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    Predefinito Afghanistan, 17 settembre 2009 - F. Cardini

    • AFGHANISTAN, 17 SETTEMBRE 2009 –



    Il 17 settembre 2009 un’azione di guerriglia rivendicata dai talibani, in Afghanistan, ha causato la morte di sei paracadutisti italiani e il ferimento di altri. Richiesto dal quotidiano “L’eco di Bergamo” di un commento all’episodio che ne richiamasse il contesto storico, Franco Cardini ha inviato in data 18.9.2009 il seguente contributo:




    - LA TRAPPOLA AFGHANA –


    Il dolore per i nostri caduti rimane. Ma bisogna smetterla con l’elaborazione del lutto: anche per evitare che la politica strumentalizzi la tragedia. Facciamo dunque chiarezza, tanto per cominciare.
    Troppi italiani ignorano o dimenticano i fatti, per disinformazione o per scarsa memoria; e altri, in malafede, ci marciano. Ecco qua, allora.
    L’invasione dell’Afghanistan fu voluta nell’ottobre del 2001 dal governo Bush come risposta alla tragedia dell’11 settembre, gli effettivi responsabili della quale non sono stati individuati con sicurezza né allora, né dopo. Si disse però ch’era necessario catturare il mandante, lo sceicco Usama bin Laden (le tracce del quale sono praticamente perdute), e smantellare i “santuari” terroristici dei talibani e di al-Qaeda.
    Si tacque però il fatto che il controllo del territorio afghano era necessario perché da lì dovevano obbligatoriamente passare gli oleodotti che avrebbero dovuto convogliare il greggio dei grandi giacimenti centroasiatici di recente scoperti verso i porti pakistani sull’Oceano Atlantico: un colossale business nel quale, tramite la compagnia californiana Unocal, erano coinvolti molti membri dell’establishment statunitense. Affari e geopolitica, in corsa con Russia e Cina: una riedizione dell’ottocentesco Great Game.
    Il movimento talibano, alimentato e sostenuto dai fondamentalisti wahhabiti arabo-yemeniti (un Islam fino ad allora estraneo alle tradizioni afghane) si era radicato in Afghanistan durante il jihad contro i sovietici, ed era sostenuto dagli Stati Uniti. L’alleanza non aveva però retto, anche perché i talibani rimproveravano agli americani di aver occupato il sacro suolo arabo, la terra del Profeta e del pellegrinaggio, con l’alibi della prima guerra del Golfo. Secondo i consiglieri neoconservatori di Bush, ormai la diplomazia non bastava più: bisognava passare alla modificazione anche violenta degli equilibri geopolitici in tutto il Vicino e il Medio Oriente.
    Questa la ragione effettiva dell’invasione dell’Afghanistan, che le Nazioni Unite bollarono come illegittima. Il governo Bush agì allora al di fuori dell’autorizzazione ONU, prima con una piccola coalizione di stati e di staterelli fedelissimi e quindi chiamando in campo la NATO, cioè un organo concepito per il controllo dell’Atlantico e quindi del tutto estranea al teatro territoriale afghano. Era intanto cominciata anche l’avventura irakena, e alla fine l’ONU fu costretta a legittimare la duplice aggressione, illudendo che per tale via si giungesse in qualche modo a ristabilire un qualche equilibrio politico.
    I risultati, otto anni dopo l’invasione dell’Afghanistan e sei dopo quella dell’Iraq, sono sotto gli occhi di tutti. Due paesi distrutti, insicuri, martoriati (le vittime si contano ormai a decine di migliaia), dove si stenta a far decollare una qualche forma di “democrazia” del tutto formale, cartacea e forzosa; recrudescenza delle lotte etniche e di quelle religiose; avanzata del caos e del fondamentalismo, che stanno sommergendo lo stesso vicino Pakistan un tempo sicuro baluardo filoccidentale. Il piano strategico di Bush è fallito e il suo successore Obama lo sta smontando pezzo per pezzo. Dietro il fallimento in Vietnam gli americani si lasciarono un regime comunista; qui lasceranno il caos e il potere nelle mani dei signori della guerra e della droga. Il dilemma, oggi, è comunque fallimentare: o prolungare una guerra feroce e senza uscita, o andarsene ammettendo il pieno fallimento.
    Da questa trappola, bisogna uscire; è inutile giocarsi altre vite umane. Berlusconi, il quale fino a ieri sosteneva che bisognava tener duro, ha fiutato l’impopolarità di questa guerra inutile e incomprensibile ai più e ora si nasconde dietro il legalismo internazionale: ci ritireremo, dice, ma solo con il pieno accordo degli “alleati”. Fuor di metafora, dopo averci trascinato in due guerre per far piacere a Bush, ora sta mendicando da Obama l’autorizzazione a uscirne senza troppo irritarlo. Politica da pollaio. L’importante è che faccia presto.


    Franco Cardini




    Intanto, il 18 settembre, era uscito sul quotidiano “Il Manifesto”, p. 6, a firma Franco Cardini, un “articolo-lettera aperta” dal titolo Lettera a un amico di sinistra, nella quale si chiedeva perché le forze di politica di sinistra, con pochissime voci di dissenso, esitassero a riconoscere – al di là del dolore per i nostri caduti e la solidarietà con essi – il carattere di Resistenza alla guerriglia afghana in corso contro le truppe straniere che dall’ottobre 2001 hanno invaso un paese già da decenni duramente provato. L’articolo è stato corredato, epr scelta della redazione, da un “riquadro” dal titolo Il mercenario, che dopo una breve nota introduttiva fornisce il testo d’una canzone composta nel 1967 da Pino Carusoe Pierfrancesco Pingitore e dedicata ai mercenari dell’Union Minière che caddero nel corso della crisi congo-katanghese del 1960-1965, tra i quali v’erano anche italiani, molti ex-parà della Folgore. Franco Cardini ritiene che ciò sia meritevole di un breve commento:







    Nel ringraziare gli amici de “Il Manifesto” per aver ospitato ieri 17 settembre la mia “Lettera a un amico di sinistra”, debbo confessare di essere rimasto colpito e quasi commosso per la contestuale pubblicazione del testo della canzone di Caruso e Pingitore, Il mercenario. Era un testo bècero, disperato, nihilista, tuttavia non privo di una sua forza. Noialtri ragazzacci eversivi di “Giovane Europa”, fra ’67 e ’69 (quell’associazione si sciolse in tale anno) lo cantavamo, magari nelle bettole, perché eravamo convinti che i mercenari dell’Union Minière stessero difendendo la civiltà occidentale. Sapevamo ben poco, allora, di storia africana; e soprattutto di storia del capitalismo e del colonialismo. Ma c’era la guerra fredda, e tutto sembrava diverso.
    Ci vediamo ancora spesso, invecchiati d’una quarantina d’anni, noi ex-ragazzacci di allora: e abbiamo cambiato idea, sul Katanga, su Lumumba, su Ciombè e su tante altre cose: anche sulla guerra di liberazione dell’Algeria, anche sulla Grecia dei colonnelli e sul Cile di Pinochet. A suo tempo, sua pure con molte critiche e un certo disagio, difendevamo tali esperienze: oggi ne sappiamo di più, ci siamo rimessi in discussione, ci siamo ricreduti. E’ anche alla luce del rigoroso esame di coscienza che abbiamo dovuto fare a proposito di quei lontani episodi, che il disegno di soggezione e di sfruttamento del mondo intero messo a punto cerentemente da oltre mezzo secolo da alcuni apparati industriali-militari, da alcune lobbies finanziarie e industriali nonché da governi che se ne sono fatti “comitati d’affari” ci è apparso chiaro. E ormai gli aggressori dell’Afghanistan e dell’Iraq tra 2001 e 2003 e i loro complici e gregari non ci fregano più.
    Eppure quel vecchio testo cabarettistico, a suo tempo cult di pochi ragazzacci d’una destra radicale e forse utopistica, “fascisti immaginari” che oggi i sostenitori della dittatura del Berluskariato definirebbero senza dubbio “filomusulmani e criptocomunisti”, continua a parlare ai nostri vecchi cuori eversivi e a intenerirli.
    Permettetemi dunque, tanto tempo dopo, di spezzare una lancia a favore dei disperati avventurieri del Katanga, quelli del “basco rosso”. Fra loro c’erano dei matti, dei disperati, magari anche dei criminali, ma essi rappresentavano a modo loro l’ultimo spezzone del “tramonto dell’Occidente”, quel che restava della cultura dei Freiekorps e dei Proscritti di Von Salomon. Non erano degli idealisti, non avevano alcun progetto politico e forse alcuna morale. Erano uomini soli, quelli del Non, je ne regrette rien, che lavoravano esplicitamente per soldi e magari per il gusto dell’avventura: erano appunto mercenari, novios de la Muerte che affrontavano spavaldamente il disprezzo e la condanna almeno teoricamente unanime di quasi tutta l’opinione pubblica del tempo. Cascami della “Folgore”, della “Legione Straniera”, dell’ OAS, del Tercio, dell’ IRA, delle Waffen SS, che amavano identificarsi nell’acquaforte di Altrecht Dürer Il cavaliere, la morte e il diavolo. La schiuma e la limatura d’Europa, i Fratelli della Costa della Modernità che li aveva passati al tritacarne e quindi versati con disprezzo nella poubelle della storia, là dove stanno tutte le Cause Perse e Innominabilie Indifendibili. Non è certo un caso se i ragazzacci che li ammiravano restassero al tempo stesso affascinati dalla figura del comandante “Che” Guevara. Pícaros, bandoleros, corsari: pochi li avrebbero capiti, forse giusto Senofonte o Balzac o Grimmelshausen o Dostoewskji o Hemingway, o magari Artaud (e, perché no?, Quentin Tarantino). E non venite a confonder le acque e a romper le scatole con le contraddizioni politiche, la confusione ideologica e via dicendo: qui si parla d’altro, si parla di carne e di sangue, di cose che forse s’intendono usando categorie antropologiche o mistiche o etiche o estetiche, magari perfino psicanalitiche, non storiche o politiche.
    Ma il testo proposto da “Il Manifesto” è un po’ diverso da quello che ricordo io, e che qui trascrivo con le sue inevitabili lacune:


