Padre Jean-Marie Benjamin
Iraq Trincea d'Eurasia
Libro intervista a cura di Tiberio Graziani
Prefazione di Enrico Galoppini
Seguito dal saggio
L'asse e l'anaconda. L'Iraq di fronte
alla conquista dell'Eurasia di Carlo Terraciano
pp126, 10,50 euro
Edizioni all'insegna del Veltro, 2002



Il controllo del discorso sull’Iraq
Chi leggerà questo libro-intervista, che a causa di una limitata distribuzione non godrà della grancassa delle recensioni importanti, con buona probabilità fa parte di un’élite, di quelle persone, cioè, che s’interrogano e che hanno intuito che qualcosa nelle versioni ufficiali non va, che hanno fiutato l’«inganno iracheno». Senza voler fare dello snobismo, e se si hanno delle relazioni con persone di varia estrazione, ci si rende facilmente conto però che si è letteralmente circondati da gente per la quale sapere che un Paese viene aggredito pretestuosamente e sottoposto ad ingiustizie a catena non costituisce un fattore di scandalo. Si tratta di persone spesso in buona fede, ma che per semplice ignoranza o perché «si informano» quel tanto che reputano bastevole, provano compassione, sgomento e indignazione per le tragedie che colpiscono popoli interi solo se glielo ordina il telegiornale. A queste persone vorrei davvero che giungesse questo volumetto, di modo che si rendano conto che mentre un mondo cosiddetto «libero» viene immerso a forza nell’atmosfera da psicodramma collettivo delle celebrazioni della prima ricorrenza dell’11 settembre e dell’avvio di Enduring freedom, in Iraq si ricordano, certo più sommessamente, i dodici anni di un evento realmente duraturo, tanto che verrebbe da chiamarlo Enduring embargo. Ma i «padroni del discorso» hanno buon gioco nell’aver partita vinta: l’embargo all’Iraq ha decretato la morte mediatica di questo Stato, che non riesce più a far sentire la propria voce al resto del mondo. Tutte le calunnie sono permesse senza tema di smentita. L’ultima, davvero esilarante, riguardava un “figliastro di Saddam Hussein” intento ad ordire trame malefiche per sabotare il 4 luglio degli americani. Anche gli sbarchi di disperati sulle coste italiane offrono lo spunto per disinformare, e in totale contraddizione rispetto a quanto evidenziano le immagini questi sono metodicamente descritti come “di profughi in maggioranza curdi”. Non vittime della pulizia etnica strisciante messa in atto dalla Turchia (paese dal quale salpano appunto le «carrette del mare»), ma “in fuga dal regime di Baghdad”. E non fa uno strano effetto sentire questi campioni della «libertà» e dell’«autodeterminazione dei popoli» discettare sulla necessità di favorire l'ascesa di un «Kharzai iracheno»? A rendere completa la costernazione dell’élite di cui sopra giungono infine le indiscrezioni sull’ennesimo tribunale ad hoc che dovrà ribadire che – mentre suda freddo al solo pensiero di una Corte penale internazionale - l’Angloamerica incarna il Bene. Anche quelle poche volte in cui viene pubblicamente riconosciuta la gravità della situazione in Iraq indotta dall’embargo e dai bombardamenti angloamericani, il quadro interpretativo di fondo non cambia e si sposa la versione ufficiale: è tutta colpa di Saddam Hussein e gli iracheni dovrebbero liberarsene. Come mai, allora, per spiegare l’11 settembre diventa sconveniente sostenere che la responsabilità ricade sull’establishment statunitense e la sua cocciutaggine nel voler imporre ai quattro angoli della Terra i propri diktat? Ma non è finita qui. In quella galera a cielo aperto che è l’Iraq non solo segnano la dodicesima crocetta sul muro ma aspettano anche altre bombe, dopo quelle del ’91, del ’98 e tutte quelle dispensate con regolarità per tutti questi anni con la scusa delle «No fly zone» (che mai l’Onu ha riconosciuto). Per una logica perversa, un Paese sotto embargo, per quel credito di cui godono i «promotori del Bene» angloamericani, e proprio perché essi ne hanno insinuato l’intrinseca malvagità (“se c’è un embargo un motivo ci sarà”), resta un Paese suscettibile in ogni momento di essere aggredito senza che gli aggressori debbano giustificarsi troppo (difatti, anche Iran e Corea del Nord hanno i loro embarghi, non si sa mai). La pratica dell'embargo - oltre al crimine perpetrato contro un intero popolo - è a ben vedere un monito rivolto a tutti coloro che mirano a divincolarsi dalla marcatura angloamericana: “Visto che cosa accade a chi osa contrastarci?”. Ma, quel che vi è di peggiore in tutto questo, l'Iraq è diventato il laboratorio a cielo aperto degli esperimenti del «dominio globale»: distruzione dell'economia attraverso il bombardamento degli impianti industriali e delle infrastrutture, embargo come terapia di mantenimento in uno stato di prostrazione, stillicidio di raid aerei al fine di provocare e di mantenere alta la tensione. Attaccheranno di nuovo, non attaccheranno? Ci sta che mentre questo libro uscirà dal tipografo, dalle macerie di Baghdad verranno estratti altri cadaveri. Non aspettiamoci comunque di vedere quei morti . Morti perché negli stessi dodici anni d’embargo l’Iraq non ha tirato neanche una bomba sull’Angloamerica, e neppure ha spedito una misera letterina all’antrace …

Il "guastafeste" Padre Benjain
Il sistema di controllo delle menti lavora tuttavia anche grazie a pure e semplici scorrettezze e ad inveterati convincimenti assunti acriticamente come dati di fatto, i quali, come se agisse un automatismo, vanno a tappare falle eventualmente apertesi nell’apparato predisposto. Così, se a rompere l’incantesimo giunge un Padre Benjamin con elementi clamorosi ed inediti, i più mostrano di saperla lunga, cominciano a scuotere il capo e prendono a chiedersi (cosa che di norma non fanno mai) chi ci sarà mai dietro questo strano prete che s’incaponisce nel difendere una delle proverbiali cause perse. Il problema è forse che Benjamin, il quale non rappresenta alcuna istituzione prestigiosa, risulta poco autorevole? No, non è un problema di autorevolezza. Abbiamo ex alti funzionari dell’Onu come Denis J. Halliday e Hans Von Sponeck che espongono fatti gravi e circostanziati, ma neppure a loro viene dato credito. La verità è che i «padroni del discorso», di fronte a denunce precise e documentate non ribattono con argomenti più convincenti o, meglio ancora, più aderenti alla realtà; essi vanno avanti per affermazioni apodittiche, indimostrabili quindi, e per questo si evita attentamente che le loro sfilate sulle passerelle dei talk show si trasformino in occasioni di pubblico confronto con le opinioni di un Padre Benjamin come minimo giudicato «eccentrico» . No, dare credito a quelle parole non conviene proprio. E in qualche modo, magari confusamente, la maggioranza lo realizza. Certo, tra questi c’è anche chi non ha mai sentito altre campane, ma c’è anche chi non ne vuole sentire. In effetti, la maggior parte di questi ultimi sposa le tesi ufficiali immaginando che avallare tutte le malefatte angloamericane garantisca il proprio benessere, la prosecuzione indefinita di un modello sviluppista garantito solo ad un club di privilegiati. Qui è perciò il caso di ricordare loro il danno derivante a tutti noi dall’accettare senza battere ciglio le politiche decise a Washington, Londra e Tel Aviv. All’inizio degli anni Ottanta, il volume di affari tra Italia e Iraq era di circa 4.200 miliardi di lire; ebbene, nel 1992 era ridotto ad un miliardo (dati Istat). Che cosa guadagna quindi l’Europa dall’accettazione di queste politiche deliberatamente antieuropee attuate con l’avallo di una Gran Bretagna sentinella degli interessi americani in Europa e di un Israele che addirittura alcuni vorrebbero far aderire all’Unione Europea? Un boomerang più bollente della proverbiale patata in cambio della rovina dei rapporti con due intere sponde del Mediterraneo e oltre.

C’è chi dice che a pensar male…
Padre Benjamin, in tutta questa storia, non nomina spesso Israele. L’ha fatto il ministro iracheno Tareq ‘Aziz nel corso di un’intervista contenuta nel suo terzo documento filmato intitolato Iraq: il dossier nascosto. 54 minuti di distillato di verità. Pochissimi i giornalisti in sala, il giorno della prima italiana, nel dicembre scorso. Il documentario impressiona per l’assoluta alterità rispetto alle versioni disponibili fino a quel momento. Segue una conferenza stampa, in cui Padre Benjamin tiene banco da par suo. Gli fanno seguito alcuni parlamentari, nello stile che si confà al ruolo che rivestono. Ce n’è uno, del gruppo dei Verdi, che è evidentemente imbarazzato. Non tanto per l’autentico j’accuse in VHS che - tanto per fare un esempio - aveva appena inchiodato alle loro responsabilità funzionari dell’Onu che di soppiatto lavoravano per gli Stati Uniti, quanto per i riferimenti fatti da Tareq ‘Aziz al ruolo dello Stato d’Israele nel mantenimento dell’Iraq in uno stato di completa prostrazione: “Ecco, io proporrei di tagliare, per una prossima proiezione, i riferimenti ad Israele…” . Che cosa aveva messo in agitazione il senatore dei Verdi? Alcuni passaggi poco meditati della recente storia d’Italia sembrano fornire qualche risposta: “Il 1984 è l’anno in cui si realizza la rottura politica fra il PSI di Bettino Craxi e gli ebrei italiani. […] Il 7 aprile l’Italia […] alla 71esima Conferenza Interparlamentare che ebbe luogo a Ginevra, votò – unico paese occidentale schierato con il blocco sovietico – una mozione dell’Iraq di Saddam Hussein che equiparava sionismo e razzismo, sosteneva il boicottaggio di Israele e difendeva il diritto alla «lotta armata per la liberazione della Palestina». Ad esprimere il voto a Ginevra fu il ministro degli Esteri Andreotti mentre il capo della delegazione era il senatore comunista Paolo Bufalini. […] Il 6 dicembre, il presidente del Consiglio socialista accompagnato da Andreotti, a sorpresa, volò a Tunisi per incontrare ufficialmente Yasser Arafat, sul cui capo pendeva in quello stesso periodo un mandato di cattura spiccato dalla magistratura italiana per le forniture di armi dall’OLP alle BR. […] La reazione del governo di Gerusalemme – allora una coalizione fra i laburisti di Shimon Peres ed il Likud di Itzhak Shamir – fu durissima: il premier Shimon Peres rinunciò sine die al suo arrivo in Italia previsto per il 13 dicembre. Mai le relazioni tra i due paesi avevano raggiunto un punto così basso”. 15 dicembre 1992: i giudici di «Mani pulite» inviano al segretario del Partito socialista Bettino Craxi un avviso di garanzia contestandogli quaranta capi d’imputazione. Le inchieste prendono i mira soprattutto l’area “dei «nuovi venuti», alleati del craxismo emergente e fautore di una spregiudicata indipendenza dell’Italia nei rapporti con i Paesi arabi. Questo genere di orientamento «ad un rafforzamento dei legami fra le due sponde del Mediterraneo» e a una relativa autonomia nelle fonti di approvvigionamento delle materie prime veniva espresso dai rapporti privilegiati imbastiti da Andreotti nei confronti della Libia e da Craxi verso la Tunisia. I «vecchi poteri forti internazionali», quali il Fondo Monetario Internazionale, la Trilaterale, il Gruppo Bilderberg, vedono tutto ciò come una minaccia al loro programma di globalizzazione dei mercati, e si ingegnano di tarpare le ali a quel poco di politica estera d’impronta nazionale che certi settori socialisti si industriano di porre in atto. […] La fuga di Abu Abbas, favorita dai comandi dell’aeronautica controllati dai generali piduisti, viene considerata un «tradimento dell’Alleanza atlantica» […]. L’anomalia italiana introdotta dall’alleanza Craxi-Andreotti deve essere liquidata e l’operazione riceve il placet della CIA […]. La progettazione a tavolino del pool «mani pulite» e la liquidazione di questi due avversari politici per via giudiziaria passa nuovamente per il dipartimento relazioni estere della CIA […] . Giusto un anno prima, il 16 dicembre 1991, con Saddam Hussein messo K.O., l’Onu aveva revocato la risoluzione 3379 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che il 10 novembre del 1975 equiparava sionismo e razzismo. Quella risoluzione confermata quel 7 aprile dell’84 a Ginevra da Iraq e Italia… A partire da «Mani pulite» in Italia prende così il via un processo che tra fughe in avanti e battute d’arresto punta anche a stabilire con chi si deve stare nel Vicino Oriente, esautorando l’Italia da ogni margine di politica estera autonoma in quell’area. Il 10 novembre 2001, a Roma, in Piazza del Popolo, si celebra il buon esito di quel processo.

Dalla prefazione di Enrico Galoppini


Padre Jean-Marie Benjamin è segretario generale della Fondazione Beato Angelico, membro della “Société des Gens de Lettres de France”, presidente del “Benjamin Committee for Iraq”. Nel 1998 attraversa l'Iraq (percorre oltre 4.000 km nel paese) e realizza un documentario “Iraq: Genesi del Tempo”. In dicembre è a Baghdad durante i bombardamenti occidentali. Dopo un’inchiesta internazionale realizza un nuovo documentario “lraq: viaggio nel regno proibito”, dedicato alle condizioni di vita della popolazione e agli effetti della contaminazione radioattiva provocata dalle armi all'uranio impoverito. Nel settembre 1999, pubblica in Francia, Svizzera e Italia il libro “Iraq: l’Apocalisse”, in cui denuncia la guerra terrorista degli anglo-americani, gli effetti dell’uranio impoverito e delle sanzioni. Per Padre Benjamin l’Iraq è un enorme campo di concentramento, in cui la potenza mondialista anglo-americana ha rinchiuso un intero popolo. Nel luglio 1999, presenta un rapporto al parlamento italiano che darà origine all'interpellanza del luglio 2000: un voto a larga maggioranza chiederà al governo italiano di ristabilire le relazioni diplomatiche con Baghdad e di intervenire presso l’ONU per sollecitare la fine dell'embargo. Il 3 aprile 2000, effettua un volo Amman - Baghdad (con Vittorio Sgarbi, Nicola Grauso e il pilota Nicola Trifoni) in violazione dell'embargo. Il 29 novembre 2000, interviene sull'Iraq al parlamento britannico (House of Commons), alla presenza di numerosi deputati inglesi.
L’11 dicembre 2000 organizza un volo da Parigi a Baghdad con a bordo 118 personalità (Francia, Italia, Svizzera, Paesi Bassi ed Inghilterra) del mondo della politica, della diplomazia, della cultura, delle religioni, delle organizzazioni internazionali, dell’arte e del giornalismo. Nel dicembre del 2001 presenta al parlamento italiano e a quello britannico il terzo documentario dedicato all’Iraq: “Iraq: il dossier nascosto”, in cui ex funzionari delle Nazioni Unite accusano le commissioni dell’Organizzazione essersi piegate alle pressioni dei governi di Londra e Washington.
Nel giugno del 2002 pubblica “Obiettivo Iraq. Nel mirino di Washington”.