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    Predefinito Julian Cope: un genio da riscoprire.

    Ultimamente mi sono riascoltato un'antologia di questo genio tra gli anni 80 e gli anni 90. Credo che Cope abbia espresso una creatività difficilmente eguagliabile, con quel dono di follia che però ci fa dire: - C'è dell'ordine in questo caos.
    Forse molti di voi non lo conoscono. Ora è un po' dimenticato, ma basta ascoltare qualche suo lavoro per essere trascinati.
    Così posto quest'introduzione che ho trovato sul web.
    Ciao.

    JULIAN COPE



    - World Shut Your Mouth (1984)

    - Fried (1984)

    - Saint Julian (1987)

    - My Nation Undeground (1988)

    - Skellington (1989)

    - Droolian (1990)

    - Peggy Suicide (1991)

    - Jehovahkill (1992)

    - Autogeddon (1994)

    - Queen Elizabeth (1994)

    - 20 Mothers (1995)

    - The Interpreter (1997)

    - Rite 2 (1997)

    - Queen Elizabeth 2 - Elizabeth

    Vagina (1997)

    - The Collection (anthology, 2002)



    DISCHI CONSIGLIATI

    RECOMMENDED DISCOGRAPHY



    - World Shut Your Mouth (1984) ***

    - Fried (1984) ****

    - Collection (anthology, 2002) ****



    Dalla militanza nei Teardrope Explodes alla folgorante carriera solista, il gallese Julian Cope si è rivelato uno dei cantautori più dirompenti del rock britannico. Tra rivoluzioni musicali e invettive “cosmiche”


    Il cantastorie apocalittico



    di Federico Romagnoli



    Sia con i Teardrop Explodes, sia nella carriera solista, l'operato di Julian Cope va annoverato fra i più creativi della storia del rock.
    I Teardrop Explodes nascono verso la fine degli anni 70 a Liverpool composti, oltre che dal già citato vocalist, da David Balfe (tastiere), Gary Dwyer (batteria) e Alan Gyll (chitarra). Pochi gruppi hanno avuto una vita tormentata, intensa, eppur breve, quanto i Teardrop Explodes: la tensione all'interno del gruppo sin dagli inizi è elevata, a causa dello scontro fra Cope e Balfe per lo scettro di comando (il primo è la figura di maggior impatto scenico, nonchè principale autore; il secondo è produttore e arrangiatore). La funzione dei Teardrop Explodes fu principalmente quella di aggiornare i suoni della psichedelia anni 60 (Doors e Barrett su tutti), fondendoli con quelli della new-wave e della musica elettronica di fine 70 (e qui le influenze spaziano senza distinzione da Eno e Devo, sino a Suicide e Television).
    Più che ricalcare le gesta dei loro maestri, i Teardrop però, vi iniettarono nuova linfa. I primi due singoli arrivano nel 1979: "Sleeping Gas" e "Bouncing Babies", che coniugano l'uso dell'organo Farfisa, i ritmi ossessivi del gusto gotico, la melodia del folk byrdsiano e il sentore anarchico del punk.
    Il primo album, Kilimanjaro, esce l'anno successivo, lasciando sgomenti critica e pubblico. Vi sono presenti, oltre ai già citati singoli, una manciata di canzoni dagli sconcertanti tratti anacrostici: "Ha Ha I'm Drowning" (impatto disco, fiati funkeggianti, organo funereo, batteria marziale), "Treason" (strati atmosferici di tastiere, ritmo sostenuto, chitarra acustica, cantato fatalista), "Second Head" (esperimento punk-reggae in stile Police, ma molto più angosciante), "Brave Boys Keep Their Promises" (pub-rock in veste tecnologica). Il brano centrale del disco è "Poppies In The Field", uno dei grandi gioielli della new-wave, che scivola su una gommosa ritmica reggae, fra tastiere glaciali e crescendo dissonanti di chitarre. La melodia nei Teardrop Explodes non è mai messa in secondo piano: si susseguono esperimenti armonici e strumentali dei più spericolati, ma la scorrevolezza dei brani sembra non risentirne in alcun caso.