    Son morto nel Katanga, venivo da Lucera,
    avevo quarant’anni e la fedina nera
    (variante: “e la camicia nera”).
    Di me la gente dice ch’ero tra i mercenari
    Solo per il bottino, soltanto per denari.
    Ma ora che sono steso, guardate nel mio sacco:
    c’è solo una bottiglia e un’oncia di tabacco;
    soldi non troverete, no, nel mio tascapane:
    li ho spesi proprio tutti, insieme alle puttane.
    Amavo un’entreneuse di razza congolese,
    ma poi l’ho persa ai dadi con Jimmy l’irlandese.
    Se rimanevo a casa, là nella mia Lucera,
    0ra sarei in pensione, coi soldi e la pancera:
    avrei la moglie grassa, le rate e la Seicento,
    mutua, televisore, salotto e doppio mento.
    Invece sono andato in giro per il mondo,
    ed ora qua, disteso, crepo nel Basso Congo.
    Salvai monache e frati dall’unghia del ribelle,
    ma l’ONU se ne frega, sputa sulla mia pelle.
    I fuochi sono spenti, ormai scende la notte,
    addio verdi colline, addio dolci mignatte.
    Di questo basco rosso ho fatto una bandiera:
    portatelo agli amici, che invecchiano a Lucera”.



    Ma di questo spirito nichilista e picaresco oggi non c’è traccia. Quei “proscritti”, combattessero per denaro nelle savane d’Africa o per un sogno di redenzione dei poveri nelle sierras sudamericane, venivano isolati e segnati dall’orrore benpensante e conformistico: erano comunque degli isolati. Oggi assistiamo a un mercenariato che si ammanta dei colori ipocriti e improbabili d’un riesumato patriottardismo: il mercenariato di vigilantes fieri di porsi al servizio delle Buone e Rispettabili Cause, quelle degli interessi del turbocapitalismo e delle sue lobbies. Oggi, assistiamo all’osceno spettacolo dei contractors che mass media e buona parte del mondo politico vorrebbero far passare per eroi disinteressati e per paladini della democrazia. Non facciamo paragoni aberranti


    Franco Cardini

  2. #2
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    Predefinito Rif: Afghanistan, 17 settembre 2009 - F. Cardini

    Citazione Originariamente Scritto da _Riccardo_ Visualizza Messaggio
    • AFGHANISTAN, 17 SETTEMBRE 2009 –



    Il 17 settembre 2009 un’azione di guerriglia rivendicata dai talibani, in Afghanistan, ha causato la morte di sei paracadutisti italiani e il ferimento di altri. Richiesto dal quotidiano “L’eco di Bergamo” di un commento all’episodio che ne richiamasse il contesto storico, Franco Cardini ha inviato in data 18.9.2009 il seguente contributo:




    - LA TRAPPOLA AFGHANA –


    Il dolore per i nostri caduti rimane. Ma bisogna smetterla con l’elaborazione del lutto: anche per evitare che la politica strumentalizzi la tragedia. Facciamo dunque chiarezza, tanto per cominciare.
    Troppi italiani ignorano o dimenticano i fatti, per disinformazione o per scarsa memoria; e altri, in malafede, ci marciano. Ecco qua, allora.
    L’invasione dell’Afghanistan fu voluta nell’ottobre del 2001 dal governo Bush come risposta alla tragedia dell’11 settembre, gli effettivi responsabili della quale non sono stati individuati con sicurezza né allora, né dopo. Si disse però ch’era necessario catturare il mandante, lo sceicco Usama bin Laden (le tracce del quale sono praticamente perdute), e smantellare i “santuari” terroristici dei talibani e di al-Qaeda.
    Si tacque però il fatto che il controllo del territorio afghano era necessario perché da lì dovevano obbligatoriamente passare gli oleodotti che avrebbero dovuto convogliare il greggio dei grandi giacimenti centroasiatici di recente scoperti verso i porti pakistani sull’Oceano Atlantico: un colossale business nel quale, tramite la compagnia californiana Unocal, erano coinvolti molti membri dell’establishment statunitense. Affari e geopolitica, in corsa con Russia e Cina: una riedizione dell’ottocentesco Great Game.
    Il movimento talibano, alimentato e sostenuto dai fondamentalisti wahhabiti arabo-yemeniti (un Islam fino ad allora estraneo alle tradizioni afghane) si era radicato in Afghanistan durante il jihad contro i sovietici, ed era sostenuto dagli Stati Uniti. L’alleanza non aveva però retto, anche perché i talibani rimproveravano agli americani di aver occupato il sacro suolo arabo, la terra del Profeta e del pellegrinaggio, con l’alibi della prima guerra del Golfo. Secondo i consiglieri neoconservatori di Bush, ormai la diplomazia non bastava più: bisognava passare alla modificazione anche violenta degli equilibri geopolitici in tutto il Vicino e il Medio Oriente.
    Questa la ragione effettiva dell’invasione dell’Afghanistan, che le Nazioni Unite bollarono come illegittima. Il governo Bush agì allora al di fuori dell’autorizzazione ONU, prima con una piccola coalizione di stati e di staterelli fedelissimi e quindi chiamando in campo la NATO, cioè un organo concepito per il controllo dell’Atlantico e quindi del tutto estranea al teatro territoriale afghano. Era intanto cominciata anche l’avventura irakena, e alla fine l’ONU fu costretta a legittimare la duplice aggressione, illudendo che per tale via si giungesse in qualche modo a ristabilire un qualche equilibrio politico.
    I risultati, otto anni dopo l’invasione dell’Afghanistan e sei dopo quella dell’Iraq, sono sotto gli occhi di tutti. Due paesi distrutti, insicuri, martoriati (le vittime si contano ormai a decine di migliaia), dove si stenta a far decollare una qualche forma di “democrazia” del tutto formale, cartacea e forzosa; recrudescenza delle lotte etniche e di quelle religiose; avanzata del caos e del fondamentalismo, che stanno sommergendo lo stesso vicino Pakistan un tempo sicuro baluardo filoccidentale. Il piano strategico di Bush è fallito e il suo successore Obama lo sta smontando pezzo per pezzo. Dietro il fallimento in Vietnam gli americani si lasciarono un regime comunista; qui lasceranno il caos e il potere nelle mani dei signori della guerra e della droga. Il dilemma, oggi, è comunque fallimentare: o prolungare una guerra feroce e senza uscita, o andarsene ammettendo il pieno fallimento.
    Da questa trappola, bisogna uscire; è inutile giocarsi altre vite umane. Berlusconi, il quale fino a ieri sosteneva che bisognava tener duro, ha fiutato l’impopolarità di questa guerra inutile e incomprensibile ai più e ora si nasconde dietro il legalismo internazionale: ci ritireremo, dice, ma solo con il pieno accordo degli “alleati”. Fuor di metafora, dopo averci trascinato in due guerre per far piacere a Bush, ora sta mendicando da Obama l’autorizzazione a uscirne senza troppo irritarlo. Politica da pollaio. L’importante è che faccia presto.


