Pagina 1 di 2 12 UltimaUltima
Risultati da 1 a 10 di 11
  1. #1
    Insorgente
    Data Registrazione
    25 Jul 2002
    Località
    Da ogni luogo e da nessuno
    Messaggi
    2,654
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Post Fuori dallo stalinismo. Per il comunismo

    Fuori dallo stalinismo. Per il comunismo
    «Dimenticare Stalin», una tentazione sempre in agguato Ma, se vogliamo cambiare il mondo, ci è vietata la rimozione

    Rina Gagliardi

    Nel 1967, l'agenzia Novosti diffuse in Italia una pubblicazione di esplicito taglio propagandistico, intitolata L'Unione Sovietica. Piccola enciclopedia: un volumetto "naturalmente" agiografico, colmo di cifre e percentuali sull'industria, l'agricoltura e, più in generale, i risultati di una società ormai avviata sulla strada «dell'edificazione del comunismo». La cosa più singolare di questo testo è che vi è completamente assente un nome: quello di Stalin. La storia dell'Urss - anzi della Russia - vi è ricostruita con una certa ampiezza (a partire dal V secolo a. C. da Vladimir Monomonaco a Pietro il Grande, da Mikhail Lomonosov, fondatore della prima università, fino alla nascita delle prime organizzazioni operaie), fino alla Rivoluzione d'Ottobre. Ma l'unica figura nominata è Lenin, poi dal 1917 si passa direttamente al XXtreesimo congresso del Pcus. Di Josif Vissarionovic Dzugasvili nessuna traccia, a nessun proposito.
    Una rimozione così clamorosa da apparire incredibile. Un esempio piuttosto goffo, si potrebbe aggiungere, di riscrittura della storia per cancellazione, tecnica assai sinistra di tipo staliniano (immortalata da Orwell nel suo cedlebre 1984). Essa ci fornisce, tuttavia, un interessante indizio di una tendenza diffusa, in diverse forme, ad est come ad ovest: dimenticare Stalin e lo stalinismo. Guardare a un intero periodo storico con la sensazione concentrata, e certo angosciata, di un'epoca «grande e terribile», nel corso della quale, come ebbe a scrivere lo storico americano Stephen Cohen, «una montagna di enormi realizzazioni» convisse con «una montagna di delitti inauditi». Ma fermarsi lì, appunto. Cercare soccorso nella categoria dell' "incidente storico", sia pure di rilevanti dimensioni, ritornare al fatidico motto crociano dell'heri dicebamus. E soprattutto resistere all'interrogazione di fondo: quella sul perchè, e come è potuto accadere.


    La risposta «negazionista»
    Le radici della rimozione sono, dunque, molto chiare, e vanno al di là di ogni pur minuziosa, complessa e impegnativa indagine storica e politica. Se il più grande tentativo del XX secolo di cambiare una società nella direzione del socialismo è finito, come è finito, in una immane tragedia e in una feroce e sanguinaria dittatura, che cosa ci garantisce che non sia questo l'esito obbligato di ogni trasformazione rivoluzionaria? Come facciamo a restituire alle nostre parole-chiave - il socialismo, il comunismo - il senso loro proprio, quello di un grande progetto di liberazione delle donne e degli uomini, strappandole, con una sorta di violento strattone concettuale, valoriale e storico, dalle loro concrete realizzazioni su questa terra?

    A queste dure domande, come sappiamo bene, una parte ampia del movimento comunista (tutto il gruppo dirigente del Pci, per esempio) ha risposto dilatando oltre se stesso il processo di rimozione: decretando cioè che il «male» era tale fin nella sua radice e fin nelle sue premesse. E che il comunismo era, fin dall'inizio, «incompatibile» con la libertà delle persone. Un secolo e mezzo di storia veniva così derubricato ad errore (ad «illusione», ha detto Furet) e lo stesso Stalin, in un senso preciso, giustificato nelle sue nefandezze - in quanto unico interprete autorizzato, storicamente legittimato, di un movimento, quello comunista, per sua natura cieco e autoingannevole. Viceversa e parallelamente, il capitalismo (e la sua ideologia peculiare, il liberalismo nelle sue multiformi accezioni) venivano assunti come l'unico orizzonte possibile della storia e della società - giusto con qualche correzione, con qualche modesto intervento della politica. Notiamo, ancora, che questa immane «riconversione» politica e ideologica si è prodotta non alla metà dei '50, quando cominciava a squarciarsi il velo sul periodo staliniano, e neppure alla fine dei '60, nel corso della lunga agonia brezneviana, ma a ridosso della fine dell'Unione sovietica, ormai ridotta a fantasma di se stessa. Il Pci, insomma, fu in grado di superare il trauma del XX congresso e del rapporto Krusciov, in quanto portatore di un'esperienza propria, originale, relativamente autonoma dalla cultura politica dello stalinismo. Non sopravvisse, invece, alla caduta del muro di Berlino e all'ammainarsi della bandiera rossa dalle guglie del Cremlino, perchè aveva ormai smarrito la sua identità rivoluzionaria, la sua ragion d'essere. Anche questo è un dato rimasto quasi inspiegato, o poco riflettuto, nella discussione di questi anni.


    Lo stalinismo di Stalin
    Tocca, dunque interamente a noi - ai nuovi comunisti del XXI secolo, a tutti coloro che non rinunciano al progetto della «Grande Riforma» del mondo - il peso di un bilancio critico, il tentativo di una vera resa dei conti. Su Stalin, prima di tutto, e sullo "stalinismo di Stalin", non sono ammissibili giustificazionismi di alcun genere - soprattutto se si è interessati, come noi siamo vitalmente interessati, al futuro del socialismo.

