…le regole.
Intanto, come insegnano i bravi e onesti oppositori dell’Ulivo, i nomi del Cda Rai dovevano essere prescelti in totale autonomia dai Presidenti di Senato e Camera. Invece gli stessi dirigenti ulivisti rivendicano esplicitamente di essere i promotori della proposta su Mieli, alla faccia della forma e delle apparenze. E dire che Mieli, da direttore del Corsera, era spesso presente col ditino alzato per ammonire chi violava le “sacre regole”. E ora Fassino può vantarsi sull’Unità:”La rosa indicata ai presidenti delle Camere era il risultato della consultazione che Rutelli ha condotto con i segretari di tutti i partiti dell’Ulivo”.
Ovviamente questo non è una “inammissibile ingerenza dei partiti”, e nemmeno la “sudditanza dei presidenti delle Camere al diktat partitico”. Opinioni espresse dal medesimo pochi giorno orsono.
Mieli ha chiaramente dichiarato che accetta la nomina a presidente “con riserva”, intendendo determinare lui, dicono i giornali, la scelta del nuovo direttore generale. Inoltre pretende “ il ritorno in prima serata di Biagi e Santoro”. E sempre il Corsera ci informa che sono “condizioni poste da Mieli e accettate”. Accettate da chi? I presidenti delle Camere non hanno nessun titolo per accettare condizioni; quella di Mieli pare essere una pretesa del tutto fuori dalla normativa vigente. Le regole parlano infatti chiaro: al presidente spetta solo (ripeto, solo) convocare il consiglio e fare l’ordine del giorno, dopodiché il suo è un semplice voto, equivalente a quello degli altri quattro consiglieri. Se Pera e Casini avessero accettato le condizioni di Mieli significherebbe esautorare gli altri consiglieri, il direttore generale e il Governo.
Il Governo, chiederete? Ebbene sì: infatti la nomina del direttore generale della Rai spetta all’azionista di Rai Holding, il Tesoro, d’intesa con il consiglio. E questo è l’unico ma qualificante passaggio in cui entra di scena il Governo. Dunque, le “condizioni” di Mieli possono prefigurare una sorta di commissariamento della Rai. Sarebbe sciocco ed errato scegliere come presidente Rai un ottimo candidato che però non conosce le regole vigenti o che altrimenti finge di non conoscere per poter poi non rispettare. Inoltre, il direttore generale della Rai, servizio pubblico, dev’essere uomo di grande conoscenza dei problemi, di grande professionalità manageriale; non essere il fido esecutore del presidente.
È politicamente incredibile che Mieli metta queste condizioni. Cioè di chiedere al centrodestra, che ha dato la presidenza Rai al nome designato dalla opposizione (cosa mai vista prima), addirittura la consegna della stessa Rai in toto nelle sue mani. Cosa che appare un suicidio politico, oltre che una forzature delle regole.
La CdL deve chiarire al proprio elettorato il perché di questa scelta: elettorato che già ritiene il servizio pubblico com’era fin’ora troppo faziosamente di sinistra. Devono spiegarci perché “dovremmo accettare” un nuovo scatenamento dei “vecchi Santoro e Biagi”. Devono chiarirci perchè dobbiamo accettare di consegnare la Rai a chi ha perso le elezioni.
Mieli, che da tempo predica la necessità di uscire dalla “guerra civile permanente”, potrebbe essere la persona giusta per togliere alla Rai l’elmetto della faziosità contrapposta, ma incomincia col piede sbagliato, a giudicare dalle sue dichiarazioni.
Secondo le quali pare invece che Mieli pretenda di far tornare indietro l’orologio Rai, fino alla rissa della scorsa campagna elettorale, assumendosi la responsabilità di delegittimare ulteriormente la Tv pubblica e di avvelenare ancor più il clima politico.
Oltre a Biagi e Santoro tanti altri professionisti hanno in passato lavorato, con merito, e non sono più in video( da Minoli a Damato, da Lerner a Ferrara, dall’Annunziata a Riotta).
Il vero problema, sul quale tutti tacciono, è la garanzia di pluralismo verso gli altri, che non sia solo la sinistra.
Allora resta da capire perché Mieli ha posto condizioni “irricevibili”.
Per farsi dire di no, e quindi andarsene sbattendo la porta? In questo caso avrebbe dato un duro colpo alla credibilità e all’immagine della Tv pubblica. Un colpo che la Rai non si merita, che danneggia tutti, essendo la Rai un patrimonio pubblico.
Perché?
liberamente da Il Giornale di domenica 9 marzo 2003 articolo di Antonio Socci
saluti




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