Pagina 1 di 2 12 UltimaUltima
Risultati da 1 a 10 di 15
  1. #1
    colleziono trofei
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Bergamo, Italy
    Messaggi
    145,005
     Likes dati
    3,862
     Like avuti
    14,809
    Mentioned
    3957 Post(s)
    Tagged
    7 Thread(s)

    Predefinito

    Chi è che sta dalla parte di Saddam?

    La Stampa 6/3/2003

    CHI sta dalla parte di Saddam? Il Papa, che digiuna, discute con capi di Stato, prega e combatte con ogni mezzo per la pace, favorendo così l'Iraq con l'ipotesi dell'allontanarsi della guerra preventiva americana? No, naturalmente. Nessuno sta dalla parte di Saddam: e come si potrebbe? Però ci sono politici e privati cittadini che seguitano a ripetere: chi manifesta per la pace fa il gioco di Saddam, che impedisce il carico e lo scarico dell'armamento bellico americano si schiera con Saddam, chi mette alla finestra la bandiera arcobaleno è amico di Saddam,chi chiede la pace è alleato di Saddam. Sono quelle sciocchezze propagandistiche,quei remoti «a chi giova?», quei vecchi slogan tanto meccanici e campati in aria che ci si chiede come ancora oggi possano venir ripetuti. A ripeterli sono gli stessi che sogghignano: digiunare? sì, buona sera! e chi li controlla? si rimpinzeranno tutto il giorno, altro che digiunare. A ripeterli sono gli stessi che obiettano con aria furbetta: e com'è che questi manifestanti sfilano anziché andare a lavorare? Senza valutare che le grandi manifestazioni si sono svolte quasi tutte di sabato quando non si lavora,oppure di sera e di notte (fiaccolate, eccetera), oppure che a manifestare sono stati gli studenti che non sono tenuti a rispettare l'orario d'ufficio. A ripetere le insulse obiezioni sono gli stessi che incalzano petulanti: e chi paga, chi paga queste trasferte, chi finanzia? A parte il fatto che ci vorrebbe non si sa quale megabanca o maximultinazionale per finanziare le contemporanee manifestazioni per la pace di milioni di persone in tutta Europa e negli Stati Uniti, evidentemente i petulanti non hanno mai incontrato le persone che per partecipare si sono pagate di tasca, a esempio, il viaggio in treno Milano-Roma, che hanno trovato da amici l'ospitalità di un letto, che si son portate da casa persino i panini, l'acqua minerale e gli striscioni. A suggerire obiezioni simili sono, a volte, diffidenze e convincimenti politici: ma spesso è pure un'angustia del cervello, una gretta piccineria, una meschinità, l'incapacità mentale di credere che qualcuno faccia qualcosa non per ricavarne un immediato vantaggio materiale personale, ma per sostenere un`idea e una speranza così essenziale come quella della pace. No, carini. Nessuno sta dalla parte di Saddam: certo non il Papa, e nessun altro. Semplicemente, la gente vuole la pace: e fa tutto quel che può per tentare di ottenere un risultato così importante, così vitale e bello.

    Lietta Tornabuoni

  2. #2
    SENATORE di POL
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Alessandria
    Messaggi
    23,784
     Likes dati
    2
     Like avuti
    10
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Considerazioni in gran parte condivisibili quelle della Tornabuoni, ma che vanno estese anche all'altra parte, quella dei "pacifisti" (NON del Santo Padre) che fanno sciocche dietrologie o petro-dietrologie sull'interventismo americano ripetendo, guarda caso, le parole d'ordine delle piazze di Bagdad. Come al solito il bene il male, l'intelligenza e la stupidità non sono da una parte sola. La signora Tornabuoni pensi a chi scrive che è contro la guerra (che Saddam può evitare ottemperando pienamente alle risoluzioni ONU e alle richieste ragionevoli che vengono presentate dalle democrazie anglosassoni) perchè si tratterebbe di un complotto "sionista"..... e rifletta bene se proprio nessuno possa dirsi "dalla parte di Saddam". Quando si usano parole come TUTTI e NESSUNO si dovrebbe prima pensare e analizzare a fondo la questione. L'articolo della Tornabuoni è per certi versi equilibrato e saggio, ma non abbastanza da non essere equilibratamente e saggiamente superficiale e un tantino manicheo.

    dalla rete :

    " Sara' una guerra giusta?

    + Mario Conti,
    Arcivescovo di Glasgow


    Sospetto di non essere solo nell'ammettere la sorpresa di vedere
    nelle strade un cosi' grande numero di manifestanti contro la guerra
    per l'ultimo weekend.
    La loro preoccupazione e' per me motivo di consolazione.
    Sarei infatti ben piu' allarmato a vedere milioni nelle piazze a
    chiedere la guerra.

    Benche' io non abbia preso parte alle dimostrazioni condivido la
    profonda preoccupazioni di coloro che l'hanno fatto.
    Che la guerra sia un male non puo' esserci il minimo dubbio e ognuno
    di noi desidera trovare un modo pacifico per uscire dalla attuale
    situazione di crisi.
    L'unica differenza fra di noi e' sui mezzi con i quali meglio si
    persegue il fine della pace.

    Io vengo da una Chiesa che ha una tradizione pacificatrice.
    C'e' una nobile storia del cattolico pacifico ma questa tradizione
    non e' l'unica nostra tradizione, e non e' neppure la corrente
    dominante all'interno del Cattolicesimo.

