Odissea tra Europa e Italia di una famiglia romena in cerca di cure per la figlia gravemente malata
MASSIMO DEL PAPA
Marja è venuta a morire in Italia. Non ha ancora due anni ma ha già viaggiato troppo, in cerca di una salvezza ormai fuori tempo massimo. Marja è nata a Timisoara, Romania, nella primavera 2001, unica ricchezza per papà Adrian, 24 anni, e mamma Valeria, 25. Frigna, come tutti i neonati, ma presto capiscono che i suoi pianti sono diversi, strazianti, impossibili da calmare: la gamba sinistra è sempre più gonfia e arrossata ma secondo i medici non è nulla, ai genitori sempre più allarmati ripetono per mesi che non c'è da preoccuparsi: un'infezione, un'infreddatura, capricci di neonati. La curano con l'acqua fresca e quando Adrian sbotta che è stufo di quel calvario, che sua figlia vuole portarla all'estero, viene prontamente informato delle conseguenze che «l'errore» avrebbe per tutta la famiglia. Così passa altro tempo e la bimba peggiora al punto da allarmare i medici, che ora non vogliono più grane: è uno di loro, una dottoressa, a mettere l'equivalente di 200 euro in mano ad Adrian. Lui con quegli spiccioli carica moglie e figlia in macchina e a metà del 2002 parte per l'Ungheria, poi l'Austria. Altri camici bianchi e ospedali, altro tempo perso. La sera dormono in macchina. Tornano in Romania in pieno inverno, la bimba ormai è ridotta a un ectoplasma. In gennaio ci riprovano, destinazione l'Italia. Dopo un viaggio di otto giorni e otto notti in auto attraversando la neve, i monti e la paura di venire fermati, si ritrovano sul litorale adriatico al confine tra Romagna e Marche, terra di borghi rinascimentali; ed è in uno di questi che una mattina Adrian entra in un negozio con in mano la fotografia della bambina. Mara, la titolare, non si accontenta, chiede di vedere la piccola.
Quando gliela portano capisce che di tempo da sprecare non ce n'è più: chiude il negozio e li porta tutti di corsa dal suo medico di famiglia, il quale dopo una visita sommaria, scuote la testa: angioma, mai curato, troppo avanzato. La piccola viene ricoverata d'urgenza nell'ospedale cittadino per poi esser trasferita a Bologna, mentre la Caritas locale fornisce una prima somma-tampone sufficiente almeno a pagare il primo mese d'affitto di una casa in un centro vicino. Di tutto il resto si occupano Mara e suo marito Massimiliano, che ha ridotto all'osso i sonni ristoratori del mattino, dopo il turno di notte in fabbrica. Due volte la settimana Adrian passa a ritirare un nuovo pacco di generi di prima necessità.
Scavato, gli occhi buoni, sorride spesso ma è la finta allegria dell'imbarazzo, si vergogna Adrian, non cerca compassione, diffida anche del cronista; gli pare stravagante che qualcuno lo ascolti. Si guarda con totale indifferenza il moncherino che, da quando è nato, chiude il braccio sinistro. Ha guidato per mezz'Europa con una mano sola? Sì, tutto si impara; in Romania, racconta, una mano basta e avanza. Così ha preso la patente, per trasportare il pane alle botteghe. Poi, lui che un impiego ce l'aveva, ha mollato tutto, è diventato nomade e clandestino per salvare la figlia. Si è rivolto all'ambasciata romena in Italia? Adrian ha come un sussulto, qualcosa della Bossi-Fini deve averla captata: meglio di no, problemi qui, problemi in Romania.
Non chiede niente, vuole solo salvare la sua bambina, che però gli hanno già ucciso due volte: in Romania e qui, quando qualche medico prima gli ha dato insperate possibilità di salvezza, poi gli ha detto che si era sbagliato, avevano scambiato una bambina per un'altra. Non c'è che da aspettare la fine, chiedendosi dove, come seppellire la piccola. I soldi sono finiti, il permesso turistico scade, Adrian presto dovrà tornare in Romania. E poi, non è aria: il parroco di un paese vicino, prima dell'elemosina, l'ha addirittura schedato con foto e tutto, «perché con tanti delinquenti non si sa mai». Adrian sparisce sul suo trabiccolo in mezzo alla neve, diretto all'ospedale giù in città.
massimo.delpapa@tin.it




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