    «Sotto la dittatura di Stalin» ha scritto Aldo Agosti «il processo rivoluzionario è stato deformato e stravolto al punto da rendere irriconoscibile il patrimonio di idee e di valori che era stato alla base della Rivoluzione d'Ottobre. Il danno arrecato all'immagine del socialismo, alla sua forza espansiva, al suo valore di alternativa storica per l'umanità, è stato incalcolabile». E' vero: il tiranno georgiano ereditò, alla morte di Lenin, una sorta di missione impossibile. La rivoluzione europea, e soprattutto quella in Germania, erano state sconfitte, soffocate nel sangue: la giovane repubblica sovietica, dove Lenin aveva operato la sua "forzatura" rivoluzionaria sulla base della previsione di una catastrofe imminente del capitalismo e di un prolungamento indefinito del conflitto mondiale, si trovava sola - senza amici e senza alleati, circondata in compenso da nemici interni ed esterni. Uscita con successo da questa prova immane, essa imboccò la strada dell'industrializzazione accelerata, della collettivizzazione forzata dell'agricoltura, insomma del superamento dell'arretratezza economica: da «anello debole della catena» imperialista, la Russia diveniva la sede di elezione di un altro esperimento impossibile, la costruzione del socialismo «in un solo Paese».


    Lo strapotere del Partito
    Le radici di ciò che è stato chiamato stalinismo sono anzitutto qui, nel modello di sviluppo che ha prevalso dopo i grandi dibattiti degli anni '20. In un gigantismo economico concentrato soprattutto sulla crescita quantitativa (l'acciaio, l'industria di base, l'energia), sull'ossessione, del resto conseguente, della pianificazione centralizzata (i piani quinquennali), su una modernizzazione che ha compromesso ogni rapporto equilibrato tra città e campagna.

    I risultati, ma soprattutto i costi pagati, per questa vera e propria «rivoluzione dall'alto», furono di enorme portata. Bastino per tutte le cifre del primo piano quinquennale,1929: prevedevano un incremento della produzione industriale del 180 per cento, dell'agricoltura del 55 per cento, del Pil del 103 per cento. Non furono raggiunte, se non in parte, ma restano un esempio di "titanismo" raramente raggiunto, in un lasso di tempo così breve. E bastino le cifre sommarie della drammatica guerra civile che si svolse, fino all'inizio degli anni 30, nelle campagne: oltre cinque milioni di contadini deportati, carestie, malattie, inurbamento forzoso. Mutavano radicalmente le basi strutturali dell'Urss e della Russia, avviata a diventare grande potenza economica mondiale.

    Ma i mutamenti epocali del sistema economico trascinarono quelli del sistema politico: il partito unico, nel corso di questo processo e di questa gigantesca repressione, diventò sempre più totalizzante, fino a coincidere completamente con lo Stato e con l'unica fonte del potere. Il Partito controllava tutto, dalle scelte economiche all'organizzazione della cultura, la vita politica del vertice come quella della base, la vita quotidiana e il destino dei singoli. Il Partito dettava i piani quinquennali, e costringeva il musicista Prokofiev a riscrivere la sua Katerina Ismailova secondo canoni più "popolari" e meno avanguardistici. Il Partito dirigeva un colossale sviluppo dell'istruzione, della sanità, dell'emancipazione della donna, ma tutto uniformava ai paradigmi del marxismo-leninismo, dottrina sistemica che avrebbe, per primo, fatto raggricciare Lenin, pensatore di straordinario acume pragmatico.

    Il Partito era il suo capo, Jozif Vissarionovic Dzugasvili detto Stalin, che trasformò tutte le indicazioni leniniane da proposte contingenti a dogmi ossificati, da «stato di necessità» a principi sempiterni. Con il Breve corso di storia del partito comunista bolscevico, manuale di formazione di base per almeno tre generazioni di comunisti, Stalin fece di se stesso anche un indiscutibile punto di riferimento teorico. Preludio agli eccidi degli anni '30 (il misterioso caso Kirov, l'assassinio di Trotsky in Messico nel '40) e alle grandi purghe del '38, nel corso delle quali vennero assassinati tutti i grandi protagonisti, politici, intellettuali e militari della rivoluzione d'Ottobre, da Bucharin al generale Tukhacewski. Un numero esorbitante di comunisti fu costretto alla «confessione», alla tortura, all'umiliazione di sè, alla morte. E un numero incalcolabile di cittadini costretto ad una vita non degna di questo nome.


    Un'eredità drammatica
    Ma quanto ha pesato la cultura politica dello stalinismo nella storia dei comunisti del XX secolo? Ovviamente moltissimo. Come avrebbe potuto essere altrimenti? L'Unione sovietica è stata, giocoforza, per settant'anni, il riferimento dei comunisti (ma anche di molti socialisti, laburisti, democratici): era la prova concreta che sì, il capitalismo si poteva superarlo, e perfino con risultati di prima grandezza. E, con la vittoria di Stalingrado e il tributo di sangue e di sacrificio pagato alla lotta contro le armate tedesche, era anche e soprattutto il paese alla quale l'intero occidente doveva la propria salvezza dalla barbarie nazista. Quali altri modelli erano disponibili, riconoscibili, utilizzabili? C'era, sì, per fortuna, la via italiana al socialismo, con la quale Togliatti costruì un partito «nuovo», di massa, sostanzialmente diverso da quello sovietico. Ma neppure Togliatti potè superare l'idea di un campo socialista, rispetto al quale valeva una grande autonomia, ma la cui crescita, sia pure contraddittoria, restava, in quanto era la garanzia oggettiva della propria collocazione strategica: insomma, la prova provata del fatto che i comunisti, con tutti i loro distinguo e tutte le proprie specifiictà nazionali, stavano comunque dalla parte giusta della barricata della storia. C'era, sì, la Cina di Mao, che per molti anni sperimentò un diverso equilibrio tra industrializzazione e agricoltura - fino all'audacia della rivoluzione culturale che metteva in discussione la divisione sociale dei ruoli, il rapporto tra lavoro manuale e intellettuale, la centralità assoluta del «quartier generale». Ma era fisicamente e culturalmente lontana - e soprattutto non apparve mai come un'esperienza "vincente". C'era Cuba, sì, con la sua rivoluzione speciale e autoctona - ma che presto rientrò nell'orbita del sistema sovietico.