    La Chiesa Cattolica ha sviluppato lungo i secoli un insegnamento
    sofisticato riguardo alla cosiddetta "guerra giusta".
    Sono stato in qualche modo sopreso di vedere cosi' tanta gente di
    fedi diverse e nessuno che abbia preso in considerazione questa
    dottrina nelle recenti settimane, sebbene comunque io rimanga
    contento del fatto che abbiano riconosciuto nella saggezza della
    Chiesa una serie di regole per giudicare l'opportunita' o meno di
    una azione militare.

    All'inizio delle attuali tensioni mi domandarono se la minaccia della
    forza fosse giustificata.
    La mia risposta fu chiara.
    Se la minaccia della forza e' necessaria a fare si che il regime di
    Saddam Hussein ottemperi al diritto internazionale e se la minaccia
    di severe ripercussioni e' necessaria a disarmare un brutale
    dittatore che ha condotto programmi di genocidio contro il suo stesso
    popolo, allora si.
    Queste minacce possono essere giustificate.

    Questa strategia di fatto ha funzionato ragionevolmente bene in
    passato.

    Il combinato apporto delle risoluzioni ONU, degli sforzi diplomatici,
    e della minaccia di terribili conseguenze ha incoraggiato il regime
    di Saddam a permettere per esempio il ritorno degli ispettori in
    Irak, e a permettere loro l'accesso ad aree che prima erano chiuse,
    ed in fine ha incoraggiato la cooperazione con questi ispettori.

    La domanda che ora si leva e' se i progressi avuti siano da ritenersi
    sufficienti.
    E' chiaro che dal punto di vista del Primo Ministro e del
    Presidente USA non lo sono.
    Le Nazioni Unite saranno deputate a giudicare presto a riguardo.
    Come ho precedentemente detto non e' compito dei vertici
    ecclesiastici dare consigli di strategia militare e neppure
    sindacare certe notizie avute attraverso le "intelligence" (cioe'
    i servizi segreti, NDR) disponibili ai leaders politici.

    Piuttosto, il ruolo dei leader religiosi e' di stabilire dei
    parametri per poter dichiarare la legittimita' o meno di una azione
    militare, e' di esortare le fazioni coinvolte a perseguire la pace,
    e' di invitare alla preghiera e dove possibile alla mediazione tra
    coloro i quali esiste contrasto.
    Questo e' stato l'obiettivo dell'azione della Santa Sede lungo
    tutto il tempo del presente conflitto.

    Kofi Annan, Tariq Aziz e Tony Blais sono stati in Vaticano
    recentemente, e l'inviato del Santo Padre, il Cardinle Roger
    Etchegaray, ha visitato Bagdhad nello sforzo di portare Saddam a
    buoni propositi.

    La Chiesa continua a sperare, lavorare e pregare per la pace.
    La guerra non e' inevitabile.

    La teoria della "giusta guerra" stabilisce che la guerra e' permessa
    solo come ultima risorsa, e sebbene i progressi nelle ispezioni per
    gli armamenti di massa non siano veloci ed efficaci come il Primo
    Ministro e il Presidente USA desidererebbero, chiaramente non siamo
    ancora in una situazione che veda la guerra come ultima risorsa
    possibile.
    La guerra puo' essere intrapresa solo laddove non ci sia altro modo
    di contenere o distruggere un male.

    Le Nazioni unite affronteranno nei prossimi giorni un momento
    cruciale.
    Devono mostrare ad un tempo di essere capaci di effettuare una
    sufficiente pressione sul regime di Bagdhad affinche' la guerra sia
    evitata.
    La guerra non sarebbe solo una sconfitta per l'Irak, ma anche una
    sconfitta per le Nazioni Unite, una istituzione in cui sia la Chiesa
    che l'umanita' hanno investito tanta speranza.

    Nelle parole del ministro degli esteri Vaticano: "Se la comunita'
    internazionale giudica opportuno e proporzionato ricorrere alle armi,
    quella decisione dovrebbe essere presa solamente alle Nazioni Unite,
    e solo dopo aver soppesato le conseguenze per la popolazione civile
    dell'Irak, cosi' come le ripercussioni sulle nazioni circostanti e
    sul generale ordine internazionale".

    Io non condivido affatto l'opinione cinica di coloro che ritengono
    che il Primo Ministro voglia la guerra come segno di forza, prova
    d'onore o per una vantaggiosa scelta politica.
    Piuttosto credo che lui sia un uomo dai profondi principii e
    convinzioni che non prenderebbe mai la scelta di muovere guerra con
    leggerezza.
    Il fatto stesso che sia pronto a mettere in gioco cosi' tanto della
    propria personale e politica credibilita' e' per me un segno che
    sinceramente crede che regimi come quello di Saddam Hussein siano
    una minaccia.
    A uno dovebbe bastare dare un'occhiata all'elenco di abusi contro i
    diritti umani di questo dittatore, per riconoscere la validita'
    della convinzione del Primo Ministro.