    Franco Cardini




    Intanto, il 18 settembre, era uscito sul quotidiano “Il Manifesto”, p. 6, a firma Franco Cardini, un “articolo-lettera aperta” dal titolo Lettera a un amico di sinistra, nella quale si chiedeva perché le forze di politica di sinistra, con pochissime voci di dissenso, esitassero a riconoscere – al di là del dolore per i nostri caduti e la solidarietà con essi – il carattere di Resistenza alla guerriglia afghana in corso contro le truppe straniere che dall’ottobre 2001 hanno invaso un paese già da decenni duramente provato. L’articolo è stato corredato, epr scelta della redazione, da un “riquadro” dal titolo Il mercenario, che dopo una breve nota introduttiva fornisce il testo d’una canzone composta nel 1967 da Pino Carusoe Pierfrancesco Pingitore e dedicata ai mercenari dell’Union Minière che caddero nel corso della crisi congo-katanghese del 1960-1965, tra i quali v’erano anche italiani, molti ex-parà della Folgore. Franco Cardini ritiene che ciò sia meritevole di un breve commento:







    Nel ringraziare gli amici de “Il Manifesto” per aver ospitato ieri 17 settembre la mia “Lettera a un amico di sinistra”, debbo confessare di essere rimasto colpito e quasi commosso per la contestuale pubblicazione del testo della canzone di Caruso e Pingitore, Il mercenario. Era un testo bècero, disperato, nihilista, tuttavia non privo di una sua forza. Noialtri ragazzacci eversivi di “Giovane Europa”, fra ’67 e ’69 (quell’associazione si sciolse in tale anno) lo cantavamo, magari nelle bettole, perché eravamo convinti che i mercenari dell’Union Minière stessero difendendo la civiltà occidentale. Sapevamo ben poco, allora, di storia africana; e soprattutto di storia del capitalismo e del colonialismo. Ma c’era la guerra fredda, e tutto sembrava diverso.
    Ci vediamo ancora spesso, invecchiati d’una quarantina d’anni, noi ex-ragazzacci di allora: e abbiamo cambiato idea, sul Katanga, su Lumumba, su Ciombè e su tante altre cose: anche sulla guerra di liberazione dell’Algeria, anche sulla Grecia dei colonnelli e sul Cile di Pinochet. A suo tempo, sua pure con molte critiche e un certo disagio, difendevamo tali esperienze: oggi ne sappiamo di più, ci siamo rimessi in discussione, ci siamo ricreduti. E’ anche alla luce del rigoroso esame di coscienza che abbiamo dovuto fare a proposito di quei lontani episodi, che il disegno di soggezione e di sfruttamento del mondo intero messo a punto cerentemente da oltre mezzo secolo da alcuni apparati industriali-militari, da alcune lobbies finanziarie e industriali nonché da governi che se ne sono fatti “comitati d’affari” ci è apparso chiaro. E ormai gli aggressori dell’Afghanistan e dell’Iraq tra 2001 e 2003 e i loro complici e gregari non ci fregano più.
    Eppure quel vecchio testo cabarettistico, a suo tempo cult di pochi ragazzacci d’una destra radicale e forse utopistica, “fascisti immaginari” che oggi i sostenitori della dittatura del Berluskariato definirebbero senza dubbio “filomusulmani e criptocomunisti”, continua a parlare ai nostri vecchi cuori eversivi e a intenerirli.
    Permettetemi dunque, tanto tempo dopo, di spezzare una lancia a favore dei disperati avventurieri del Katanga, quelli del “basco rosso”. Fra loro c’erano dei matti, dei disperati, magari anche dei criminali, ma essi rappresentavano a modo loro l’ultimo spezzone del “tramonto dell’Occidente”, quel che restava della cultura dei Freiekorps e dei Proscritti di Von Salomon. Non erano degli idealisti, non avevano alcun progetto politico e forse alcuna morale. Erano uomini soli, quelli del Non, je ne regrette rien, che lavoravano esplicitamente per soldi e magari per il gusto dell’avventura: erano appunto mercenari, novios de la Muerte che affrontavano spavaldamente il disprezzo e la condanna almeno teoricamente unanime di quasi tutta l’opinione pubblica del tempo. Cascami della “Folgore”, della “Legione Straniera”, dell’ OAS, del Tercio, dell’ IRA, delle Waffen SS, che amavano identificarsi nell’acquaforte di Altrecht Dürer Il cavaliere, la morte e il diavolo. La schiuma e la limatura d’Europa, i Fratelli della Costa della Modernità che li aveva passati al tritacarne e quindi versati con disprezzo nella poubelle della storia, là dove stanno tutte le Cause Perse e Innominabilie Indifendibili. Non è certo un caso se i ragazzacci che li ammiravano restassero al tempo stesso affascinati dalla figura del comandante “Che” Guevara. Pícaros, bandoleros, corsari: pochi li avrebbero capiti, forse giusto Senofonte o Balzac o Grimmelshausen o Dostoewskji o Hemingway, o magari Artaud (e, perché no?, Quentin Tarantino). E non venite a confonder le acque e a romper le scatole con le contraddizioni politiche, la confusione ideologica e via dicendo: qui si parla d’altro, si parla di carne e di sangue, di cose che forse s’intendono usando categorie antropologiche o mistiche o etiche o estetiche, magari perfino psicanalitiche, non storiche o politiche.
    Ma il testo proposto da “Il Manifesto” è un po’ diverso da quello che ricordo io, e che qui trascrivo con le sue inevitabili lacune:


    Son morto nel Katanga, venivo da Lucera,
    avevo quarant’anni e la fedina nera
    (variante: “e la camicia nera”).
    Di me la gente dice ch’ero tra i mercenari
    Solo per il bottino, soltanto per denari.
    Ma ora che sono steso, guardate nel mio sacco:
    c’è solo una bottiglia e un’oncia di tabacco;
    soldi non troverete, no, nel mio tascapane:
    li ho spesi proprio tutti, insieme alle puttane.
    Amavo un’entreneuse di razza congolese,
    ma poi l’ho persa ai dadi con Jimmy l’irlandese.
    Se rimanevo a casa, là nella mia Lucera,
    0ra sarei in pensione, coi soldi e la pancera:
    avrei la moglie grassa, le rate e la Seicento,
    mutua, televisore, salotto e doppio mento.
    Invece sono andato in giro per il mondo,
    ed ora qua, disteso, crepo nel Basso Congo.
    Salvai monache e frati dall’unghia del ribelle,
    ma l’ONU se ne frega, sputa sulla mia pelle.
    I fuochi sono spenti, ormai scende la notte,
    addio verdi colline, addio dolci mignatte.
    Di questo basco rosso ho fatto una bandiera:
    portatelo agli amici, che invecchiano a Lucera”.



    Ma di questo spirito nichilista e picaresco oggi non c’è traccia. Quei “proscritti”, combattessero per denaro nelle savane d’Africa o per un sogno di redenzione dei poveri nelle sierras sudamericane, venivano isolati e segnati dall’orrore benpensante e conformistico: erano comunque degli isolati. Oggi assistiamo a un mercenariato che si ammanta dei colori ipocriti e improbabili d’un riesumato patriottardismo: il mercenariato di vigilantes fieri di porsi al servizio delle Buone e Rispettabili Cause, quelle degli interessi del turbocapitalismo e delle sue lobbies. Oggi, assistiamo all’osceno spettacolo dei contractors che mass media e buona parte del mondo politico vorrebbero far passare per eroi disinteressati e per paladini della democrazia. Non facciamo paragoni aberranti


    Franco Cardini


    Un po' di chiarezza non fa mai male. Sulla seconda parte, quella del chiarimento, non saprei. Si citano eventi e soggetti di cui conosco troppo poco la storia per poter esprimere giudizi e fare confronti con l'oggi.

  3. #3
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    Predefinito Rif: Afghanistan, 17 settembre 2009 - F. Cardini

    Afghanistan: un mistero risolto.
    di Basir Ahang - Kabul Press



    Fin dal principio l’Afghanistan non fu mai del popolo afghano.

    Per la sua particolare posizione strategica, infatti, l’Afghanistan è sempre stato al centro di un forte interesse da parte di Europa, America e Unione Sovietica. La prima nazione ad "occuparsene", nel 1938, fu la Gran Bretagna, e ciò a causa della minaccia che l’Unione Sovietica rappresentava. Entrando in Afghanistan, infatti, essa avrebbe potuto impossessarsi delle colonie inglesi situate in India, Pakistan, Bangladesh e altri paesi confinanti. Le paure della Gran Bretagna erano tuttavia infondate: l’U.R.S.S., infatti, era interessata unicamente all’Oceano Indiano per la sua posizione strategica e per questo tentava talvolta di penetrare nel territorio afghano.

    Il popolo afghano non tollerò l’invasione straniera e l’Unione Sovietica di nascosto rifornì di armi l’Afghanistan. La guerra terminò nel 1942 a seguito delle ingenti perdite dell’esercito inglese.

    In seguito a tale guerra l’Afghanistan godette di un governo semi-autonomo controllato da Unione Sovietica e America. La popolazione poté finalmente vivere un periodo di pace, nonostante l’intrusione dei paesi stranieri nella politica interna del Paese. Sfortunatamente nel 1980 i sovietici entrarono in Afghanistan e la pace cessò.

    Le potenze occidentali si sentirono minacciate dall’invasione sovietica. Jimmy Carter, allora presidente degli Stati Uniti, affermò che l’Unione doveva pagare per quest’aggressione. Gli Stati Uniti, attraverso Zbigniew Brzezinski consigliere della sicurezza nazionale americana, iniziarono a rifornire i fondamentalisti afghani (mujahidin) presenti in Pakistan di armi e denaro, affinché essi combattessero contro i sovietici. Più di 175 milioni di dollari vennero spesi a favore di tale causa. I mujahidin divennero così i figli adottivi di Jimmy Carter, che in quanto a libertà, diritti umani e democrazia evidentemente la pensavano allo stesso modo. Brzezinski con il supporto dell’intelligence pakistano si recò a Khaibar, al confine tra Pakistan e Afghanistan, e lì creò un vero e proprio campo di addestramento per mujahedin (chiamati anche signori della guerra o letteralmente “coloro che combattono la jihad”). Questo luogo divenne da allora la “capitale dei terroristi”, lo stesso Osama Bin Laden abitò in quel luogo per 14 anni assieme a diversi esponenti della Cia.

    Davvero non sfiorò neppure le loro menti il pensiero che magari questi fondamentalisti una volta sconfitti i sovietici avrebbero potuto impossessarsi a loro volta del territorio, divenendo un grave pericolo per l’intera umanità?

