Riporto il testo integrale d'un ordine del giorno presentato dai consiglieri Cesare Galli e Luca Isetti (Lega Nord) a Brescia. Mi auguro che i forumisti che hanno incarichi istituzionali lo facciano proprio.




ORDINE DEL GIORNO
per l’impegno del Consiglio Comunale di Brescia
a favore di una interpretazione più conforme
alle esigenze di una società libera
delle norme che disciplinano il rilascio
del porto d’armi a scopo di difesa personale

In Italia quello sul porto d’armi è un dibattito inesistente. In pratica, è consolidata nel nostro paese l’idea che sia necessario un controllo statale sugli armamenti. Anche nel nostro Paese, tuttavia, sono recentemente sorti alcuni comitati di cittadini favorevoli al libero porto d’armi: è il caso, ad esempio, dei “Comitati popolani di lotta” di Genova o di “Sos Italia” di Udine.

A favore di una politica più liberale nel rilascio del porto d’armi vi sono sia il diritto naturale di ognuno ad avere con sé un qualunque strumento di difesa; sia il diritto all’autodifesa e, in generale, alla resistenza di fronte all’aggressione; sia, infine, considerazioni utilitaristiche, dimostrate dai risultati di alcune interessanti ricerche svolte in vari Paesi del mondo sulla base del confronto tra i crimini commessi in Stati con diversa onerosità della legislazione sulle armi.

Sebbene la legislazione contro le armi venga generalmente “venduta” come una necessità per arginare il crimine, la sua efficacia sembra lasciare molto a desiderare, come dimostra proprio l’esempio italiano. La percentuale di crimini – da quelli minimi, come scippi, furti o borseggi, a quelli più gravi, come rapimenti o omicidi – è estremamente elevata. Talmente elevata che ormai siamo quasi al punto che neppure gli omicidi fanno più notizia.

D’altra parte, la Svizzera è un Paese in cui addirittura ogni famiglia possiede proprie armi: non solo perché la legislazione in merito è estremamente elastica, ma soprattutto perché – essendo l’organizzazione militare fondata sul sistema della milizia territoriale – tutti i cittadini hanno in dotazione un’arma potentissima come il fucile d’assalto e le relative munizioni. Il fatto che nessuno di noi senta parlare di stragi a Bellinzona o di sparatorie a Lugano avrà pure una relazione con questo fatto…

Inoltre, uno studio condotto dalla Wisconsin University nell’autunno del 1975 è arrivato alla conclusione che “le leggi sul controllo delle armi non hanno alcun effetto individuale o collettivo sulla riduzione del numero di crimini violenti”. Confrontando i dati relativi agli omicidi nei vari Stati degli USA tale studio ha rivelato che non vi era alcuna correlazione tra il numero dei possessori di un’arma da fuoco e quello degli omicidi. Una seconda indagine effettuata in Gran Bretagna dalla Cambridge University nel 1971 ha mostrato come il numero di omicidi commessi in quel paese sia addirittura raddoppiato nel volgere dei quindici anni successivi alla proibizione delle pistole.

Ma non si fermano qui le argomentazioni utilitaristiche a favore della liberalizzazione delle armi. In primo luogo, la semplice possibilità che una persona sia armata funge banalmente da deterrente nei confronti di ogni potenziale aggressore. E’ un normalissimo meccanismo psicologico, lo stesso meccanismo per cui chiunque di noi, prima di rischiare un investimento, vuole avere una visione relativamente chiara delle concrete possibilità di vincita. Niente più, e niente meno, di un calcolo costi/benefici, ovvero (detto in altri termini) di una valutazione del rischio: se una persona di dubbia moralità vede un ignaro passante dall’aria facoltosa in una strada buia e isolata, sarà tentata di intimargli di consegnarle il portafogli. Ma se la possibilità che il passante abbia in tasca una rivoltella è non trascurabile, il furfante ci penserà due volte prima di porre in atto l’aggressione.

E supponiamo pure che l’aggressione avvenga. Allora, come si diceva prima, la vittima - se è armata - ha la possibilità di difendersi e di far valere i propri diritti. In caso contrario, è alla mercé del bandito, o – alla meglio – deve affidarsi alla fortuna o alle forze dell’ordine (più probabilmente alla prima…). Ma ancora più suggestive, da questo punto di vista, sono le argomentazioni addotte da Janalee Tobias, anima di Women against gun control, un’associazione di donne americane favorevoli alla liberalizzazione del porto d’armi. Al grido di “le armi sono il miglior amico di una donna”, la Tobias chiede a tutte le appartenenti al gentil sesso: “Ti trovi faccia a faccia con uno stupratore. Che fai? Chiami la polizia? Gridi aiuto? Corri? Ingaggi un incontro di wrestling sul pavimento? Buona fortuna...”.