    Per tutte queste ragioni, e per molte altre, la cultura politica dello stalinismo è stata forte, invasiva, radicata.


    I tanti stalinismi
    La verità è che, forse, mentre lo «stalinismo» è un'astrazione difficile da motivare, al di fuori del contesto storico e politico in cui maturò, di «stalinismi», invece, ce ne stati (e ce ne sono) molti. C'è lo stalinismo di chi - come vaste masse di milioni di comunisti - ha ammirato incondizionatamente «quel meraviglioso» giorgiano, e non ha mai cessato di ammirarlo prima, e di pensarlo con nostalgia dopo. Un misto di amore per il leader forte - uomo, più o meno, della provvidenza - e per il leader potente, capace di rappresentare in sè tutte le speranze di riscatto dell'umanità subalterna e sofferente. C'è lo stalinismo dei «giustificazionisti», quelli che, seguendo pedissequamente i dettami crociani, giurano sul fatto che la storia non si fa con i "se", e dunque che tutto ciò che è reale è razionale - anche i gulag, le purghe e il terrore essendo un portato inevitabile della storia e della costruzione del socialismo.

    E c'è lo stalinismo come eredità, «metabolizzata» ma mai davvero messa in discussione, del fare politica: quella che attribuisce al potere, alla sua conquista e al suo mantenimento un ruolo così privilegiato, da considerare «minore», rispetto all'orizzonte del comunismo, la dimensione della trasformazione sociale, culturale, interpersonale. Non tutti i cultori del primato del potere politico, ovviamente, sono stalinisti. Così come, del resto, non tutti gli «statolatri» sono, al tempo stesso, fautori di una concezione brutale e autoritaria del ruolo dello Stato. Tuttavia, è proprio qui che si annida quella degenerazione che - nel regime staliniano - si fa errore sistematico ed orrore: è nell'assolutizzazione della sfera del potere, è nella separazione permanente tra fini e mezzi, tra il luogo unico della «coscienza» (il Partito) e dunque della verità, e i molti luoghi del disordine (la società), della parzialità, del non sapere. Sì, la nostra rivoluzione è tornata ad essere di pienissima attualità. Sarà bene, questa volta, vincerla davvero, nel politico e nel sociale.

    Senza partiti unici e senza depositari della coscienza esterna (esterna a chi?). Possibilmente, con le masse.

    www.liberazione.it
    "Vogliamo distruggere tutti quei ridicoli monumenti del tipo "a coloro che hanno dato la vita per la patria" che incombono in ogni paese e, al loro posto, costruiremo dei monumenti ai disertori. I monumenti ai disertori rappresentano anche i caduti in guerra perchè ognuno di loro è morto malidicendo la guerra e invidiando la fortuna del disertore. La resistenza nasce dalla diserzione"

    Partigiano antifascista, Venezia, 1943





  2. #2
    Insorgente
    Data Registrazione
    25 Jul 2002
    Località
    Da ogni luogo e da nessuno
    Messaggi
    2,654
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    L'intervento di Fausto Bertinotti in occasione dell'anniversario della nascita del Pci nel gennaio 2001
    I nostri conti col passato (e con il futuro)

    Fausto Bertinotti

    Il novecento è il secolo di Auschwitz, ma, soprattutto, quello dell'irruzione delle masse nella storia. Per la prima volta nella storia dell'umanità le classi subalterne non tentano solo una rivolta, una ribellione, ma esercitano un'egemonia, creano una nuova cultura. Quando Berlusconi si lamenta che a cominciare dagli anni cinquanta, poi nei sessanta e fino a tutti i settanta, la sinistra e i comunisti sono stati egemoni sul piano culturale, non dobbiamo rispondere sulla difensiva. Al contrario dobbiamo dire che così è stato, pur tra grandissime difficoltà e pochezza di mezzi, perché i comunisti sono stati capaci di interpretare la storia del Paese, perché le classi subalterne, a partire dal '17, hanno tentato questo cimento.
    Detto questo noi dobbiamo fare i conti fino in fondo con la storia del movimento operaio nel novecento. Dobbiamo fare i conti con gli errori, le tragedie e gli orrori di questa storia. Come ho detto altre volte, citando un religioso, noi siamo "nani sulle spalle dei giganti", ma questo non ci esime dal fare i conti con i nostri giganti.