    La storia certo ne ha dato conferma. I fautori di questo gioco sapevano, ma vi erano delle priorità e degli interessi troppo grandi per rinunciare a una simile occasione.

    Se per l’opinione pubblica gli americani armati di mitra e buone intenzioni esportavano pace e democrazia, per le vittime di questo gioco al massacro era lampante che essi in realtà mentre con le mani costruivano con i piedi distruggevano.

    Per più di 20 anni i signori della guerra vennero aiutati dagli americani per distruggere il loro stesso paese.

    In seguito alla caduta del Governo comunista presieduto dal Dott. Najibulla avvenuta nel 1992, i mujahedin iniziarono una lotta spietata per il controllo del potere suddividendosi in fazioni a seconda delle diverse etnie a cui essi appartenevano. Combattendo tra loro trasformarono Kabul in un bagno di sangue nel quale trovarono la morte più di 60 000 civili. In questo momento davanti alla morte di migliaia di innocenti, tra cui naturalmente migliaia di donne e bambini, il mondo tacque fingendo di non sapere, fingendo di non vedere.

    Dov’era in quel momento il loro desiderio di esportare pace e democrazia? Evidentemente ancora non c’erano i presupposti utilitaristici per farlo nascere.

    Ancora una volta, la situazione era a favore delle super potenze occidentali, che vedevano in un governo composto da mujahidin un’occasione per controllare facilmente l’Afganistan.

    Ma i signori della guerra certo non volevano farsi comandare dagli americani, così quando essi si accorsero di non poter controllare la situazione cercarono qualcuno che potesse sconfiggere il nuovo nemico al posto loro. Questo qualcuno lo trovarono ben presto tra i talebani.

    I mujahidin per contrastare i talebani cercarono e trovarono il sostegno dei russi. Cambiarono così i giocatori, ma non il gioco.

    Durante il regime talebano, gli americani approfittarono della debolezza in cui verteva l’Afganistan per trasformare uno dei paesi più martoriati al mondo in una fonte di guadagno. Data la sua posizione strategica infatti, esso rappresenta una zona di transito tra Turkmenistan, Kazakistan, e gli altri paesi dell’Asia Centrale offrendo la possibilità di sfruttare giacimenti petroliferi e di gas.

    I Paesi Occidentali e le Compagnie petrolifere cominciarono così a competere tra di loro per il possesso dei giacimenti. Due compagnie tra tutte: la UNOCAL (americana) e la BRIDAS (argentina), il cui presidente spesse volte si recò in Afganistan per dialogare con i talebani ed offrire loro soldi in cambio di un lasciapassare per il Pakistan (il petrolio, infatti, veniva prelevato dal Turkmenistan e l’Afghanistan era zona di passaggio obbligatoria per trasportarlo poi in Pakistan).

    I protagonisti di questa triste vicenda, assunti dalla stessa UNOCAL per trasportare il petrolio furono:

    Tom Simons ambasciatore americano in Pakistan, Charles Larson capo della marina militare nell’Oceano Pacifico, Donald Rise capo dell’aviazione militare americana durante il Governo di George Bush I, Henry Kissinger e Robert Oakley responsabile della succursale del reparto Asia nel ministro degli esteri americano. Preposte al dialogo con i talebani invece vi furono due donne: Robin Raphael e Laily Helms principessa afghana moglie di Roger Helms, nipote di Richard Helms ex capo della CIA.

    Dal NY Daily News dell’Ottobre 2001: “talvolta la realtà è più sorprendente di qualsiasi sogno o favola: il rappresentante dei talebani in America è una donna: il suo nome è Laily Helms, afghana americana preposta all’organizzazione degli incontri tra i capi dei talebani ed i congressi,i responsabili delle Nazioni Unite e i rappresentanti dei media. E’ sorprendente inoltre il fatto che ella durante tali incontri si vesta come un uomo e non indossi alcun chador. Suo marito, Roger Helms lavora per la Chase Manhattan, una della banche più importanti al mondo”)

    Mentre ogni giorno i talebani uccidevano centinaia di uomini, di bambini, sparavano sulle donne per strada, e tagliavano gole in pubblico le forze internazionali tacquero e nessuno ebbe niente da ridire.

    Quando dopo l’11 Settembre 2001 Bush ordinò ai talebani di consegnare alla giustizia Osama Bin Laden essi rifiutarono, definendo Bin Laden loro fratello musulmano con diritto d’asilo in Afghanistan. Terminò così l’amicizia che legava i talebani agli Stati Uniti ed improvvisamente gli americani si interessarono alle sorti dell’Afghanistan.

    Quando le forze internazionali si interessarono alle sorti dell’Afghanistan diffondendo nel mondo lo slogan della pace, della giustizia e la libertà per la popolazione fu un mistero, dato il disinteresse iniziale. Tuttavia il popolo accolse gli americani come degli ospiti graditi, come dei fratelli, credendo davvero che forse le loro sorti sarebbero finalmente potute cambiare. Tutti anelavano la pace, stanchi di una guerra decennale e si fidavano ciecamente delle belle parole che venivano costantemente propinate al mondo intero.

    Memore della sconfitta dell’Unione Sovietica Il governo Bush chiese l’appoggio delle forze internazionali per attaccare l’Afghanistan e con la scusa di voler sconfiggere il terrorismo riuscì a riceverlo. Ebbe così inizio la Sua guerra, una guerra ipocrita per la quale si mandarono e ancora oggi si mandano a morire migliaia di militari ignari.

    Il 99% del territorio era nelle mani dei talebani, ma in soli 27 giorni l’esercito americano riuscì a far crollare il regime. La domanda sorge spontanea: come mai ora in otto anni di guerra nessuno è riuscito ancora a sbrogliare questo nodo gordiano?

    Tuttavia ciò che gli Stati Uniti malauguratamente si scordarono di fare fu far terminare la guerra tra etnie, i talebani infatti erano e sono pashtun, i governati e l’attuale presidente afghano è pashtun, tutti coloro che detengono il potere in Afganistan sono pashtun, senza considerare le restanti etnie che rappresentano il 65% della popolazione. A quanto pare le forze internazionali si sono scordate di una numerosa fetta di popolazione.

    Gli Usa in seguito alla sconfitta dei talebani misero al Governo l’attuale presidente Hamed Karzai, seguito da una schiera poco fedele di ex signori della guerra, criminali di guerra, nonché di talebani stessi che ricoprono ora importanti ruoli governativi (infatti il presidente Karzai in una conferenza stampa del 2006 si lasciò andare a dichiarazioni semplicemente sconvolgenti, suddividendo i talebani in buoni e cattivi, chiamandoli pubblicamente figli e fratelli suoi e affermando di voler contattare Mullah Omar per renderlo partecipe della “ricostruzione del paese”).

    In seguito al messaggio molto chiaro di Karzai, Mawlavi Wakil Ahmad Motawakil, ministro degli esteri del regime talebano , Mawlavi Abdussalam Raketi comandate dell’esercito talebano nel nord est Afghanistan e Padshah khan Zadran rappresentante dei talebani sul confine del Pakistan e molti altri estremisti sono arrivati armati di kalashnikov a Kabul per partecipare attivamente alla “ricostruzione del paese”. A loro arrivo karzai ha riservato un’accoglienza degna degli ospiti più illustri, assegnato a ciascuno una villa, dei bodyguard e svariate automobili rigorosamente con vetri antiproiettile. Attualmente essi risiedono a Kabul, liberi di organizzare attentati kamikaze, ed ogni sorta di rappresaglia.

    Karzai costituì la “Commissione di Pace”, al cui capo pose Mujadadi, mullah estremista arabo-afghano, che risiede attualmente a capo del senato. Mujadadi si occupa contemporaneamente di consegnare mensilmente ai talebani 1000 dollari, una tessera della commissione che permette loro di viaggiare ovunque e di non avere problemi con le forze dell’ordine.

    E l’America tace, nonostante Karzai sia sorvegliato costantemente da agenti della CIA e dal Governo americano stesso. E i 54 miliardi di dollari spesi per la “ricostruzione del paese” , dove sono andati a finire? E chi ridarà loro tutti questi soldi? Con che coraggio richiederanno indietro i soldi? Il debito dell’Afghanistan sale, ma di scuole, ospedali, strade e quant’altro non ve n’è traccia. Debito ed ipocrisia a parte, chi ripagherà invece le migliaia di morti innocenti? A chi è imputabile tutto ciò? E’ possibile massacrare in una missione di pace? E se la scusa dell’errore potesse realmente esser contemplata, si potrebbe credere ad una serie di errori tanto frequenti?

    In Afghanistan sono attualmente presenti e coinvolti in questa “missione di pace”, gli eserciti di: Stati Uniti, Inghilterra , Italia, Canada, Australia, Germania, Francia, Spagna, Olanda, Danimarca, Belgio, Svezia, Austria, Finlandia, Norvegia, Romania, Turchia, Sud Corea, Slovacchia, Lituania, Estonia, Azerbaijan, Emirati Arabi, Lussemburgo, Georgia, Islanda, Croazia, Slovenia, Grecia, Singapore, Nuova Zelanda, Repubblica Ceca, Irlanda, Ucraina, Bosnia Erzegovina, Bulgaria, Ungheria, Macedonia, Albania, Polonia, Portogallo, Lettonia 42 Paesi coinvolti, 64 500 soldati in tutto, 15 mila talebani (secondo le fonti ufficiali, quindi il numero potrebbe essere inferiore) inspiegabilmente imbattibili. Siamo davvero sicuri che questa guerra non faccia comodo a qualcuno?

