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Discussione: Percorsi Liberali

  1. #1
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    Predefinito Percorsi Liberali

    Da questa settimana parte una rassegna del Legno Storto che pubblicherà alcuni degli interventi più significativi di illustri esponenti del liberalismo italiano e mondiale.

    Per segnalarci contributi, articoli e saggi, scriveteci a: legnostorto@libero.it

    Per leggere i contributi che pubblicheremo ogni settimana, invece, cliccate su www.legnostorto.com :P

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  2. #2
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    Predefinito Perché non possiamo non dirci liberali

    Intervista al docente di filosofia morale Nicola Matteucci
    di Carlo Donati

    Si apre con la Magna Charta del 1215 e si conclude con un busto di Friedrich von Hayek. E’ “Il cammino della libertà”, la mostra sul pensiero liberale che si apre domani al Castello Sforzesco di Milano. Nicola Matteucci si gode questo momento. Era sicuro che sarebbe arrivato, era sicuro che prima o poi i sacri testi che ha predicato per tutta la vita (da Tocqueville a Croce, da Popper ad Hayek), avrebbero avuto la loro rivincita. E oggi il fondatore del Mulino, studioso e politologo di fama europea (il suo Liberalismo in un mondo in trasformazione è alla quarta edizione), assiste allo spettacolo in cui tutti si proclamano liberali. Divertito e scettico li lascia dire mentre sarebbe uno dei pochi, se non l’unico, in grado di rilasciare il necessario certificato.

