I portuali di Livorno: «I carri armati? No pasaran!»
di Enrico Fierro
Non passeranno. No: quei cinquanta carri armati che dalle basi del Nord est sono arrivati qui a Camp Darby, destinazione il deserto iracheno, gli americani se li dovranno caricare sugli aerei. O su "navi mascherate" attraccate in rada, lontano da occhi pacifisti e indiscreti. "Perché dal nostro porto non salperà alcuna nave con a bordo strumenti di morte e di distruzione". I portuali lo hanno detto chiaro, in tutte le lingue e a tutti. E c'è da credere che non scherzano.
La storia della bandiera vietnamita issata sul pennone di una nave americana ormai la conoscono tutti. È un po' come una traccia indelebile nel Dna civile e pacifista della città. Era il settembre del 1969, Ho- Chi- Min era morto da poco e un gruppo di portuali si arrampicò sul pennone più alto della "Export commerce" per il solo gusto di veder sventolare la bandiera rossa dei viet. Trentaquattro anni fa, un secolo, ormai. Oggi i tempi sono cambiati, i portuali non sono più "scaricatori" ma tecnici che manovrano gru, armeggiano sui computer, movimentano merci per migliaia di tonnellate destinate a tutto il mondo. Ma la determinazione è rimasta la stessa. "Pacifisti eravamo e pacifisti siamo", dice con orgoglio Italo Piccini, per una trentina di anni leader indiscusso della Culp. Già, ma quei carri armati sono lì, devono partire. Che succederà?
A microfono spento i portuali ci disegnano gli scenari possibili. Con una premessa: loro non caricheranno, questo è certo. Fino ad oggi non è previsto l'attracco di nessuna nave militare sulle banchine del porto, che del resto sono da mesi prenotate da altre compagnie di navigazione. Ma nei prossimi dieci giorni qualcosa succederà, perché il materiale accumulato a Camp Darby deve partire per forza. E allora i militari Usa hanno un ventaglio di possibilità. La prima prevede di "saltare" le banchine usando navi che gettano l'ancora nella rada, non si tratterebbe di navi militari, darebbero troppo nell'occhio e allarmerebbero il movimento pacifista che da giorni sorveglia le acque livornesi.
Userebbero "navi mascherate". No, non è una ipotesi fantasiosa, è già accaduto. Quindici giorni fa. La nave si chiamava "Bob Hope", apparentemente non era una nave militare, batteva bandiera statunitense e caricava materiale strategico destinato al Kuwait. Nessuno se n'è accorto. Né i "no-war" - intenti a bloccare i treni della morte - né i portuali, per i quali la sirena del pacifismo non era ancora suonata. Se gli americani decideranno di usare navi mascherate dovranno trasportare il materiale bellico su delle chiatte e attraversare il Canale dei Navicelli, la lingua d'acqua che congiunge la base al porto. Ma l'operazione difficilmente passerebbe inosservata.
C'è una alternativa, anch'essa rischiosa. "La nostra compagnia - insiste Roberto Piccini, capo della Culp - non caricherà armi e strumenti destinati alla guerra. E' un nostro diritto". Ma la Compagnia di Piccini, che gestisce l'80 per cento del traffico merci, come le altre società che lavorano al porto, non è proprietaria della banchine, ma solo titolare di una concessione. Che, in presenza di un decreto d'urgenza del governo, può essere revocata. Anche solo per quarantotto o settantadue ore, il tempo necessario ad effettuare i carichi. "Certo, il ministero dei Trasporti può farlo, la legge lo consente, ma qui scoppierebbe il finimondo". I portuali nel porto, i no-global fuori. Altro che treni e stazioni! Ultima possibilità, la più complessa e costosa: gli americani decidono di caricare carri e altri strumenti sui capienti aerei "Galaxi". Da dove? L'unico aeroporto militare vicino alla base di Camp Darby e con una pista tanto lunga da consentire il decollo di questi aerei enormi è quello di San Giusto, tra Pisa e Livorno, dove ha sede la quarantaseiesima brigata dell'aeronautica militare. Livorno, città che ripudia la guerra aspetta.
Oggi arrivano alla stazione marittima i militanti del Social Forum per decidere le prossime mosse. In un primo momento l'iniziativa era stata prevista a Firenze, poi Agnoletto & compagni hanno deciso di concentrare l'attenzione sulla città toscana, perché il porto è la nuova frontiera del pacifismo.
"La città - dice il sindaco Gianfranco Lamberti - li accoglierà bene, come accoglie tutti coloro che sono contro la guerra". Del resto basta girare per Livorno, al centro, nei quartieri popolari, nei rioni del ceto medio, dovunque, per vedere sventolare ai balconi bandiere arcobaleno. Ce ne sono finanche nelle vetrine del centro. "Perché questa città, vera e propria piattaforma sul Mediterraneo, è città di pace, abituata da sempre vivere con razze ed etnie diverse. Qui nessuno è straniero", dice con orgoglio il primo cittadino. Lamberti, che ha 56 anni, non è livornese. E' nato a Salerno, si è laureato nel 1971 in medicina a Napoli e l'anno dopo si è trasferito nella città toscana. Tre anni dopo prende la tessera del Pci e nel 1980 viene eletto per la prima volta consigliere comunale, sindaco diventa nel '92, nel '99 viene rieletto con il 58,75 per cento dei voti. Conserva intatto il suo accento e nessuno ci fa caso. Perché Livorno è così, città aperta. Da sempre.
Questa è la città della "livornina". Una legge che Ferdinando I de' Medici promulgò il 10 giugno 1953 per accogliere gli ebrei scacciati dagli editti papali. "... Vi concediamo che possiate tenere in detta città di Pisa e terra di Livorno una sinagoga per luogo, nella quale possiate usare tutte le vostre cerimonie, precetti et ordini ebraici et osservare in essa et fuori tutti i riti, nelle quali non vogliamo che alcuno sia ardito di farvi alcuno insulto, oltraggio o violenza", c'era scritto . Poi arrivarono gli armeni cattolici ortodossi in fuga dalla persecuzione degli ottomani, e gli inglesi, tante piccole "nazioni", con propri luoghi di culto, cimiteri e scuole. Misero in piedi commerci, svilupparono le arti e i mestieri. Vissero in pace nella città del mare. No, a Livorno non passeranno.
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