    Non abbiamo nulla di cui vergognarci. Il mondo si divise in blocchi contrapposti. L'esistenza del campo socialista era una cosa reale, oltreché molto sentita. La battaglia di Stalingrado rappresentò un elemento mitico, perciò reale, e nel nome di Stalin molti partigiani nel nostro paese raggiunsero le montagne per combattere la loro battaglia contro il nazifascismo. Quella scelta di campo non l'hanno fatta solo i comunisti, ma anche molti socialisti, democratici, cattolici. Voglio ricordarne uno fra tutti: Rodolfo Morandi, il quale fu un critico fiero dello stalinismo, ma dopo la scissione fatta dai socialdemocratici di Palazzo Barberini scelse di militare con decisione in quello che allora si chiamava il campo socialista (...)
    Lo so, erano tempi di ferro e di fuoco, appunto quelli in cui nel dopoguerra una generazione di comunisti si è formata, nella quale la scelta di campo internazionale rappresentava un'armatura per la scelta di classe.

    In quegli anni tanta gente esce dalla povertà e dalla miseria, e conquista il senso della cittadinanza: non più semplicemente operaio, o mezzadro, o bracciante, ma cittadino della Repubblica italiana costruita con le proprie mani, realizzando così la dignità e il senso di classe. Le lotte operaie di quegli anni non incontrano altri se non i comunisti, i socialisti, il sindacato confederale di classe, certo cattolicesimo democratico.

    Proprio per questo ho definito indicibile l'affermazione, fatta da Veltroni nel congresso dei Ds, che comunismo, democrazia e libertà siano incompatibili. Se si scorrono i nomi e le facce delle compagne e dei compagni che con il loro sacrificio hanno contribuito alla costruzione della libertà e della democrazia in questo paese, non è eccessiva la richiesta che chi ha fatto questa affermazione se ne vergogni. Naturalmente tutti possiamo sbagliare, ma se lo si riconosce sono doverose le scuse.


    Comunismo e libertà
    Quella affermazione, non è solo indicibile storicamente, ma anche culturalmente. Infatti Marx è il più grande pensatore della libertà. Egli critica la concezione precedente della libertà. Per Marx la libertà comincia dove comincia l'altro. Conseguentemente il lavoro diventa un bisogno ricco, non un'orrenda necessità, ma una libera manifestazione dell'attività umana. E questo bisogno può essere esercitato solo all'interno di una libera comunità. Marx è dunque il più grande pensatore della libertà umana.

    Questa considerazione non ci pacifica, ma ci pone invece un interrogativo terribile.

    Perché nel novecento le società postrivoluzionarie anziché produrre libertà hanno prodotto oppressione?

    Per rispondere a questa domanda è opportuno distinguere la storia del comunismo nel novecento in tre grandi aspetti. Il primo è rappresentato dalla storia delle idee, quindi del marxismo e dei marxismi. Il secondo da quello della lotta di classe nei paesi nei quali il movimento comunista non ha mai raggiunto il potere politico. Il terzo riguarda la storia delle realizzazioni statuali dell'esperienza del socialismo realizzato.

    Quest'ultima è davvero conclusa. Ma perché? L'esperienza dell'Unione sovietica fa parte della nostra storia, non ce ne possiamo liberare. Ragioniamo sul cuore di questa esperienza: lo stalinismo. Non mi riferisco qui al culto della personalità, ma ad un intero sistema. Lo faccio proprio perché le code di quel sistema vivono ancora dentro di noi e impediscono la ricerca e l'attualizzazione di un'idea comunista.

    Si può ragionare attorno al fatto se il comunismo fosse immaturo o se fosse caduto per colpa di errori. Ritengo che ci sia l'una e l'altra componente.

    Tuttavia voglio ricordare le parole di un grande comunista. Giuseppe di Vittorio, il quale di fronte alla sconfitta della Fiom alla Fiat, disse: "Ragioniamo sui nostri errori, perché le altre sono cose per le quali non possiamo fare granché, ma dai nostri errori possiamo, invece, emanciparci". Bene, allora sradichiamo dal nostro interno ogni residuo di stalinismo. Se c'è una cosa che mi ha sempre dato fastidio nel Pci è stata la pratica della doppia verità, per cui un conto è quanto si diceva nei gruppi dirigenti e altro era quello che si diceva alla base.


    La tragedia dello stalinismo
    Le colpe infatti non ricadono solo sull'Urss. La scelta del socialismo in un solo paese non ricade solo su Stalin. Essa era anche la risultante della convinzione nel movimento comunista internazionale che un'epoca si era chiusa e che quindi si dovesse pensare alle vie nazionali al socialismo. Allo stesso modo la concezione autoritaria non si è manifestata solo ad Est, ma in tutto il movimento operaio, nel quale prevalse una concezione etica per cui la risposta della fedeltà al partito prevaleva su qualunque altra, a volte rinunciando, per questa, a far valere la propria capacità critica. Affinché sia chiaro che parlo di tragedie e non di semplici errori vorrei citare passi che appartengono a uno storico rimasto comunista, come Roy Medvedev, il quale afferma che, in Unione Sovietica, «nel 1936 gli arresti colpirono principalmente ex aderenti alle opposizioni, in maggioranza gente che ricopriva incarichi secondari nell'apparato del Partito e dello Stato; ma dopo il Plenum del Comitato Centrale del febbraio-marzo del '37 e dopo l'arresto di Bucharin e di Rykov, l'ondata di arresti cominciò ad ampliarsi coinvolgendo decine di migliaia di persone che non avevano mai neppure aderito ai gruppi di opposizione».