    Mentre vedo l'approfondirsi della crisi mi sento sempre piu' vicino
    alle parole del Santo Padre Giovanni Paolo II nel suo discorso ai
    corpi diplomatici presso la Santa Sede, tenuto il mese scorso:
    "E che dire delle minacce di una guerra che potrebbe abbattersi
    sulle popolazioni dell’Iraq, terra dei profeti, popolazioni
    già
    estenuate da più di dodici anni di embargo?
    Mai la guerra può essere considerata un mezzo come un altro, da
    utilizzare per regolare i contenziosi fra le Nazioni.
    Come ricordano la Carta dell’Organizzazione delle Nazioni Unite
    e il Diritto internazionale, non si può far ricorso alla guerra,
    anche se si tratta di assicurare il bene comune, se non come
    estrema possibilità e nel rispetto di ben rigorose condizioni,

    vanno trascurate le conseguenze che essa comporta per le
    popolazioni civili durante e dopo le operazioni militari".

    Queste "condizioni rigorose" si sono verificate?
    E' stata esaurita ogni alternativa possibile?
    Queste sono le domande a cui l'Onu ora si trova davanti.

    E tuttavia, cancellare la minaccia di una azione militare contro il
    regime assassino di Saddam Hussein equivarrebbe ora a lanciare un
    messaggio molto pericoloso, ossia che la comunita' internazionale
    non ha la volonta' e neppure il mandato per affrontare dittatori
    che trattano con brutalita' il proprio popolo e minacciano i
    popoli vicini.

    La mia preghiera e' che attraverso il mantenimento dell'attuale
    pressione, la famiglia delle Nazioni riesca a stabilire una pace
    con Saddam Hussein.
    Questa soluzione sarebbe una vittoria per tutta l'umanita', un
    trionfo per la diplomazia, e una alternativa infinitamente
    preferibile alla guerra.

    + Mario Conti
    Arcivescovo di Glasgow, Scozia
    Membro del Pontificio COnsiglio per l'unità dei cristiani
    Presidente della Commissione per la Dottrina Cristiana
    della Conferenza Episcopale di Scozia



    Saluti liberali

  3. #3
    SENATORE di POL
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Alessandria
    Messaggi
    23,784
     Likes dati
    2
     Like avuti
    10
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    da www.lastampa.it

    " costi della pace
    23 febbraio 2003

    di Barbara Spinelli

    CHI vuole seriamente la pace e non si limita a sognare gli effimeri splendori del neutralismo è di fronte a una difficile scelta, in questi giorni. Deve mostrare una volontà molto più ferrea di chi si accinge a preparare guerre. Deve lavorare molto di più, deve mettersi letteralmente a sgobbare con la mente e l’azione, e deve armarsi di un’immaginazione infinitamente più grande di chi vuol regolare presto la questione irachena e sradicare la malattia con la forbice svelta di un’armata, senza troppo attardarsi in defatiganti imprese. Deve calcolare dentro di sé tutti i costi della pace, che sono minori di quelli pagati per una guerra ma sono pur sempre costi, pesanti. Se l’Europa volesse avere un peso, nella crisi del Golfo, e se volesse davvero tener conto della domanda di pace dei suoi cittadini, il suo compito dovrebbe oggi essere questo: pensare un’alternativa alla guerra che sia efficace, enumerare le condizioni perché il risultato che Washington vuol ottenere con le armi sia conseguito con mezzi pacifici, spiegare a se stessa e alle proprie popolazioni che la pace è molto diversa e più ardua, da pensare e da fare, che la semplice non-guerra.

    La pace non è qualcosa che ci si limita a vivere passivamente, come rifiuto dei conflitti armati. Non basta desiderarla con calore mite, per averla, perché questa è pace complice del sopruso. Occorre apparecchiarla, costruirla con fatica, con pazienza determinata. Occorre pagare prezzi, consentire a sacrifici, se si vuole fare in modo che essa appaia - alla fine - più remunerativa della soluzione militare.
    Costruire la pace lì dove non esistono né giustizia né libertà significa rifiutare lo status quo, e darsi da fare in vista di una trasformazione non cruenta e però radicale dei regimi che perturbano zone strategiche del mondo. Il vero pacifista non può prescindere dalla natura totalitaria del regime di Saddam Hussein, dalle efferatezze che esso ha commesso e commette, e dal luogo geografico in cui la sua dittatura è annidata (il Golfo Persico: principale fonte di rifornimento delle nostre economie). Non può neppure ignorare l’aiuto esplicito che Saddam fornisce alle famiglie dei terroristi kamikaze in Palestina, anche se non vi sono prove di un legame fra Baghdad e Al Qaeda. Lo status quo di Saddam è stato una polveriera, lungo molti anni.

    Un milione di morti nella guerra con l’Iran, seimila curdi gasati nella sola città di Halabja a Nord dell’Iraq, il Kuwait annesso nel ‘90: la tirannide irachena ha mostrato di essere un pericolo per il mondo, non solo a causa del petrolio. E’ per smontare simile status quo che l’amministrazione Usa ha disposto intorno al paese un esercito di circa duecentomila uomini, ed è pronta ora a sferrare l’attacco. Per fermarla, conviene guardare in faccia questa polveriera, riconoscerne la minaccia, e pensare in maniera non passiva le alternative alla guerra.
    Occorre anche essere sinceri sino in fondo con se stessi: se oggi una gran parte di paesi europei e milioni di manifestanti giudicano sufficienti le ispezioni, è perché l’armada americana è stata dispiegata intorno all'Iraq come forza di pressione e dissuasione. Senza l’armada, Saddam non avrebbe concesso nulla, e gli stessi europei lo hanno ammesso nella dichiarazione del 17 febbraio: «Riconosciamo che l'unità e la fermezza della comunità internazionale come espresso nell’adozione unanime della risoluzione 1441, e lo schieramento militare, sono stati essenziali per ottenere il ritorno degli ispettori. Questi fattori resteranno essenziali per raggiungere la piena cooperazione che cerchiamo».

