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    Predefinito Istria, Dalmazia documento interessante

    Mi sto documentando sull'italianità dell'Istria e Dalmazia.

    O visitato da una settimana a questa parte numerosi siti internet e sono stato in biblioteca.


    In principio affermavo che la Dalmazia fosse una pretesa espansionistica nulla di più sbagliato Istria e Dalmazia sono a tutti gli effetti territori Italiani all'epoca come ora leggetevi questi documenti sono molto chiari ed interessanti.

    Premessa
    Altra regione culturalmente, storicamente e geograficamente italiana è sempre stata la Venezia Giulia (vedi cartina 1). Il confine politico in questa zona si discosta notevolmente da quello naturale: è italiano il piccolo territorio transalpino di Tarvisio, una volta di parlata tedesca (Tarvis); l'Italia, di contro, è mozzata di tutta la sua parte orientale. Il confine infatti, anziché seguire lo spartiacque principale delle Alpi, traccia un percorso molto irregolare tagliando in due la città di Gorizia ed escludendo dall'Italia: l'alta valle dell'Isonzo e dei suoi affluenti, il Carso, l'Istria, le valli della Piuca e di Circonio, il Quarnaro (con le isole Cherso, Lussino e Veglia) e la costa liburnica con Fiume. La Venezia Giulia entrò a far parte dell'Italia nel 1920 (Fiume nel 1924); il confine politico di allora seguiva in massima parte lo spartiacque naturale (vedi cartina 2), escludendo però all'Italia Longatico, la conca di Circonio, la valle dell'Eneo, la Liburnia da Fiume a Buccari e l'isola di Veglia.
    Amministrativamente la Venezia Giulia era suddivisa in quattro province: Gorizia, Trieste, Pola e Fiume. Gli slavi costituivano il 40 % circa della popolazione totale ed erano concentrati per lo più nelle campagne e: nell'alta valle dell'Isonzo e dell'Idria (Tolmino, Caporetto, Plezzo, Idria, Circhina, Godovici, Zolla, ecc.), nella zona di Postumia Grotte, di Villa del Nevoso e di San Pietro nel Carso e nell'Istria nord-orientale (Castelnuovo d'Istria), zone queste estese ma con bassa densità di popolazione. Gli italiani erano soprattutto nelle città e nei paesi maggiori (Trieste, Gorizia, Fiume, Pola, Parenzo, Rovigno d'Istria, Capodistria, Albona, Buie d'Istria, Umago, Lussinpiccolo ecc.), nell'Istria occidentale e meridionale, in buona parte della valle dell'Isonzo, nella costa liburnica, a Lussino e parzialmente ad Abbazia, Pisino, Pinguente, Cherso, Veglia. Le percentuali degli italiani a Pola e Fiume erano rispettivamente 70 e 80 % circa. Il carattere culturale predominante inoltre è sempre stato italiano e parte della popolazione slava - al contrario degli italiani - era bilingue. La pulizia etnica operata a partire dal 1943 da Tito e pagata col sangue di 20 mila italiani morti tra foibe e campi di concentramento e la conseguente emigrazione dei 350 mila italiani ha quasi completamente slavizzato la Venezia Giulia, segnando così la morte di una cultura che per secoli aveva caratterizzato la zona. Oggi in Venezia Giulia si contano circa 30-40 mila italiani, che sperano in future leggi che li proteggano adeguatamente.