    Wilder, il testamento della band, esce nel 1981 con Gyll sostituito da Troy Tate. E' un lavoro totalmente disomogeneo, all'interno del quale è possibile individuare due serie distinte di composizioni: quelle in stile psichedelico, nelle quali spicca la personalità di Cope, e quelle, molto più algide, che invece seguono il credo di Balfe, legato alla lezione di Tom Verlaine e Martin Rev. Del primo genere spiccano "Ben Out Of Shape", vitale bozzetto dalla trascinante presenza ritmica e fiatistica; "The Culture Bunker", con le chitarre acide in totale contro-tempo sull'andamento bislacco della batteria; nonché "Passionate Friend", breve delirio barrettiano dalla melodia volutamente patetica. Ma sono forse le seconde a rimanere più impresse, anche per l'incredibile capacità suggestiva degli arrangiamenti: "Tiny Children", totalmente aritmica, con le tastiere di Balfe che fanno fluire dolci e cullanti strati sonori e Cope che interpreta il tutto con una certa dose di spleen romantico; "Like Leila Khaled Said", molto più potente, con il riff di chitarra contrappuntato da quello più sottile ed urticante del synth; "The Great Dominions", capolavoro futurista, aperto da rumori da catena di montaggio, a cui gradualmente si aggiungono il pulsare metronomico di Balfe ed il picchiare solenne di Dwyer.
    L'album fornisce un tale uragano di idee da lasciare storditi ad ogni ascolto, anche a decenni di distanza. La band non avrà il tempo di eguagliare cotanta pietra miliare: lo scioglimento, dovuto a un clima ormai invivibile, arriverà alla fine dello stesso anno. Ironicamente, proprio in contemporanea all'ingresso nella Top-10 del loro ultimo singolo, "Reward".
    Cope ne esce letteralmente distrutto, la dipendenza da acidi e droghe lo ha reso poco più di una larva e decide perciò di ritirarsi nella campagna del Warwickshire, in pressoché totale isolamento, per tentare di recuperare la padronanza del proprio corpo. Nel frattempo inizia a scrivere del nuovo materiale e verso la fine del 1983 decide di mettere fine a quella voluta "reclusione eremitica", entrando in sala di incisione per registrare i nuovi brani. Ne uscirà il suo primo album da solista, World Shut Your Mouth (1984).
    Laddove lo schema delle canzoni potrebbe ancora ricordare quello della ex-band, gli arrangiamenti risultano uno stravolgimento totale. Sempre nel solco della psichedelia, l'opera risulta un ingegnoso intreccio fra melodie scintillanti, strumentazione kitsch, demenzialità zappiane, scorie latino-tzigane, ma anche elementi più torbidi, con incursioni nel R&B e chitarre dissonanti in stile velvettiano. Cope assume connotati sciamanici di grande fascinazione, con una linea di canto parallela a quella di Jim Morrison, anche se tendente al punk, ed una follia poetica degna del primo album dei Doors. La colonna centrale dell'album è "Sunshine Playroom", con uno schema sinfonico-pastorale da far invidia dell'ELO.