    Ciò che molti cominciano purtroppo solo ora a chiedersi è: per quale motivo le forze internazionali sono presenti in Afghanistan?

    1) Combattere il terrorismo internazionale?

    La maggior parte di questi terroristi, nonostante non se ne senta mai parlare, provengono da paesi quali: Arabia Saudita, Cecenia, Marocco, Pakistan, Egitto, Emirati Arabi e molti altri paesi arabi. Per sconfiggere questi estremisti non occorre bombardare l’Afghanistan. I kamikaze non sono tutti afghani come vogliono farci credere. Il Pakistan in particolare è pregno di luoghi in cui i terroristi imparano l’arte del fanatismo e della guerra, ma stranamente le frontiere tra Pakistan e Afghanistan rimangono aperte, consentendo agli stessi di penentrare facilmente nel paese. Questo perché molte persone di etnia pashtun vivono sul confine e nessuno si sogna di scomodarli. E’ lì che esiste persino la sede di radio shariat (letteralmente: “voce della legge religiosa”) preposta ad impartire ordini e nozioni a talebani e kamikaze. Perché la sede di questa radio è ancora aperta? Persino il ricercatissimo Osama Bin Laden si suppone viva tranquillamente in una villa al confine tra Pakistan e Afghanistan. I campi di addestramento dei mujahidin sono ancora aperti ed attivi, occupati da talebani che rifiutano sia il governo afghano sia quello pakistano, chiamando la terra da loro occupata pashtunistan, terra dei pashtun.

    2) Esportare pace, libertà e democrazia?

    Fare la pace con la guerra è da sempre un paradosso inspiegabile se tale motivazione viene spacciata per veritiera. Di pace non ve n’è traccia, le persone ancora escono di casa senza sapere se vi ritorneranno. E se nella capitale Kabul, dove due giorni fa sei militari italiani hanno trovato la morte, è così figuratevi negli altri posti. Ogni settimana più di venti persone muoiono a Kabul in questo modo. Libertà poi in Afghanistan è ancora una parola che provoca un amaro sorriso considerando che: il ministro della cultura afghano in una conferenza stampa dichiarò democrazia e diritti umani affari dei paesi occidentali privi di valore per un paese che segue unicamente la legge islamica, un giornalista che aveva tentato di tradurre il corano in persiano venne condannato a 25 anni, un altro che in un articolo descrisse come la religione islamica violasse i diritti delle donne venne condannato prima a morte in seguito la pena fu commutata a 20 anni di prigione, così migliaia di altri esempi.

    3) Cambiare la situazione delle donne?

    Se ciò fosse vero risulta incomprensibile come sia ancora possibile che più di dieci donne vengano violentate ogni giorno (nel 2009 più di 35 bambine vennero violentate da esponenti del governo, una di loro aveva solo sei anni, stuprata dal figlio di un parlamentare nella regione di Sarepul nel nord Afghanistan. L’atto rimase totalmente impunito), e che Karzai il “presidente democratico” abbia promulgato una legge per la quale alle donne è proibito lavorare ed uscire di casa senza il coniuge o un parente maschio, per la quale è consentito lo stupro da parte del marito e la possibilità da parte di questo di privare la moglie del cibo se “disubbidiente”, che le bambine vengano vendute ad uomini anziani (nel 2006 una bambina di 11 anni venne persino venduta in cambio di un cane). Grazie a tutti voi per aver cambiato la situazione delle donne in Afghanistan, perché peggio di così non può certo diventare, nemmeno il regime talebano arrivò a tanto.

    4) Fare giustizia?

    Quest’anno un talebano si è candidato come presidente della repubblica, due vice di Karzai sono criminali di guerra che secondo Human Rights Watch dovrebbero ora essere in carcere e non al governo, altri invece sono ministri e parlamentari. Se l’opinione pubblica in Europa e in America venisse informata del fatto saremo ancora disposti a mandare i loro figli a morire in Afghanistan?

    5) Per ricostruire l’Afghanistan?

    Dopo otto anni di guerra il centro di Kabul è ancora privo di illuminazione e strade asfaltate. Nella regione di Bamyan nel 2008 più di 200 persone sono morte a causa della mancanza di ospedali. Alcune statistiche: l’80% della popolazione è perennemente in pericolo a causa della mancanza di ospedali, secondo world food program (WFP) il 10% della popolazione quest’inverno rischierà di morire di fame, il 60% degli studenti studia all’aperto, non essendoci di fatto scuole ma solo insegnanti, il 30% delle donne inoltre muore in gravidanza o durante il parto, il 15% dei bambini in assenza di vaccini vengono colpiti dalla poliomelite ed in seguito dalla paralisi. Se davvero queste forze armate fossero in Afghanistan per ricostruire il paese nessuno farebbe loro del male, ma ovunque verrebbero accolti con gioia, basti considerare le parole di Gino Strada in un intervista riportata il 17/09/2009 sull’Unità: “(...)Quanto ai soldi della cooperazione internazionale noi non abbiamo ricevuto una lira(..)Emergency lavora in afghanistan da dieci anni, abbiamo curato 2 milioni e 200 mila afghani, praticamente il 10% della popolazione(…) Per questo a Laskhargah (nota: una delle regioni più pericolose dell’Afghanistan) non è mai stato torto un capello al nostro personale internazionale(…)”



    Ora traete le conclusioni..Davvero l’unico problema in questa guerra è cambiare strategia? Prima di cambiare strategia contate i talebani al governo, contate gli 80 000 morti del 2008 di cui solo il 5% talebani e considerate le mosse del presidente Karzai. Prima che una storia di estremismo religioso, prima che una storia di guerra perpetua la storia dell’Afghanistan è una storia di petrolio e traffici internazionali di droga. Adesso che come me conoscete la reale situazione in cui verte il paese avrete ancora il coraggio di mandare i vostri figli a morire per gli interessi economici dei soliti noti?

    Viva la Comune

  4. #4
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    Predefinito Rif: Afghanistan, 17 settembre 2009 - F. Cardini

    Citazione Originariamente Scritto da Comunardo Visualizza Messaggio
    Afghanistan: un mistero risolto.
    di Basir Ahang - Kabul Press



    Fin dal principio l’Afghanistan non fu mai del popolo afghano.

    Per la sua particolare posizione strategica, infatti, l’Afghanistan è sempre stato al centro di un forte interesse da parte di Europa, America e Unione Sovietica. La prima nazione ad "occuparsene", nel 1938, fu la Gran Bretagna, e ciò a causa della minaccia che l’Unione Sovietica rappresentava. Entrando in Afghanistan, infatti, essa avrebbe potuto impossessarsi delle colonie inglesi situate in India, Pakistan, Bangladesh e altri paesi confinanti. Le paure della Gran Bretagna erano tuttavia infondate: l’U.R.S.S., infatti, era interessata unicamente all’Oceano Indiano per la sua posizione strategica e per questo tentava talvolta di penetrare nel territorio afghano.

    Il popolo afghano non tollerò l’invasione straniera e l’Unione Sovietica di nascosto rifornì di armi l’Afghanistan. La guerra terminò nel 1942 a seguito delle ingenti perdite dell’esercito inglese.

    In seguito a tale guerra l’Afghanistan godette di un governo semi-autonomo controllato da Unione Sovietica e America. La popolazione poté finalmente vivere un periodo di pace, nonostante l’intrusione dei paesi stranieri nella politica interna del Paese. Sfortunatamente nel 1980 i sovietici entrarono in Afghanistan e la pace cessò.

    Le potenze occidentali si sentirono minacciate dall’invasione sovietica. Jimmy Carter, allora presidente degli Stati Uniti, affermò che l’Unione doveva pagare per quest’aggressione. Gli Stati Uniti, attraverso Zbigniew Brzezinski consigliere della sicurezza nazionale americana, iniziarono a rifornire i fondamentalisti afghani (mujahidin) presenti in Pakistan di armi e denaro, affinché essi combattessero contro i sovietici. Più di 175 milioni di dollari vennero spesi a favore di tale causa. I mujahidin divennero così i figli adottivi di Jimmy Carter, che in quanto a libertà, diritti umani e democrazia evidentemente la pensavano allo stesso modo. Brzezinski con il supporto dell’intelligence pakistano si recò a Khaibar, al confine tra Pakistan e Afghanistan, e lì creò un vero e proprio campo di addestramento per mujahedin (chiamati anche signori della guerra o letteralmente “coloro che combattono la jihad”). Questo luogo divenne da allora la “capitale dei terroristi”, lo stesso Osama Bin Laden abitò in quel luogo per 14 anni assieme a diversi esponenti della Cia.

    Davvero non sfiorò neppure le loro menti il pensiero che magari questi fondamentalisti una volta sconfitti i sovietici avrebbero potuto impossessarsi a loro volta del territorio, divenendo un grave pericolo per l’intera umanità?

    La storia certo ne ha dato conferma. I fautori di questo gioco sapevano, ma vi erano delle priorità e degli interessi troppo grandi per rinunciare a una simile occasione.

