Da gennaio 122 attacchi terroristici palestinesi tentati, solo due riusciti
I dati (dallo “scudo difensivo” fino a oggi) provano che le azioni militari riducono le offensive di kamikaze e gruppi armati
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Gerusalemme. Il recente attentato contro un bus di civili israeliani a Haifa riporta l’attenzione degli analisti sul tema dell’efficacia delle misure adottate da Israele contro il terrorismo palestinese. La scuola d’interpretazione prevalente sostiene che occorre risolvere le “cause” del terrorismo, cioè l’occupazione israeliana. Solo una soluzione politica sonfiggerà il terrorismo, che, secondo questa scuola, è interpretato come il gesto disperato di individui e gruppi che hanno scopi politici negoziabili. La soddisfazione delle loro rivendicazioni porterebbe a buon fine la lotta al terrorismo che deve essere politica, perché il terrorismo è espressione estrema di altrimenti legittime rivendicazioni. Una variante di questa scuola vede nel recente attentato la risposta palestinese – esecrabile, condannabile, tragica, ma pur sempre “comprensibile” – alle recenti operazioni israeliane a Gaza. L’attentato fa parte del “circolo vizioso della violenza”: l’azione militare è seguita da una rappresaglia terrorista, ovvero corollario alla concezione razionale che “a ogni azione corrisponde una reazione” e che esiste dunque una correlazione causale tra operazioni militari israeliane e terrorismo palestinese. Ne consegue che se gli israeliani interrompessero le loro operazioni e riaprissero il negoziato, cesserebbe anche il terrorismo. La scuola prevalente sul terrorismo non tiene conto di un fatto: per ogni attentato che riesce, ve ne sono molti che falliscono. Di quelli falliti non vi è spesso notizia, ma se la correlazione causale esistesse, uno dovrebbe dimostrarla in tutti i casi di terrorismo, non solo quelli dove l’attentato riesce (che fanno notizia) ma anche quelli dove l’attentatore viene neutralizzato (che spesso i giornali ignorano). E se sulle interpretazioni si può discutere, sui fatti c’è meno margine di fantasia. Nel periodo da marzo 2002 a oggi, solo un mese ha registrato un numero di attentati suicidi minore di 10: aprile 2002, ovvero nel periodo dell’operazione “Scudo Difensivo”. La pressione militare in quel caso, non il dialogo, ridusse la capacità operativa dei terroristi: nel marzo 2002 ci furono 17 attentati suicidi riusciti (e 8 sventati) mentre in aprile il numero scende a 5 riusciti e 4 sventati. Da maggio 2002 il numero complessivo ritorna sopra i 10 al mese: 15 in maggio, 16 in giugno, 15 in luglio, 13 in agosto, 12 in settembre, 16 in ottobre, 19 in novembre e 15 in dicembre. Tra gennaio e oggi il numero è drammaticamente cresciuto: 65 attacchi a gennaio e 57 a febbraio. I numeri rimangono costanti tra maggio e dicembre e aumentano in gennaio e febbraio. Nello studiare questi numeri si notano due cose: primo, non esiste correlazione tra gli attentati e le operazioni militari israeliane. I numeri di azioni suicide salgono e scendono indipendentemente dalle azioni israeliane: non sono le incursioni militari, o l’imposizione di coprifuoco che causano “una risposta palestinese”. La spiegazione va cercata altrove, come notava egregiamente Fiamma Nirenstein sulla Stampa di ieri a pagina 5. Secondo, il numero di attentati rimane costante salvo il mese dell’operazione israeliana della scorsa primavera (quando la capacità operativa del terrorismo subì un duro colpo), e s’impenna nel periodo elettorale israeliano e in prossimità della guerra in Iraq. Questo nonostante che nello stesso periodo avvenissero i negoziati del Cairo tra fazioni palestinesi per un cessate il fuoco, almeno contro civili israeliani. E nonostante che Yasser Arafat facesse appello ai palestinesi di interrompere gli attentati per “aiutare” il partito laburista israeliano a vincere le elezioni. Che cosa è cambiato dal giugno del 2002 Non sono cambiati i numeri di attentati, né sembra possibile stabilire un chiaro legame tra azioni militari e “reazioni” palestinesi. Quello che è cambiato è invece la capacità israeliana di neutralizzare o prevenire attentati. Da giugno 2002 il rapporto tra successi e fallimenti cambia: se a maggio 2002 vi furono 8 attentati riusciti e 7 sventati, a giugno il rapporto è di 6 a 10, a luglio di 3 a 12, agosto 3 a 10, settembre 3 a 9, ottobre 1 a 15, novembre 1 a 18 e dicembre 0 a 18. Tra gennaio e oggi, il numero di tentativi è salito a 122, con due successi soltanto, il 5 gennaio e il 5 marzo. Questi dati parlano chiaro: non c’è correlazione causale tra operazioni militari israeliane e terrorismo palestinese. Solo l’intensificazione dell’attività antiterroristica, le sempre più frequenti incursioni, la sempre più pervasiva rete di informatori palestinesi, i colpi inflitti all’infrastruttura terroristica a seguito di arresti, uccisioni mirate e incursioni militari hanno indebolito la leadership del terrore, e possono sconfiggere il terrorismo.




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