    Quando Fried, lo segue a pochi mesi di distanza, la storia del rock cambia volto per sempre. Capolavoro assoluto della musica psichedelica anni 80 (o al limite secondo solo a "The Medicine Show" dei Dream Syndicate), l'album regala tre nuovi modi di intendere il suddetto genere, ognuno dei quali è sublimato in un brano-simbolo. Il primo è un feroce assalto di distorsioni chitarristiche, quasi una versione hard-rock dei Pere Ubu, che si rispecchia appieno in "Reynard The Fox", fra urla isteriche e ritmi furibondi. Il secondo è una fusione del melodismo pop con l'andamento del blues ed arrangiamenti da musichall, che raggiunge l'apice in "Sunspots". Il terzo è la revisione della atmosfere acustico-lisergiche di Barrett, attraverso un curato arrangiamento dai tratti delicati e pastorali (e negando quindi le caratteristiche lo-fi del maestro), come avviene in "Laughing Boy".
    Nessuna canzone di Fried sembra rivoluzionaria all'impatto: si ha come l'impressione di trovarsi di fronte all'ennesimo album psichedelico. E' invece un album che di psichedelico mantiene solo la mentalità: l'innovazione viene semplicemente nascosta dall'incredibile armoniosità dei brani, facendo così a pezzi il luogo comune secondo il quale che la musica innovativa debba per forza essere di difficile ascolto.
    Cope non si ripeterà più a tali livelli, ma d'altro canto sarebbe stato chiedere troppo. Il clamoroso fiasco commerciale (numero 79 in Inghilterra) demoralizzerà non poco l'artista, che si ritirerà nuovamente a vita privata. Il silenzio verrà spezzato solo nel 1987 con Saint Julian, album della svolta. La struttura delle canzoni viene esemplificata a livelli elementari, e si hanno così singoli come "World Shut Your Mouth" (che sarebbe dovuto comparire nell'omonimo album di tre anni prima) e "Trampolene", dall'impatto punk, costruiti su pochi accordi e dalla melodia estremamente memorizzabile. L'album ottiene stavolta un grande riscontro di pubblico, con entrambi i 45 giri piazzati nella Top-20 britannica.
    My Nation Underground (1988), realizzato con Donald Ross Skinner (tastiere) e Roosert Cosby (percussioni), crea una grande confusione fra i pochi coraggiosi che tentano di comprendere il filo logico delle scelte di Julian. Si tratta infatti di un altro album molto abbordabile a livello melodico, ma dagli arrangiamenti stavolta estremamente minuziosi e complicati, fra i più studiati di tutta la sua carriera. "5 O'Clock" è un calderone ribollente, all'interno del quale si mescolano i più opposti ingredienti: batteria marziale, fiati funky, cori gravi in stile Mothers of Invention, cantato punk, basso blues, assolo di organo Farfisa ed orchestrazione degna di un Morricone ubriaco. Il brano che fa presa sul pubblico è "Charlotte Anne", con programmazione elettronica, synth metromico e flauto, che pongono l'atmosfera in bilico fra la piece fantascientifica e il saltarello popolare.
    Skellington (1989) e Droolian (1990) sono due lavori pubblicati per l'indipendente Zippo, che vedono Cope addentrarsi in zone prettamente acustiche, dai toni dimessi e pacati.
    Il ritorno in grade stile avviene nel 1991, con l'overdose del doppio Peggy Suicide. L'album possiede arrangiamenti eccentrici e inusitati, ma oramai è questo cio' che ci si aspetta da Cope e il fatto non fa notizia. A farla è invece l'atmosfera sarcastica e irriverente delle liriche: Cope affronta per la prima volta temi sociali in maniera esplicita (ma le metafore dei dischi precedenti non erano meno feroci). Difensore incondizionato della natura, Cope sciorina la sua arringa come un oratore folle davanti ad un baratro (il governo inglese), con l'eco che ne confonde il messaggio e lo trasforma in puro delirio. Il gioiello di turno è il country elettronico-ballabile di "Beautiful Love".
