Nel dibattito in corso sulla Costituzione europea, e in particolare se si debba fare o meno riferimento alle radici religiose dell’Europa, mi sembra si stia perdendo di vista il punto centrale della questione. Che è se e fino a che punto sia possibile creare, dopo l’unità monetaria, anche una unione politica dei paesi europei. Ebbene anche gli storici meno accorti non possono non riconoscere che l’unico periodo della storia che ha visto l’europa unita è stato il medioevo, dall’800 in poi, e i primi albori della modernità, fino allo scisma luterano. Questo è un dato difficilmente controvertibile. Così come è indubitabile che il fattore unificante, l’humus culturale che soggiaceva alla vita politica, e non solo, dell’epoca era il fattore religioso, e specificamente il cristianesimo. Non per nulla si parla di “cristianità” riferendosi a quei secoli. Poi è venuta la modernità, la nascita delle chiese nazionali, la rivoluzione scientifica, l’illuminismo e la rivoluzione francese, la laicizzazione della vita pubblica e giù giù fino ai giorni nostri, contrassegnati dalla cosiddetta secolarizzazione. Con la parentesi, alquanto significativa, degli orrori del secolo scorso, il secolo degli ateismi e del neopaganesimo. Oggi viviamo in un mondo, almeno quello occidentale ed europeo, che ha coniugato democrazia e pluralismo, libertà e tolleranza, rispetto dell’individuo e diritto. Insomma viviamo in un mondo dove è possibile con-vivere, cioè vivere insieme pur essendo diversi. Sarebbe quindi irrispettoso, questa è la tesi “laica” del dibattito, pretendere, come fa il papa, un riferimento esplicito ad un mondo, quello evocato dalle radici giudaico-cristiane, che non è condiviso da tutti, ma solo da una parte, sia pur la maggioranza degli interessati. Inoltre, e questa è la seconda parte della tesi, nell’elaborare una costituzione sarebbe quanto mai opportuno distinguere il “sacro” dal “profano”, proprio in nome di quella autonomia della realtà terrene dalla religione che faticosamente si è affermata nel corso della modernità. Dico francamente che a me questo ragionamento non convince, per tre motivi. Primo. Il riconoscimento di una comune radice cristiana non implica il dovere di conformarsi a quei valori che essa evoca. Al contrario, sta proprio nella presa di coscienza di una simile eredità l’antidoto ad ogni forma di omologazione culturale, religiosa, morale: il cristianesimo è la religione della libertà nella verità e non della verità-che-ti-piaccia-o-meno. Secondo. Una carta costituzionale non può non fare riferimento a dei valori, che siano espressione di un vissuto collettivo e di un comune sentire. E se è vero, come è vero, che al di là delle divisioni ideologiche siamo tutti concordi nell’affermare la centralità dell’individuo come valore supremo, ebbene non si capisce come sia possibile enunciare un simile principio senza riconoscere allo stesso tempo che è stato il cristianesimo, durante le dispute trinitarie, a forgiare il concetto di “persona”, che tra l’altro esprime di più e meglio dell’astratto “individuo”, la natura e il fine dell’essere umano. Terzo. Non ci potrà mai essere alcuna unità politica se prima, o insieme, non si costruisce una base culturale forte, espressione dell’identità di un popolo. Ora ci sono due modi per definire l’identità di qualcosa o qualcuno. Il primo, che è la via “positiva”, dice ciò che una cosa è, dando espressione della sua realtà. Il secondo, che è la via “negativa”, giunge alla medesima conclusione ma per negazione, cioè dicendo ciò che una cosa non è. Stando alle cronache si registra un certo impasse quanto alla prima via, perciò non sarebbe inutile tentare la seconda. Dunque la domanda è, o dovrebbe essere: che cosa l’europa non è? Per dare una risposta che abbia un qualche significato per il dibattito in corso bisogna necessariamente servirsi di un termine di paragone, possibilmente “forte”, non nebuloso, foriero di connotati precisi. E l’unico in grado di assolvere a questa importante funzione è l’islam. Allora bisognerà dire una volta per tutte, forte e chiaro, che l’europa non è l’islam! E gli europei non sono, né possono essere islamici. Inutile farsi illusioni: non c’è alcun punto di contatto tra il nostro mondo valoriale e quello dell’islam, tranne qualche somiglianza di pratiche religiose che non dice nulla. Da questa semplice, ma realistica, affermazione discendono a cascata due conseguenze. La prima è che non è possibile definire l’identità dell’europa senza fare riferimento al fatto religioso, con buona pace di quanti relegano il sacro nel sfera del privato. La seconda: con le radici religiose dell’europa l’islam non c’entra proprio nulla, ed è una stupidaggine sostenere il contrario, a meno di non voler confondere ciò che ha dato l’anima all’Europa con quelli che sono e restano dei semplici contributi culturali, importanti quanto si vuole, ma che non hanno minimamente influenzato il carattere o la mentalità degli europei. Quando è in gioco il futuro di milioni di persone non sono ammesse pavidità, doppiopesismi, mezze misure: la politica a volte richiede scelte coraggiose, anche impopolari se necessario, in vista di un bene migliore. Riusciranno i nostri eroi?

Luca Del Pozzo, Roma