    Ai costi della pace il pacifista pensa di rado, ma in cuor suo<CW26> lo sa bene: se la sua battaglia non è ipocrita, se non è fondata sulla rassegnazione di fatto all’opzione bellica, la sua missione consiste nel mobilitare la fantasia e immaginare i modi in cui Saddam può essere ingabbiato pacificamente, ma pur sempre ingabbiato. Se la guerra è l’ultima ratio, occorre render fertili e operanti tutte le ragioni che vengono prima dello scontro bellico. E’ il metodo su cui insistono alcuni avversari della guerra, soprattutto negli Stati Uniti . Il filosofo Michael Walzer lo ha esposto con grande lucidità, in un articolo su La Repubblica del 19 febbraio.

    Ha fatto capire che la guerra è evitabile solo se Saddam è messo nell’impossibilità permanente di nuocere : con un embargo più selettivo e tale da non penalizzare le popolazioni; con il controllo accresciuto delle zone che già oggi sono vietate al sorvolo iracheno, a Nord e a Sud dell’Iraq; con incarichi più coercitivi affidati agli ispettori. E non per ultimo: con il mantenimento attorno all’Iraq di un’armata che le nazioni libere, unitariamente, usino come pacifica arma di dissuasione. E’ la strategia proposta da un’autorevole istituzione americana, la Carnegie Endowment for International Peace: nel documento presentato dall'istituto in gennaio (Iraq: What Next?) si propone di «rinchiudere» il regime Saddam in una «scatola di ferro», fatta di minacce armate credibili e predisposta da un fronte occidentale compatto. La pace che inscatola Saddam non è guerra ma non è neppure conciliazione, appeasement: gli strateghi le danno il nome di contenimento. La guerra fredda si è nutrita di simile filosofia, e non ha dato risultati malvagi.

    Gli estensori del rapporto lo dicono a chiare lettere: mettere Saddam in gabbia è immensamente costoso, dal punto di vista non solo finanziario ma anche umano. Per tenere un’armata all’erta, ai confini con l’Iraq, bisogna convincere i soldati, e le loro famiglie che in America li aspettano. Bisogna persuadere i governi arabi circostanti, facendo loro capire che lo spiegamento di forze è preferibile all’uso della forza. Bisogna costruire nel Golfo un apparato simile a quello schierato nella guerra fredda, quando si trattava di contenere l’Urss. In fondo, Bush vuole con tanta intensità la guerra perché spinto dalla fretta, e perché incapace della tenacia che ebbero i suoi predecessori nella politica di contenimento. Dal suo punto di vista, la pace è da rifiutare perché assai più dispendiosa e lenta di una guerra sbrigativa e apparentemente risolutiva.

    Un’altra condizione necessaria per ottenere con armi pacifiche quel che Bush vuole ottenere con la guerra è l’unità del fronte occidentale, che americani ed europei riuscirono a coltivare nella guerra fredda e che oggi non sanno, per colpa anche statunitense, ricostituire. Non solo gli europei ma anche gli americani dovrebbero ricordare che mai la guerra fredda sarebbe stata vinta, se l’Occidente fosse stato diviso. E anche oggi è così: se l’armada nel Golfo fosse euro-americana, o se l'Unione europea fosse presente nel Golfo con proprie truppe dissuasive, il prezzo da pagare per una pace giusta sarebbe ripartito meglio e dunque risulterebbe meno oneroso . Gli europei non se la sono sentita di partecipare al dispiegamento delle forze, ed è una scelta che si può capire: non c’era mediazione possibile, tra il loro metodo di pressione e quello statunitense, tra il loro legalismo e la tendenza Usa all'illegalità, tra il loro investimento su istituzioni multinazionali come l’Onu e l'orrore che esse suscitano nelle nuove destre americane. Non era possibile neppure un compromesso sul Medio Oriente, perché Washington sa premere su tutti tranne su Israele. Ma oggi gli europei sono costretti a ammettere l’utilità dell’armata Usa, e questo rende ancor più grave la loro assenza non solo politica ma anche militare.

    Si è parlato molto nelle scorse settimane del tradimento dei governi Est-europei. Ma lo sguardo che essi portano sull’Iraq dovrebbe far riflettere l’Unione. Essi sanno cosa significa avere vent’anni sotto una dittatura, conoscono i tranelli di una pace che si accontenta dello status quo, e hanno un ricordo più recente di quella che è stata la seconda Liberazione in Europa, nell’89. Hanno alle spalle una lunga resistenza al dispotismo, e comprendono più prontamente i desideri dell’opposizione irachena, o dei curdi e sciiti che hanno patito massacri ad opera di Saddam. Anche questi ultimi sperano che cada un Muro, a Baghdad, e la loro speranza non vale meno di quella dei tedeschi orientali, dei polacchi, dei cechi. Dire all'Europa dell’Est che ha «mancato un’occasione, quella di tacere», è un insulto che Chirac ha lanciato a decenni di lotta europea per la libertà, e complica i tentativi di creare un’unità politica del continente.