    In questo modo cominciò una repressione di massa. Per avere l'ordine di idea di questa repressione che tocca prima i comunisti e poi il popolo, basti guardare a cosa accadde dopo il '56, quando vengono riabilitati i colpiti dai processi, dalle purghe e dall'oppressione. Lo storico scrive: «Il principale di questi avvenimenti fu la liberazione in massa dai campi e dai luoghi di confino di quasi tutti i detenuti politici. Contemporaneamente con la stessa ampiezza e rapidità si procedette ad un riesame dei casi giudiziari ed alla riabilitazione della maggioranza di coloro che negli anni '33-'55 erano periti nelle prigioni e nei campi staliniani... Ancor prima che le commissioni (istituite dal governo Kruscev) iniziassero ad operare, vennero riabilitate e liberate, sulla base di istruzioni telegrafiche da Mosca, quelle persone che si erano trovate in stato di detenzione per avere criticato Stalin, avere diffuso barzellette su Stalin o per motivi analoghi. Entro la fine dell'estate '56, vennero così liberati dai campi e dal confino alcuni milioni di persone. I primi a tornare in libertà furono gli ex membri del Partito ed i familiari di quei comunisti che erano stati fucilati. Vennero anche liberati immediatamente milioni di persone che si trovavano nei campi ed al confino dopo lo scadere delle rispettive pene, illegalmente prorogate per un periodo indefinito e, in alcuni casi, a vita... Il ritorno alle rispettive famiglie di milioni di ex prigionieri, così come la riabilitazione di vittime del terrore staliniano costituirono per la vita interna dell'Urss avvenimenti non meno importanti dello stesso XX Congresso». Ma non tutti poterono tornare perché molti di loro vennero torturati e uccisi e «giacevano in enormi fosse comuni con il nome segnato su una tavoletta di legno legata alla caviglia. E poi molti di quelli che erano tornati nei primi anni non provarono tanto sdegno o sete di vendetta, quanto la paura di un nuovo arresto».

    Questa vicenda non può essere messa tra parentesi: parla di noi. Come mai è successo? Ogni volta che la logica del potere prevale sulla ricerca della trasformazione, si hanno risultati terribili. Ogni volta che le istanze di liberazione del e dal lavoro hanno la peggio vincono le logiche burocratiche e di oppressione.

    Naturalmente dobbiamo sapere guardare a queste questioni con una profonda consapevolezza, che tiene conto delle condizioni in cui gli uomini e le donne di quel tempo si trovarono ad operare.

    Proprio per questo torna ad esser prezioso l'esempio di Antonio Gramsci. Egli stava nelle carceri del fascismo, era un uomo stimato anche se controverso. In carcere - e non importa qui approfondire se avesse o no ragione - maturò l'idea che i suoi stessi compagni preferivano lasciarlo lì piuttosto che liberarlo. Come mai Gramsci resta comunista? Lo fa perché egli pensa che al di là della tragedia di una persona e di un intero periodo vale di più la ragione della liberazione che è l'essenza del comunismo.


    Uscire da sinistra dallo scacco del '900
    Noi oggi non vogliamo stabilire una nuova ortodossia, anzi dobbiamo imparare da tutte le varie anime del movimento operaio, ed imparare una cosa che riguarda noi, ovvero che bisogna mettersi al riparo dalla tentazione di non accettare i passaggi più difficili del conflitto di classe.

    Ma ci poniamo una domanda: come si esce dalla crisi del movimento comunista del novecento? Propongo una scelta netta: si esce con una rinascita marxiana, cioè tornando a Marx. Non voglio affatto mettere tra parentesi il novecento, ma, invece, tornare a quella radice di fondo per riattraversarlo criticamente, per fare il famoso "balzo della tigre", per mettere la liberazione del lavoro salariato al centro della ricostruzione dell'attualità del comunismo; per lavorare sulla contraddizione tra il carattere sociale della produzione e quello privato della accumulazione capitalistica, al fine di superare l'organizzazione sociale del capitalismo. In questo quadro libertà ed uguaglianza rappresentano il fondamento del nuovo comunismo.

    Come vedete non proponiamo, come invece qualcuno fa, l'idea di un comunismo tranquillizzante, cioè di una prospettiva talmente lontana che intanto si può fare nel suo nome qualunque altra cosa. Così non si supera il problema, anzi l'ideologia diventa semplice difesa dei propri privilegi.

    www.liberazione.it
    "Vogliamo distruggere tutti quei ridicoli monumenti del tipo "a coloro che hanno dato la vita per la patria" che incombono in ogni paese e, al loro posto, costruiremo dei monumenti ai disertori. I monumenti ai disertori rappresentano anche i caduti in guerra perchè ognuno di loro è morto malidicendo la guerra e invidiando la fortuna del disertore. La resistenza nasce dalla diserzione"

    Partigiano antifascista, Venezia, 1943





  3. #3
    Insorgente
    Data Registrazione
    25 Jul 2002
    Località
    Da ogni luogo e da nessuno
    Messaggi
    2,654
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Per chi vuole leggere il resto...

    "Vogliamo distruggere tutti quei ridicoli monumenti del tipo "a coloro che hanno dato la vita per la patria" che incombono in ogni paese e, al loro posto, costruiremo dei monumenti ai disertori. I monumenti ai disertori rappresentano anche i caduti in guerra perchè ognuno di loro è morto malidicendo la guerra e invidiando la fortuna del disertore. La resistenza nasce dalla diserzione"

    Partigiano antifascista, Venezia, 1943





  4. #4
    Iscritto
    Data Registrazione
    27 Feb 2003
    Località
    Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche
    Messaggi
    101
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Tony Negri lavora bene nei vostri cervelli

    Paddy sempre più in basso, sei ridicolo......