    Jehovahkill (1992) è un altro doppio, e probabilmente fra i più folli dischi di popular music mai concepiti. Il clima è incendiario, i testi sono crudi ed apocalittici, colmi di humour nero e inaspettata cattiveria. Le musiche sembrano casuali, quasi improvvisate: nulla appare programmato, tanto meno gli arrangiamenti, che pur se complicati, sembrano scaturiti al momento dell'esecuzione dei brani. Non ne escono classici, anche se "Julian H. Cope", blues autocelebrativo, meriterebbe di esserlo. Dispersivo fino all'imbarazzo, l'album va se non altro elogiato per il contenuto: si tratta in fin dei conti di uno dei più coraggiosi tentativi di mostrare all'umanità il delitto commesso nei confronti della natura.
    Oramai abituato a ritmi di lavoro stakanovisti, eguagliati in campo rock da Battiato, Zappa e pochi altri, Cope pubblica album su album, senza un attimo di respiro. The Skellington Chronicles (1993) rappresenta l'ideale prosecuzione dell'album del 1989, mentre Rite (1993) e Queen Elizabeth (1994) sono due dischi di suite acido-psichedeliche, altamente sperimentali e pubblicate in proprio a causa del rifiuto della casa discografica (per la cronaca, la Echo). Il nuovo album per la major arriva comunque a distanza di pochi mesi (sempre nel 1994), sotto il titolo di Autogeddon. Registrato in parte nella camera mortuaria di un tempio del neolitico (!), il lavoro presenta una lieve flessione della vena creativa, fra l'altro pienamente giustificata dall'overdose produttiva del periodo. Cope, isterico folk-singer, punta il dito contro tutto e tutti, allo scopo di diventare il sommo paladino ecologista della musica rock.
    Twenty Mothers (1995) risulta decisamente più pacato e tranquillo. Le venti madri usate come titolo e come copertina simboleggiano armonia e fertilità, cosicché tutto il disco si dipana in un clima vivibile, e a tratti quasi gradevole. Adagiatosi su uno standard unico e personalissimo, Cope riesce a comporre canzoni incredibilmente piacevoli, eppure al tempo stesso pregne di validità musicale, al crocevia fra i generi più disparati: il suo song-writing è una valanga inarrestabile, un fiume in piena che distrugge dighe, sbarrramenti, e in generale tutto cio' che incontra sulla sua via, incurante dello scontento che gli si genera attorno (i politici inglesi non gli devono essere stati molto grati per le critiche subite).
    Interpreter (1997) prosegue sulla stessa falsariga e conferma definitivamente il credo del Nostro. "Provengo da un altro pianeta, bambina": queste le parole con cui si apre l'album. Rite 2 e Queen Elizabeth 2 (dallo scandaloso sottotitolo "Elizabeth Vagina"), arrivano nello stesso anno, a completare l'opera di esplorazione cosmico-elettronica iniziata con i due album omonimi di qualche anno prima.
    Beffardo e astuto, giullare e satiro, furioso, ma mai con fare supponente, Cope ha modificato il corso della musica britannica, sia dal punto di vista compositivo, sia dal punto di vista commerciale (sette le etichette cambiate nel tempo, fra major ed indipendenti, e sempre di sua iniziativa). Le sue accuse, così come le sue canzoni d'amore, hanno sempre dimostrato uno scontento cosmico nei confronti della vita e del mondo circostante, per cui non devono stupire i paragoni che la critica ha mosso fra la sua ideologia e quella di poeti come Giacomo Leopardi.