    Già negli Anni Ottanta il pacifista ignorava i dissidenti, quando si batteva contro la dissuasione armata. Adesso rischia di ignorare il dissidente iracheno, che giudica freddamente cinico il pacifismo che noi chiamiamo caloroso e mite, e che chiede una pace fondata su libertà e giustizia. La stessa pace di cui godiamo noi: una pace che è costata lavorii incessanti e sacrifici, e che proprio per questo ha avuto la forza di abbattere senz’armi i muri della vergogna.
    "


    Cordiali saluti

  4. #4
    SENATORE di POL
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Alessandria
    Messaggi
    23,784
     Likes dati
    2
     Like avuti
    10
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    dal sito di IDEAZIONE

    " Pacifismo, il trionfo della Moralpolitik
    di Luciano Priori Friggi

    I venti di guerra che spirano di nuovo in questo inizio di secolo, dall'Afghanistan all'Irak, impongono una riflessione sul tema della pace. L'argomento è complesso da trattare in quanto se si facesse un sondaggio in cui si chiedesse tout court se si è favorevoli o contrari alla guerra avremmo un 99,9% di contrari, ma se si chiedesse se si è favorevoli o contrari a una delle guerre che si sono combattute in passato o che, forse, sono da combattere in futuro le proporzioni cambierebbero radicalmente . Anche nell'antichità l'argomento fu al centro della riflessione di filosofi e storici. La pax romana viveva su un preciso presupposto. Ce lo ricorda Tito Livio quando afferma “Ostendite modo bellum pacem habebitis” (mostrate di essere pronti alla guerra e avrete la pace). C'è nell'antichità la convinzione che di fronte ad un atteggiamento remissivo la guerra sia ineluttabile e che in alcuni casi questa può essere evitata solamente mostrando di non avere meno forze e determinazione dell'avversario .

    Nell'ultimo secolo si sono sviluppati orientamenti che hanno cercato di impostare il problema della pace e della guerra in modo diverso. In particolare ciò è avvenuto per merito del socialismo riformista. La migliore esemplificazione di questo punto di vista ce l'ha data Filippo Turati quando, in un discorso parlamentare del 1909, ebbe ad affermare "il famoso si vis pacem para bellum (se vuoi la pace prepara [gli armamenti per] la guerra, n.d.r.) non è che un giuoco di parole da oracolo di Delfo. Torniamo signori al senso comune che dice si vis pacem para pacem". Apparentemente le posizioni del pacifismo odierno sono assimilabili a quelle turatiane, in realtà la faccenda è più complessa. E' proprio sugli obiettivi che si creano delle differenze.

    Un primo filone del pacifismo è contro la guerra sempre e ovunque. E' un pacifismo pre-politico che prescinde dall'evoluzione concreta delle società e si appella continuamente ai popoli contro i loro governanti, unici responsabili, secondo questo modo di vedere, del precipitare della dialettica politica nello scontro militare . A costoro si addice molto bene la definizione di Spinoza "la pace non è assenza di guerra: è una virtù, uno stato d'animo, una disposizione alla benevolenza, alla fiducia, alla giustizia". Questi pacifisti sono in genere l'inconsapevole massa di manovra di un tipo di pacifismo ben diverso e che è poi quello che gestisce la protesta e ne capitalizza in termini di consenso politico i risultati di mobilitazione. Potremmo definire quest'ultima tendenza pacifismo a senso unico.

    Le argomentazioni che provengono da questa parte nascono tutte da una premessa di tipo sociale: "Le guerre sono il frutto della disuguaglianza economica tra i popoli", quindi per evitarle bisogna eliminarne la causa. In realtà con questa impostazione si possono commettere le più nefande attività contro la pace. La premessa finisce infatti per giustificare qualsiasi regime e qualsiasi azione contro il "ricco e opulento occidente", per comodità identificato con Stati Uniti e (a fatica, perché è bene non avvicinarsi troppo geograficamente) con la Gran Bretagna. Si finisce persino per giustificare regimi come Cuba, dove un dittatorello sudamericano da più di quarant'anni si è impossessato dell'isoletta, vorrebbe che alla sua morte il potere passasse al fratello, impedisce ai suoi concittadini persino di aprire un bar, li fa vivere in condizioni miserevoli e poi li costringe a subire i suoi discorsi sotto un sole cocente per sette/dieci ore per spiegargli che la colpa è degli Stati Uniti. I più giovani forse non lo sanno, ma questo campione dell'antimperialismo appena preso il potere chiamò i sovietici e gli fece installare dei missili nucleari, puntandoli contro l'America, con ciò riuscendo quasi a far scatenare uno scontro armato tra le uniche due superpotenze di allora, dagli esiti facilmente intuibili.

    Ma questo tipo di pacifismo finisce per giustificare anche regimi di estrema destra. Ancora una volta per i più giovani vogliamo ricordare quanto successe alla vigilia della seconda guerra mondiale. Quando Hitler decise di mostrare chiaramente i suoi intenti aggressivi verso il resto d'Europa, per coprirsi le spalle, fece un accordo di spartizione della Polonia con l'Urss di Stalin (nota 1). Cosa che poi avvenne di comune accordo (i due eserciti si ricongiusero il 19 settembre 1939 a Brest-Litovsk). Questa fu la causa e l'inizio della seconda guerra mondiale. Forse è bene che i giovani sappiano anche questo: in Europa il proletariato, come allora si diceva, fu mobilitato per la pace e contro la guerra, in appoggio alla patria del socialismo e contro l'imperialismo dei paesi democratici.