Vi è anche un’altra considerazione da svolgere, per quanto banale. Ovviamente, se è in vigore una legislazione che limita drasticamente il possesso di armi da fuoco entrerà in vigore, i cittadini onesti si affretteranno a rispettarla, rinunciando all’autodifesa. Ma pare davvero eccessivamente ingenuo pensare anche solo per un attimo che i criminali si comportino nella stessa maniera! Essi, anzi, essendo – per definizione – fuorilegge, si troveranno un una situazione estremamente favorevole alla propria “attività” (nella quale dunque riceveranno un incentivo). Se infatti in una società “armata” bisogna sempre mettere in conto la possibilità di una reazione da parte dell’aggredito, in una società “disarmata” il bandito che si presenta alla vittima con una pistola in pugno avrà una vita assai più facile.

Da ultimo, va fatta una constatazione che, in realtà, altro non è se non l’ovvia conseguenza di quanto si è detto sin qui. Se i cittadini pacifici sono armati, non solo hanno maggiori possibilità di difendere se stessi, ma, sentendosi più sicuri di sé, saranno anche più frequentemente incentivati ad accorrere in soccorso di altri cittadini vittime di aggressioni. Un’inchiesta condotta nello Stato di New York ha rilevato che circa l’81% dei “buoni samaritani” era in possesso di un’arma da fuoco. Disarmarli significa dunque non solo privarli della possibilità di difendersi, ma anche impedire loro di aiutare chi ne ha bisogno. Tutto questo alla faccia di chi si riempie la bocca di parole come “solidarietà”, “rispetto” e “tolleranza”.

Non è un caso, del resto, che il testo fondamentale italiano sulla regolamentazione delle armi risalga al ventennio fascista (Testo Unico di Pubblica Sicurezza del 18 giugno 1931, n. 773) e che esso contenga numerose disposizioni volutamente ambigue, che lasciano un’enorme discrezionalità agli organi dello Stato. L’articolo 39, ad esempio, sancisce che “il prefetto ha la facoltà di vietare la detenzione delle armi, munizioni e materie esplodenti, denunciate ai termini dell’articolo precedente, alle persone ritenute capaci di abusarne”.

Proprio sulla base di questa discrezionalità, abbiamo assistito negli ultimi anni ad una drastica restrizione dei porti d’armi concessi alle persone oneste: e questo, incredibilmente, proprio nel momento in cui più forte si è fatta la pressione della criminalità. Basti pensare al vero e proprio stillicidio di azioni criminose compiute da delinquenti che hanno letteralmente sequestrato, sotto la minaccia delle armi (che loro detengono e usano senza bisogno di alcun porto d’armi…), intere famiglie, sorprendendole nelle loro abitazioni a scopo di rapina. Eventi che potrebbero evidentemente essere scoraggiati se i criminali fossero anche semplicemente consapevoli della possibilità di trovarsi di fronte qualcuno che ha i mezzi (le armi) per opporsi alla loro aggressione.

In queste condizioni s’impone dunque una forte iniziativa ad ogni livello – e quindi anche a livello del Consiglio comunale di Brescia, organo esponenziale della comunità cittadina – diretta a far mutare questo stato di cose, ed a consentire a tutti i cittadini onesti che lo desiderino di possedere armi a scopo di difesa della loro vita e delle loro proprietà.

Per queste ragioni, il Consiglio comunale di Brescia

impegna

il Sindaco e la Giunta ad intervenire presso prefetto e questore per sollecitare una interpretazione più conforme alle esigenze di una società libera delle norme che disciplinano il rilascio del porto d’armi per difesa personale, sottolineando in particolare come, anche alla luce dei grandi problemi di ordine pubblico che affliggono Brescia, il divieto di fatto di possedere e usare armi non solo pone una grave spada di Damocle sul capo di ogni cittadino onesto, ma legittima l’idea che difendere la propria vita e la propria libertà sia più grave che aggredirle, perché il criminale merita sempre comprensione e compassione, laddove il cittadino onesto passa quasi per colpevole.

Brescia, 8 marzo 2003.

Cesare Galli

Luca Isetti