    claudiofab@yahoo.it








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  2. #2
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    Federico Romagnoli eh? Bel tipo quello L'hai trovato su OndaRock l'articolo?

    Comunque Cope era davvero strambo ed eclettico, ma non lo definirei geniale, mi pare che di tutti i suoi lavori (anche quelli con i T.E.) solo "World shut your mouth" sia ottimo, gli altri sono tutti buoni ma nulla di trascendentale mi sembra. Sottovalutato comunque, avrebbe meritato più attenzione.

  3. #3
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    [QUOTE]Originally posted by Schopenhauer
    [B]Federico Romagnoli eh? Bel tipo quello L'hai trovato su OndaRock l'articolo?

    Sì, l'ho trovato lì. Il nome di Romagnoli non mi giunge nuovo, ma sinceramente non riesco a ricordare dove scrivesse. Mica sulla defunta Velvet, per caso (che promuoveva Cope a tutto spiano)?

    Comunque Cope era davvero strambo ed eclettico, ma non lo definirei geniale, mi pare che di tutti i suoi lavori (anche quelli con i T.E.) solo "World shut your mouth" sia ottimo, gli altri sono tutti buoni ma nulla di trascendentale mi sembra. Sottovalutato comunque, avrebbe meritato più attenzione.

    Forse ho esagerato a definirlo un genio, ma credo che "geniale" lo fosse. Pochi altri hanno saputo coniugare armonie così contrastanti, semplificando con bizzarria. Pochi altri hanno saputo lavorare su dei topos musicali (il rock, la psichedelia, il punk, l'elettronica) con rinnovata originalità.
    D'accordo sulla qualità di "World shut your mouth", mentre considero "Fried" (da alcuni ritenuto un capolavoro) un album altalenante, con momenti altissimi ed altri piuttosto ripetitivi. "S.Julian" gli ha dato il successo di pubblico, ma è mediocre. A me "My nation underground" piace proprio per la sua bizzarria, come i due lavori successivi: canzoni come "China Doll" e "Jellipop Porky Jean" valgono, a mio avviso, un album intero.
    "Peggy Suicide" è la sua ultima grande opera, poi comincia la dispersione. Benché discontinuo, è un album pieno di idee, di armonie e melodie accattivanti e di trovate bizzarre. Degradarlo sarebbe come dire che "Sign of the time" di Prince non è fondamentale solo perché pecca per megalomania.

    Usando un altro termine di paragone, credo che Bob Dylan possa essere ritenuto un genio anche se raramente ha indovinato un album dal principio alla fine. Ci sono lavori perfetti ma tremendamente noiosi, spesso di medio livello, mentre i geni possono arrivare ai vertici o agli abissi - è risaputo.

  4. #4
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    Verissimo, pensa anche a personaggi come Zappa, van Vliet (Cpt Beefheart) e lo stesso Neil Young, tutti da annoverare tra i grandissimi della musica (per Zappa poi la definizione di genio è stata usata spesso e volentieri) ma tutti capaci di imbarazzanti discese.

    ps. Romagnoli è poco più che un ragazzino che gioca a fare il critico rock ( il suo sito ).

  5. #5
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    Originally posted by Schopenhauer
    Verissimo, pensa anche a personaggi come Zappa, van Vliet (Cpt Beefheart) e lo stesso Neil Young, tutti da annoverare tra i grandissimi della musica (per Zappa poi la definizione di genio è stata usata spesso e volentieri) ma tutti capaci di imbarazzanti discese.

    ps. Romagnoli è poco più che un ragazzino che gioca a fare il critico rock ( il suo sito ).
    Sara' un ragazzino ma ha ragione
    Gli artisti piu' sopravvalutati
    1. ELVIS PRESLEY
    2. JOHN LENNON
    3. MARK KNOPFLER
    4. CARLOS SANTANA
    5. BRUCE SPRINGSTEEN
    6. PAUL MC CARTNEY
    7. JIMI HENDRIX
    8. KURT COBAIN
    9. JEFF BUCKLEY
    10. FREDDIE MERCURY

    I DISCHI PIU' SOPRAVVALUTATI.

    1. MORNING GLORY (by OASIS)
    2. SGT. PEPPER'S LONELY HEARTS CLUB BAND (by BEATLES)
    3. BLOOD SUGAR SEX MAGIK (by R.H.C.P.)
    4. IMAGINE (by JOHN LENNON)
    5. THE FAT OF THE LAND (by PRODIGY)
    6. NEVERMIND (by NIRVANA)
    7. ACHTUNG BABY (by U 2)
    8. THE RIVER (by BRUCE SPRINGSTEEN)
    9. GRACE (by JEFF BUCKLEY)
    10. THE BENDS (by RADIOHEAD)

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  6. #6
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    Originally posted by DD
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    mah, a me Lennon piace molto specie nella sua carriera da solista. Hendrix mi pare uno che vuole solo far sentire quanto è bravo con la chitarra, poi a me i pezzi con assolo troppo lungo non piacciono, però l'abilità tecnica è indiscutibile. Mercury aveva una grande voce ed i Queen non sono male.
    Per il resto, Santana mi fa addormentare, Cobain è soprattutto un'icona commerciale (forse non per colpa sua), Presley lo trvo talmente lontano ed appartenente ad un mondo diverso che non me la sento di giudicarlo.

    Riguardo i dischi: come si possa giudicare "The fat of the land" un disco sopravvalutato è un mistero. Secondo me, anzi, è addirittura SOTTOvalutato....
    Nevermind e Image rimangono due grandissimi dischi, concordo con il giudizio negativo dato a Oasis, RHCP eSpringsteen (noioso fino alla morte)


  7. #7
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    Già, ma un buon critico rock dovrebbe tenere considerazioni personali e gusti propri da parte, e parlare di cose oggettive.

  8. #8
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    [QUOTE]Originally posted by enrique lister
    [B]mah, a me Lennon piace molto specie nella sua carriera da solista.

    Lennon mi sembra abbastanza sopravvalutato. Credo invece che la coppia Lennon / Mc Cartney sapesse costruire ritornelli magari scemi, ma sicuramente originali. Lennon da solo lascia predominare la parte scema, ma spacciata per seria.

    Hendrix mi pare uno che vuole solo far sentire quanto è bravo con la chitarra, poi a me i pezzi con assolo troppo lungo non piacciono, però l'abilità tecnica è indiscutibile.

    Sì, Hendrix rimane tecnicamente impareggiabile.

    Mercury aveva una grande voce ed i Queen non sono male.

    Non ho mai sopportato i Queen. Banali e pacchiani. E mi fa pure incazzare che dei soggetti tecnicamente così bravi si sprecassero così.

    Per il resto, Santana mi fa addormentare, Cobain è soprattutto un'icona commerciale (forse non per colpa sua), Presley lo trvo talmente lontano ed appartenente ad un mondo diverso che non me la sento di giudicarlo.

    Tutto condivisibile.

    Riguardo i dischi: come si possa giudicare "The fat of the land" un disco sopravvalutato è un mistero. Secondo me, anzi, è addirittura SOTTOvalutato....

    "The fat of the land" è a mio avviso un capolavoro, ma non sopporto i Prodigy. Punk di terza categoria, con la solita banalità adolescenziale del dito medio puntato alla telecamera. Patetici. Eppure quel disco era davvero adatto ad una nuova generazione, e innovativo!

  9. #9
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    Non nego che alcune canzoni (Mother, Imagine) siano un po' superficiali anche eprché, appunto, spacciate come profonde. ma secondo me da solo Lennon ha prodotto buona musica. Non mi dispiacciono neanche i Beatles, tante piacevoli canzoncine con in mezzo qualche pezzo bello sul serio (Eleanor Rigby, We can work it out, Strawberry fields...)

    Ti è piaciuto Music for a jilted generation?

    ciao

  10. #10
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    Originally posted by Claudio Ughetto
    ...
    Non ho mai sopportato i Queen. Banali e pacchiani. E mi fa pure incazzare che dei soggetti tecnicamente così bravi si sprecassero così.
    ...
    Vero, ma forse qualche merito ce l'hanno. Io li considero i Beatles degli anni 70, nel senso che hanno ripetuto la stessa operazione di "popolarizzazione" di generi più grandi di loro. I Beatles hanno dato la versione canzonettara di garage rock, psichedelia e rock operas, facendo in modo che il grande pubblico si avvicinasse a questi generi attraverso la loro arte da supermercato, ma non hanno potuto fare altrettanto con le due grandi mode musicali della fine dei '60: hard-rock (e heavy-metal a seguire) e progressive, per il semplice fatto che questi ultimi erano la negazione della canzonetta e serviva parecchia preparazione tecnica per affrontarli (di cui Lennon & Co. scarseggiavano). Te li vedi i Beatles impegnati in lunghe jam d'improvvisazione come i Cream o i Led Zeppelin? O come i King Crimson? Viene da sorridere a pensarci. I Queen però certe capacità allo strumento le avevano, e della loro produzione salverei almeno il secondo album (hard-rock con ambizioni progressive, tutt'altro che geniale ma apprezzabile) e A Night At The Opera dove ci sono brani come The Prophet's Song e soprattutto Bohemian Rhapsody che ha veramente avvicinato il progressive al grande pubblico, non che non fosse già mainstream nel '74, ma i Queen erano proprio per il grandissimo pubblico, ragazzine ritardate con chewing-gum alla fragola in bocca comprese intendo.
    Che gran parte della loro produzione sia trascurabilissima non posso che darti ragione però.

 

 
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