    Il pacifismo a senso unico è pericoloso perché usa argomentazioni capziose scambiando le cause con gli effetti In questo modo si finisce per individuare il nemico da combattere nella democrazia, in particolare laddove ha raggiunto il più alto grado di realizzazione (permettendo quindi di raggiungere anche il più alto livello di vita). Con buona pace di Turati non si vede, purtroppo, all'orizzonte una via diversa da quella ipotizzata da Aristotele nell'Etica nicomachea (e che è alla base di tutte le affermazioni simili successive): "Facciamo la guerra per poter vivere in pace". La riflessione (la guerra come ultima chance) veniva dal profondo della civiltà greca, dunque meditata e non certamente estemporanea . E quella civiltà è il fondamento della democrazia occidentale, al centro oggi del più terrificante attacco degli ultimi secoli (l'obiettivo ultimo è la distruzione dell'intera civiltà occidentale). Non ci sono alternative: oggi, con l'esplodere del terrorismo, bisognerà arrivare al disarmo di tutte le nazioni potenzialmente pericolose per la pace. Se ci sarà guerra o no dipenderà dall'atteggiamento di queste ultime e da nessun'altro.

    11 ottobre 2002

    luciano.priorifriggi@tin.it

    (1) PROTOCOLLO SEGRETO ADDIZIONALE
    (al patto Ribbentrop-Molotov - Mosca 23 agosto 1939)

    In occasione della firma del patto di non aggressione tra il Reich tedesco e l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, i plenipotenziari firmatari delle due parti hanno discusso in conversazioni strettamente riservate il problema della delimitazione delle rispettive sfere d'influenza nell'Europa orientale. Tali conversazioni hanno portato al seguente risultato:
    1 - Nel caso di mutamenti territoriali e politici dei territori appartenenti agli Stati baltici (Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania), la frontiera settentrionale della Lituania rappresenterà la linea divisoria delle rispettive sfere d'influenza della Germania e dell'Urss. Al riguardo le due parti riconoscono l'interesse della Lituania al territorio di Vilnius.
    2 - Nel caso di mutamenti territoriali e politici dei territori appartenenti allo stato Polacco, le sfere d'influenza della Germania e dell'Urss saranno approssimativamente delimitate dalla linea dei fiumi Narew, Vistola e San. Soltanto in base ai futuri sviluppi politici sarà possibile decidere in modo definitivo se gli interessi delle due parti rendono desiderabile il mantenimento di uno Stato polacco indipendente; in tal caso, debbono essere delimitate le frontiere di tale Stato. In ogni modo i due governi risolveranno tale questione mediante un'intesa amichevole.
    3 - Per quanto riguarda l'Europa sud-orientale, da parte sovietica si sottolinea l'interesse per la Bessarabia. Da parte tedesca si dichiara il totale disinteresse politico per questi territori.
    4 - Questo protocollo sarà tenuto rigorosamente segreto da entrambi le parti.
    Mosca, 23 agosto 1939.
    Per il governo del Reich tedesco, v.Ribbentrop
    Per procura del governo dell'Urss. V. Molotov.

    "

    Cordiali saluti

  5. #5
    SENATORE di POL
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Alessandria
    Messaggi
    23,784
     Likes dati
    2
     Like avuti
    10
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    dal sito di IDEAZIONE

    " Questo pacifismo etico allontana l’Europa politica
    di Alessandro Campi

    Ma chi sono (e soprattutto cosa pensano) i milioni di persone che sabato 14 febbraio hanno sfilato in tutta Europa al grido perentorio di “No alla guerra”? Cosa anima questo popolo di pacifisti che, nella sua variante italiana, si è atteggiato contro il conflitto in Iraq “senza se e senza ma”, dunque senza l’esercizio del dubbio, ma in modo unilaterale ed assoluto? Secondo Ruggero Guarini, che ama il paradosso e le provocazioni, e che conosce bene, per averla frequentata da giovane, la storia del comunismo internazionale, i pacifisti d’oggi sono l’inconsapevole (ed ennesima) metamorfosi dei “partigiani per la pace” inventati da Stalin all’inizio della “guerra fredda” con il preciso obiettivo di inserire un cuneo – appunto pacifista e neutralista – nel cuore di un’Europa occidentale all’epoca fortemente impegnata, sul piano politico, ad impedire l’avanzata dei partiti comunisti nei diversi paesi . Quella odierna – con milioni di persone in marcia nelle strade ad inveire contro la guerra e contro gli Stati Uniti – sarebbe dunque una sorta di vittoria postuma di Stalin , vero vincitore del post-guerra fredda. Il suo sogno di disarmare politicamente l’Europa e di renderla vulnerabile (anche se non più nei confronti del comunismo, bensì nei confronti della minaccia islamico-integralista) si sarebbe dunque realizzato.

    Per altri studiosi ed osservatori – ad esempio Luciano Pellicani o Massimo Teodori – i pacifisti di oggi sarebbero gli anti-americani di sempre: finti pacifisti dunque, animati essenzialmente da una sorta di viscerale avversione nei confronti del sistema di valori occidentale. La riprova di ciò starebbe nel fatto che nessuno di essi, per quanto amante e difensore della pace e della legalità internazionale, si è mai sognato di scendere per strada e di avviare mobilitazioni di massa in occasioni di guerre, conflitti ed aggressioni che hanno avuto per protagonisti paesi diversi dagli Stati Uniti. Un pacifismo a senso unico, insomma, con un obiettivo politico-culturale rappresentato solo e soltanto dagli Usa . Dunque un pacifismo in mala fede, facile da smascherare, esattamente come quello degli “utili idioti” che, negli anni Cinquanta marciavano (anche se incosapevolmente) a maggior gloria del dittatore georgiano.

