Un poeta ribelle dall'Iraq a Torino

Il personaggio

Younis Tawfik è nato nel 1957 a Mosul in Iraq. Ha scelto la via dell'esilio nel 1979 e attualmente vive a Torino dove dirige il "Centro Culturale Arabo-Italiano" e insegna Lingua e Letteratura Araba presso l'Università di Genova. Poeta e scrittore ha pubblicato, nel 1999 il romanzo "La straniera" e un saggio intitolato "Islam" tradotto in diverse lingue. Bompiani ha appena pubblicato il suo "L'Iraq di Saddam".


Dentro Bagdad

Guido Caldiron
«Vi scongiuro di non farlo! Non bombardate la terra che un giorno mi ha udito cantare e saltare. Quella terra millenaria, dolcemente solcata dai due fiumi lungo tutto il suo corpo martoriato, e violata dalle ferite del tempo. Non scaricate il fuoco della vostra rabbia sulle sue palme e sulle chiome nere dei suoi cedri, perché ella non ha nessuna colpa». Si apre cone una "Lettera aperta ai veggenti della guerra" L'Iraq di Saddam(pp. 146, euro 6,80), l'ultimo libro dell'intellettuale iracheno Younis Tawfik che Bompiani ha mandato in libreria in questi giorni. Poeta e romanziere, Tawfik che ha scelto dal 1979 la strada dell'esilio in Europa e oggi insegna Lingua e Letteratura Araba presso l'Università di Genova e vive a Torino dove dirige il "Centro Culturale Italo-Arabo", fa appello ai propri affetti, alla propria memoria per chiedere che la guerra contro l'Iraq non abbia luogo: «Vi scongiuro, non uccidete la mia vecchia madre. non lasciate che muoia da sola, senza di me, invocando inutilmente il mio nome, con gli occhi rivolti alla mia foto appesa da anni sul muro». Il suo libro intreccia le vicende storiche vissute dall'Iraq, dall'antica Mesopotamia fino alla nascita del regime di Saddam Hussein, con i ricordi privati, le esperienze consumate prima nel paese e poi nella dolorosa scelta dell'esilio. Questo fino all'annuncio della possibile, imminente, guerra.


La sua famiglia vive ancora in Iraq, quale è il suo stato d'animo in questo momento?

Vivo una preoccupazione terribile. Laggiù ci sono mia madre, due miei fratelli e quattro sorelle e tanti nipoti. Li sento spesso e posso dire che non sembrano ancora rendersi conto di quanto sta per accadere, pensano ancora che tutto ciò possa essere risolto da un momento all'altro pacificamente. Inoltre come iracheno, in Europa, in questo momento mi sento costantemente sotto i riflettori, considerato quasi come un complice di Saddam. Provo una sensazione di forte disagio...


Il suo libro si apre con un appello ai sostenitori della guerra perché si fermino in tempo, cosa direbbe ora a chi presenta l'attacco all'Iraq quasi come un dovere morale?

Non esiste alcuna necessità morale per questa guerra. Solo in casi estremi, come per combattere Hitler nella Seconda Guerra Mondiale, poteva avere senso scatenare un conflitto. Ma oggi, una guerra che non si sa quali conseguenze potrà avere oltre a quella di infliggere altre sofferenze a un popolo che ha già sofferto tanto, è davvero senza alcuna giustificazione. Nessuna morale può "coprire" una guerra devastante.


Lei è in Europa dall'agosto del 1979, perché ha scelto la strada dell'esilio?

Si è trattato di un auto esilio. Come giovane poeta, la pesante atmosfera che ha iniziato a farsi sentire nel paese dopo la salita al potere di Saddam, mi ha spinto a cercare di allontanarmi. Avevo bisogno di cercare un clima dove poter esprimere liberamente il mio pensiero senza subire controlli e repressioni. Così, con la scusa degli studi all'estero, sono rimasto in Europa. Da allora sono tornato in Iraq solo nel 1983, per circa un mese, ma ho giurato a me stesso che non ci avrei più rimesso piede fino a che il regime fosse rimasto al potere.