  5. #5
    Registered User
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    511
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Attribuire i concetti espressi nei due articoli ad idee o concetti riconducibili alle opinioni di Toni Negri, autore e compagno a cui va comunque tutto il mio rispetto, sia per le sue scelte sempre limpide di vita, sia per il suo coraggio intellettuale e personale, quindi miei cari compagnucci, belli al caldo nelle vostre home sciacquatevi sempre la bocca prima di parlare o scrivere, è fare della pura propaganda, nulla vi è infatti del tonipensiero nei due scritti come del resto nulla vi è nelle altre pagine dell'inserto.
    La stupidità di chi pensa di dileggiare le tesi politiche di Rifondazione facendole ricondurre alle presunte tesi politiche di Negri, fa l apari con chi da destra ci accusa di avventurismo ed estremismo, ma non solo accomunati dalla tremenda accusa di tradimento, gpu gpu come mai non ci sei più, di destri e sinistri, si fa per dire, siamo tremendamente convinti della giustezza della nostra scelta di un necessario ritorno a Marx ed alle origini del marxismo per riprendere quel filone rivoluzionario che troppe deviazioni hanno "distolto" dalla retta via, la nostra è avviamente una ricerca, una contaminazione con le alttre realtà, che ci accomuna anche alla evoluzione del pensiero marxista, sempre aperto alle contaminazioni e sempre pronto al confronto doretto comn le realtà del periodo storico vissuto.
    La riscoperta di grandi pensatori marxisti, offuscati dal mito del grande padre, e dei loro contributi importantissimi alla teoria marxista della rivoluzione è stata per noi fonte di studio e ripensamento, ma anche di evoluzione e rafforzamento, nessuno può seriamente non affermare che Rifondazione con la sua pratica e la sua politica, è un piccolo partito che ha però grande influenza in grandi processi, sia in Italia che nel mondo, e devo aggiungere, per semplice orgoglio di partito, che la prima parte della campagna di tesseramento si è chiusa con un importante successo, il 90% dei circoli coinvolti hanno superato il 100% degli iscritti, il 60% di essi raggiunge il 130/40% delle iscrizioni, ed il 70% dei nuovi iscritti ha meno di trenta anni, questo solo per citare cifre che dimostrano la vitalità di Rifondazione.

  6. #6
    Socialcapitalista
    Data Registrazione
    01 Sep 2002
    Località
    -L'Italia non è un paese povero è un povero paese(C.de Gaulle)
    Messaggi
    89,492
     Likes dati
    7,261
     Like avuti
    6,458
    Mentioned
    341 Post(s)
    Tagged
    30 Thread(s)

    Predefinito

    accidenti quante cazzate in due soli articoli.
    Originally posted by falcorosso
    Attribuire i concetti espressi nei due articoli ad idee o concetti riconducibili alle opinioni di Toni Negri, autore e compagno a cui va comunque tutto il mio rispetto, sia per le sue scelte sempre limpide di vita, sia per il suo coraggio intellettuale e personale...

  7. #7
    Insorgente
    Data Registrazione
    25 Jul 2002
    Località
    Da ogni luogo e da nessuno
    Messaggi
    2,654
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Originally posted by Romeo
    Tony Negri lavora bene nei vostri cervelli

    Paddy sempre più in basso, sei ridicolo......


    Azzo, la Gagliardi negriana mi mancava


    P.G.
    "Vogliamo distruggere tutti quei ridicoli monumenti del tipo "a coloro che hanno dato la vita per la patria" che incombono in ogni paese e, al loro posto, costruiremo dei monumenti ai disertori. I monumenti ai disertori rappresentano anche i caduti in guerra perchè ognuno di loro è morto malidicendo la guerra e invidiando la fortuna del disertore. La resistenza nasce dalla diserzione"

    Partigiano antifascista, Venezia, 1943





  8. #8
    Registered User
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    511
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Se hai degli stupidi dubbi prova a farti della galera solo per le tue idee, sai che cosa è la galera, cella, privazioni e tutto il resto, prova a tornare sapendo che da libero tornerai prigioniero solo per dare peso alle tue idee, fai tutto questo ed avrai lo stesso rispetto personale, anche se con il completo disaccordo politico, che io ho per lui.
    Rigurdo poi alle cazzate, ognuno ha le sue idee, certo quelle di stalin non hanno nulla a che vedere nè con il marxismo nè con il leninismo, basta leggersi il testamento politico di Lenin.
    Non mi sembra che demonizziamo nessuno, ma riflettiamo semplicemente su quello che è successo e che nessuno può negare, è anche la nostra storia, noi la ripudiamo come esperienza marxista, ma fa parte comunque del primo tentativo di conquista del cielo.

  9. #9
    Insorgente
    Data Registrazione
    25 Jul 2002
    Località
    Da ogni luogo e da nessuno
    Messaggi
    2,654
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Mi permetto di

    Di postare un'altro bell'articolo di un noto negriano, Antonio Moscato

    La questione nazionale e la dissoluzione dell'Urss
    Antonio Moscato


    Nel "crollo dell'Urss" l'esplosione della questione nazionale ha pesato come fattore non marginale, anche se non sempre percepito come tale in Italia: le secessioni dei paesi Baltici, della Moldavia, della Cecenia, i feroci conflitti etnici nel Caucaso ma anche all'interno di molte repubbliche centroasiatiche, hanno colto di sorpresa chi non aveva voluto guardare i molti sintomi di una crisi che maturava da tempo. Molti dei problemi creati quando il diritto all'autodecisione era stato cancellato da un centralismo russo esasperato, si erano accumulati negli anni: l'esplosione era stata differita solo al prezzo di una repressione senza paragoni.