    Cenni storici della Venezia Giulia: da Roma alla Seconda guerra mondiale
    Il termine Venezia Giulia fu creato nel 1863 dal dialettologo Isaia Ascoli e designava i territori orientali d’Italia dall’Isonzo-Natisone alla cerchia delle Alpi e Prealpi Giulie che chiudono a oriente l’Italia, comprendendo in essa tutta la penisola istriana.
    La storia dell’italianità della Venezia Giulia ha origine con la sua conquista da parte dei Romani nel II secolo a.C. I Romani fondarono numerose città tra cui Tergeste (Trieste), Pietas Julia (Pola), Tarsatica (Fiume) ecc. Nel 27 a.C. l’Italia fu divisa in undici regioni e la Venezia Giulia venne a far parte della “Decima Regio – Venetia et Histria”, fino al fiume Arsa. La Dalmazia invece divenne provincia senatoriale. La conquista di Istria e Dalmazia era molto importante per Roma, in quanto veniva creata una zona di sicurezza sul lato orientale d’Italia, di cui queste regioni erano considerate parte integrante.
    Il passaggio tra romanità e italianità avvenne senza soluzione di continuità. Solo dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente, più precisamente a partire dal 600 d.C., vi fu una prima penetrazione di slavi in Venezia Giulia In seguito, una parte dell’Istria venne conquistata da Venezia, che influenzò culturalmente e linguisticamente la regione. Nel Trecento una grave epidemia sterminò praticamente la popolazione dell’Istria e Venezia fece trasferire nelle città mercanti e artigiani della Carnia e della laguna veneta, mentre nelle campagne favorì l’immissione di Slavi che fuggivano all’interno della penisola balcanica di fronte alla minaccia turca. Dopo la caduta di Venezia e la parentesi napoleonica, con la Restaurazione il Lombardo-Veneto venne assegnato all’Austria. Essa progettò e attuò il potenziamento del porto di Trieste fino a farlo diventare il più importante dell’Impero e mise a capo un Governatore, in modo tale da capeggiare l’amministrazione locale una classe fedele e adatta ai nuovi compiti che si identificasse con la cultura tedesca. Ma il tentativo di germanizzare la Venezia Giulia (che sotto l’Austria si chiamava “Litorale”) non ebbero successo.
    Nella seconda metà dell’Ottocento si faceva sempre più strada in Europa l’idea dello stato nazionale; questo rappresentava una serio pericolo per il multietnico Impero Austro-ungarico. In Venezia Giulia si svegliarono sia le coscienze italiane che quelle slave, ma mentre gli italiani volevano unirsi al neonato Regno d’Italia, tra gli slavi si fece strada l’idea del “trialismo”, ossia della suddivisione dell’Impero in tre regni: Austriaco, Ungherese e Slavo, con una Slavia che si estendesse fino al Tagliamento.
    Tra le due nazionalità venne a cessare quella pacifica convivenza plurisecolare e si accesero forti ostilità di carattere etnico: da un lato l’italiano cittadino, artigiano o mercante, laico e irredentista, dall’altro lo slavo contadino, cattolico e filo-austriaco. Tale odio etnico divenne – almeno da parte degli slavi, “aizzati” dal governo austriaco che temeva la nascente potenza italiana – sempre più profondo e generale. Le battaglie sull’Isonzo durante la Prima Guerra Mondiale misero in evidenza con quale ferocia gli slavi che occupavano le file dell’esercito austriaco ammazzavano e commettevano scempi sui cadaveri dei soldati italiani.
    Col Trattato di Rapallo la Venezia Giulia entrò a far parte dell’Italia, coronando così il sogno degli italiani della regione. Nel 1924 anche Fiume – dopo lunghe trattative note come la “Questione di Fiume”, la lodevole impresa del D’Annunzio e non senza spargimento di sangue – venne annessa all’Italia.
    Molti hanno dibattuto sull’“erroneità” di quel confine che a detta loro dava all’Italia zone palesemente slave. Va precisato a tal proposito che in realtà il confine del 1920 seguiva in massima parte la linea di spartiacque (anzi, in alcuni punti era sfavorevole all’Italia), a differenza di quella linea pretesa a Versailles dal presidente americano Wilson disegnata “in base a principi etnici” (questo stesso metro egli però non lo adottò né per la sua America, né per Francia e Inghilterra né per lo stesso confine altoatesino) e per fortuna mai approvata. Inoltre – e questo fatto non viene mai riportato – sebbene in netta minoranza, gli italiani erano presenti un po’ dovunque in Venezia Giulia, non solo in Istria, ma anche a Tolmino, Caporetto, Plezzo (più che nei paesi dei circondari di Gorizia e Trieste), nonché nelle remote Idria, Postumia Grotte e San Pietro del Carso. Non vi erano italiani a Villa del Nevoso (provincia di Fiume) e a Circonio (Jugoslavia), ve ne erano invece a Castua, Zaule della Liburnia (si veda lo studio dannunziano a tal proposito), e nella fascia costiera che va da Susak a Novi, zone queste escluse dal Regno (sebbene si tratta di piccole percentuali) Si vedano a tal proposito le cartine 3 (il confine orientale d'italia 1924-1947) e 4 (la distribuzione delle etnie in Venezia Giulia).
    Durante il Ventennio Fascista furono costruite molte opere pubbliche in Venezia Giulia: le strade statali, la bonifica dell’Arsa, il potenziamento dell’industria, l’apertura di scuole ecc. Tanto è stato detto sull’atteggiamento vessatorio del Governo italiano nei confronti degli slavi. Se è vero che furono chiuse pubblicazioni e scuole slave, si cercò di ridurre al minimo l’uso delle lingue slovena e croata, tanto da provocare una certa diffusione dell’irredentismo slavo – coadiuvato dai comunisti italiani – è pur vero che non fu affatto attuata una politica sistematica di terrore o di pulizia etnica (come invece farà Tito), piuttosto si cercava (anche se bruscamente) di far assimilare agli slavi colà residenti la lingua e la cultura italiana. Inoltre il cianciato esodo “di massa” degli slavi (taluni scrivono senza conoscere le fonti di 150 mila persone!) riguardava – basti confrontare i dati del censimento del 1921 e di quello segreto del 1936 – poche migliaia di unità, così come vi era un esodo italiano e sia gli uni che gli altri abbandonarono la propria terra per cercare fortuna altrove. Inoltre la politica del Regime in quegli anni era la stessa effettuata da Belgrado nei confronti degli Italiani in Dalmazia. Infine le opere pubbliche di quel periodo (di cui molte a tutt’oggi usate da Slovenia e Croazia) favorirono un miglioramento delle condizioni sociali degli slavi stessi. L’irredentismo stesso non coinvolse tutta la popolazione slava, ma solo pochi gruppi culturali. Si arrivò così alla seconda guerra mondiale e agli anni più bui della Venezia Giulia.