Al di là dell'opposizione di molti, quale è il vero rapporto tra Saddam e il popolo iracheno, si può parlare di un certo grado di consenso?

Per poter capire quali siano i rapporti tra Saddam e gli iracheni bisogna ripercorrere la storia recente del paese. Nel 1973 il regime di allora, Saddam era all'epoca vicepresidente, nazionalizzò il petrolio e grazie a quella risorsa rese gratuiti tutti i servizi, migliorò la sanità e l'istruzione. Il paese divenne una specie di laboratorio a cielo aperto, il regime diede la terra ai contadini e avviò una profonda modernizzazione dell'industria. Molti iracheni ricordano ancora tutto ciò e si sentono quasi in obbligo verso Saddam. Questo senza dimenticare che nel frattempo si affermava anche il carattere dittatoriale e autoritario del suo potere, che ha messo l'intera popolazione sotto controllo. Il regime ha trovato il modo di conservare il potere così a lungo cercando il consenso attraverso la garanzia di una certa prosperità e costruendo contemporaneamente una vera macchina del terrore in tutto il paese. Inoltre la sua affermazione si è inserita anche in un contesto internazionale che vedeva Usa e Urss sostenere i regimi più atroci del mondo arabo, molti di questi sono rimasti in piedi per tanto tempo solo grazie alla guerra fredda.


Ma oggi è ipotizzabile un'alternativa democratica a Saddam, una risposta della società irachena alla sua dittatura?

In realtà a una simile alternativa si sarebbe potuto arrivare già tanto tempo fa. Invece in questi 13 anni di embargo, che ha provocato tanti morti, si è arrivati anche all'indebolimento di ogni forza di opposizione al regime. E l'ultimo tentativo di ribellione è stato represso nel sangue nel marzo del 1991 da Saddam. Invece dell'embargo si sarebbe potuto aiutare la popolazione irachena a costruire una vera resistenza al regime, anche armata, che ne mettese in discussione l'esistenza dall'interno. Questa possibilità non è stata invece nemmeno presa in considerazione. Gli iracheni, malgrado 30 anni di dittatura, sono pronti per un processo democratico. In passato, dagli anni Trenta fino al '58, c'era nel paese una sorta di monarchia costituzionale, con un parlamento eletto democraticamente. Nell'opposizione attiva oggi contro Saddam è inoltre rappresentato un ampio ventaglio di posizioni sia politiche che religiose, un presupposto valido per lo sviluppo di un processo verso la democrazia e il pluralismo.


Anche la guerra contro l'Iraq si annuncia in nome dell'idea di uno "scontro di civiltà"...

L'Occidente cerca di creare un nuovo antagonismo, dopo la fine di quello con il comunismo, e cerca di farlo definendo l'Islam come il nemico dello sviluppo e della modernità. Ma quanto accaduto l'11 settembre non serve certo per dimostrare che tutto l'Islam è riconducile a una banda di terroristi sanguinari. Piuttosto bisogna rilevare come l'Islam si senta oggi sconfitto per aver contribuito molto alla storia e allo sviluppo della civiltà umana ed essere invece ora così poco considerato. Dall'esterno non si sono aiutate le società islamiche a procedere verso la secolarizzazione: povertà, ignoranza e trascuratezza hanno prodotto così i gruppi integralisti.


Questa rappresentazione dello "scontro" arriva anche da noi, con la repressione e il rigetto dei migranti. Eppure oggi nel mondo si assiste allo sviluppo di un movimento che pone proprio l'esigenza di una diplomazia dei popoli come soluzione ai conflitti. Si tratta solo di un sogno?

No, credo che sia l'unica via di uscita che abbiamo. Dobbiamo lavorare tutti insieme per aiutare questo processo: il dialogo e il confronto tra i popoli e le culture possono giocare un ruolo fondamentale per sfatare certi stereotipi e abbattere i muri della diffidenza e creare più solidarietà. Anche l'indifferenza e l'ignoranza nei confronti degli stranieri fa aumentare il sospetto e quindi "lo scontro" e rappresenta un passo pericoloso verso il razzismo.