    Il "testamento" di Lenin
    Nel suo "Testamento politico" Lenin si era mostrato allarmato per un'inversione di rotta già visibile: «A quanto pare sono fortemente in colpa verso gli operai della Russia perché non mi sono occupato con sufficiente energia della famosa questione [... ] della unione delle repubbliche socialiste sovietiche. [... ] Si dice che ci voleva l'unità dell'apparato. Ma da dove sono venute fuori queste affermazioni? Non sono forse venute proprio da quell'apparato russo che, come ho già rilevato in una delle note precedenti del mio diario, abbiamo ereditato dallo zarismo, e che è stato solo appena ricoperto di uno strato di vernice sovietica?» (Lenin, Opere., vol. XXXVI, 1969, pp. 439-443). Lenin insisteva sul ruolo di quell'apparato «che noi chiamiamo nostro», ma che «in realtà ci è ancora profondamente estraneo» e che «rappresenta il filisteismo borghese e zarista». L'atteggiamento di Lenin era motivato da una riflessione sull'esperienza georgiana, a cui dedicò la sua "ultima battaglia", appoggiando decisamente la minoranza georgiana perseguitata da Stalin. A questo proposito Lenin si riferì per due volte a Stalin come "Diergimorda" (il rozzo poliziotto dell'Ispettore generale di Gogol). In entrambi i casi l'allusione era piuttosto esplicita: «Abbiamo noi preso con sufficiente sollecitudine i provvedimenti necessari per difendere effettivamente gli allogeni dal Diergimorda veramente russo? Penso di no, sebbene avessimo dovuto e potuto farlo. Io penso che qui hanno avuto una funzione nefasta la frettolosità di Stalin e la sua tendenza a usare i metodi amministrativi, nonché il suo odio contro il famigerato "socialnazionalismo".»

    Poche pagine dopo chiariva che il poliziotto "veramente russo" poteva benissimo essere nato in Georgia: «Il georgiano che considera con disprezzo questo aspetto della questione, che facilmente si lascia andare all'accusa di "socialnazionalismo" (quando egli stesso è non solo un vero e proprio "socialnazionale", ma anche un rozzo Diergimorda grande-russo), quel georgiano in sostanza viola gli interessi della solidarietà proletaria di classe, perché niente ostacola tanto lo sviluppo e il consolidamento della solidarietà proletaria di classe quanto l'ingiustizia nazionale, e a niente sono così sensibili gli appartenenti alle nazionalità "offese" come al sentimento di eguaglianza e alla violazione di questa eguaglianza, anche solo per leggerezza».

    Lenin a partire da queste considerazioni ricavava in primo luogo la proposta di togliere Stalin dall'incarico di segretario generale, che gli aveva consentito di «concentrare nelle sua mani un immenso potere», di cui già allora non si serviva «con sufficiente prudenza». L'indicazione più importante tuttavia non era di natura personale, ma riguardava l'atteggiamento da seguire verso le minoranze nazionali: «È meglio esagerare dal lato della cedevolezza e della comprensione verso le minoranze nazionali che non il contrario. Ecco perché in questo caso l'interesse più profondo della solidarietà proletaria, e quindi anche della lotta di classe proletaria esige che noi non abbiamo mai un atteggiamento formale verso la questione nazionale, ma che teniamo sempre conto della immancabile differenza che non può non esserci nell'atteggiamento del proletario della nazione oppressa (o piccola) verso la nazione dominante (o grande)».

    Queste note sono del 31 dicembre 1922, e chiariscono che l'ultimo Lenin, che concentrava le poche forze rimastegli su quelli che riteneva i problemi più drammatici dello stato sovietico, non aveva affatto ridimensionato la "tattica" contingente la scelta del rispetto dei diritti delle minoranze.

    Il Testamento politico di Lenin coglie il nesso tra le violazioni dei diritti delle minoranze nazionali (e ancor più di quelli delle nazioni che liberamente si erano associate su basi paritetiche alla repubblica sovietica russa) e involuzione complessiva dello Stato sovietico. Tra l'altro, subito dopo la conquista del potere da parte dei comunisti georgiani nel marzo 1921, Lenin aveva inviato a Orgionikidze alcuni preziosi suggerimenti: «Primo, bisogna armare immediatamente gli operai e i contadini poveri, per creare un forte esercito rosso georgiano. Secondo: è necessaria una particolare politica di concessioni verso gli intellettuali e i piccoli commercianti georgiani. [... ] Terzo: è infinitamente importante cercare un compromesso accettabile per fare blocco con [... ] i menscevichi georgiani che prima ancora dell'insurrezione non erano del tutto contrari all'idea di un regime sovietico in Georgia a determinate condizioni». È chiaro che Lenin concepiva un'unione basata sul rispetto non solo formale della diversità, compresa quella politica e sociale, delle repubbliche associate a quella russa.


    Rispetto delle autonomie
    Nei mesi successivi, prima di cominciare la sua battaglia sulla "questione georgiana", Lenin aveva tempestato di telegrammi i dirigenti delle repubbliche caucasiche insistendo nello stesso senso, sia sul terreno del rispetto delle particolarità e delle forze politiche locali, sia per la costituzione di un'armata rossa autonoma. Tutto questo era stato contraddetto dai dirigenti vicini a Stalin come Orgionikidze e Kirov, spingendo Lenin alla dura sconfessione della loro politica nel suo "Testamento". Negli anni successivi alla sua morte il "diritto all'autodecisione dei popoli" fu sempre più svuotato, dapprima con pesanti interferenze nella formazione dei gruppi dirigenti (destituendo quelli autoctoni regolarmente eletti e paracadutando altri del tutto estranei a quelle realtà), per poi arrivare, al momento della seconda guerra mondiale, alla deportazione di interi popoli, puniti collettivamente per le "colpe" vere o presunte di alcuni membri, o semplicemente vittime di un assurdo pregiudizio, come i tedeschi del Volga, istallati nella regione dalla fine del ‘700 e principale punto di appoggio del potere sovietico durante la guerra civile, ma sospettati di simpatie per il nazismo, solo perché parlavano tedesco!

    La stessa politica verso la consistente comunità ebraica (di tutte le minoranze, quella che aveva fornito il maggior numero di militanti alle diverse correnti del movimento operaio russo e in particolare a quella bolscevica) aveva assunto gradatamente le caratteristiche di un'assurda persecuzione di un gruppo etnico in quanto tale. È vero che la maggior parte degli ebrei che furono vittime del "grande terrore" degli anni Trenta erano stati colpiti in quanto comunisti di vecchia data e non per la loro origine, ma già durante la seconda guerra mondiale e soprattutto negli ultimi anni di Stalin la persecuzione era "mirata" e si riallacciava a vecchi stereotipi (i "medici assassini", il "cosmopolitismo", ecc.). Per questo negli ultimi decenni dell'Urss la maggior parte degli ebrei sovietici non aspirava che a emigrare e alla fine non hanno trovato altra possibilità che andare in Israele.

    Dopo la fine dell'Urss i conflitti si sono ulteriormente esacerbati: il veleno dello sciovinismo di cui parlava Lenin era penetrato a fondo attraverso i decenni, e forniva a ogni capo demagogo un argomento, e alle ex vittime motivi di risentimento profondo. Il caso della indomabile Cecenia (i cui abitanti erano tra i "popoli puniti" da Stalin con la deportazione) è relativamente più noto, anche se non sempre ben interpretato. È la conferma che decenni di repressione non possono cancellare l'aspirazione di un popolo anche molto piccolo a organizzarsi autonomamente.
    "Vogliamo distruggere tutti quei ridicoli monumenti del tipo "a coloro che hanno dato la vita per la patria" che incombono in ogni paese e, al loro posto, costruiremo dei monumenti ai disertori. I monumenti ai disertori rappresentano anche i caduti in guerra perchè ognuno di loro è morto malidicendo la guerra e invidiando la fortuna del disertore. La resistenza nasce dalla diserzione"

    Partigiano antifascista, Venezia, 1943





  10. #10
    Registered User
    Data Registrazione
    06 Mar 2002
    Messaggi
    511
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Questa storia delle teorie di Negri mi ha veramente rotto le scatole per due motivi molto significativi.
    Il primo riguarda la figura di Toni Negri stesso, si dileggia e si attribuiscono negatività, in modo stupido e superficiale, a tesi politiche che non si approvano, accusandole di "negrismo", credo e spero che le teorie dei nemici interni, anche se rispolverate a piè spinto ad ogni elezione dai DS (voto utile, liste civetta, sono legate strettamente al concetto del nemico interno, a sinistra, che vuole danneggiare la causa, vecchi armamentari degenerati che però fanno sempre comodo anche a chi rifiuta ogni legame con la storia del comunismo), il dileggio di un compagno, perchè non chiamarlo tale, visto che sento quotidianamente chiamare compagni i vari Dalema, Violante e company, e delle sue tesi o filosofie politiche è cosa stupida, ogni contributo va studiato ed indagato, da ognuno si òossono trarre idee e fili di indagine, questo non significa assolutamente corrispondemza o corresponsione delle idee di fondo di quegli scritti specifici.
    Il secondo è rivolto all'interno del mio partito, con troppa faciloneria e con troppa pratica che si riconduceva agli errori di cui sopra, i compagni che hanno contestato determinate tesi della maggioranza hanno lanciato questa, che evidentemente per alcuni di loro, doveva essere una accusa infamante e dequalificante, senza ricordarsi che il marxismo è indagine, ricerca, contaminazione, senza queste tre regole fondamentali il marxismo si riduce a opura speculazione teorica e dogmatica e produce quelle deviazioni che noi abbiamo condannato e sempre condanneremo, di tutto questo ne paghiamo ancora le conseguenze, ogni scelta, ogni novità ci viene bollata di negrismo, movimentismo ed altre sciocchezze.
    Ebbene queste contaminazioni, che non incidono assolutamente sull'impianto fondamentale della nostra pratica e teoria, sono vitali per la nostra rifondazione e se permettete preferisco essere contaminato da un D. Dolci, ed addirittura da un T. Negri che da Stalin.

 

 
Pagina 1 di 2 12 UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. Fuori il cardinal Bertone ( dallo Ior)
    Di Anthos nel forum Cattolici
    Risposte: 4
    Ultimo Messaggio: 16-01-14, 21:12
  2. L'Iran è stata tagliata fuori dallo SWIFT
    Di cscarfo nel forum Politica Estera
    Risposte: 3
    Ultimo Messaggio: 17-03-12, 13:31
  3. L'italia Fuori Dallo Scudo Missilistico
    Di capitanamerica7 nel forum Politica Estera
    Risposte: 53
    Ultimo Messaggio: 14-03-07, 12:45
  4. Perchè lo stalinismo non è comunismo
    Di Zefram_Cochrane nel forum Centrosinistra Italiano
    Risposte: 8
    Ultimo Messaggio: 25-10-05, 14:36

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito