questo posizionamento, che non è azzardato definire “minimale”, era condizionato dalla peculiare situazione politica italiana e dalla mancanza, purtroppo, di una legittimazione sostanziale delle Forze armate. Maggioranza ed opposizione, nel richiamarsi ai valori della Costituzione, concordavano solo sulla collocazione ideale delle Forze armate nel solco della lotta antifascista. Ogni richiamo alla natura combattente dell’istituzione militare era sottaciuto, mentre se ne esaltava la funzione di concorso alla protezione civile (anche sulla scia del generoso contributo effettivamente dato dai militari in occasione di calamità naturali). Le conseguenze di questa impostazione, teorica e pratica, delle nostre Forze armate sono state tali che, per decenni, financo l’espressione “politica di difesa” è stata espunta sostanzialmente dal lessico politico nazionale. Nei media e nella larga opinione pubblica, le istituzioni militari sono state oggetto di attenzioni “ideologiche” anziché tecniche, e spesso dalla connotazione critica fortemente negativa. Pochi si attardavano a valutarne la reale efficacia complessiva, anche in rapporto all’utilizzo delle risorse assegnate.

    Lo spartiacque del Libano

    Il quadro statico della Guerra Fredda inizia ad incrinarsi nei primi anni ’80. L’esperienza libanese, maturata attraverso due missioni negli anni dal 1982 al 1984, introduceva nuovi elementi di riflessione sulla natura peculiare della sicurezza italiana, che non poteva esaurirsi in una dimensione centro-europea ma doveva necessariamente ampliarsi allo scenario dell’intero Mediterraneo e del Medio Oriente, squassato da tensioni spesso degenerate in crisi acute e in guerre aperte, estremamente pericolose per il nostro Paese. Fu avviata così una sorta di riscoperta della dimensione militare, europea e mediterranea, dell’Italia. Il “Libro Bianco” del 1985, realizzato dall’allora ministro Spadolini, contemplò infatti, fra le possibili missioni delle nostre Forze armate, anche la partecipazione ad operazioni della comunità internazionale fuori dalla tradizionale area atlantica. Né può essere dimenticato l’impatto politico ed emotivo che l’esperienza libanese ebbe presso l’opinione pubblica. Sotto l’aspetto politico, emerse la sostanziale unitarietà d’intenti circa un’operazione che aveva anche una visibile componente umanitaria oltre che funzioni di presenza e stabilizzazione. Sotto l’aspetto emotivo, l’opinione pubblica partecipò all’operazione militare come mai era successo prima nella storia repubblicana, superando anche un certo complesso d’inferiorità nei confronti dei principali alleati. Le nostre forze in Libano non sfiguravano, anzi dimostravano capacità e preparazione mai disgiunte da doti di umanità.

    La rottura dell’Ottantanove

    Ma la vera rottura rispetto al precedente stato di cose venne dai fatti del 1989 e poi del 1991; da quel tumultuoso susseguirsi di eventi che portò prima alla caduta dei regimi socialisti, poi alla scomparsa del Patto di Varsavia, alla dissoluzione dell’Urss ed all’avvio del processo di democratizzazione nella Repubblica russa. Questi grandi accadimenti storici determinarono sconvolgimenti geo-politici su scala planetaria, che tuttora durano, obbligando tutti i Paesi dell’Est e dell’Ovest, un tempo rivali, ad adeguare le strategie di difesa, nazionali e collettive, il carattere degli strumenti militari e le loro modalità operative. Tornando alle vicende del nostro Paese, la fine dei regimi socialisti è stata uno dei fattori determinanti della svolta nella storia della nostra Repubblica, e tra l’altro ha indotto il comunismo italiano ad evolvere verso l’accettazione non strumentale dei valori basilari di libertà e democrazia, sostanzialmente intesi all’occidentale. La contrapposizione ideologica pura e dura tra sistemi irriconciliabili è terminata. Sono relegate in frange minoritarie dello schieramento parlamentare le posizioni pregiudizialmente ostili alle istituzioni militari e alla Nato, anche se permane il finto pacifismo, vecchia maniera, nell’area estrema definita “antagonista”.

    Testimonianze di questo mutato quadro sono già presenti nelle pagine conclusive dell’indagine conoscitiva della Camera dei deputati “Evoluzione dei problemi della sicurezza e ridefinizione del modello nazionale di difesa” del 1991. Basta rileggerle per rendersi conto di quanto, già dieci anni orsono, fosse elevata la percezione delle nuove minacce e della possibilità di una crescita qualitativa del terrorismo con l’acquisizione e l’utilizzo di armi di distruzione di massa e vettori missilistici. In quell’analisi si esaminavano le tendenze degli scenari internazionali e le mutazioni della minaccia per il nostro Paese e, più in generale, per il mondo occidentale. Con apprezzabile lungimiranza, le minacce venivano individuate soprattutto nella possibile degenerazione, anche in termini di crescita del terrorismo, delle numerose tensioni che la Guerra Fredda aveva ingessato ma non risolto, e nella proliferazione di armi di distruzione di massa. L’invasione del Kuwait, la guerra del Golfo ed il succedersi degli eventi nell’area balcanica hanno purtroppo confermato quelle previsioni. L’11 settembre ne ha tragicamente dimostrato l’esattezza. Ben diverse dal passato sono le minacce da affrontare nel presente e nel futuro e ben diversi sono, pure, gli scenari planetari, che registrano tendenziali intese fra il mondo occidentale e la Russia. Il recente vertice di Pratica di Mare ha quasi suggellato la ricomposizione del vecchio continente, avviata dai fatti dell’89. La minaccia terroristica ha collocato Nato e Russia dalla stessa parte e fornito loro ragioni di riavvicinamento, se non addirittura di amicizia. L’estremismo pseudo-religioso, alimentato da rancori etnici, nazionalistici, ideologici, costituisce ormai il nemico comune degli antichi nemici. Finito nella pattumiera della storia, come profetizzò Ronald Reagan, il comunismo sovietico, americani e russi riscoprono le comuni radici culturali e religiose e forse si avviano a fondersi in quello stesso mondo libero che la vecchia Urss irrideva come ingannevole e fallace.

    Anni Novanta: le nuove sfide della sicurezza

    Gli anni ’90, segnati da nuove sfide nel campo della sicurezza, sono stati così per l’Italia un periodo di intenso impegno militare, di ripensamento e riforme dell’intera struttura della Difesa, di partecipazione ai processi di ammodernamento della Nato, di crescita della dimensione europea di sicurezza e difesa. Dagli anni ’90 ad oggi, l’Italia ha assunto un ruolo di primo piano come Paese contributore alle missioni internazionali Onu e Nato. Attualmente oltre 9.000 uomini operano fuori dei confini nazionali, soprattutto nei Balcani, in Medio Oriente ed in Afghanistan. Siamo stati nel Golfo, in Africa e Timor Est ed, in prospettiva, potremmo essere chiamati ad incrementare la nostra presenza proprio in Afghanistan, affiancando con un contingente specializzato le forze che colà lottano contro il terrorismo. Si tratta di un impegno inedito per la nostra storia, con caratteri non contingenti, ma di medio periodo; e corrisponde ad una concezione della nostra sicurezza, volta a contrastare la minaccia – o la potenziale minaccia – lì dove potrebbe sorgere. La conclusione che dobbiamo trarre da queste considerazioni è che, dopo la lunga stagione della Guerra Fredda, anche il nostro Paese è pienamente “maturo” nel campo della sicurezza. È finito il tempo in cui, secondo il gergo degli analisti, il Paese è stato solo “consumatore di sicurezza”, beneficiando del contesto pacifico garantito dai principali alleati – Stati Uniti in testa – al quale, però, contribuiva meno di quanto ne ricavasse in sicurezza. Oggi l’Italia è chiamata a partecipare alla difesa della pace e del diritto in misura proporzionale al proprio peso economico, politico, culturale. In questo contesto, la Difesa e le Forze armate divengono elementi centrali nella vita nazionale. E la tutela della sicurezza nazionale, anche attraverso il corretto impiego della forza militare in accordo con le decisioni Onu, Nato, Ue, prescinde da limiti geografici e si affranca dalle pregiudiziali ideologiche del passato.

    Il recente “Libro Bianco” della Difesa, pubblicato nel marzo del 2002, a circa sei mesi dall’avvio della legislatura, recepisce queste considerazioni. “Rispetto alla vecchia minaccia – vi è fatto notare – i rischi attuali, ma anche le sfide e le opportunità, sono di natura più complessa e richiedono risposte più ampie e diversificate. L’azione internazionale, oltre ai tradizionali strumenti politici, diplomatici, economici, culturali e di cooperazione, fa sempre più ricorso attivo allo strumento militare, divenuto uno degli indicatori essenziali della credibilità ed affidabilità del sistema Paese nell’ambito delle relazioni internazionali. Questa nuova fase geo-strategica pone gli strumenti militari europei ed alleati di fronte ad esigenze operative nuove ed alla necessità di acquisire quella flessibilità d’impiego necessaria per affrontare nuove missioni a geometria continuamente variabile. Le missioni delle nostre Forze armate oggi si definiscono nell’ambito del vasto spettro di azioni operative volte, nel rispetto dei princìpi costituzionali, alla tutela della sicurezza nazionale, dell’integrità politico-territoriale, dei valori della nostra civiltà, del benessere e dello sviluppo economico e sociale. Ma la tutela della sicurezza nazionale assume oggi un’accezione più ampia che include, oltre alla difesa della sovranità nazionale, il concorso alla stabilità ed alla sicurezza internazionali, la legittima salvaguardia e tutela dei nostri interessi nonché la prevenzione dei rischi vecchi e nuovi, ed il contrasto alle violazioni del diritto e della pace. Naturalmente, tale concetto s’incardina sempre più nell’azione delle grandi organizzazioni internazionali di cui siamo parte attiva e responsabile, in particolare l’Unione europea, l’Alleanza atlantica e le Nazioni Unite. Di conseguenza, il supporto alle missioni operative della comunità internazionale è divenuto, specialmente in questi ultimi anni, elemento caratterizzante l’impiego delle nostre Forze armate”.

    Il nuovo ruolo nell’Alleanza Atlantica e la difesa della Ue

    Di fronte a scenari così impegnativi, di fronte alla necessità di dover tutelare la sicurezza del Paese e degli alleati da nuove ed imprevedibili minacce, di fronte alla consapevolezza di dover contribuire alla difesa della pace, della libertà e del diritto anche lontano dai confini, il “Libro Bianco” ha fatto il punto delle nostre politiche di difesa e della situazione delle Forze armate. L’Italia resta saldamente incardinata nell’Alleanza atlantica, la quale, dopo aver confermato il suo ruolo nella gestione delle crisi nei Balcani, è divenuta un’istituzione tendenzialmente “inclusiva”, espandendosi ad abbracciare nuovi soggetti internazionali, non più solo “esclusiva”, cioè contrapposta a nemici minacciosi. Le nuove relazioni che si vanno sviluppando con la Federazione russa, suggellate dal recente vertice di Pratica di Mare, segnano sicuramente la fine di un’epoca, esaltano la flessibilità dell’Alleanza e la sua capacità di innovarsi e modificarsi, e la proiettano verso un ruolo politico ed una funzione militare capaci di unire ai Paesi di consolidata democrazia quelli che l’hanno conquistata o riacquistata recentemente.

    La politica comune di sicurezza e difesa dell’Ue è l’altro cardine della sicurezza dell’Italia. Si tratta di un cammino né facile né breve, parallelo alla riforma delle istituzioni dell’Unione, ormai obbligato, soprattutto alla luce del suo prossimo allargamento. Nel frattempo, proseguiamo sulla strada tracciata ad Helsinki per creare un primo, ampio nucleo di forze europee in grado di operare congiuntamente. Per le missioni prettamente militari occorrono oggi capacità elevate, come definite nella Defence Capability Iniziative in sede Nato, che le Forze armate dell’Alleanza si impegnano a raggiungere anche per colmare il crescente divario con le forze statunitensi: un gap il quale, in prospettiva, potrebbe addirittura compromettere azioni comuni. Deve poi sottolinearsi che vi è piena compatibilità fra quanto previsto nella Defence Capability Iniziative e le scelte europee per il rafforzamento della difesa comune.