    Cenni storici della Venezia Giulia: dalla Seconda guerra mondiale a oggi
    Nel 1940 Mussolini entrò in guerra sperando in una veloce vittoria dell’Asse e a una spartizione tra Italia e Germania del bottino di guerra. In quest’ottina nel 1941, in seguito alla dissoluzione della Jugoslavia, l’Italia annettè la Slovenia occidentale (creando l’autonoma provincia di Lubiana detta anche “Slovenia italiana”) e la Dalmazia (con le province di Zara, Spalato e Cattaro); fu ampliata anche la provincia di Fiume, con Veglia, Buccari e i distretti slavi di Cabar e Delnizza. Non furono invece annesse alcune isole dalmatiche che avevano un passato italiano (ad esempio la Brazza). Tali conquiste furono fatte un po’ con la stessa logica con cui Inghilterra e Francia hanno occupato le loro colonie e in quest’ottica devono essere viste; tale situazione durò fino all’8 settembre 1943 quando l’esercito italiano si ritrovò spiazzato e senza ordini. In questo periodo i partigiani slavi governati dal maresciallo Tito e coadiuvati dai comunisti italiani irruppero in Venezia Giulia Se gli italiani avevano usato violenze contro gli slavi nella prima fase della Seconda Guerra Mondiale, queste erano dovute ad una normale condotta di guerra. Ma i titini, col pretesto di liberare la Venezia Giulia dal fascismo, attuarono il loro piano di slavizzazione della Venezia Giulia, piano da attuare (a differenza dell’italianizzazione del Ventennio) con ogni mezzo barbaro e sadico e per mezzo di una pulizia etnica. Nell’ottobre del 1943 i tedeschi occuparono la Venezia Giulia e cacciarono via le truppe titine; tale occupazione durerà fino al 1945, ma non fu un’annessione: la moneta che circolava era italiana, gli atti e i tribunali erano in lingua italiana, si parlava tranquillamente in italiano, non vi fu un capillare tentativo di germanizzazione da parte dei tedeschi. Fu allora che si scoprì la tremenda verità di quanto accaduto in un mese di occupazione slava. Molti italiani erano stati barbaramente trucidati e massacrati dalla furia slava solamente per il fatto di essere tali. Nacque la dolorosa tragedia delle foibe.
    Il Carso, cioè quella parte della Venezia Giulia interna che va da Gorizia a Fiume, è caratterizzato da una particolare conformazione geologica del territorio (detta appunto "carsica"), fatta di grotte, anfratti, voragini e percorsi d'acqua sotterranei. Tali voragini, che sprofondano per centinaia di metri nelle viscere della terra spesso percorse dalle acque, sono chiamate "foibe". In tutto il Carso ne sono state contate circa 1700. Queste cavità sono famose non solo per l’interesse scientifico, ma anche e soprattutto per il fatto di essere diventate strumento di martirio e orrida tomba per migliaia di infelici. I cadaveri recuperati misero in agghiacciante evidenza la crudeltà e la ferocia degli infoibatori: corpi denudati e martoriati, mani legate col filo di ferro fino a straziare le carni, colpi alla nuca, orecchie staccate, testicoli in bocca, donne incinte sventrate, sevizie orrende di ogni genere. Si ricorda il caso emblematico della studentessa Norma Cossetto.
    I tedeschi occuparono il Litorale fino alla fine dell’aprile del 1945 (noto è il campo di concentramento della Risiera di San Sabba in funzione in questo periodo), quando le truppe titine liberarono dai nazisti la Venezia Giulia E’ curioso notare come Tito si preoccupasse prima di occupare Trieste e in seguito Lubiana. Togliatti fece in modo che Tito potesse precedere gli anglo-americani alla liberazione di quelle zone. La guerra era finita, ma i seguaci di Tito con una violenza ancora più inaudita di quella usata nel 1943 perseguitò gli italiani (fascisti e antifascisti) e i suoi nemici politici. Trieste venne occupata per 40 giorni. Ecco quanto scrive sui tragici giorni dell'occupazione jugoslava Diego De Castro, che fu rappresentante italiano presso il Governo militare alleato a Trieste:
    " (...) forse non è inutile ricordare agli altri italiani quali furono gli orrori dell'occupazione jugoslava di Trieste e dell'Istria: gli spari del maggio 1945 contro un corteo di italiani inermi con cinque morti e innumerevoli feriti, le razzie di miliardi di allora nelle banche. nelle società, negli enti pubblici. A tutti i nostri connazionali è ormai nota la lugubre parola foiba e tutti sanno che cosa sono i campi di concentramento."
    A 9 chilometri da Trieste, sul ciglione carsico, sorge il paesino di Basovizza. Nei pressi si apriva il "Pozzo della miniera", oggi meglio conosciuto come "Foiba di Basovizza", divenuta simbolo di tutte le foibe del Carso e dell'Istria, e di tutti i luoghi che hanno visto il martirio e la morte atroce di italiani, sia per il numero delle vittime che ha inghiottito, sia tragicità delle vicende connesse a tali stragi.
    Un documento allegato a un dossier sul comportamento delle truppe jugoslave nella Venezia Giulia durante l'invasione, dossier presentato dalla delegazione italiana alla conferenza di Parigi nel 1947, descrive la tremenda via-crucis delle vittime destinate ad essere precipitate nella voragine di Basovizza, dopo essere state prelevate nelle case di Trieste, durante alcuni giorni di un rigido coprifuoco:
    "Lassù arrivavano gli autocarri della morte con il loro carico di disgraziati. Questi, con le mani straziate dal filo di ferro e spesso avvinti fra loro a catena, venivano sospinti a gruppi verso l'orlo dell'abisso. Una scarica di mitra ai primi faceva precipitare tutti nel baratro. Sul fondo chi non trovava morte istantanea dopo un volo di 200 metri, continuava ad agonizzare tra gli spasmi delle ferite e le lacerazioni riportate nella caduta tra gli spuntoni di roccia. Molte vittime erano prima spogliate e seviziate."
    Venne in seguito affrontato il problema del confine, che tanto stava a cuore agli slavi di Tito. Nel 1947 furono proposte dalle diverse potenze vincitrici quattro linee di frontiera: fu bocciata come eccessiva, quella sovietica (sostenuta anche da Palmiro Togliatti) che passava per Pontebba, Cividale del Friuli e la foce dell'Isonzo e che includeva nella Jugoslavia quasi settecento mila italiani, e bocciate quelle statunitense e inglese che pure davano alla Jugoslavia tutta la parte orientale e meridionale della Venezia Giulia, ma che lasciavano però in mano italiana tutta la costa occidentale dell'Istria, da Muggia a Pola, piú Trieste, Gorizia e Monfalcone. Fu approvata invece la punitiva proposta della Francia, che nel "Trattato di pace" di Parigi del 10 febbraio 1947 cedeva alla Jugoslavia quasi tutta l'Istria (oltre Fiume e Zara), spezzava Gorizia a metà ed istituiva il Territorio Libero di Trieste (T.L.T.). In quello stesso giorno a Pola venne ucciso dall'istriana Maria Pasquinelli il generale inglese Robin De Winton, in quanto ritenuto uno dei responsabili della cessione. Catturata, ella portava con sé la seguente dichiarazione: "Seguendo l'esempio dei 600.000 Caduti nella guerra di redenzione 1915-18, sensibile come Sauro all'appello di Oberdan, cui si aggiungono le invocazioni strazianti di migliaia di Giuliani infoibati dagli jugoslavi, dal settembre 1943 a tutt'oggi, solo perchè rei d'italianità, a Pola irrorata dal sangue di Sauro, riconfermo l'indissolubilità del vincolo che lega la Madre Patria alle italianissime terre di Zara, di Fiume e della Venezia Giulia, eroici nostri baluardi contro il panslavismo minacciante tutta la civiltà occidentale ....."
    La decisione di dividere l'Istria dall'Italia, ma anche lo stato di terrore che si era venuto a creare ad opera dei partigiani slavi, determinarono l'esodo di oltre 350 mila italiani. Alcuni emigrarono all'estero, ma molti preferirono essere esuli in Patria, andando ad abitare a Trieste e nel resto dell'Italia. Pochissimi rimasero nelle loro terre: la volontà di restare italiani contagiò la maggior parte degli istriani.
    L’esodo fu una reazione naturale al violento tentativo di una cruenta snaturalizzazione voluta dagli slavi. Le città si svuotarono: da Fiume fuggirono 54 mila persone su 60 mila abitanti; da Pola 32 mila su 34 mila; da Zara 20 mila su 21 mila; da Capodistria 14 mila su 15 mila. Solo a Pola l’esodo si svolse sotto la protezione inglese con navi italiane. In tutti gli altri casi, i giuliani dovettero abbandonare le case sotto il controllo dei partigiani slavi. La fuga fu tentata con ogni mezzo possibile: vecchi piroscafi, macchine sgangherate, carri agricoli, barche, a nuoto o a piedi, e spesso finiva con una raffica di mitra, con lo scoppio di una mina o sul filo spinato. Gli esuli arrivavano alla meta stremati e feriti, mentre la stampa slava sghignazzava “I fascisti scappano come ladri di galline” e De Gasperi e Scelba parlavano di una dispersione degli esuli in quanto “pericolosi nazionalisti”.
    Il sogno panslavista del maresciallo Tito si era - almeno in parte - realizzato. Un sogno che aveva determinato la più grande pulizia etnica a danno dell'Italia.
    Anche la parte nord della Venezia Giulia passò in territorio slavo, compreso quella Caporetto dove erano morte - a posteriori si può dire inutilmente - 200 mila persone combattendo per l'italianità di quelle terre.
    Il T.L.T. fu diviso in due zone: la "zona A" (da Duino a Muggia, con Trieste) restò per qualche tempo sotto l'amministrazione angloamericana e solo nel 1954 tornò all'Italia, mentre la "zona B" (da Capodistria a Cittanova) cadde in mano jugoslava. Il trattato di Osimo firmato il 10 novembre 1975 sancì che la "zona A" e la "zona B" divenissero parti integranti rispettivamente dell'Italia e della Jugoslavia. Il trattato provocò manifestazioni di protesta a Trieste e in altre parti d'Italia, ma in generale l’opinione pubblica italiana si mostrò alquanto disinteressata all’avvenimento. Fino agli anni novanta i comunisti italiani affermavano o che gli infoibamenti furono effettuati dai nazisti o machiavellicamente che esse erano “una giusta reazione alle ingiustizie fasciste perpetrate a danno degli slavi durante il ventennio”. Offensivo nei confronti degli giuliani il bacio dato da Pertini alla bandiera jugoslavia e gli onori ai funerali di Tito nel 1980. I libri di storia inoltre omettono completamente questa dolorosa pagina scritta col sangue di diecimila - ventimila italiani, al più dedicano un trafiletto alla “Questione di Trieste”. Gli italiani sono completamente ignoranti in materia, tanto da meravigliarsi se vanno in gita in Istria e vedono campanili di stile veneziano e gente che parla l’italiano.
    I recenti censimenti in Istria e nel Quarnaro hanno comunque riservato non poche sorprese: gli italiani dichiarati sono circa 30 mila ma si conta che quelli di lingua italiana siano molti di più. L'ex regime di Tito negava diritti alle minoranze, Croazia e Slovenia, per questioni internazionali, non lo possono fare; il numero di italiani è in costante aumento e alle porte della penisola "bussano" gli esuli che chiedono la restituzione delle proprietà abbandonate da più di mezzo secolo.

