Aspetti in ombra della legge sociale dell’Islam. Per una critica della vulgata «islamicamente corretta»



«Vivere con l’Islam» è sempre più una realtà che una prospettiva, che propone non pochi problemi, non solo sul piano religioso o culturale, ma anche, se non soprattutto, su quello politico. Non si può certo dimenticare che per secoli – almeno fino al 1683, data dell’assedio di Vienna da parte dell’esercito della mezza luna – re e governanti d’Europa sono stati impegnati a fronteggiare la «guerra santa» di conquista islamica, portata dal mare, ma anche via terra, tentando di risalire il Vecchio Continente attraverso le tre penisole: la balcanica, l’italica, l’iberica. Le pur alterne fortune di tali guerre non hanno impedito alla fine all’Occidente di salvare se stesso. Oggi però, quello che all’Islam non è riuscito manu militari, rischia di riuscire attraverso flussi migratori, clandestini o legali che siano, cui l’Europa invasa non sembra saper contrapporre un’adeguata coscienza di sé. Infatti, da un lato, la perdita di un senso forte d’identità – quale può essere quello religioso e culturale, minato da secolarismo e relativismo – impedisce di resistere all’ondata islamica sul piano della serietà del vivere e del costume; dall’altro, indebolisce ogni trattativa dei pubblici poteri con le comunità islamiche, che pretendono riconoscimenti senza garantire né reciprocità nei loro paesi d’origine verso i cristiani, né il rispetto dei principi del buon costume, dell’ordine pubblico e dei diritti umani così come elaborati dalla cultura e dalla civiltà d’Occidente. Il problema, poi, manifesta tutti i propri tratti politici se si considerano almeno quattro caratteri (normalmente tenuti «in ombra») dell’islam – qual è, e non quale vorremmo che fosse, ovvero quale, una certa vulgata «islamicamente corretta», che va di moda nel nostro mondo, ci vuol far credere che esso sia.



Di tali aspetti si occupa lo studio di Giovanni Cantoni «Aspetti in ombra della legge sociale dell’islam. Per una critica della vulgata “islamicamente corretta”» (Centro Studi sulla Cooperazione «A. Cammarata», S. Cataldo, 2000), che, secondo l’autore della Prefazione, il gesuita egiziano Samir Khalil Samir, «costituisce lavoro seriamente costruito e documentato, utile a sgomberare il campo da molte ingenuità diffuse sull’islam […] facendo emergere la complessità del tema, nelle sue connessioni non solo con la sfera privata ma, soprattutto, con la dimensione pubblica della religione», in particolare mettendo a fuoco il problema della «libertà religiosa, un concetto in realtà ancora sconosciuto nel mondo musulmano».



Anzitutto, il saggio affronta il tema della piena coincidenza tra «religione e comunità civile», cioè, come diremmo noi, tra Stato e Chiesa, tra i quali l’islam non ammette distinzioni, pretendendo la piena sovrapposizione tra legge religiosa e legge civile, con tendenza, dunque, ad un marcato totalitarismo ed all’utopia della società perfetta e salvifica, propri di ogni «religione politica»: l’islam definisce se stesso dîn wa-dunyâ wa-dawlah, cioè come religione e società e Stato.



Poi, viene in considerazione, quasi come conseguenza, il fatto che in una società islamica soltanto il fedele di Allah ha pienezza di diritti; i seguaci di altre religioni, come cristiani ed ebrei, seppure tollerati, sono considerati cittadini di serie «B», mentre la legge civile si preoccupa di punire con la pena di morte ogni conversione dall’islam ad altre religioni.



In terzo luogo, va notato come l’islam non conosca un’autorità religiosa universale, un «capo della Chiesa», come può essere il Papa, sicché esso, che può correttamente essere definito come un «colossale protestantesimo», non consente un interlocutore che parli a nome della comunità.



Infine, il Corano ammette la deterrenza terroristica contro l’infedele: e si ricordi che per il musulmano il mondo si divide in «terra sottomessa» ed in «terra di guerra» da conquistare.



Alla stregua di tanto appare chiaro come l’ormai noto monito del cardinale Biffi – che fa eco ad uno analogo del cardinale Etchegarray del 1988 – debba davvero interpellare i politici, il cui dovere di tutelare e promuovere il bene comune non consente loro di «liquidare» la questione invocando le solite parole talismano che magicamente dovrebbero risolverla: «tolleranza», «accoglienza», «società multiculturale e multietnica»; ovvero quelle che servono a «squalificare» chi la pone: «razzismo», «xenofobia», «integralismo», e così via. Qui può essere in gioco, oltre l’identità culturale e religiosa – per quel che ne sopravvive – d’Europa, oltre il suo modello sociale e di libertà, la stessa vita degli uomini che la popolano e che non intendono in un futuro più o meno prossimo convertirsi all’Islam.



Come, sempre il prefatore allo studio di Cantoni, scrive, in Occidente «vi è un atteggiamento ambiguo, disposto a cedere posizioni culturali in cambio dell’apertura dei rubinetti degli oleodotti. Si tratta di una scelta decisamente perdente, perché equivale per i musulmani alla dimostrazione del vuoto spirituale delle nazioni cristiane, della vittoria dell’islam sulla cristianità». Il lavoro di Cantoni, con le sue trenta pagine di bibliografia, può essere uno straordinario contributo alla comprensione dell’islam, e quindi alla ripresa di coscienza di sé del mondo Occidentale di tradizione cristiana, in vista dell’esigenza di «trovare il modo» per «vivere con l’islam» senza perdere se stessi.



Giovanni Formicola



Scheda dell’opera

Giovanni Cantoni, Aspetti in ombra della legge sociale dell’islam. Per una critica della vulgata «islamicamente corretta», Centro Studi sulla Cooperazione «A. Cammarata», San Cataldo (CL) 2000, pp. 174, £. 20.000