Come mezzo secolo fa…
Carissimo compagno Curzi, alla trasmissione di RadioTre "Prima Pagina", di questa mattina, ha telefonato il padre di un alpino inviato in "missione di combattimento" in Afghanistan. Questo padre, che per ovvie ragioni non ha reso pubblico il suo nome, ha affermato, senza giri di parole, che i militari italiani non sono affatto "motivati". Non sono preparati psicologicamente ad uccidere altri uomini ed hanno un'attrezzatura logistica personale assolutamente inadeguata, fino al punto che sono costretti a spendere parte del loro stipendio per comprare, dai tedeschi e dagli altri eserciti, zaini più resistenti (perché quelli che hanno in dotazione si strappano facilmente), giberne e scarpe per cercare di procurarsi un minimo di sicurezza personale durante la lunga missione che gli aspetta. Una missione che come ha affermato il portavoce del comando americano a Kabul, dovrà impegnarli nel «cercare, stanare, catturare o uccidere i talebani». Ha poi aggiunto, senza mezzi termini, che gli era sembrato di assistere alla partenza dei soldati italiani negli anni '40, quando Mussolini li spedì nella steppa russa con le "pezze ai piedi" e le "scarpe di cartone". Secondo me, "Liberazione" e il nostro partito dovrebbero approfondire la questione e "sputtanare", anche su questo, il servilismo becero e irresponsabile di chi, per nostra disgrazia, governa l'Italia.
Livorno
Chi ne fa le spese?
Caro direttore, quando mio padre tribolava sull'Ortigara e dintorni, quasi un secolo fa, nei momenti più brutti il suo morale era almeno sostenuto della vista delle sue montagne, delle malghe o dei fazzoletti di terra coltivata da contadini del suo stesso sangue, con cui scambiava battute nel dialetto in uso fin dall'infanzia. Era quella la ragione valida per tenere duro, il sentimento base a cui le gazzette facevano appello chiamandolo Patria. Non fu così nella guerra successiva, quando altri della mia famiglia, quasi tutti alpini come lui, furono spediti in Albania, in Jugoslavia, in Russia. Altri orizzonti, del tutto sconosciuti; altre genti. La patria era lontana, muta e quasi indifferente. Quando le illusioni di facili trionfi sfumarono sotto i colpi di crude realtà, fu inevitabile che albeggiasse una domanda: ma noi qui cosa siamo venuti a fare? Si avviò così un esame di coscienza che investì tutta la mia generazione, che era stata allevata nel culto di Mussolini e del fascismo e al fondo del quale esame fu chiaro a tutti che una cosa era la patria, ben altra il regime. Adesso che i nostri alpini di oggi si ritrovano in Afghanistan come si sentiranno? Si trovano in un mondo sconosciuto, manovrati anche loro, come mezzo secolo fa sul Don. So bene che a prevenire eventuali incertezze non mancherà una copiosa e ben orchestrata assistenza propagandistica. Correre in soccorso del presunto vincitore sembra sicuro, facile e redditizio. Lo fece Mussolini con Hitler nel 1940, lo fa ora Berlusconi con Bush. Purtroppo è quasi una costante della nostra politica estera, ormai, e certo è un elemento di giudizio che non aiuta a tenere alta la considerazione per l'Italia a livello internazionale. Il giochetto opportunistico può far cilecca, e allora sono guai per chi ci ha provato e più ancora per quelli che ignari si sono stati coinvolti. Sono loro i primi a pagarne le spese.
Giorgio Piovano Pavia
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Ecco cosa fa Martino tutto il giorno... si guarda allo specchio e crea uno sfascio completo di esercito...




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