    Si può essere d’accordo con queste chiavi di lettura? Che all’interno del movimento pacifista che vediamo sfilare in questi giorni per le strade di mezza Europa alberghino i fantasmi ideologici dell’antioccidentalismo e dell’antiamericanismo è un fatto . Chi accetterebbe di definire “pacifisti” coloro che si stanno impegnando per sabotare i convogli ferroviari adibiti, a loro giudizio, al trasporto di strumenti di morte?. Ciò non toglie che il pacifismo attualmente all’opera sia, a mio giudizio, qualcosa di diverso dal passato: dunque è difficile liquidarlo sul piano della critica politico-ideologica. Tra i milioni scesi in piazza non c’erano solo esponenti della sinistra antagonista e “no global” oppure ex-comunisti tornati per una volta alle loro passioni di un tempo. C’erano anche – ed anzi erano la maggioranza – giovani studenti senza convinzioni ideologiche radicali, pensionati, famiglie intere di tranquilli piccolo-borghesi, casalinghe, esponenti dell’associazionismo cattolico, rappresentanti del volontariato. Insomma, come si diceva un tempo, persone semplici, persone comuni, genuinamente mosse da un sentimento profondo di pace.

    Si tratta – se ciò è vero – di capire cosa ciò significhi. Perché all’interno dell’opinione pubblica europea (o quantomeno all’interno di una sua parte cospicua) si sono sedimentati un sentimento così radicalmente antipolitico, una visione così rinunciataria (e al fondo anche piuttosto egoista) dei conflitti e dei contrasti che caratterizzano la scena politica contemporanea? Cosa può comportare, in prospettiva, aver abbracciato una visione edificante dei rapporti internazionali, centrata su una prospettiva etico-giuridico-umanitaria che nega qualunque legittimità all’uso della forza nella soluzione delle contese tra Stati e potenze sovrane? Questo pacifismo, proprio perché non più ideologico o strumentale, ma di tipo etico-antropologico , è una grande incognita politica rispetto al cammino dell’Europa verso una forma (peraltro ancora lontana) di unità politica (e in prospettiva anche militare). In che modo la futura classe politica dell’Europa unita potrà inserirsi nei contrasti della politica mondiale avendo alle spalle una cultura politica diffusa che basa se stessa, unicamente, sui buoni sentimenti, sul desiderio di quieto vivere, sulla propria tranquillità ad ogni costo, sulla rinuncia, in poche parole, a qualunque azione politica?

    Se è vero che quello che sta nascendo è un pacifismo di tipo nuovo – per certi versi “politicamente” più pericoloso di quello che abbiamo conosciuto nella seconda metà del Novecento – forse converrà lasciare da parte interpretazioni forzate e polemiche (i “partigiani della pace”, l’anti-americanismo) e portare la critica nei suoi confronti su un livello diverso e più appropriato .

    28 febbraio 2003

    campi@ideazione.com
    ".

    Sicuramente esistono, come detto altre volte, componenti vetero e componenti di altro genere. Dunque non c'è da scegliere fra tesi diverse, tutte con ampi margini di corripondenza alla realtà, ma semmai determinare le proporzioni delle varie componenti, non tanto dal punto di vista numerico, ma della forza trainante dell'intero "movimento" ...soprattutto in prospettiva.


    Saluti liberali

  6. #6
    SENATORE di POL
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Alessandria
    Messaggi
    23,784
     Likes dati
    2
     Like avuti
    10
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    dal quotidiano IL Giornale

    " di Mons. A. Maggiolini



    Ormai si sa.
    Non c'è giorno senza che il papa torni a parlare di pace.
    Ricevendo il segretario dell'ONU, il ministro degli esteri
    irakeno, il premier inglese e così via.
    O anche semplicemente affacciandosi alla finestra dello studio.
    E' commovente la tenacia di quest'uomo di Dio che non demorde
    davanti ad alcuna delusione.

    Invita i fedeli alla preghiera e al digiuno per il mercoledì
    delle ceneri per superare il pericolo della guerra.
    Invita incessantemente gli uomini di Stato al dialogo.
    Chiede di arrestare l'onda paurosa del riarmo.
    Segnala la necessità di popoli che sono alla fame e non possono
    permettersi il lusso di profondere ricchezze per esercitare la
    violenza.
    Condanna il terrorismo e le situazioni di morte.
    E invoca il Signore che non può approvare l'odio e la vendetta.
    Eccetera.

    Che impressione fa un Papa che quasi piange sulle cattiverie umane?

    Lascio a lato la furbizia stolida-perversa?- di chi osanna Giovanni
    Paolo II quando chiede la pace in Irak e lo disprezza e lo irride
    quando richiama i valori della famiglia, della vita e così via.
    Scelgano: o il plauso, o il disprezzo.

    Il Papa è uno solo e si esprime a partire da una visione
    antropologica sintetica: una sola, pure qui.

    Vedo, invece, credenti che pur sono tentati di tirare il manto
    papale dalla propria parte politica o ideologica.
    E' logica vecchia.
    Basta isolare una frase dal contesto e si esalta o si condanna
    chiunque: non capitò così anche a Gesù per l'affermazione
    circa
    il tempio del proprio corpo che egli avrebbe ricostruito in tre
    giorni?