    Le etnie nei distretti della Venezia Giulia (1921)
    Città Italiani Sloveni Croati Tedeschi
    Gorizia (GO) 75% 22% - -
    Gradisca (GO) 87% 11% - -
    Monfalcone (TS) 96% 2,6% - -
    Sesana (TS) 3% 92% - -
    Tolmino (GO) 3,3% 96% - -
    Idria (GO) 2,8% 97% - -
    Postumia G. (TS) 2,6% 97% - -
    Tarvisio (UD) 14% 17% - 64%
    Trieste (TS) 84% 11% - -
    Capodistria (PO) 51% 33% 15% -
    Lussino (PO) 68% - 15% -
    Parenzo (PO) 75% 5% 20% -
    Pisino (PO) 39% 2,5% 57% -
    Pola (PO) 71% - 20% -
    Abbazia (FM) 19% 34% 43% -
    Fiume (FM) 79% 3,4% 10% -

    Le etnie nei distretti della Venezia Giulia (1936)
    Città Italiani Sloveni Croati Tedeschi
    Gorizia (GO) 80% 20% - -
    Gradisca (GO) 88% 11% - -
    Monfalcone (TS) 98% 2% - -
    Sesana (TS) 7,3% 91% - -
    Tolmino (GO) 6% 93% - -
    Idria (GO) 7% 93% - -
    Postumia G. (TS) 10% 89% - -
    Tarvisio (UD) 22% 15% - n.p.
    Trieste (TS) 80% 18% - -
    Capodistria (PO) 49% 35% 15% -
    Lussino (PO) 57% - 42% -
    Parenzo (PO) 72% 4% 23% -
    Pisino (PO) 26% 2% 70% -
    Pola (PO) 66% - 32% -
    Abbazia (FM) 16% 30% 46% -
    Fiume (FM) 80% 3% 16% -

    Il censimento ufficiale del 1921 mostra la maggioranza numerica degli italiani in Venezia Giulia, confermata dal censimento segreto del 1936 (sebbene fosse in leggero declino in alcune zone). In tale tabella mancano i dati relativi agli italiani dell’isola di Veglia e alle presenze italiane dei paesi limitrofi a Fiume non compresi nel Regno d’Italia dopo il 1924. Il dato di Fiume riportato nel censimento del 1921 risale al 1925.

    Elenco dei comuni della Venezia Giulia passati alla Jugoslavia nel 1947

    Comuni già appartenenti all'antica provincia di Fiume: Abbazia; Castel Jablanizza; Castelnuovo d'Istria; Clana; Elsane; Fiume; Fontana del Conte; Laurana; Matteria; Mattuglie; Primano; Val Santa Marina (già Moschiena); Villa del Nevoso.
    Comuni già appartenenti all'antica provincia di Gorizia: Aidussina; Bergogna; Cal di Canale; Canale d'Isonzo; Caporetto; Castel Dobra; Cernizza Goriziana; Chiapovano; Circhina; Comeno; Gargaro; Gracova Serravalle; Idria; Merna Comeno; Montenero di Idria; Montespino; Opacchiasella; Plezzo; Ranziano; Rifembergo; Salona d'Isonzo; Sambasso; San Daniele del Carso; San Martino Quisca; Santa Croce di Aidussina; Santa Lucia d'Isonzo; San Vito di Vipacco; Sonzia; Tarnova della Selva; Temenizza; Tolmino; Vipacco; Zolla.
    Comuni già appartenenti all'antica provincia di Pola: Albona; Antignana; Arsia; Barbana d'Istria; Bogliuno; Brioni Maggiore; Canfanaro; Cherso; Dignano d'Istria; Erpelle – Cosina; Fianona; Gimino; Lanischie; Lussingrande; Lussinpiccolo; Montona; Neresine; Orsera; Ossero; Parenzo; Pinguente; Pisino; Pola; Portole; Rovigno d'Istria; Rozzo; Sanvincenti; Valdarsa; Valle d'Istria; Visignano d’Istria; Visinada.
    Comuni già appartenenti all'antica provincia di Trieste: Bucuie; Cave Auremiane; Corgnale; Cossana; Crenovizza; Divaccia San Canziano; Duttogliano; Postumia Grotte; San Giacomo in Colle; San Michele di Postumia; San Pietro del Carso; Senosecchia; Sesana; Tomadio; Villa Slavina.
    Comuni già appartenenti alla provincia di Zara: Zara; Làgosta.
    Comuni facenti parte della zona B dell'ex territorio libero di Trieste ceduti alla Jugoslavia in base al trattato di Osimo del 10.11.1975: Buie d'Istria; Capodistria; Cittanova d'Istria; Grisignana; Isola d'Istria; Maresego; Monte di Capodistria; Pirano; Umago; Verteneglio; Villa Decani.


    ---------------------------------------------------------------------------
    La storia della Dalmazia: premessa
    La Dalmazia è quel territorio che dalla Porta Liburnica e dal Vallone di Buccari si estende verso sud-est comprendendo la fascia costiera (con isole annesse) delimitata dalle Alpi Dinariche e Bebie, fino alla foce del fiume Bojana, attuale confine tra Montenegro e Albania. Questo confine naturale è solidamente racchiuso dalle Dinaridi (con l’eccezione del fiume Narenta che si estende quasi interamente nel territorio erzegovese ed entra in Dalmazia solamente per l’ultimo breve tratto), tanto da farne una regione totalmente eterogenea con la Balcania interna. Taluni geografi, a mio parere forzatamente, hanno voluto vedere la catena delle Dinaridi come una continuazione delle Alpi, considerando quindi la Dalmazia come parte della Regione italiana. In realtà, forse per la sua posizione “di là dall’acqua”, spesso non è stata sentita dagli italiani della Penisola come parte integrante di essa; ma la sua storia, la sua cultura e fino ad un po’ di anni fa parte della sua etnia sono state italiane.
    Non si può capire l’intera essenza di questa meravigliosa regione se non si conoscono i suoi segreti ed il suo passato. L’analisi seguente ha due fonti principali: la tesi di laurea di Marzio Scaglioni “La presenza italiana in Dalmazia 1866-1943” e “La Dalmazia e il Risorgimento italiano” di Corrado Cavizzi.

    La Dalmazia dalle origini fino al dominio di Venezia
    La Dalmazia, in origine abitata da popolazioni indigene, fu colonizzata dai Romani che ne fecero una provincia senatoriale. Come tutte le altre d’Italia, la regione fu romanizzata e – cessata la potenza di Roma – avvenne anche per essa il graduale passaggio tra romanità ed italianità.
    Nel 600 la Dalmazia fu soggetta alle invasioni barbariche; dall’oriente vennero soprattutto slavi che si stabilirono nella balcania; una piccola parte di essi giungerà in Dalmazia. Nel 1000 d.C. il doge di Venezia Pietro Orseolo, sconfitti i pirati narentani che infestavano la regione, ottenne la sua tutela. Cominciò così il plurisecolare rapporto tra Venezia e la Dalmazia.
    La Serenissima, a cui i porti dalmati erano indispensabili per la rotta verso l’oriente, apportò la sua cultura nella regione, sapendo riunire individui e popolazioni molto diverse tra loro.
    Il dialetto veneziano era uniformemente conosciuto ed usato da tutti i dalmati, relegando gli altri idiomi (lo slavo e il dalmatico – vedi la pagina dedicata all’isola di Veglia) all’uso domestico. Inoltre anche qui come in ogni altra parte di Italia la cultura si esprimeva unicamente in lingua italiana, mentre il latino veniva usato nelle chiese. Si ritiene comunque erroneo associare come unica causa dell’italianità della Dalmazia il dominio di Venezia. Erano italianissime anche Fiume, Gorizia, Trento, Pisino, Ragusa e Trieste, tutte città al di fuori del dominio della Serenissima. Venezia raggiunse la sua massima espansione in Dalmazia in seguito alla pace di Carlowitz e di Passarovitz fino al solido confine delle Alpi Dinariche.

    La Repubblica di Ragusa
    In Dalmazia fiorì e si sviluppò la quinta repubblica marinara: la Repubblica di Ragusa. Il territorio della Repubblica comprendeva una sottile striscia di terra che andava da Stagno Grande a Castelnuovo di Cattaro, e comprendeva la penisola di Sabbioncello e le isole di Lagosta e Melena. Ragusa (indicata talora “Ragusa di Dalmazia” per distinguerla da Ragusa di Sicilia) sviluppò una intensa attività commerciale che a volte metteva in difficoltà la stessa Venezia. Il motto della Repubblica adriatica fu nei secoli: “Non bene pro toto libertas vendicatur auro”. Inoltre lo sviluppo della cultura italiana qui raggiunse livelli altissimi (famose le copie della Divina Commedia stampate nel 1488 dal lagostino Bonino de’ Boninis). La decadenza di Ragusa di Dalmazia avvenne in seguito al terremoto del 1667 che distrusse la città In seguito si accrebbe l’afflusso di slavi dalla Balcania interna (detti “Dubroni”) nella città i quali se in un primo momento si assimilarono all’italianità della città, in seguito apportarono ad essa una massiccia slavizzazione.

    La fine della Repubblica di Venezia
    La Repubblica di Venezia cessò di esistere (e con essa anche il suo dominio in Dalmazia) nel 1797, in seguito al Trattato di Campoformio. Quell’evento fu considerato un vero e proprio lutto nelle varie città dalmate. Ciò è evidenziato dal giuramento di Perasto del 23 agosto del 1797, celebrato in lacrime dal conte Giuseppe Viscovich, podestà cittadino, in dialetto veneziano, col quale i dalmati tutti piansero la caduta della Repubblica seppellendone il gonfalone sotto l'altare della cattedrale cittadina; esso ricorda l'orgoglio dell'appartenenza alla Repubblica vista come portatrice di civiltà e di incrollabile fede cristiana.
    "In sto amaro momento, ke làcera el nostro kor, in sto ultimo sfogo de amor, de fede al Veneto Serenìsimo Domìnio, al Gonfalon de la Serenìsima Republika, ne sia de konfòrto, o citadini, ke la nostra kondota pasada e de sti ultimi tenpi, rende no solo pì justo sto ato fatal, ma virtuoxo, ma doveroxo par nù. Savarà da nù i nostri fiuli, e la stòria del xorno farà saver a tuta l'Europa, ke Perasto ga denhamente sostenudo fin a l'ultimo l'onor de 'l Veneto Gonfalon, onorandolo ko sto ato solene, e deponendolo banhà del nostro universal amarìsimo pianto. Sfogémose, citadini, sfogémose pur, e in sti nostri ultimi sentimenti ko i kuali sijilemo la nostra glorioxa kariera koresta soto a 'l Serenìsimo Veneto Varno, rivoljemose vèrso sta Insenha ke lo raprexenta, e su de ela sfogemo el nostro dolor. Par trècentosetantasete ani le nostre sostanthe, el nostro sàngue, le nostre vite le xe sta'e senpre par Ti, o San Marko; e fedelìsimi senpre se gavemo reputà TI KO NU, NU KO TI; e senpre ko Ti su 'l mar nù semo sta'i ilustri e vitorioxi. Nisun ko Ti ne ga visto skanpar, nisun ko Ti ne ga visto vinti e spauroxi! E se i tenpi prexenti, infelicìsimi par inprevidensa, par disension, par arbìtrii ilegali, par vìcii ofendenti la natura e el jius de le jenti, no Te gavese tolto da l'Italja, par Ti in perpetuo sarave le nostre sostanse, el nostro sàngue, la vita nostra e, pitosto ke véderTe vinto e dexonorà da i tui, el korajo nostro, la nostra fede se gavarave sepelio soto de Ti! Ma xà ke altro no ne resta da far par Ti, el nostro kor sia l'onoratìsima to tonba, e el pì puro e el pì grando to elojo le nostre làgreme!"
    Le cronache dell'epoca ricordano come quel giorno si pianse ovunque e che a Traù la gente era assai più abbattuta di quando, dieci anni prima, fosse giunta in città la peste.

    La Dalmazia nella prima metà dell'Ottocento
    Dopo la parentesi napoleonica, il Congresso di Viennanon restaurò la vecchia Repubblica di Venezia, per cui i territori ad essa appartenenti (tranne le isole Ionie, v.) vennero incluse nell’Impero Austroungarico.
    La Dalmazia sotto l’Austria venne elevata a regno con capoluogo Zara; essa fu divisa in 4 circoli (Zara, Spalato, Ragusa e Cattaro) i quali a loro volta si dividevano in capitanati (14) e in distretti giudiziari.
    I 14 capitanati austriaci (con i relativi distretti giuridici indicati tra parentesi) erano:
    · Bencovazzo (Bencovazzo, Chistagne ed Obbrovazzo),
    · Cattaro (Cattaro, Budua, Castelnuovo di Cattaro e Perasto),
    · Curzola (Curzola, Blatta, Sabbioncello),
    · Imoschi (Imoschi),
    · Lesina (Lesina, Lissa, Cittavecchia di Lesina),
    · Macarsca (Macarsca e Vergoraz),
    · Metcovich (Metcovich),
    · Ragusa di Dalmazia (Ragusa, Ragusavecchia e Stagno Grande),
    · San Pietro della Brazza (San Pietro della Brazza),
    · Sebenico (Sebenico, Scardona e Stretto),
    · Signo (Signo e Verlicca),
    · Spalato (Spalato, Almissa e Traù),
    · Tenin (Tenin e Dernis),
    · Zara (Zara, Zaravecchia, Pago ed Arbe).
    Gli Austriaci, per frammentare la Dalmazia, ne avevano scorporato le isole più settentrionali (Veglia, Lussino, Cherso ed alcune minori come Plauno ed Unie) e le avevano aggregate alla provincia del Kustenland. Pertanto i confini amministrativi avevano come estremo settentrionale l’isola Gregorio a nord di Arbe e come punta meridionale il paesino di Spizza, a 6 km a nord di Antivari: erano escluse quindi anche le cittadine di Cirquenizza, Novi, Segna e Carlopago; inoltre la fascia costiera era spezzata in due nella zona di Klek-Neum per 9 km di territorio appartenente all’erzegovina.
    La Dalmazia era una regione prevalentemente agricola e poco produttiva. L’interno era soprattutto a carattere pastorale, mentre sulla costa erano diffuse le colture d’olivo e della vite. Da Zara a Selenico si produceva la marasca e la visciola, famosi erano i fichi di Almissa, le mandorle e l’uva da tavola.
    La viabilità era quasi nulla, essendovi solo una strada tra Zara e Obbrovazzo e una (detta “litoranea”) tra Zara e Vrana, costruite sotto Venezia, a cui si aggiungeva la “mediterranea”, una recente strada che collegava Tenin, Verlicca, Signo, Vergoraz, Metcovich e Ragusa di Dalmazia. Solo nel 1853 l’Austria realizzerà una strada interna che collegherò Obbrovazzo alla Lika. Le comunicazioni della Dalmazia erano soprattutto marittime, favorite dai numerosi porti naturali e il commercio avveniva maggiormente con le città della penisola italiana, mentre quasi nullo era con l’interno della Balcania. Questo a sottolineare il carattere di isolamento della Dalmazia rispetto all’interno della regione balcanica.
    Fino alla seconda metà dell’Ottocento non furono effettuati censimenti etnici, anche perché i dalmati, slavofoni e italofoni, si sentivano semplicemente “dalmati”. Si può comunque affermare che l’italiano era la lingua usata soprattutto nei contesti pubblici e conosciuta da ogni dalmata. I contadini, specialmente nelle campagne e nei piccoli centri dell’interno, parlavano il croato (o il serbo nella Dalmazia meridionale e a Tenin). La popolazione di origine slava era la stragrande maggioranza (più dell’85 %), ma essa era culturalmente soggetta alla minoranza italiana (che – non si dimentichi – erano gli autoctoni della regione). La lingua ufficiale era l’italiano.
    La prima metà dell’Ottocento vede una diffusione degli ideali risorgimentali nella popolazione che in un secondo momento diventano a carattere patriottico e nazionale. Spuntarono varie logge massoniche, che si tenevano in contatto con quelle della penisola. L’Austria guardava con diffidenza i sentimenti patriottici dei Dalmati italiani e cominciò a favorire l’elemento slavo che era ritenuto il meno pericoloso. Va però detto che in questo periodo nacque la prima grammatica croata, e con essa si sviluppò il fenomeno dell’Illirismo e il sentimento etnico croato.
    In questa situazione si arrivò al 1866, anno della battaglia di Lissa (v.), dove vennero a coincidere due fattori estremamente dannosi per la componente italiana in Dalmazia, da un lato i croati stavano maturando una certa collocazione culturale, dall’altro l’Austria temendo la nascente potenza italiana, iniziò una dura repressione dell’elemento italiano favorendo i croati stessi. I dalmati con sentimenti italiani persero nei propri mari a largo di Lissa nel 1866 la speranza di essere uniti all’Italia e dovettero subire la vendetta austriaca.

    La Dalmazia dopo il 1866
    Dopo i fatti di Lissa, in Dalmazia come nel Trentino e nella Venezia Giulia tutto ciò che era italiano venne avversato dagli austriaci. Non potendo tedeschizzare quelle terre perché troppo lontane dall’Austria, venne favorita la cultura slava a danno di quella italiana. Nelle varie città dalmate a mano a mano l’amministrazione da italiana passava a croata. Nel 1861 gli 84 comuni dalmati erano amministrati da italiani. Nel 1875 risultava che 39 di essi avevano amministrazione croata, 19 italiana ed i restanti bilingue. I comuni con amministrazione italiana erano: Blatta, Brazza, Cittavecchia di Lesina, Clissa, Comisa, Lissa, Meleda, Mezzo, Milnà, Pago, Ragusa, Sabbioncello, Selve, Slarino, Spalato, Solta, Traù, Verbosa e Zara. Nel 1873 Sebenico passò all'amministrazione croata, così come nel 1882 Spalato, nel 1886 Traù, nel 1904 Arbe e nel 1910 Slarino che lasciava sola Zara.
    Inoltre dal 1866 al 1914 - ad eccezione di Zara - vennero chiuse le scuole italiane e aperte quelle croate. Il tracollo della componente italiana in Dalmazia è dovuto soprattutto a questo fatto, non avendo più essi libertà di espressione culturale. La trasformazione delle scuole italiane in croate fu accompagnata da numerose proteste, persino nella remota Tenin in cui numerose famiglie chiedevano il mantenimento della lingua italiana. A Lissa una petizione fu portata addirittura all'imperatore. Fu così fondata negli anni Novanta la Lega Nazionale, la cui sezione dalmata gestiva a proprie spese scuole private italiane. Esse erano presenti a: Cattaro, Ragusa, Curzola, Cittavecchia di Lesina, Spalato, Imoschi, Traù, Sebenico, Scardona, Tenin, Ceraria, Borgo Erizzo, Zara ed Arbe (oltre a Veglia, Cherso, Unie e Lussino).
    Tutto questo avveniva in un clima di continue vessazioni da parte degli slavi che a mano a mano conquistavano il potere. Antonio Baiamonti fu podestà di Spalato prima che essa cadde nelle mani dell'amministrazione croata. Egli spese tutta la vita e le proprie sostanze per la sua città, sostanze che mai vennero rimborsate dagli austriaci nonostante le ripetute promesse. Morirà a 69 anni indebitato fino al collo. Diceva spesso: "A noi italiani di Dalmazia non resta che un solo diritto: quello di soffrire!".
    La politica austriaca inoltre cercò di dimostrare che la minoranza italiana in Dalmazia fosse molto piccola e sempre più in diminuzione. Il primo censimento austriaco contava circa 60 mila italiani su 300 mila abitanti (il 20 % circa). Dal 1865 in poi tale percentuale era destinata, secondo i censimenti effettuati, a tracollare: nel 1865 gli italiani sono il 12,5 %, nel 1880 il 5,8 % e nel 1900 il 2,6 %. Non vi sono state in quel periodo emigrazioni massicce né catastrofi naturali che decimassero la popolazione (tant'è vero che il numero degli slavi aumentava in maniera "naturale" come nel resto d'Europa). Tali censimenti in realtà erano stati arbitrariamente manipolati; solo questo fatto potrebbe spiegare una diminuzione degli italiani del 94 % a Cittavecchia di Lesina e del 96 % a Comisa nell'arco di soli 10 anni. Vari studi furono effettuati ad opera di storici e dialettologi italiani. Lo storico fiorentino Giotto Dainelli quantificò gli italiani in Dalmazia (basandosi sul censimento austriaco del 1900) nel seguente modo: a Cherso erano presenti 12 nuclei di italiani, a Lussino 5, Unie 1, Veglia 9, Arbe 2, Pago 4, Selve 1, Ugliano 3, Lunga 1, Morter 1, Slarino 1, Brazza 11, Lesina 6, Lissa 3, Curzola 5, Sabbioncello 8, Meleda 2, Giuppona 1 (isole e penisole), Ragusa 12, Fiume 3, Sebenico 6, Spalato 7, Macarsca 1 (aree attorno alla città), bocche di Cattaro 16, foci della Narenta 2, valle della Cettina 6, valle della Cicola 3, valle della Cherca 2 valle della Zermagna 1, Contado (di Zara) 7, costa di Liburnia 3; da sottolineare che alcuni "nuclei" di persone che si erano definite italiane erano composti da pochi gruppi familiari. Non compaiono Lagosta (dove c'erano diverse famiglie italiane), Sussak (con i suoi 1500 italiani) e i pochi italiani nella Liburnia orientale (da Sussak a Novi) e di Carlopago. In molti paesi e isole tra il 1880 e il 1890 scomparvero ufficialmente gli italiani (Pago, Meleda, Sestrugno, Isto, Zirona Grande, Bua, ecc.), ciononostante i vari nomi nella toponomastica ufficiale continuavano a essere italiani. I censimenti mostravano comunque che la presenza italiana in Dalmazia era un po' ovunque nell'intero territorio, persino a Spizza (il paese più a sud della Dalmazia), a Tenin (circa 100 italiani), a Imoschi, Obbrovazzo, Signo, Verlicca, Vergoraz e Metcovich.
    Alla fine dell'Ottocento Isaia Graziadio Ascoli pubblicò un opuscolo nel quale erano classificate le cittadine in cui era parlato abitudinariamente la lingua italiana (campagne e sobborghi però esclusi): Fiume, Veglia, Arbe, Cherso, Ossero, Lussinpiccolo, Zara, Spalato, Almissa, Lesina, Curzola, Cattaro; erano mistilingui: Lussingrande, Pago, Nona, Sebenico, Scardona, Traù, Cittavecchia di Lesina, Stagno Grande, Ragusa, Perasto, Castelnuovo di Cattaro, Budua; erano di lingua serbo-croata: Buccari, Segna, Carlopago, Antivari. Lo studio dell'Ascoli omette le minoranze inferiori ad un quarto sul totale della popolazione, mentre parla solamente di lingua normalmente "in uso" in città (è infatti noto che anche i Croati in città parlavano l'italiano senza alcun problema), senza però analizzare i contadi slavi.
    Un po' di anni più tardi il Bartoli fece un'interessante suddivisione delle città dalmate in tre gruppi, in base alla loro italianità:
    I gruppo (totale italianità): Veglia, Ossero, Arbe, Lussinpiccolo, Lesina, Zara;
    II gruppo (presenze slave): Cherso, Pago, Lussingrande, Cittavecchia di Lesina, Curzola, Sebenico, Traù, Spalato, Almissa, Cattaro;
    III gruppo (Italiani in minoranza): Nona, Scardona, Macarsca, Stagno Grande, Ragusa, Castelnuovo di Cattaro, Perasto, Budua.

    La prima guerra mondiale - il Patto di Londra - il Trattato di Versailles
    La prima guerra mondiale travolse tutti i precedenti equilibri europei. Il trattato di Versailles, cui seguirono quelli di Rapallo e di Roma (lasciando Venezia Giulia e Dalmazia in una situazione di instabilità fino al 27 gennaio del 1924, data dell’annessione di Fiume all’Italia), consegnava quasi tutta la Dalmazia al Regno Serbo-croato-sloveno che dal 1929 si chiamerà Jugoslavia. Questa nazione era stata ideata a Londra tra il 1915 ed il 1918 da un gruppo di intellettuali serbi, sloveni e croati i quali seppero accattivarsi i governi di Londra, Parigi e Washington a dispetto del patto stipulato nella capitale inglese il 26 aprile 1915 tramite il quale una grande parte della Dalmazia avrebbe dovuto essere assegnata all'Italia in caso di vittoria.
    L’articolo 5 del Patto di Londra afferma: "L'Italia riceverà la provincia di Dalmazia nella sua attuale estensione, includendo a nord Lissarizza e Tribagno ed a sud tutti i territori fino alla linea partente dal mare presso Punta Planca, e seguente la spartiaque verso est, in modo da porre in territorio italiano tutte le valli i cui fiumi sboccano in mare presso Sebenico, cioè la Cherca, il Cicola, e il Bustinizza coi loro affluenti. All'Italia anche appartengono tutte le isole a nord ed ad ovest della costa cominciando da Premuda, Selve, Ulbo, Maon, Scherda, Pago, Puntadura a nord, ed arrivando a Mèleda a sud con l'aggiunta di Busi, Lissa, Sant'Andrea, Spalmadori, Tòrcola, Lèsina, Cùrzola, Cazza e Làgosta, senza però le isole di Zirona Piccola, Zirona Grande, Bua, Solta e Brazza". Il Patto di Londra non includeva Fiume e Spalato, previsti come futuri porti marittimi dell’impero Austriaco, del quale ancora non si ipotizzava ancora una dissoluzione.
    L'inesperienza della diplomazia italiana emerse in seguito, alla pace di Parigi, dove il governo italiano pretendeva il legittimo riconoscimento del precedente patto di Londra (stipulato con Inglesi, Francesi e Russi, ma non con gli Stati Uniti di Wilson) in base al principio di legittimità avanzando inoltre pretese su Fiume basandosi sul principio etnico dell'auto-determinazione dei popoli. L’applicazione di tali diversi principi tolse peso alle richieste italiane. Fu respinta comunque anche la restrittiva richiesta del presidente americano Wilson che concedeva all’Italia metà Venezia Giulia e solo l’isola di Lissa in Dalmazia.
    Il trattato di Versailles assegnò all’Italia della Dalmazia solamente le isole di Làgosta, Pelagosa (italiana di diritto dal 1860 ma “dimenticata” dalla marina piemontese), Cazza, alcuni scogli minori e la città di Zara, rivoluzionando in modo filoslavo gli accordi precedenti. Zara, capoluogo della Dalmazia e cristallinamente italiana ancora nel 1918 quando proclamò la propria annessione al Regno d'Italia (30 ottobre), non riuscì ad essere annessa alla Jugoslavia anche per il fatto che era l'unico Comune della Dalmazia che aveva visto la componente italiana crescere in valore assoluto. Zara, col suo territorio di 7x8 kmq, risultò però privata del suo naturale e vitale entroterra.
    Il Trattato di Versailles e la mancata cessione della Dalmazia all'Italia causò lo sconforto degli Italiani dalmati che emigrarono a migliaia. L'esodo dei dalmati - che nessuno ricorda - ebbe una portata non indifferente: secondo lo storico Federzoni emigrarono in 50.000, secondo lo studioso Battara 35.000, secondo lo storico Talpo furono di difficile quantificazione ma comunque in numero di poco minore. Di questi esuli solo alcuni trovarono posto a Zara, mentre una cinquantina di famiglie delle isole curzolane (Lissa, Lesina, Curzola) si trasferirono a Lagosta. Altri esuli da Veglia ed Arbe scelsero le familiari Cherso o Lussino. Altri ancora si fermarono preferibilmente nelle città costiere dove giungevano come Ancona, Bari, (allora anche Pola e, dopo il gennaio del 1924, Fiume), Pescara e Venezia, nonché a Padova, Milano, Genova, Napoli, Torino e Roma. Altri ancora lasciarono anche l'Italia andandosene per il mondo (Canada ed Australia soprattutto). Si parlò in Italia di esuli dalmati in seguito alla così detta "vittoria mutilata", propagandisticamente ripresa da Mussolini a Milano dopo la fondazione dei Fasci. La italianità della Dalmazia era ormai legata quasi esclusivamente a Zara.

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    Predefinito Re: Istria, Dalmazia documento interessante

    Scusa, non sono un esperto, citi cartine penso etniche, come posso vederle ? Grazie

 

 

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