    Professore, perché ci sono tanti liberali in giro?
    “Ce ne sono anche tanti che indossano questa parola come un abito alla moda”.
    In buona fede?
    “Anche in mala fede, a volte senza nemmeno sapere che cosa rappresenta”.
    Che cosa rappresenta?
    “Il lungo cammino di un pensiero complesso. La sfida all’antico stato assoluto, la sfida alle democrazie giacobine, la sfida al totalitarismo e la sfida allo stato assistenziale”.
    Un pensiero quasi anarchico.
    “Einaudi diceva che il liberalismo è l’anarchia degli spiriti sotto la sovranità della legge”.
    In Italia c’è molta anarchia...
    “...ma senza la sovranità della legge, la legge con la maiuscola. Noi piuttosto brancoliamo in un labirinto di decreti”.
    C’è differenza tra liberalismo e liberismo?
    “Un tempo c’era, liberismo in campo economico e liberalismo in campo etico-politico. Poi questa distinzione è caduta. Non c’è liberalismo senza liberismo”.
    Ma è diventato sinonimo di troppo mercato, quasi senza regole.
    “Non esiste un mercato senza regole. Il mercato ha già meccanismi propri con cui si autoregola. La prova è che il mercato nasce ben prima che ci sia una moneta garantita dallo Stato”.
    Sono sufficienti questi meccanismi?
    “Naturalmente occorrono anche norme, ma universali e uguali per tutti, per esempio la lotta contro i monopoli si fa contro tutti, non contro questo o contro quello. Le norme non devono indirizzare il mercato, ma regolarlo.
    E la piccola iniziativa?
    Proprio per tutelarla. Senza la piccola iniziativa non c’è vero mercato. Già Adam Smith ricordava che andiamo a comprare il pane tutti i giorni e scegliamo dove c’è il fornaio che lo fa meglio.
    E dove costa meno.
    Se vuole anche dove c’è la fornaia più simpatica o carina. Basta che ci sia la libertà.
    Liberalismo e democrazia vanno sempre d’accordo?
    Da quando i liberali hanno accettato il suffragio universale.
    Quindi liberaldemocratici?
    “Col trattino o senza? C’è una simpatica polemica tra Giuseppe Galasso e il sottoscritto. Io sono contro il trattino, Galasso lo vuole iberal-democratici, come per mantenere una certa distanza”.
    Chi è oggi l’avversario del liberalismo?
    “Il laicismo”.
    Ma i laici non sono fratelli?
    “Ho detto laicismo. Il laico riconosce il primato morale della coscienza dell’individuo, il laicista considera invece lo Stato come il solo interprete della verità”.
    La Costituzione italiana è liberale?
    E’ un po’ confusa. Ci sono i diritti ma non li mette in rilievo. Dovrebbe esserci una dichiarazione dei diritti che precede la Costituzione”.
    Abbiamo avuto grandi statisti liberali?
    “Cavour e Marco Minghetti”.
    Minghetti?
    “Ha scritto opere fondamentali. Una di queste è intitolata Ingerenza dei partiti nella pubblica amministrazione e nello Stato”.
    E Luigi Einaudi?
    “Stavo per dirlo. E’ l’uomo che ha impostato la politica economica del dopoguerra. E’ a lui che dobbiamo il miracolo economico. Però oggi mi sembra che sia più celebrato che studiato”.
    Perché lei giovane liberale alla seconda laurea presentò una tesi su Gramsci?
    “C’era un passo cruciale da analizzare e criticare. Quello in cui Gramsci teorizza che il partito, cioè il partito comunista, deve sostituire l’imperativo categorico kantiano. Significa che L’uomo deve abdicare, la sua coscienza cessa di essere la sola interprete dei valori morali”.
    Come sono stati i suoi rapporti col Pci?
    “Mediati dalla storia del Mulino che a Bologna è stato il rifugio degli studiosi non comunisti. Fatto che destava la curiosità di Togliatti. Il sindaco Zangheri mi diceva: “Quando vedo Togliatti mi chiede sempre: ma cosa fanno quelli del Mulino?”. Per il resto abbiamo avuto rapporti di reciproco rispetto.”
    Suo padre non fu ucciso dai comunisti?
    “Preferirei non parlarne.”
    Ma è un fatto noto.
    Mio padre venne ucciso nel ’45 da un comunista che poi venne arrestato e processato. Mio padre era una brava persona stimata e ben voluta tanto che vennero i dirigenti del Cln a portare le condoglianze e a scusarsi”.
    Quanto ha pesato quell’episodio?
    “Su di me? Moltissimo, è ovvio”.
    Anche sulla sua formazione?
    “Come studioso ho cercato di ragionare. Sapevo e so bene che i processi rivoluzionari provocano sempre vittime innocenti. Però pochi mesi dopo ho fondato a Bologna la sezione giovanile del partito liberale”.
    Lei ha scritto un editoriale intitolato “Se un liberale sta con la Chiesa”.
    “Commentavo il fatto che tanti laici sono contro l’aborto”.
    Un liberale può stare con la Chiesa?
    “Beh, c’è la famosa frase di Benedetto Croce: “Perché non possiamo non dirci cristiani””.
    La fa sua?
    “Certo”.
    Si sta convertendo?
    “E’ noto che non sono cattolico praticante. Ma questo non mi impedisce di credere nei valori del cristianesimo e anche nella tradizione”.
    Quindi è credente?
    “Hayek, grande liberale, diceva che non si può essere né atei né credenti, perché il problema sfugge alla nostra ragione. Ricordo anche le ultime ore di Federico Chabod che si congedò da noi, suoi allievi, con queste parole: “Muoio nella religione dei miei padri””.
    Lei ama molto Hayek. Come mai non ha sfondato in Italia?
    “Colpa di Einaudi”.
    Il presidente?
    “Suo figlio, l’editore”.
    Che cosa ha fatto?
    “Non ha pubblicato, quando avrebbe dovuto, La via della schiavitù. E pensare che suo padre glielo aveva consigliato. So che lo ebbe fra le mani e poi lo bloccò”.
    Secondo lei perché?
    “Temo perché denunciava le degenerazioni dello Stato onnipotente, come in Urss”.
    Il liberalismo sta vincendo o tornerà in crisi?
    “Guardi, se al dipartimento di economia dell’università di Mosca hanno inaugurato una statua di Hayek, vuoi dire che sta vincendo”.
    (Tratto da “Il resto del carlino” del 16/X/1999)

    http://www.legnostorto.com/node.php?id=2524

  3. #3
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    Predefinito Perché non possiamo non dirci liberali

    Intervista al docente di filosofia morale Nicola Matteucci
    di Carlo Donati
    Si apre con la Magna Charta del 1215 e si conclude con un busto di Friedrich von Hayek. E’ “Il cammino della libertà”, la mostra sul pensiero liberale che si apre domani al Castello Sforzesco di Milano. Nicola Matteucci si gode questo momento. Era sicuro che sarebbe arrivato, era sicuro che prima o poi i sacri testi che ha predicato per tutta la vita (da Tocqueville a Croce, da Popper ad Hayek), avrebbero avuto la loro rivincita. E oggi il fondatore del Mulino, studioso e politologo di fama europea (il suo Liberalismo in un mondo in trasformazione è alla quarta edizione), assiste allo spettacolo in cui tutti si proclamano liberali. Divertito e scettico li lascia dire mentre sarebbe uno dei pochi, se non l’unico, in grado di rilasciare il necessario certificato.

    Professore, perché ci sono tanti liberali in giro?
    “Ce ne sono anche tanti che indossano questa parola come un abito alla moda”.
    In buona fede?
    “Anche in mala fede, a volte senza nemmeno sapere che cosa rappresenta”.
    Che cosa rappresenta?
    “Il lungo cammino di un pensiero complesso. La sfida all’antico stato assoluto, la sfida alle democrazie giacobine, la sfida al totalitarismo e la sfida allo stato assistenziale”.
    Un pensiero quasi anarchico.
    “Einaudi diceva che il liberalismo è l’anarchia degli spiriti sotto la sovranità della legge”.
    In Italia c’è molta anarchia...
    “...ma senza la sovranità della legge, la legge con la maiuscola. Noi piuttosto brancoliamo in un labirinto di decreti”.
    C’è differenza tra liberalismo e liberismo?
    “Un tempo c’era, liberismo in campo economico e liberalismo in campo etico-politico. Poi questa distinzione è caduta. Non c’è liberalismo senza liberismo”.
    Ma è diventato sinonimo di troppo mercato, quasi senza regole.
    “Non esiste un mercato senza regole. Il mercato ha già meccanismi propri con cui si autoregola. La prova è che il mercato nasce ben prima che ci sia una moneta garantita dallo Stato”.
    Sono sufficienti questi meccanismi?
    “Naturalmente occorrono anche norme, ma universali e uguali per tutti, per esempio la lotta contro i monopoli si fa contro tutti, non contro questo o contro quello. Le norme non devono indirizzare il mercato, ma regolarlo.
    E la piccola iniziativa?
    Proprio per tutelarla. Senza la piccola iniziativa non c’è vero mercato. Già Adam Smith ricordava che andiamo a comprare il pane tutti i giorni e scegliamo dove c’è il fornaio che lo fa meglio.
    E dove costa meno.
    Se vuole anche dove c’è la fornaia più simpatica o carina. Basta che ci sia la libertà.
    Liberalismo e democrazia vanno sempre d’accordo?
    Da quando i liberali hanno accettato il suffragio universale.
    Quindi liberaldemocratici?
    “Col trattino o senza? C’è una simpatica polemica tra Giuseppe Galasso e il sottoscritto. Io sono contro il trattino, Galasso lo vuole iberal-democratici, come per mantenere una certa distanza”.
    Chi è oggi l’avversario del liberalismo?
    “Il laicismo”.
    Ma i laici non sono fratelli?
    “Ho detto laicismo. Il laico riconosce il primato morale della coscienza dell’individuo, il laicista considera invece lo Stato come il solo interprete della verità”.
    La Costituzione italiana è liberale?
    E’ un po’ confusa. Ci sono i diritti ma non li mette in rilievo. Dovrebbe esserci una dichiarazione dei diritti che precede la Costituzione”.
    Abbiamo avuto grandi statisti liberali?
    “Cavour e Marco Minghetti”.
    Minghetti?
    “Ha scritto opere fondamentali. Una di queste è intitolata Ingerenza dei partiti nella pubblica amministrazione e nello Stato”.
    E Luigi Einaudi?
    “Stavo per dirlo. E’ l’uomo che ha impostato la politica economica del dopoguerra. E’ a lui che dobbiamo il miracolo economico. Però oggi mi sembra che sia più celebrato che studiato”.
    Perché lei giovane liberale alla seconda laurea presentò una tesi su Gramsci?
    “C’era un passo cruciale da analizzare e criticare. Quello in cui Gramsci teorizza che il partito, cioè il partito comunista, deve sostituire l’imperativo categorico kantiano. Significa che L’uomo deve abdicare, la sua coscienza cessa di essere la sola interprete dei valori morali”.
    Come sono stati i suoi rapporti col Pci?
    “Mediati dalla storia del Mulino che a Bologna è stato il rifugio degli studiosi non comunisti. Fatto che destava la curiosità di Togliatti. Il sindaco Zangheri mi diceva: “Quando vedo Togliatti mi chiede sempre: ma cosa fanno quelli del Mulino?”. Per il resto abbiamo avuto rapporti di reciproco rispetto.”
    Suo padre non fu ucciso dai comunisti?
    “Preferirei non parlarne.”
    Ma è un fatto noto.
    Mio padre venne ucciso nel ’45 da un comunista che poi venne arrestato e processato. Mio padre era una brava persona stimata e ben voluta tanto che vennero i dirigenti del Cln a portare le condoglianze e a scusarsi”.
    Quanto ha pesato quell’episodio?
    “Su di me? Moltissimo, è ovvio”.
    Anche sulla sua formazione?
    “Come studioso ho cercato di ragionare. Sapevo e so bene che i processi rivoluzionari provocano sempre vittime innocenti. Però pochi mesi dopo ho fondato a Bologna la sezione giovanile del partito liberale”.
    Lei ha scritto un editoriale intitolato “Se un liberale sta con la Chiesa”.
    “Commentavo il fatto che tanti laici sono contro l’aborto”.
    Un liberale può stare con la Chiesa?
    “Beh, c’è la famosa frase di Benedetto Croce: “Perché non possiamo non dirci cristiani””.
    La fa sua?
    “Certo”.
    Si sta convertendo?
    “E’ noto che non sono cattolico praticante. Ma questo non mi impedisce di credere nei valori del cristianesimo e anche nella tradizione”.
    Quindi è credente?
    “Hayek, grande liberale, diceva che non si può essere né atei né credenti, perché il problema sfugge alla nostra ragione. Ricordo anche le ultime ore di Federico Chabod che si congedò da noi, suoi allievi, con queste parole: “Muoio nella religione dei miei padri””.
    Lei ama molto Hayek. Come mai non ha sfondato in Italia?
    “Colpa di Einaudi”.
    Il presidente?
    “Suo figlio, l’editore”.
    Che cosa ha fatto?
    “Non ha pubblicato, quando avrebbe dovuto, La via della schiavitù. E pensare che suo padre glielo aveva consigliato. So che lo ebbe fra le mani e poi lo bloccò”.
    Secondo lei perché?
    “Temo perché denunciava le degenerazioni dello Stato onnipotente, come in Urss”.
    Il liberalismo sta vincendo o tornerà in crisi?
    “Guardi, se al dipartimento di economia dell’università di Mosca hanno inaugurato una statua di Hayek, vuoi dire che sta vincendo”.
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  4. #4
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    Predefinito L'ambiguità di Antonicelli e la sua fuga verso il comunismo

    Mandato da Pf Quaglieni Sabato, 08 March 2003, 01:15 uur.
    Nel carteggio Croce-Pannunzio è contenuta una lettera in cui il filosofo napoletano bolla con parole di fuoco l’allora liberale eretico Franco Antonicelli, guru della cultura torinese, definendolo “ambizioso e vuoto, già liberale che abbandonò poi il Partito per un viaggio in varie tappe verso il comunismo”. Era l’aprile 1950 e Croce vide lucidamente quello che fu lo sbocco inevitabile di certa sinistra liberale: Antonicelli finì, diciotto anni dopo, nel 1968, senatore della cosiddetta “sinistra indipendente”, eletto con i voti del Pci e del Psiup in Parlamento.

    Mario Pannunzio rispondeva a Croce scrivendo: «La nostra fedeltà al liberalismo non è sentimento contingente, e non ci sentiamo affatto di avallare il dilettantismo e l’esibizionismo di intellettuali “alla Antonicelli”. Ci siamo sentiti liberali accanto a Lei durante il fascismo, lo siamo stati dopo la liberazione, e lo siamo oggi con egual fervore, confortati dalla Sua ispirazione».

    In queste due lettere è riassunto il dramma dell’essere liberali in anni in cui, dopo il fascismo, il comunismo rappresentò una vera e propria calamita per tanti intellettuali che, partendo da sponde lontane come Antonicelli, finirono per subire l’attrazione irresistibile dell’intellighenzia comunista.

    Antonicelli fu il tipico esempio del radical-chic, pedagogo privato del futuro avvocato Agnelli ma nel contempo attratto dalla sinistra a tal punto che, divenuto senatore del Pci insieme a Parri e Galante Garrone, finì negli ultimi anni della sua vita per scavalcare a sinistra lo stresso partito comunista, manifestando la sua simpatia alle frange più estreme di “Lotta continua”.

    Dalla Resistenza alla contestazione violenta dei giovani per Antonicelli non c’era infatti soluzione di continuità.

    La posizione di Pannunzio è invece esemplarmente chiara e definita, senza incertezze e senza ambiguità “alla Antonicelli”.

    Potremmo quasi dire che i due poli del liberalismo italiano si ritrovano in Pannunzio, “liberale puro e duro”, come lo definì proprio nel 1968 Francesco Compagna ed Antonicelli, la cui strada era già contrassegnata da quella che Pannunzio, in una lettera a Nicola Matteucci del 1966, considerò “fuga verso il comunismo, rassegnazione, opportunismo”.

    Questa coerenza liberaldemocratica di Mario Pannunzio balza all’occhio ancora più evidente oggi, a trentacinque anni dalla sua morte, avvenuta a Roma nel febbraio 1968.

    Pannunzio aveva da due anni chiuso il settimanale “Il Mondo”, sentendo non più conciliabili con il “senso geloso della sua indipendenza” liberale il clima politico che andava delineandosi e che sfocerà l’anno dopo nell’inizio di quella contestazione che tanti danni provocherà al Paese e alla cultura.

    Un giornale come il “Mondo” non poteva sopravvivere alla sbornia ideologica che si stava delineando e all’ondata plumbea di demagogia che ne sarebbe derivata. Un liberale, stretto nella morsa dell’isolamento, non aveva altra scelta, se non voleva allinearsi e cedere al conformismo assillante.

    Quella che potè sembrare una resa, fu in effetti un atto di denuncia ferma, decisa e persino assordante nei confronti di una cultura che stava accodandosi in massa al Pci e alla sua macchina organizzativa nel campo della cultura. Un liberale “puro e duro” non poteva passare armi e bagagli, come fecero tanti altri all’area comunista, subendone l’egemonia asfissiante.

    È in questa logica che va inquadrato il tentativo dell’”Espresso” prima e della “Repubblica” dopo, di impadronirsi dell’eredità pannunziana con un falso storico che finora pochi hanno avuto il coraggio di denunciare. Pannunzio non era per un liberalismo élitario, era contrario al liberalismo dei salotti, a quello che Elena Croce ha definito “lo snobismo liberale”. Ma su un punto fu sempre irremovibile: un anticomunismo senza cedimenti e senza ammiccamenti “alla Antonicelli” o, se vogliamo, “alla Scalfari”.

    A trentacinque anni dalla morte di Pannunzio va detto con chiarezza che Eugenio Scalfari, per il solo atto di aver frequentato giovanissimo il gruppo dei liberali pannunziani, non ha titolo né morale né politico per erigersi a continuatore di una tradizione culturale e civile che egli non ereditò ma da cui, semmai, tralignò in modo evidentissimo.

    Ricordare oggi Pannunzio significa rendergli giustizia, affermando con chiarezza che la sua intransigenza morale era assoluta e non poteva accettare compromessi di sorta.

    Da aristocratico qual era per parte della madre, discendente di una delle più vecchie famiglie di Lucca, disprezzava il denaro, i favori, le minute transazioni delle quali sono fatti i giorni della maggioranza della gente. Viveva semplicemente, pronto a vivere ancor più semplicemente per difendere la sua indipendenza. Questo era Pannunzio. La storia di Scalfari è altra cosa, impregnata com’è di gusto per il potere, il successo e la mondanità.

    Non a caso, Pannunzio, prima di morire, diede l’ordine ad un amico di vietare a Scalfari di partecipare ai suoi funerali. È un atto che nella sua drammatica, estrema eloquenza rappresenta la smentita più clamorosa di un presunto legame di continuità tra “Il Mondo” e il quotidiano di piazza Indipendenza.

    I liberali “alla Antonicelli” o alla “Scalfari” sono una cosa, i liberali “alla Pannunzio” un’altra. Sarebbe ora di dirlo senza equivoci.

    Pier Franco Quaglieni (
    www.centropannunzio.it

 

 

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