    O basta mutare chiave di lettura: il Papa annuncia la parola di
    salvezza e viene letto come se si recitasse un capitolo del
    Principe di Macchiavelli o una pagina di Richelieu.

    Questo è pure un modo per tradire il capo della Chiesa.
    Quasi fosse il rappresentante di una potenza umana.
    Quante divisioni ha l'esercito del Vaticano?

    Vorrei procedere ancora un poco e valutare l'entusiasmo di quei
    cattolici che si esaltano per i fastigi, per l'autorità, per la
    gloria a cui è arrivato il Papa.
    A lui si presentano e si inchinano i responsabili del mondo.
    Egli è diventato quasi l'ultimo e unico punto di riferimento per
    popoli tra loro nemici.
    Egli solo può dire parole significanti e umane.
    E richiamare alla speranza e all'impegno per la pace.
    Sembra di essere tornati al medioevo quando il Papa incoronava
    re e imperatori secondo la concezione gelasiana.
    Sembra che riviva quella pagina fulgida di Eusebio di Cesarea
    in cui si narra dei vescovi usciti dalla persecuzione e
    introdotti nelle sale del palazzo di Costantino dove scoprono di
    essere onorati oltre ogni attesa.

    Calma.
    Che Giovanni Paolo II goda di prestigio universale, lo si può
    negare a fatica.
    Risulta chiaro che egli si erge come l'estremo tribunale della
    storia.
    E come il pulpito più alto da cui si predica la fraternità
    umana.
    Umana perché cristiana.
    E senza incrinature.
    Senza fragilità.
    Senza incertezze.
    A lui guardano anche gli appartenenti ad altre religioni e
    perfino gli atei o quasi.

    Si fa presto a saltare dalla celebrazione del Papa alla
    celebrazione della Chiesa.

    Noi, cattolici nanerottoli, ci sentiamo eroi perché ci
    nascondiamo dietro la figura giganteggiante di Giovanni
    Paolo II.
    Appropriazione indebita di trionfo, in gran parte.
    Poiché - lo avvertiamo chiaramente in momenti di difficile
    lealtà - la Chiesa cattolica di oggi, almeno nel Nord
    Occidente, è spesso stanca, svilita, quasi rassegnata dentro
    un mondo senza certezze e senza orientamenti.

    E la freschezza e il vigore del vangelo quasi si spengono
    sulle nostre labbra, tanto siamo preoccupati e affannati
    nell'accordarci con tutti: a costo di non avere quasi più
    nulla da comunicare all'uomo contemporaneo che attende Cristo
    senza soverchie sfumature e senza attenuazioni distorcenti.

    Un grazie al Papa.
    Un esame di coscienza per noi cattolici un poco svagati,
    svampiti, boriosi e vuoti.
    Esagero?

    + Alessandro Maggiolini
    Vescovo di Como
    "


    Cordiali saluti

  7. #7
    Hanno assassinato Calipari
    Data Registrazione
    09 Mar 2002
    Località
    "Il programma YURI il programma"
    Messaggi
    69,193
     Likes dati
    0
     Like avuti
    4
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Ma senza i "pacifisti", quegli articoli non sarebbero stati scritti e non saremo qui a interrogarci su come si fa la pace, invece di interrogarci su quante bombe vengono sganciante o se siano piu' o meno intelligenti.

    Se i pacifisti avessero vinto in Germania, la seconda guerra mondiale non ci sarebbe stata.

  8. #8
    SENATORE di POL
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Alessandria
    Messaggi
    23,784
     Likes dati
    2
     Like avuti
    10
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Se i pacifisti avessero vinto in Francia, Regno Unito, Stati Uniti d'America....oggi l'Europa sarebbe NazionalSocialista e ci sarebbe un monumento ad Adolf Hitler nelle piazze principali di tutte le città d'Europa.

    Shalom!!! (che vuol dire PACE)

  9. #9
    Hanno assassinato Calipari
    Data Registrazione
    09 Mar 2002
    Località
    "Il programma YURI il programma"
    Messaggi
    69,193
     Likes dati
    0
     Like avuti
    4
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Infatti la seconda guerra mondiale e i successivi 50 anni sono stati un continuo macello per l'umanita'.

    Ora siete dei ferri vecchi e vi invitiamo a farvi da parte.

  10. #10
    SENATORE di POL
    Data Registrazione
    05 Mar 2002
    Località
    Alessandria
    Messaggi
    23,784
     Likes dati
    2
     Like avuti
    10
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Porca miseria così mi liquidi la "grande guerra patriottica" condotta dall'Unione Sovietica e da Baffone?
    Guarda che ti cacciano dal partito

 

 
Pagina 1 di 2 12 UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. Un punto di vista di cdx
    Di Fenris nel forum Elezioni amministrative 2011 e Referendum 2011
    Risposte: 73
    Ultimo Messaggio: 22-06-11, 13:36
  2. Il punto di vista dei leghisti.
    Di Radimiro nel forum Lega
    Risposte: 23
    Ultimo Messaggio: 03-10-10, 18:25
  3. Il punto di vista umano
    Di Muntzer nel forum Comunismo e Comunità
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 04-11-09, 14:19
  4. da un punto di vista
    Di barbes nel forum Destra Radicale
    Risposte: 2
    Ultimo Messaggio: 07-08-07, 12:20
  5. Il mio punto di vista
    Di SANDRO II nel forum Prima Repubblica di POL
    Risposte: 7
    Ultimo Messaggio: 16-04-07, 18:51

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito