di Giulio Ferrari

I valori della morale cattolica hanno rappresentato l’ancora di salvezza per la Chiesa, quando la barca del pescatore Pietro sembrava irrimediabilmente squassata dai tempestosi rivolgimenti conciliari. Infatti, affermando come irrinunciabile l’etica della famiglia fondata sul matrimonio, sull’ordine naturale e sulla sacralità della procreazione, con l’enciclica Humanae Vitae Paolo VI ha operato una improvvisa inversione di tendenza che spiazzò i fautori della dissoluzione della Chiesa e della società. Questo il fulcro dell’analisi di Umberto Bossi riferita al decisivo periodo storico degli anni Sessanta, illustrata mercoledì scorso da La Padania in una schematica rappresentazione. Il ragionamento del leader della Lega Nord è ben lungi dal ridursi a mera rivisitazione storica, perché il periodo considerato evidenzia aspetti di particolare analogia con quello attuale: si tratta, in entrambi i casi, di momenti di grande transizione dove sono in gioco gli assetti della società. Se la sfida del cambiamento oggi si ripropone sul piano europeo, non di meno, si assiste ancora alla spinta di gruppi più o meno palesi che operano per impostare la nuova dimensione sociale all’insegna di modelli tesi a negare le radici e l’identità dei popoli. In questo contesto, l’invito del Papa a digiunare contro la guerra, è stato accolto con soddisfazione da Bossi, che si è rallegrato per questo palese richiamo al linguaggio della tradizione cristiana, proposto all’intero universo, laico e religioso. Un gesto che, per il ministro delle Riforme, assume una valenza simile a quella dell’enciclica di Paolo VI sul “gravissimo dovere di trasmettere la vita”. Abbiamo voluto approfondire queste considerazioni con un teologo come Gianni Baget Bozzo, grande conoscitore delle strette connessioni tra religione e politica, nonché diretto testimone e protagonista, al fianco del “tradizionalista” Cardinale Siri, dei fatti conciliari che portarono alla pubblicazione del Humanae Vitae.
Don Baget Bozzo, Umberto Bossi ha rilevato come, negli anni Sessanta, la chiesa conobbe il culmine del suo declino perché accantonò il dogma e il sacro illudendosi di parlare il linguaggio del mondo...
«È un giudizio esatto, un’affermazione che ho fatto molte volte. Durante il Vaticano II l’aggiornamento andò oltre le intenzioni dei padri conciliari. L’effetto più devastante è stato quello di rendere discutibile il dogma. Il fatto di recedere dallo spirito dogmatico fece sentire molti in “libera uscita”. Ogni teologo si sentì autorizzato a mettere tutto in discussione. La disciplina venne seriamente intaccata, basta pensare che in quel periodo si raggiunge il picco massimo di spretati: furono centinaia ad abbandonare la tonaca, una cosa senza precedenti...».
Vuol dire che l’atmosfera del Sessantotto si impadronì della Chiesa?
«Voglio dire che il Sessantotto non sarebbe stato possibile senza la confusione che regnava nella Chiesa. Molti cattolici fornirono alla sinistra la sua militanza più estrema. Il terrorismo rosso viene da lì, insieme alla Cagol, ai Curcio. Le Br vennero fondate nel seminario di Chiavari. La rivoluzione della Chiesa ebbe come emanazione la rivoluzione nella società, l’utopia prese il posto della religione».
Gli stessi proclami di Paolo VI durante il concilio, non avevano un sapore vagamente utopistico?
«Ricordo ancora con terrore il discorso del Papa: “Il mondo e la Chiesa abbracciati per il bene dell’uomo”. Venne data l’impressione che la Chiesa fosse onnicompatibile, che si potesse sposare all’ideologia. E siccome, invece, si fonda sulla dottrina iniziò l’opera per far tabula rasa della tradizione. Si voleva far piazza pulita per costruire la nuova Chiesa, adeguata alla nuova società civile. Una grande sciagura da cui non ci siamo più risollevati».
Bossi però ha osservato come la gerarchia seppe impedire lo sfacelo totale proprio aggrappandosi all’ultimo baluardo della tradizione cattolica, quello della morale sessuale e famigliare. La pubblicazione dell’Humanae Vitae rappresenta davvero questo momento di svolta?
«Effettivamente quell’enciclica rappresentò il segnale chiarissimo che la misura era colma. Era la prima volta, dal Vaticano II, che il Papa diceva di no, che imponeva e ribadiva delle regole precise a cui era richiesto di sottomettersi. Certo, fu una svolta che aprì un periodo anche se la fase distruttiva è stata solo frenata. Infatti, sei anni dopo, nel ’74, Paolo VI fece enorme scalpore ammettendo che “il fumo di Satana è entrato nella Chiesa”. D’altra parte il Papa non riuscì a operare una vera inversione di tendenza, basta pensare alla riforma della messa che di lì a poco rivoluzionerà la liturgia».
Paolo VI però ruppe il clima di lassismo riaffermando i doveri in campo morale, proprio nel momento in cui il libertinismo sessuale assurgeva a ideologia politica. Lo fece con un documento di grande rigore dove si afferma che “nel trasmettere la vita i coniugi non sono liberi di procedere a proprio arbitrio, ma debbono uniformarsi all’intenzione creatrice di Dio”. Una doccia fredda per i progressisti che miravano a metter l’uomo, e non più il Creatore, al centro della religione. Come andarono i fatti?
«Il Papa riuscì a sottrarre al Concilio le questioni relative alla contraccezione e al celibato ecclesiastico. Istituì una commissione apposita presieduta dal Cardinale Julius Dopfner, progressista, e dal Cardinale Alfredo Ottaviani, prefetto del Sant’Uffizio, su posizioni tradizionaliste. Ne uscirono due relazioni: Ottaviani era in minoranza, ma Paolo VI scelse proprio la sua. Fu un segnale evidente che il Papa adesso andava contro la logica prevalente. La devastazione in atto nella Chiesa lo aveva spaventato».
Insomma, la Chiesa era ripartita dai valori. La tradizione può svolgere la stesse funzione nella società attuale?
«È vero, come dice Bossi, la Humanae Vitae è stato l’ultimo baluardo, la frontiera della morale. Però è giusto osservare che, nel clima generato dallo stesso Concilio Vaticano II, quel documento non trova un gran seguito nella società. E quanto alla Chiesa, l’eresia continua a fiorire nonostante che con Ratzinger sia ripreso un minimo di controllo teologico. Lo scontro, la battaglia che Umberto Bossi vede tra farisei e tradizionalisti è ancora aperta».
Il segretario della Lega ha riconosciuto nell’esortazione del Papa a digiunare per la pace un richiamo alla tradizione cattolica. Condivide questo appello?
«Il digiuno cristiano è silenzioso, questo ha un risvolto propagandistico. Per me conta il Vangelo che raccomanda a chi fa penitenza di non farlo sapere agli altri».