Risultati da 1 a 3 di 3
  1. #1
    Insorgente
    Data Registrazione
    25 Jul 2002
    Località
    Da ogni luogo e da nessuno
    Messaggi
    2,654
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Thumbs up Internazionale futura umanità: contro antiamericanismo e euronazionalismo. By Bifo

    Internazionale futura umanità

    bifo - Europa 06.03.2003

    Rifiutiamo la rappresentazione euro-nazionalista e antiamericana della situazione attuale. Alla crisi dell'unità politica europea deve seguire un nuovo internazionalismo.



    Vediamo emergere negli ultimi mesi una contrapposizione tra egemonismo americano e autonomia europea.

    Ma possiamo identificarci in una prospettiva di questo genere?

    Possiamo considerare l'Europa maggiore, l'Europa degli stati nazionali e del grande capitale finanziario una forza capace di imporre il rispetto dei diritti umani?

    E poi, esiste ancora l'Europa, dopo la spaccatura delle scorse settimane? Possiamo vedere nell'egemonia franco-tedesca un progetto europeo rinnovato, autonomo dagli USA? Io vedo un serio pericolo di nazionalismo europeo, in questa prospettiva. Un nazionalismo europeo che si presenta in opposizione al bellicismo della Presidenza Bush ci appare oggi vicino al fronte pacifista e antimilitarista, ma non é questa forse un'illusione ottica? Non c'é dietro l'angolo il pericolo di un risorgente nazionalismo fondato sul pregiudizio antiamericano?

    L'ultimo mese ha portato a maturazione in maniera rapida e brutale le contraddizioni implicite nella costruzione europea, e nel corso della crisi che stiamo attraversando diverrà necessario evitare con cura una identificazione "nazional-europeista". Per evitare questo nazionalismo europeista e antiamericano non c'é altra via che trasformare la coscienza europeista in coscienza internazionalista.

    Nell'approccio europeista c'é un pericolo che proprio in queste ultime settimane é emerso chiaramente: il punto di vista europeo offre una rappresentazione della realtà internazionale come opposizione tra USA ed EU. Ma se contrapponiamo le virtù dell'approccio europeo alla brutalità dell'approccio unilateralista americano, rischiamo di rappresentare la situazione in termini nazionalisti-europei, e di produrre un effetto di antiamericanismo.
    Il movimento globale contro la guerra non può in alcun modo essere ridotto entro questa prospettiva. E' vero naturalmente che esiste una contrapposizione strategica tra l'egemonismo americano e l'asse franco-tedesco. Ma su questa base non si costruirà altro che il fronte per una nuova guerra fredda che opporrà (ce ne sono ormai tutte le condizioni) capitalismo anglo-americano e capitalismo franco-tedesco.

    Sarebbe come se il Novecento non ci fosse mai stato, sarebbe come se nel Novecento non fosse stato prodotto nulla di nuovo eccetto la bomba nucleare. Il nuovo ordine mondiale sarebbe l'ordine pre-1914 più gli ordigni per la distruzione totale.

    Non c'é America ed Europa. Questa rappresentazione va respinta. C'é un'opinione democratica di euro-americani contro la guerra. C'é un'opinione contro la guerra largamente maggioritaria in Europa e prossima alla metà negli USA. Questo é il punto.
    I destini d'Europa a questo punto contano poco. Forse da questa guerra l'Europa uscirà morta. Quel che conta é il riaffacciarsi dell'internazionalismo. L'internazionalismo, che negli ultimi venti anni si é ridotto a solidarietà dei perdenti, nel corso della presente crisi globale dovrà acquistare la forza di una prospettiva politica maggioritaria.

    Dimenticare l'Europa, dunque? Niente affatto. Dobbiamo opporci alla riduzione del concetto di Europa a un'entita nazionale. geopolitica, o economica. Dobbiamo affermare un concetto d'Europa come principio di costruzione estensiva post-nazionalitaria dal basso. Quel che di meglio vi é (stato) nell'esperienza europea é proprio questo: la creazione di reti che on coincidono con alcun territorio, e che si protendono verso aree distanti dall'Europa storico-geografica.

    Al tempo stesso occorre elaborare un discorso sul futuro degli Stati Uniti d'America che sia libero dell'antiamericanismo. L'antiamericanismo é il peggiore dei pericoli intellettuali. L'America di oggi é prossima a una forma di fascismo militare. La presidenza Bush sta andando risolutamente verso l'imposizione di un regime violento, oligarchico, fascista.

    In un articolo dal titolo "Gaining an empire losing democracy?" Norman Mailer scrive: "la combinazione di potere delle corporation, sistema militare e fanatismo della bandiera ha ormai creato un'atmosfera pre-fascista in America."

    E' difficile sfuggire ormai alla sensazione che il clan Bush abbia la stessa pericolosità che ebbe il partito nazionalsocialista tedesco, con in più la disponibilità di armi di distruzione totale, che a a Hitler fortunatamente mancavano.

    Ma gli Stati Uniti d'America non sono come la Germania degli anni '30. Occorre far leva sulla contraddizione tra cultura democratica e libertaria degli americani e nazismo bushista, se si vuole uscire dalla trappola che l'ideologia della guerra preventiva ha ormai predisposto. Solo la rivoluzione negli Stati Uniti d'America potrà liberare l'umanità dal pericolo del fascismo globale, non certo l'opposizione delle antiche virtù europee ai vizi dell'egemonismo americano.

    Bush é prima di tutto il nemico degli americani. E' negli Stati Uniti d'America che il movimento globale sconfiggerà Bush, la sua furia nazionalista e il liberismo che ha prodotto questa follia.

    Da www.rekombinant.org
    "Vogliamo distruggere tutti quei ridicoli monumenti del tipo "a coloro che hanno dato la vita per la patria" che incombono in ogni paese e, al loro posto, costruiremo dei monumenti ai disertori. I monumenti ai disertori rappresentano anche i caduti in guerra perchè ognuno di loro è morto malidicendo la guerra e invidiando la fortuna del disertore. La resistenza nasce dalla diserzione"

    Partigiano antifascista, Venezia, 1943





  2. #2
    Moderatamente estremista
    Data Registrazione
    14 Mar 2002
    Messaggi
    1,555
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    bell'articolo, che sostanzialmente condivido, a parte il finale: il liberismo non c'entra nulla, e Bush e soci sono tutto meno che liberisti. Tant'è vero che tra i critici più feroci della guerra ci sono i centri studi ultraliberisti, in primis il "Mises Institute" di Auburn, Alabama, e politici conservatori - e quindi isolazionisti, come è nella tradizione repubblicana - come Pat Buchanan e il suo giornale "Conservative American".
    Se consultate i loro siti troverete una miniera di articoli anti-Bush e anti-guerra, e tutti radicalmente liberisti in economia e conservatori in politica. A volte ci sono canzoni antimilitariste e cartoons che in Italia potrebbe pubblicare "il Manifesto" o "Liberazione".
    Ne parlava in Italia "il Manifesto" qualche tempo fa, sostenendo che in USA sono più appiattiti sulla guerra i democratici che certi repubblicani.
    Come vedi il mondo è più complicato di quanto sembri.

  3. #3
    Insorgente
    Data Registrazione
    25 Jul 2002
    Località
    Da ogni luogo e da nessuno
    Messaggi
    2,654
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Se Bush non è liberista

    Cos'è un socialdemocratico?
    In realtà in politica economica è un protezionista (sempre liberista però), posso essere d'accordo. Ma credo il nuovo interventismo non è dovuto per contigenze *interne* all'elitè bushita ma *esterne*.
    Comunque per le contraddizioni su questa guerra nel mondo liberista posto questo bel'articolo della mitica Sabina Morandi apparso ieri su Liberazione.

    La guerra sta uccidendo il Wto?
    Trattative in alto mare nel tempio del commercio mondiale

    Sabina Morandi


    Non è che le economie di guerra facciano un gran bene agli affari. Certo, sono manna dal cielo per chi ha le mani in pasta, ma per la maggior parte del corporate power globale, l'attacco all'Iraq è davvero un problema. Se la liberalizzazione targata Wto aveva già un percorso accidentato, la nazionalizzazione delle scelte economiche in chiave militare rischia di bloccare i negoziati, sottraendo spazio di manovra praticamente a tutti i settori produttivi che non fanno parte della cupola militar-petrolifera che governa l'impero. I liberalizzatori dell'Organizzazione mondiale del commercio devono quindi fronteggiare anche una resistenza "dall'alto", oltre alla contestazione globale proveniente dal basso, e il summit di Cancun rischia di fallire ancora prima di cominciare.

    Regole uguali per tutti?

    Semplificando un po' si può dire che ai funzionari del Wto siano esplosi in mano due grandi problemi, uno strutturale e uno contingente. Sembra infatti che i nostri bravi super-burocrati globali fossero rimasti gli unici, sul pianeta, a credere nella favoletta della libera concorrenza. Così, mentre loro sono impegnati a fissare le norme di una corretta competizione fra gentiluomini, viene fuori che le regole non sono le stesse per tutti. Come dire: fammi vendere le mie merci a casa tua, ma stai lontano dal mio cortile.

    Questo piccolo, sostanziale paradosso che mina alla base la fondazione stessa dell'Organizzazione mondiale del commercio, è un sassolino nella scarpa dei negoziati più o meno dalla data del suo esordio. I colloqui segreti nelle green room, dove venivano comprati i voti dei delegati governativi dei paesi più poveri, sono serviti, per anni, a rimandare la resa dei conti. L'estensione a tutto il mondo delle regole neoliberiste - liberalizzazione, brevetti, privatizzazioni, abolizione delle tariffe doganali e delle sovvenzioni ai settori produttivi in difficoltà - avrebbe prima o poi acceso i riflettori sul segreto di pulcinella: nessuno fra i fan ricchi del liberismo rispetta le regole che vuole imporre agli altri.

    Tutti i governi del Primo mondo - quelli che rilasciano il patentino dell'economia di mercato - continuano imperterriti a curare l'interesse dei propri elettori - sia "grandi" che "piccoli" - gestendo un flusso ininterrotto di soldi: per "rottamare" le automobili, per tenere artificialmente alti i prezzi di alcune merci o per proteggere le produzioni agricole locali. Nessuno sostiene che debbano smettere di farlo - salvo il Wto - ma comincia a diventare davvero difficile continuare a sostenere tali scelte economiche pretendendo che gli altri - i paesi più deboli e più poveri - "lascino fare al mercato".

    Washington contro Washington?

    Vuoi per la crisi economica, vuoi per la guerra, i campioni dell'iperliberismo tentennano sui nuovi tavoli e frenano decisamente su quelli vecchi. E' l'Europa, infatti, ad accelerare le trattative sulla liberalizzazione dei servizi, i famosi Gats attraverso i quali le imprese transnazionali potrebbero mettere le mani su settori come l'acqua o l'educazione. Qualche settimana fa una Ong canadese, il Polaris Institute, ha reso noti i piani segreti per aprire le porte di 109 paesi alle imprese europee. Ma anche altri settori strategici, come i servizi finanziari, marittimi e le comunicazioni, vedono la vecchia Europa trainare e gli Usa bloccare, per ben due volte, ogni tentativo di giungere a una conclusione entro la dead line del 31 marzo. Agli statunitensi, che hanno un discreto potere contrattuale in tutti i porti del mondo, non conviene affatto liberalizzare i servizi marittimi e aprire alla concorrenza delle imprese europee. Anche in questo caso le ragioni della sicurezza arrivano al momento giusto, quando una resistenza decennale stava per venire smantellata dalle pressioni dei paesi membri del Wto.

    L'amministrazione Bush è così restia a completare il ciclo di liberalizzazioni da decidere perfino di accorciare il guinzaglio del proprio addetto al commercio, Robert Zoellick, sulla spinosa questione degli Ogm. Zoellick che stava per presentare al Wto un reclamo (ovvero sanzioni economiche) contro il rifiuto europeo d'importare il transgenico, è stato pregato di desistere, ufficialmente per non alimentare la tensione fra le due sponde dell'Atlantico. L'insolita delicatezza è motivata invece dalla paura delle ritorsioni: se l'Ue dovesse presentare al Wto i propri reclami per "l'anti-liberismo" di alcune scelte dell'amministrazione - vedi agricoltura e acciaio - sarebbero dolori.

    L'agricoltura

    "Senza progressi nell'agricoltura non si può andare avanti sui servizi" ha dichiarato qualche giorno fa Mark Vaile, il delegato australiano. L'Australia fa parte di quei paesi che hanno volenterosamente applicato i dettami di Washington - smantellando uno dei wellfare più avanzati del mondo - solo per ritrovarsi pieni di disoccupati. Ovviamente il paese non ha alcuna intenzione di fare la sua parte nella liberalizzazione dei settori in cui Europa e Stati Uniti sono forti - come i servizi - senza una contropartita: il taglio delle sovvenzioni all'agro-business locale che penalizzano grandi produttori agricoli come l'Australia - ma anche l'India, il Brasile, l'Argentina. La constatazione di Vaile è in realtà una "dichiarazione di voto" a nome di questo gruppo di paesi: non ci presteremo a chiudere il ciclo di Doha - ovvero a sottoscrivere i nuovi accordi di Cancun - se non mollate qualcosa sull'agricoltura.

    All'esito positivo del Wto messicano sono rimasti davvero in pochi a credere, perché alle difficoltà strutturali si aggiungono quelle contingenti relative al conflitto diplomatico fra gli Stati Uniti e l'Europa, nello specifico la Francia. Sulla liberalizzazione dell'agricoltura europei e statunitensi litigano da anni, i primi a frenare e i secondo a premere sull'acceleratore. In realtà è soltanto una sceneggiata, considerando i soldi pubblici che entrambi destinano alle esportazioni alimentari. Una recita destinata a tranquillizzare chi viene penalizzato da una simile politica, ovvero i paesi in via di sviluppo che continuano a chiedere alle potenze del nord di adeguarsi ai dettami che sono stati loro imposti.

    Ora però, con la guerra all'ordine del giorno, entra in gioco una nuova variabile: il riassetto delle alleanze geopolitiche in generale e, nell'immediato, la necessità di ottenere voti utili all'interno del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Soltanto in questo modo si può spiegare il deciso voltafaccia di Chirac che, dopo avere capeggiato la battaglia contro la liberalizzazione prevista dalla Politica agricola europea e difeso le sovvenzioni, il 22 febbraio scorso ha cambiato idea. Durante il summit dell'Africa francofona, Chirac chiama i paesi ricchi a interrompere i sussidi alle esportazioni destinate ai paesi africani, visto che l'invasione di prodotti economici sta destabilizzando i mercati locali. Anche se è chiaro l'intento di guadagnare il consenso delle ex-colonie alla causa del pacifismo, resta il fatto che la proposta mette il dito nella piaga di una delle questioni più dibattute nel movimento: l'effetto distruttivo dei sussidi alla grande industria sui piccoli produttori del terzo mondo.

    Si tratta di una questione fondamentale per il movimento contadino globale. Per anni - almeno fino a Seattle - ogni ipotesi di convergenza si arenava su di una sterile guerra fra poveri, con gli agricoltori del nord terrorizzati di perdere i sussidi e quelli del sud rovinati dall'effetto dumping. Da quattro anni, dopo un difficile lavoro di riflessione e di mediazione, si è giunti alla proposta comune: sì ai sussidi - per il nord come per il sud del mondo - basta che siano mirati alla protezione delle varietà locali, dell'ambiente e dei piccoli coltivatori. No, invece, ai sussidi destinati alle grandi multinazionali dell'agrochimica e alle loro produzioni ecologicamente distruttive tutte volte all'esportazione. Che Chirac, pur di dare fastidio a Bush, stia diventando no global?
    "Vogliamo distruggere tutti quei ridicoli monumenti del tipo "a coloro che hanno dato la vita per la patria" che incombono in ogni paese e, al loro posto, costruiremo dei monumenti ai disertori. I monumenti ai disertori rappresentano anche i caduti in guerra perchè ognuno di loro è morto malidicendo la guerra e invidiando la fortuna del disertore. La resistenza nasce dalla diserzione"

    Partigiano antifascista, Venezia, 1943





 

 

Discussioni Simili

  1. Futura Umanità - secondo numero
    Di SteCompagno nel forum Prima Repubblica di POL
    Risposte: 3
    Ultimo Messaggio: 25-10-12, 20:45
  2. Futura Umanità - Primo Numero della nuova rivista della sinistra pirriana
    Di SteCompagno nel forum Prima Repubblica di POL
    Risposte: 13
    Ultimo Messaggio: 22-10-12, 15:44
  3. Crimini contro l'umanità
    Di iris82 nel forum Comunismo e Comunità
    Risposte: 6
    Ultimo Messaggio: 12-01-07, 00:53
  4. Crimini contro l'umanita'
    Di pietro nel forum Comunismo e Comunità
    Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 15-12-02, 02:28
  5. Risposte: 16
    Ultimo Messaggio: 11-04-02, 14:44

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito