La radio gracchiava le notizie da un angolo dell’angusto salottino, ma il volume era basso e si poteva carpire ben poco di quello che l’annunciatore stava pronunciando. Dalle tende scure lasciate semi-chiuse penetrava, sottile, un filo di sole pomeridiano. Alberto Vercese stava seduto sulla poltrona da un paio d’ore, gli occhi fissi a guardare la nuda parete. Quando l’orologio batté le diciassette, egli scattò in piedi e indossò la giacca leggera. Si diresse verso la porta di ingresso, la aprì e la richiuse dietro a sé. Giù per le tre rampe di scale, poi fuori nel tepore. Avrebbe potuto fare a meno di quell’indumento, ora che ci pensava; ma gli conferiva un’aria particolare. In giro c’era una bella ressa, era sabato e la gente si affollava freneticamente davanti ai cinema e ai grandi magazzini. La fermata del tram si trovava a poco più di duecento metri: la raggiunse in fretta e fece a tempo a salire sul ventiquattro mentre stava per partire, evitando la scocciatura di dovere aspettare quindici minuti la corsa successiva.
Il vecchio mezzo sferragliava maledettamente, era lento e stanco, e impiegò parecchio ad arrivare alla stazione dei treni. Durante il tragitto, ecco di nuovo i pensieri che si erano affollati nella sua testa per tutto il giorno: li ricacciava giù, ma quelli non volevano saperne. Niente da fare.
I fatti erano andati più o meno così: nella settimana appena trascorsa, mentre Anita si era recata in visita alla sorella, Alberto era stato con tre donne diverse. Una era la sua amante privilegiata, Vivienne, colei che aveva conosciuto durante il viaggio di nozze a Barcellona e con la quale aveva condiviso diciassette anni di clandestinità. Le altre due erano state delle tipiche avventure di serata: un paio di sciacquette insulse, pessime ad intavolare qualsiasi discorso che andasse oltre il loro attore preferito e a dire il vero neanche tanto brave a letto; ma avevano entrambe almeno venti anni in meno di Alberto e dunque valeva la pena di approfittare dell’occasione. Egli sapeva di avere un grande fascino, nonostante i quarantasette anni e qualche capello grigio: perché dire di no?
Il secondo episodio, ben più angosciante, era che Anita aveva mangiato la foglia.
La moglie di Alberto, Anita, era nata vecchia. Se n’era accorto fin dal primo sguardo che le aveva lanciato, quando ella era comparsa, appena ventenne, alla sua festa di laurea. Lui, agli occhi di Anita, era uno scapestrato francamente disprezzabile. Ma c’era stato qualcosa, forse un vago sentore di passione fattosi vivo per poco e poi scomparso, o più probabilmente il bisogno di costruire una famiglia nel terrore di invecchiare in solitudine, che li aveva scioccamente spinti a convolare a nozze senza quasi conoscersi; ma nemmeno ora i due sapevano davvero chi fossero, e mai lo avevano saputo. E così, in luna di miele era nato il vero amore: era stato travolgente e irresistibile, come un “vero amore” che si rispetti, ma sempre e comunque celato dall’ombra e saldamente fondato sull’omertà.
Il tram si fermò stridendo dinanzi a un caffè che si affacciava sulla via. Una signora con un vestito leggero a pois rimproverava animatamente il figlio. Non ne sentiva gli strepiti, ma poteva cogliere la rabbia con cui si accaniva col bambino dal modo in cui la donna muoveva la bocca, sulla quale era stato maldestramente spalmato un rossetto viola. Vide se stesso e Anita, lo stesso sguardo rabbioso di lei che lo sgrida come un bambino, l’identica espressione di femminile disgusto e insieme di profonda disapprovazione dipinta sul volto, la voglia sua di scappare dal rimbrotto come avrebbe probabilmente voluto fare l’infante, e infine la rassegnazione: non l’avrebbe fatto, è chiaro.
Avrebbe confessato tutto e chiesto perdono, e lei prima gli avrebbe urlato che non lo voleva più vedere e poi avrebbe cambiato idea, e lui avrebbe giurato di restarle fedele d’ora in avanti e forse avrebbe troncato i rapporti con Vivienne. La cosa lo terrorizzava, ma non c’era altra strada. Vivienne era sposata, certo infelicemente come lui, ma aveva più volte espresso l’intenzione di restare legata al suo uomo, anche se per lei non contava più niente: l’idea di fuggire insieme, o di coronare il sogno lontano del matrimonio non stava in piedi. Niente da fare.
La stazione. Scese dal mezzo e si diresse a passo svelto verso l’entrata.
Nel grande atrio risuonavano gli annunci dell’altoparlante e interminabili file di persone si snodavano dalle biglietterie. Attese con impazienza crescente l’arrivo del treno, seduto su una panchina. Mancava ancora una mezz’ora abbondante, ed ebbe modo di ripassare la sua parte con minuziosità quasi maniacale. Ciò che le avrebbe detto e ciò che le avrebbe fatto capire. Come avrebbe mosso la bocca, come avrebbe gesticolato abilmente, come avrebbe inserito la fatidica lacrimuccia al momento esatto, come avrebbe cercato di ridimensionare tutta la faccenda. Sapeva recitare piuttosto bene.
Gli venne in mente che era suo dovere informare l’amante delle ultime decisioni: non voleva trovarsi costretto a chiamarla di soppiatto nei prossimi giorni. La cosa gli costava parecchio, ma ora o mai più. Andò verso la lunga schiera di apparecchi scuri che si apriva nell’atrio e compose quasi tremante il numero dell’ufficio di Vivienne. Rispose subito lei, con la solita, ben nota voce allegra e squillante. –Ciao amore! Finalmente ti sento.-
-Ciao- rispose Alberto. Doveva fare in fretta, essere conciso e sbrigativo, buttare fuori tutto come fosse stata una cosetta da poco; ma non riuscì ad aprire bocca, perché l’interlocutrice aveva già attaccato a parlare in modo a dir poco frenetico.
-Senti, dovevo chiamarti io questa sera, ma non sto più nella pelle. Senti, lo senti? Sono emozionatissima, quasi balbetto, e tu sai che io balbetto di rado, anzi non balbetto mai, quindi vuol dire che sono davvero, davvero agitata. Oh Dio, Alberto, ascolta bene perché dopo quanto ti avrò detto sarai più emozionato di me! Dove sei?
-Sono…
-Beh, ovunque tu sia, reggiti forte, Alberto carissimo, perché questa è grossa, grossissima. Sei pronto?
-Senti, Vivienne, ti prego, qualsiasi cosa tu debba dirmi, ho bisogno che tu…
-Lascio Fernando.
Ad Alberto mancarono le parole, ma gli mancarono sul serio. Rimase stecchito
-Lo lascio, sì, e sai che ti dico? Me ne infischio! Non me ne frega niente, capisci? Ieri sera torno a casa dal lavoro e scopro che è ancora al bar. Ancora al bar! Ti rendi conto? Alle otto e mezza della sera. Tutto il giorno in quello schifoso buco puzzolente, a grattarsi la pancia, incapace di fare qualcosa di se stesso, della sua vita. E io a sgobbare come una cretina. Ma avevamo fatto una promessa, eh sì, avevamo detto che le cose sarebbero cambiate! E invece non è andata così. E allora quando è tornato io non ho detto niente e neanche stamattina ho aperto bocca, ma zitta zitta ho messo le cose in valigia. Io penso che…
-Senti, tesoro, non parliamone al telefono. Vediamoci ora, se vuoi, subito, ma non al telefono.
Alberto trovò un minimo di forza per chiarirle che la cosa lo entusiasmava, che avrebbe voluto gridare di felicità e che non stava nella pelle all’idea di abbracciarla. L’avrebbe raggiunta in ufficio, di corsa.
In un secondo gli balenò in testa tutto ciò che avrebbero potuto fare insieme: partire, partire e non tornare più, scappare dai legami, chiudere con quello schifo di vita che si erano ridotti a condurre.
Il discorso che tanto si era preparato per la consorte cadde in un istante: ora Anita poteva anche essere furibonda, anzi di certo lo era, ma che gliene importava? La donnetta sarebbe arrivata, lo avrebbe atteso con ansia e nel frattempo la sua rabbia sarebbe cresciuta, cresciuta, mutandosi in amarezza e in angoscia. Esasperata, avrebbe preso un taxi verso casa, pronta a una scena madre, a pianti e grida isteriche, ma non l’avrebbe trovato più. No. Da quel giorno lui scompariva: era libero, libero! La vecchia culona poteva strepitare e disperarsi, ma non l’avrebbe mai più rivisto! Mai più!
Corse fuori. La calura si faceva meno opprimente, o era quel peso che finalmente se n’era volato via, non lo sapeva, fatto sta che ora tutto appariva come nuovo e godibile, ancora giovane, tutto sembrava essere diventato fresco e bello, bello come mai era stato. Pensò alla nuova vita che si stava spalancando, a cosa avrebbe potuto fare, al suo futuro con la donna che amava: niente più ostacoli, niente più impedimenti! Avrebbe voluto baciare sulla bocca ogni singola donna che incontrava sul suo percorso; meno che sua moglie, naturalmente, quella befanona informe e ammuffita.
Alberto attraversò la strada. Si accorse all’ultimo istante della donna in bicicletta che gli stava arrivando addosso, e la schivò d’un pelo; così facendo, finì in mezzo alla carreggiata, e nulla poté fare allorché il grosso furgone gli si parò di fronte. Con un tonfo sordo, Alberto Vercese venne centrato e sbalzato fuori come un pupazzo. Alberto Vercese morì sul colpo.




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