    Se per l’opinione pubblica gli americani armati di mitra e buone intenzioni esportavano pace e democrazia, per le vittime di questo gioco al massacro era lampante che essi in realtà mentre con le mani costruivano con i piedi distruggevano.

    Per più di 20 anni i signori della guerra vennero aiutati dagli americani per distruggere il loro stesso paese.

    In seguito alla caduta del Governo comunista presieduto dal Dott. Najibulla avvenuta nel 1992, i mujahedin iniziarono una lotta spietata per il controllo del potere suddividendosi in fazioni a seconda delle diverse etnie a cui essi appartenevano. Combattendo tra loro trasformarono Kabul in un bagno di sangue nel quale trovarono la morte più di 60 000 civili. In questo momento davanti alla morte di migliaia di innocenti, tra cui naturalmente migliaia di donne e bambini, il mondo tacque fingendo di non sapere, fingendo di non vedere.

    Dov’era in quel momento il loro desiderio di esportare pace e democrazia? Evidentemente ancora non c’erano i presupposti utilitaristici per farlo nascere.

    Ancora una volta, la situazione era a favore delle super potenze occidentali, che vedevano in un governo composto da mujahidin un’occasione per controllare facilmente l’Afganistan.

    Ma i signori della guerra certo non volevano farsi comandare dagli americani, così quando essi si accorsero di non poter controllare la situazione cercarono qualcuno che potesse sconfiggere il nuovo nemico al posto loro. Questo qualcuno lo trovarono ben presto tra i talebani.

    I mujahidin per contrastare i talebani cercarono e trovarono il sostegno dei russi. Cambiarono così i giocatori, ma non il gioco.

    Durante il regime talebano, gli americani approfittarono della debolezza in cui verteva l’Afganistan per trasformare uno dei paesi più martoriati al mondo in una fonte di guadagno. Data la sua posizione strategica infatti, esso rappresenta una zona di transito tra Turkmenistan, Kazakistan, e gli altri paesi dell’Asia Centrale offrendo la possibilità di sfruttare giacimenti petroliferi e di gas.

    I Paesi Occidentali e le Compagnie petrolifere cominciarono così a competere tra di loro per il possesso dei giacimenti. Due compagnie tra tutte: la UNOCAL (americana) e la BRIDAS (argentina), il cui presidente spesse volte si recò in Afganistan per dialogare con i talebani ed offrire loro soldi in cambio di un lasciapassare per il Pakistan (il petrolio, infatti, veniva prelevato dal Turkmenistan e l’Afghanistan era zona di passaggio obbligatoria per trasportarlo poi in Pakistan).

    I protagonisti di questa triste vicenda, assunti dalla stessa UNOCAL per trasportare il petrolio furono:

    Tom Simons ambasciatore americano in Pakistan, Charles Larson capo della marina militare nell’Oceano Pacifico, Donald Rise capo dell’aviazione militare americana durante il Governo di George Bush I, Henry Kissinger e Robert Oakley responsabile della succursale del reparto Asia nel ministro degli esteri americano. Preposte al dialogo con i talebani invece vi furono due donne: Robin Raphael e Laily Helms principessa afghana moglie di Roger Helms, nipote di Richard Helms ex capo della CIA.

    Dal NY Daily News dell’Ottobre 2001: “talvolta la realtà è più sorprendente di qualsiasi sogno o favola: il rappresentante dei talebani in America è una donna: il suo nome è Laily Helms, afghana americana preposta all’organizzazione degli incontri tra i capi dei talebani ed i congressi,i responsabili delle Nazioni Unite e i rappresentanti dei media. E’ sorprendente inoltre il fatto che ella durante tali incontri si vesta come un uomo e non indossi alcun chador. Suo marito, Roger Helms lavora per la Chase Manhattan, una della banche più importanti al mondo”)

    Mentre ogni giorno i talebani uccidevano centinaia di uomini, di bambini, sparavano sulle donne per strada, e tagliavano gole in pubblico le forze internazionali tacquero e nessuno ebbe niente da ridire.

    Quando dopo l’11 Settembre 2001 Bush ordinò ai talebani di consegnare alla giustizia Osama Bin Laden essi rifiutarono, definendo Bin Laden loro fratello musulmano con diritto d’asilo in Afghanistan. Terminò così l’amicizia che legava i talebani agli Stati Uniti ed improvvisamente gli americani si interessarono alle sorti dell’Afghanistan.

    Quando le forze internazionali si interessarono alle sorti dell’Afghanistan diffondendo nel mondo lo slogan della pace, della giustizia e la libertà per la popolazione fu un mistero, dato il disinteresse iniziale. Tuttavia il popolo accolse gli americani come degli ospiti graditi, come dei fratelli, credendo davvero che forse le loro sorti sarebbero finalmente potute cambiare. Tutti anelavano la pace, stanchi di una guerra decennale e si fidavano ciecamente delle belle parole che venivano costantemente propinate al mondo intero.

    Memore della sconfitta dell’Unione Sovietica Il governo Bush chiese l’appoggio delle forze internazionali per attaccare l’Afghanistan e con la scusa di voler sconfiggere il terrorismo riuscì a riceverlo. Ebbe così inizio la Sua guerra, una guerra ipocrita per la quale si mandarono e ancora oggi si mandano a morire migliaia di militari ignari.

    Il 99% del territorio era nelle mani dei talebani, ma in soli 27 giorni l’esercito americano riuscì a far crollare il regime. La domanda sorge spontanea: come mai ora in otto anni di guerra nessuno è riuscito ancora a sbrogliare questo nodo gordiano?

    Tuttavia ciò che gli Stati Uniti malauguratamente si scordarono di fare fu far terminare la guerra tra etnie, i talebani infatti erano e sono pashtun, i governati e l’attuale presidente afghano è pashtun, tutti coloro che detengono il potere in Afganistan sono pashtun, senza considerare le restanti etnie che rappresentano il 65% della popolazione. A quanto pare le forze internazionali si sono scordate di una numerosa fetta di popolazione.

    Gli Usa in seguito alla sconfitta dei talebani misero al Governo l’attuale presidente Hamed Karzai, seguito da una schiera poco fedele di ex signori della guerra, criminali di guerra, nonché di talebani stessi che ricoprono ora importanti ruoli governativi (infatti il presidente Karzai in una conferenza stampa del 2006 si lasciò andare a dichiarazioni semplicemente sconvolgenti, suddividendo i talebani in buoni e cattivi, chiamandoli pubblicamente figli e fratelli suoi e affermando di voler contattare Mullah Omar per renderlo partecipe della “ricostruzione del paese”).

    In seguito al messaggio molto chiaro di Karzai, Mawlavi Wakil Ahmad Motawakil, ministro degli esteri del regime talebano , Mawlavi Abdussalam Raketi comandate dell’esercito talebano nel nord est Afghanistan e Padshah khan Zadran rappresentante dei talebani sul confine del Pakistan e molti altri estremisti sono arrivati armati di kalashnikov a Kabul per partecipare attivamente alla “ricostruzione del paese”. A loro arrivo karzai ha riservato un’accoglienza degna degli ospiti più illustri, assegnato a ciascuno una villa, dei bodyguard e svariate automobili rigorosamente con vetri antiproiettile. Attualmente essi risiedono a Kabul, liberi di organizzare attentati kamikaze, ed ogni sorta di rappresaglia.

    Karzai costituì la “Commissione di Pace”, al cui capo pose Mujadadi, mullah estremista arabo-afghano, che risiede attualmente a capo del senato. Mujadadi si occupa contemporaneamente di consegnare mensilmente ai talebani 1000 dollari, una tessera della commissione che permette loro di viaggiare ovunque e di non avere problemi con le forze dell’ordine.

    E l’America tace, nonostante Karzai sia sorvegliato costantemente da agenti della CIA e dal Governo americano stesso. E i 54 miliardi di dollari spesi per la “ricostruzione del paese” , dove sono andati a finire? E chi ridarà loro tutti questi soldi? Con che coraggio richiederanno indietro i soldi? Il debito dell’Afghanistan sale, ma di scuole, ospedali, strade e quant’altro non ve n’è traccia. Debito ed ipocrisia a parte, chi ripagherà invece le migliaia di morti innocenti? A chi è imputabile tutto ciò? E’ possibile massacrare in una missione di pace? E se la scusa dell’errore potesse realmente esser contemplata, si potrebbe credere ad una serie di errori tanto frequenti?

    In Afghanistan sono attualmente presenti e coinvolti in questa “missione di pace”, gli eserciti di: Stati Uniti, Inghilterra , Italia, Canada, Australia, Germania, Francia, Spagna, Olanda, Danimarca, Belgio, Svezia, Austria, Finlandia, Norvegia, Romania, Turchia, Sud Corea, Slovacchia, Lituania, Estonia, Azerbaijan, Emirati Arabi, Lussemburgo, Georgia, Islanda, Croazia, Slovenia, Grecia, Singapore, Nuova Zelanda, Repubblica Ceca, Irlanda, Ucraina, Bosnia Erzegovina, Bulgaria, Ungheria, Macedonia, Albania, Polonia, Portogallo, Lettonia 42 Paesi coinvolti, 64 500 soldati in tutto, 15 mila talebani (secondo le fonti ufficiali, quindi il numero potrebbe essere inferiore) inspiegabilmente imbattibili. Siamo davvero sicuri che questa guerra non faccia comodo a qualcuno?

    Ciò che molti cominciano purtroppo solo ora a chiedersi è: per quale motivo le forze internazionali sono presenti in Afghanistan?

    1) Combattere il terrorismo internazionale?

    La maggior parte di questi terroristi, nonostante non se ne senta mai parlare, provengono da paesi quali: Arabia Saudita, Cecenia, Marocco, Pakistan, Egitto, Emirati Arabi e molti altri paesi arabi. Per sconfiggere questi estremisti non occorre bombardare l’Afghanistan. I kamikaze non sono tutti afghani come vogliono farci credere. Il Pakistan in particolare è pregno di luoghi in cui i terroristi imparano l’arte del fanatismo e della guerra, ma stranamente le frontiere tra Pakistan e Afghanistan rimangono aperte, consentendo agli stessi di penentrare facilmente nel paese. Questo perché molte persone di etnia pashtun vivono sul confine e nessuno si sogna di scomodarli. E’ lì che esiste persino la sede di radio shariat (letteralmente: “voce della legge religiosa”) preposta ad impartire ordini e nozioni a talebani e kamikaze. Perché la sede di questa radio è ancora aperta? Persino il ricercatissimo Osama Bin Laden si suppone viva tranquillamente in una villa al confine tra Pakistan e Afghanistan. I campi di addestramento dei mujahidin sono ancora aperti ed attivi, occupati da talebani che rifiutano sia il governo afghano sia quello pakistano, chiamando la terra da loro occupata pashtunistan, terra dei pashtun.

    2) Esportare pace, libertà e democrazia?

    Fare la pace con la guerra è da sempre un paradosso inspiegabile se tale motivazione viene spacciata per veritiera. Di pace non ve n’è traccia, le persone ancora escono di casa senza sapere se vi ritorneranno. E se nella capitale Kabul, dove due giorni fa sei militari italiani hanno trovato la morte, è così figuratevi negli altri posti. Ogni settimana più di venti persone muoiono a Kabul in questo modo. Libertà poi in Afghanistan è ancora una parola che provoca un amaro sorriso considerando che: il ministro della cultura afghano in una conferenza stampa dichiarò democrazia e diritti umani affari dei paesi occidentali privi di valore per un paese che segue unicamente la legge islamica, un giornalista che aveva tentato di tradurre il corano in persiano venne condannato a 25 anni, un altro che in un articolo descrisse come la religione islamica violasse i diritti delle donne venne condannato prima a morte in seguito la pena fu commutata a 20 anni di prigione, così migliaia di altri esempi.

    3) Cambiare la situazione delle donne?

    Se ciò fosse vero risulta incomprensibile come sia ancora possibile che più di dieci donne vengano violentate ogni giorno (nel 2009 più di 35 bambine vennero violentate da esponenti del governo, una di loro aveva solo sei anni, stuprata dal figlio di un parlamentare nella regione di Sarepul nel nord Afghanistan. L’atto rimase totalmente impunito), e che Karzai il “presidente democratico” abbia promulgato una legge per la quale alle donne è proibito lavorare ed uscire di casa senza il coniuge o un parente maschio, per la quale è consentito lo stupro da parte del marito e la possibilità da parte di questo di privare la moglie del cibo se “disubbidiente”, che le bambine vengano vendute ad uomini anziani (nel 2006 una bambina di 11 anni venne persino venduta in cambio di un cane). Grazie a tutti voi per aver cambiato la situazione delle donne in Afghanistan, perché peggio di così non può certo diventare, nemmeno il regime talebano arrivò a tanto.

    4) Fare giustizia?

    Quest’anno un talebano si è candidato come presidente della repubblica, due vice di Karzai sono criminali di guerra che secondo Human Rights Watch dovrebbero ora essere in carcere e non al governo, altri invece sono ministri e parlamentari. Se l’opinione pubblica in Europa e in America venisse informata del fatto saremo ancora disposti a mandare i loro figli a morire in Afghanistan?

    5) Per ricostruire l’Afghanistan?

    Dopo otto anni di guerra il centro di Kabul è ancora privo di illuminazione e strade asfaltate. Nella regione di Bamyan nel 2008 più di 200 persone sono morte a causa della mancanza di ospedali. Alcune statistiche: l’80% della popolazione è perennemente in pericolo a causa della mancanza di ospedali, secondo world food program (WFP) il 10% della popolazione quest’inverno rischierà di morire di fame, il 60% degli studenti studia all’aperto, non essendoci di fatto scuole ma solo insegnanti, il 30% delle donne inoltre muore in gravidanza o durante il parto, il 15% dei bambini in assenza di vaccini vengono colpiti dalla poliomelite ed in seguito dalla paralisi. Se davvero queste forze armate fossero in Afghanistan per ricostruire il paese nessuno farebbe loro del male, ma ovunque verrebbero accolti con gioia, basti considerare le parole di Gino Strada in un intervista riportata il 17/09/2009 sull’Unità: “(...)Quanto ai soldi della cooperazione internazionale noi non abbiamo ricevuto una lira(..)Emergency lavora in afghanistan da dieci anni, abbiamo curato 2 milioni e 200 mila afghani, praticamente il 10% della popolazione(…) Per questo a Laskhargah (nota: una delle regioni più pericolose dell’Afghanistan) non è mai stato torto un capello al nostro personale internazionale(…)”



    Ora traete le conclusioni..Davvero l’unico problema in questa guerra è cambiare strategia? Prima di cambiare strategia contate i talebani al governo, contate gli 80 000 morti del 2008 di cui solo il 5% talebani e considerate le mosse del presidente Karzai. Prima che una storia di estremismo religioso, prima che una storia di guerra perpetua la storia dell’Afghanistan è una storia di petrolio e traffici internazionali di droga. Adesso che come me conoscete la reale situazione in cui verte il paese avrete ancora il coraggio di mandare i vostri figli a morire per gli interessi economici dei soliti noti?

    Viva la Comune
    C' una piccola lacuna storica a mio avviso molto importante. L'invasione sovietica dell'Afghanistan avvenne alcuni mesi dopo che gli Stati Uniti finanziassero la guerriglia dei mujaddin al fine di rovesciare il legittimo governo a vocazione democratica-popolare. Furono prima gli USA ad intromettersi nelle vicende afghane tramite destabilizzazione violenta e solo in seguito l'Unione Sovietica intervenne. Ciò naturalmente non giustifica l'intervento sovietico ma lo contestualizza nella realtà storica.

  5. #5
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    Predefinito Rif: Afghanistan, 17 settembre 2009 - F. Cardini

    Citazione Originariamente Scritto da Terraeamore Visualizza Messaggio
    C' una piccola lacuna storica a mio avviso molto importante. L'invasione sovietica dell'Afghanistan avvenne alcuni mesi dopo che gli Stati Uniti finanziassero la guerriglia dei mujaddin al fine di rovesciare il legittimo governo a vocazione democratica-popolare. Furono prima gli USA ad intromettersi nelle vicende afghane tramite destabilizzazione violenta e solo in seguito l'Unione Sovietica intervenne. Ciò naturalmente non giustifica l'intervento sovietico ma lo contestualizza nella realtà storica.
    E comunque andrebbe anche detto che l'intervento sovietico avvenne dopo la battaglia di Herat in cui le truppe afghane del governo Amin respinsero i mujaheddin e quindi chiesero aiuto formalmente all'URSS appellandosi al trattato di amicizia e buon vicinato ratificato tra i due stati nel 1921 e rinnovato nel 1955. E tra l'altro va anche detto che all'inizio l'URSS fu anche piuttosto cauta a riguardo dato che Amin apparteneva all'area Khalq del partito (quella più radicale) mentre l'URSS aveva sempre appoggiato l'area Parcham e fece prima di decidere l'intervento anche un tentativo di passaggio all'ONU chiaramente fallito.

  6. #6
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    Predefinito Rif: Afghanistan, 17 settembre 2009 - F. Cardini

    Citazione Originariamente Scritto da Sandinista Visualizza Messaggio
    E comunque andrebbe anche detto che l'intervento sovietico avvenne dopo la battaglia di Herat in cui le truppe afghane del governo Amin respinsero i mujaheddin e quindi chiesero aiuto formalmente all'URSS appellandosi al trattato di amicizia e buon vicinato ratificato tra i due stati nel 1921 e rinnovato nel 1955. E tra l'altro va anche detto che all'inizio l'URSS fu anche piuttosto cauta a riguardo dato che Amin apparteneva all'area Khalq del partito (quella più radicale) mentre l'URSS aveva sempre appoggiato l'area Parcham e fece prima di decidere l'intervento anche un tentativo di passaggio all'ONU chiaramente fallito.
    Proprio così. Hai ben completato il mio precedente intervento.

  7. #7
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    Predefinito Rif: Afghanistan, 17 settembre 2009 - F. Cardini



    Un dossier per conoscere, informare, controinformare sulla guerra sporca in Afghanistan

    PeaceReporter - Afghanistan. Per cosa sono morti?

    Viva la Comune

  8. #8
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    Predefinito Rif: Afghanistan, 17 settembre 2009 - F. Cardini

    I CADUTI IN AFGHANISTAN E IL CUOCO DI GIULIO CESARE


    DI FRANCO CARDINI


    A chiunque abbia tempo e voglia di combattere per un’altra causa persa


    Cari Amici,

    se lo domandava molto tempo fa il vecchio Bertolt Brecht: Giulio Cesare ha conquistato tutta la Gallia: ma non aveva nemmeno un cuoco? Gli fece eco, anni piu radi, il nostro Lucio Dalla in Itaca: “Capitano, che hai negli occhi – il tuo splendido destino – pensi mai al marinaio – a cui mancan pane e vino? – Capitano, che hai trovato – principesse in ogni porto, - pensi mai al rematore – che sua moglie crede morte?”.

    E’ una bella canzone, questa di Dalla: un po’ vecchia ormai, ma adatta a chi corre l’avventura in paesi lontani. Chissà se la conoscono, i nostri parà in Afghanistan. Fra l’altro, farebbe molto al caso loro: e al nostro.



    Lo dico perché anch’io ho seguito, il 20 aprile, il rientro dei nostri ragazzi caduti. Sono un vecchio ex ufficiale d’aeronautica, i parà li conosco e li amo. Quelli, poi, avrebbero potuto per età essere miei figli. E avrei potuto essere nonno di Simone Valente, il bambino di due anni figlio del sergente maggiore Roberto: uno dei cinque tornati a casa forse proprio secondo la descrizione di un altro nostro poeta e musicista, Fabrizio de André, le salme avvolte nelle bandiere “legate strette perché sembrassero intere”.

    I politici e i loro gregari gestori dei mass media, che – ne siano consapevoli o no – ce li hanno sulla coscienza, si sono sgolati chiamandoli “vittime”, “eroi”, “martiri”. No: niente di tutto ciò. Un soldato che cade durante un combattimento o un incidente di guerra e, appunto, un caduto: non è una “vittima”, perché tale appellativo spetta agli inermi, agli indifesi che avrebbero dovuto restare estranei ai fatti d’arme, laddove i soldati stanno in uniforme e in armi perché di tali fatti sono coprotagonisti. Non è né un “martire”, né un “eroe” perché, al di là della retorica facile perché gratuita, tali termini spettano a chi in qualche modo ha compiuto qualcosa di straordinario e di esemplare. E i cinque parà, strettamente parlando, non sono caduti nemmeno nell’adempimento del loro dovere, in quanto erano in Afghanistan per una loro libera volontaria scelta. Essi sono caduti nell’esercizio delle loro funzioni, facendo il loro lavoro: in una circostanza tragica, ma che faceva parte purtroppo della loro condizione professionale. E che ne facesse parte ciascuno di loro lo sapeva benissimo. Poiché il loro lavoro aveva ed ha una valenza pubblica, onoriamoli. Ma non infanghiamone la memoria contaminandola con la retorica. Per un soldato, la morte – lo diceva benissimo José Antonio Primo de Rivera, che lo provo con i fatti – “è un atto di servizio”.

    Ecco perché è grottesco che il ministro La Russa dichiari che quei parà sono morti “per la Patria”. In Italia, se si vuol restare fedeli alla costituzione le armi s’imbracciano soltanto per difendersi; e il teorema della “difesa preventiva”, secondo il quale l’occupazione dell’Afghanistan servirebbe a tutelare le nostre città e le nostre case dalla possibilità di attacchi terroristici, prima di essere infame e ridicolo. La guerra al terrorismo si fa con l’intelligence, con l’infiltrazione e soprattutto con l’eliminazione delle ragioni sociali e politiche suscettibili di far guadagnare simpatie ai terroristi: non con i bombardamenti aerei e con i carri armati. L’occupazione dell’Afghanistan ha avuto tra le sue conseguenze quella di diffondere a macchia d’olio il terrorismo e la simpatia per esso. Lorsignori hanno mandato i nostri soldati a morire per far piacere alla superpotenza statunitense e nel nome di un demenziale teorema geopolitico; ed essi hanno accettato il rischio, al di là delle varianti personali, perche cio faceva parte della loro condizione professionale. Il che non vuol affatto dire che i nostri ragazzi siano morti invano: al contrario. Quando a troppi italiani sarà caduto dagli occhi il malefico velo della propaganda che ora intralcia loro la vista, apparirà chiaro che quelle vite sacrificate sono state altrettanti passi sulla via della pace e della giustizia: la quale passa per forza attraverso il riconoscimento che l’avventura in Afghanistan e stata tanto infame quanto assurda.

    E non è meno grottesco Umberto Bossi, quando ammettendo di aver votato per mandare in Afghanistan i nostri soldati, precisa che non aveva alcuna intenzione di “mandarli a morire”. Non so se Ella abbia fatto il soldato e ignoro quanto Ella sappia di storia, Signor Ministro: ma lasci che Le confidi in un orecchio un piccolo segreto. In guerra ci si muore. D’altronde, la gaffe di Bossi è comprensibile. Ma proprio questo la rende più repellente. Le guerre in Iraq e in Afghanistan, come troppi conflitti che oggi insanguinano il mondo dalla Palestina all’Africa, vedono confrontarsi forze armate “regolari” e superarmate contro avversari in condizione militarmente inferiore, a parte le vittime civili e i caduti sotto “fuoco amico” e a causa di “danni collaterali”, che in genere si degnano appena di una distratta menzione. E’ sottinteso che molti pensano che, in una guerra del genere, i “nostri” data la loro superiorita militare siano invulnerabili e che il morire tocchi solo agli altri. Così come nessuno storico si è mai piegato sui problemi e magari i dolori del cuoco di Cesare, che pure era in fondo un uomo come lui e come noi, assistiamo oggi a una terribile ingiustizia, che aggiunge all’orrore del sangue versato l’offesa del disprezzo e della noncuranza.

    Dei nostri cinque parà, anche se a pochi giorni dal loro sacrificio essi stanno gia purtroppo entrando nell’oblio (sono queste le regole della societa-spettacolo), finché facevano notizia ci hanno detto tutto: ne abbiamo visti i volti, ne abbiamo letti i profili biografici, ne conosciamo i nomi e quelli delle loro mogli, delle loro fidanzate, dei loro figli. Qualcuno di loro avrebbe forse preferito un po’ piu di riserbo, di silenzio: di pudicizia. Ma in fondo è forse giusto che sia stato così: erano soldati del nostro esercito, gente nostra. I prossimi, gli affini, i familiari ci sono ovviamente e naturalmente sempre piu cari di chi ci sta piu lontano.

    Ma non sarebbe né umano, né cristiano continuar a ignorare le vittime degli “altri”, a tenere nell’ombra e nel silenzio quelli “dell’altra parte” (se è un’altra parte: e non lo e, perche con loro non siamo in guerra, e comunque perche condividiamo con loro la condizione umana, la vera patria comune): come le decine di poveri afghani, fra cui donne vecchi e bambini, trucidati non troppi giorni fa da un barbaro disumano e inutile attacco aereo mentre cercavano di alleviar la loro miseria drenando un po’ di benzina da un camion sventrato. Era “complicita col terrorismo”, quel povero gesto? Era un “atto di guerra”, d’una guerra non dichiarata, quella strage barbarica, che teneva dietro a un numero ormai spaventosamente alto di analoghe stragi tutte impunite? Ed è umano, è degno della “nostra civiltà occidentale”, continuar a trattare come dei semplici numeri tutti i poveri morti che giornalmente affollano le cronache distratte di quelle guerre lontane – in Afghanistan come in Iraq, come in Palestina, come in Africa, come nel sud-est asiatico, come nell’America latina, anzi che sovente vengono taciuti del tutto perche “non fanno notizia”?
    v Ecco: umanità e giustizia vogliono che anch’essi facciano al contrario notizia; che cessino di essere aridi e anonimi numeri su un bollettino o su una statistica. Perche pesano sulla nostra coscienza. E sono un peso intollerabile soprattutto per noi che all’insensata e infame avventura afghana siamo sempre stati contrari, e nondimeno non siamo riusciti a fermarla.

    Mi chiedo: esiste chi possa raccogliere queste righe e farle proprie? Ed esiste in Italia un giornale che abbia il coraggio di dedicar alle vittime afgane innocenti ogni giorno cinque brevi necrologie, tante quanti erano i nostri parà caduti?

    Sarebbe necessario e doveroso specchiarsi in quei volti, imparar a fare i conti con chi è morto anche per colpa del nostro silenzio e della nostra acquiescenza; con quelli della cui uccisione siamo stati complici, e lo abbiamo fatto a cuor leggero perché erano “lontani”, perche erano “diversi”, perche non hanno nessuno che li difenda e ne rivendichi la memoria e il rispetto. Dovremmo meditare sulle loro sembianze e sulla loro vite spezzate, noialtri che non riusciamo a opporci abbastanza efficacemente alle canaglie nostrane, ai mascalzoni che con arroganza ci vanno ripetendo che invadere un paese altrui e bombardare degli inermi da duemila metri è un normalissimo – e perfino “eroico” - atto di guerra per quanto la guerra non sia dichiarata, mentre difendere la propria terra con le armi di cui dispone un popolo che non ha né aerei, né elicotteri, né missili aria terra, né mezzi corazzati, è un atto “infame” e “vile”.

    Il vostro sarebbe disposto a questo tipo di testimonianza?

    Saluti.

    Franco Cardini
    Fonte: Franco Cardini
    23.09.2009

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