    Il rinnovamento delle Forze Armate italiane

    Su tali sviluppi esiste ampio consenso politico. La riforma dei vertici è una realtà con tutte le sue positive conseguenze in termini di unitarietà di comando e visione interforze dell’intero strumento militare; i Carabinieri sono divenuti la quarta Forza armata; le Forze armate si avviano ad una rapida professionalizzazione; l’area tecnico-operativa è tuttora in fase di semplificazione e snellimento al pari delle aree tecnico-amministrativa e tecnico-industriale. Tuttavia dobbiamo riconoscere che molti obiettivi di ammodernamento e professionalizzazione sono stati frustrati dalla limitatezza delle risorse e dalla necessità di corrispondere ai rilevanti obblighi internazionali. E parimenti è doveroso ammettere che l’attenzione verso le macro-riforme ha forse distratto la politica dal focalizzarsi sull’efficacia ed efficienza combattiva delle forze. Numerosi, pertanto, sono i problemi davanti a noi.

    Il primo è che, oggi, dobbiamo fronteggiare esigenze operative prossime alle massime possibilità dello strumento militare attuale. E questo avviene, per giunta, in una delicatissima fase di transizione dalla vecchia coscrizione obbligatoria al più moderno servizio volontario, con obblighi internazionali sempre più pressanti. Esistono, poi, forti sbilanciamenti nell’utilizzo del personale. Con riferimento all’Esercito, a fronte di circa 60.000 operativi, esistono70.000 unità fra Comandi di vertice, Comandi intermedi ed Enti scolastici. Né questa disarmonia si attenua passando alla Marina e all’Aeronautica, dove è preponderante la funzione della macchina rispetto all’uomo, ma le strutture intermedie di Comando pesano sensibilmente a danno delle navi e dei reparti di volo. Il livello tecnologico complessivo presenta poi delle lacune, dovute ai bassi stanziamenti effettuati in passato per l’innovazione e le nuove acquisizioni. In definitiva, i principali handicap della nostra Difesa possono essere ricondotti a forti disequilibri nell’utilizzo del personale, ad una sottocapitalizzazione complessiva delle forze, ad un livello qualitativo dello strumento militare inferiore a quello medio dei nostri principali alleati. Sono fattori che pesano in modo incisivo nel rapporto con gli alleati e, più in generale, sull’azione politica globale dell’Italia. Le soluzioni devono essere cercate in una definizione dello strumento militare adeguata alle attuali esigenze dell’Italia e nell’adozione delle misure per raggiungere il modello definito, anche in base a programmi di medio periodo. L’architettura della Difesa non può prescindere dagli obiettivi e comunque deve articolarsi in strutture di comando più semplici e ridotte rispetto alle attuali. Necessita una revisione delle competenze centrali e l’eliminazione delle sovrapposizioni fra Stati Maggiori di Forza armata e Direzioni generali, valutando la possibilità di ricondurre negli Organi di Comando della struttura tecnico-operativa parte delle funzioni oggi svolte dall’area tecnico-amministrativa.

    La logica dei cambiamenti sta nel trasferire i risparmi al settore operativo, da rafforzare e potenziare perché resta il cuore della Difesa. Tutto ciò ha costituito l’oggetto della “Direttiva ministeriale in merito alla Politica militare ed all’attività informativa e di sicurezza (2002-2003)” e della “Direttiva generale del ministro della Difesa sull’attività amministrativa”. La finanza pubblica, infine, deve fornire i mezzi economici funzionali alla politica di difesa, specie alla luce degli impegni internazionali dell’Italia ed in base alla necessità di esprimere reali capacità di combattimento nella lotta al terrorismo, superando visioni riduttive del peace-keeping e del peace-building.
    In definitiva, principalmente con il “Libro Bianco” e le due Direttive, è stato avviato un aggiornamento delle politiche di difesa, incentrato sulle reali esigenze di sicurezza nazionale e sulle scelte dell’Italia in sede Nato e Unione europea.
    "

    Saluti liberali

 

 

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