La Moab, la Madre di tutte le bombe
Il Pentagono mostra la «superbomba»
Filmato il test dell’ordigno più potente per «spaventare» Saddam. I meteorologi sul campo di battaglia

DAL NOSTRO INVIATO
KUWAIT CITY - «Sarà come l'assedio di Stalingrado» (Brian Burridge, ufficiale inglese della Raf). «Somiglierà alla cacciata di Arafat da Beirut» (Shafiq Ghabra, presidente dell'American University del Kuwait). «Cadranno più bombe che sul bunker di Berlino» (Jake Swinson, portavoce Us Air Force). L'ora delle decisioni irrevocabili può forse attendere, la retorica no: en attendant Saddam, si disegnano gli scenari dell'attacco che sarà. Per la prima volta - e per spaventare il nemico -, il Pentagono mostra la Moab (che sta per Massive Ordnance Air Blast, ma forse suona meglio come Mother Of All the Bombs, la Madre di tutte le bombe): la sperimenta in un deserto segreto, la filma e promette di pubblicare il video, perché il dittatore iracheno capisca che cosa l'aspetta. La Moab è la più grande «castagna» mai custodita in un arsenale convenzionale, 9.450 chili d'esplosivo, quasi un terzo più potente della già tremenda Blu-82, la «taglia-margherite» (6.750 chili) testata a Tora Bora nella caccia a Bin Laden. Quando esploderà, spiegano, il suo fungo di fumo si vedrà a molti chilometri di distanza. E nella voragine ci staranno tre campi di calcio.





ATTACCO - Bomba o non bomba, arriveranno a Bagdad con un'operazione diversa dalla Desert Storm, la Tempesta del deserto di dodici anni fa. Nessuno sa ancora che nome avrà l'attacco, ma il centro di studi strategici Stratfor di Austin (Texas) giocando sulle parole un'idea se l'è fatta. Sarà una combinazione di tre manovre, dicono:
1) operazione Desert Stun, Stordimento del deserto (un violentissimo blitz nel cuore del regime, forze speciali per una guerra rapida)
2) operazione Desert Slice, Deserto affettato (dividere in sezioni e colpire in sequenza varie regioni, prendendo il controllo del Paese e lasciando Saddam isolato a Bagdad)
3) operazione Desert Storm 2 (marcia sulla capitale con più divisioni meccanizzate). Gli esperti non escludono una quarta opzione, casomai non fosse raggiunto il risultato d'una vittoria rapida e qualche evento politico «intralciasse» i militari: l'operazione Desert Thunder, Tuono nel deserto, un'estesa campagna aerea per fiaccare la resistenza militare ed economica dell'Iraq.
I primi bombardamenti saranno comunque decisivi, ipotizza Stratfor, nello spingere il raìs a capitolare o i suoi accoliti a organizzare un golpe.
«Quello è un pericoloso bastardo - il comandante inglese Brian Burridge, 53 anni, chiacchiera coi giornalisti in un hangar della Royal Air Force - e si prepara a una specie d'assedio di Stalingrado. Ma nessuno vuole devastare l'Iraq, non penso sarà come a Grozny. Le guerre postmoderne non sono di logoramento. Se loro cercheranno lo scontro, noi li colpiremo duro». È proprio questo che impensierisce gli americani, però. David Mc Kiernan, generale di fanteria, teme di picchiare troppo pesante e prepara le procedure di resa del nemico, scopo: limitare i danni alle infrastrutture e sconfiggere l'esercito di Saddam senza distruggerlo, «perché dovrà avere un ruolo nel futuro del Paese». Così, ecco il messaggio: «Se i reparti iracheni danno i segnali giusti, faremo di tutto per non colpirli». Addirittura, forse non sarà necessario tagliare le linee elettriche, come nel '91.
Nel Golfo è sbarcato pure un reparto di combattenti del meteo, centinaia di colonnelli Giuliacci che devono monitorare ogni minuto di pressione, vento, umidità. «Basta poco a deviare la traiettoria d'un missile, coprire la vista dei piloti, accelerare una nube chimica», spiega Paige Hughes, uno dei weather warriors. L'Afghanistan è stato un'ecatombe d'elicotteri, ufficialmente abbattuti dalle tempeste. Stavolta non succederà, garantiscono. I meteosoldati si sono già trovati il motto: «Anticipa il clima e sfruttalo per la battaglia».

Francesco Battistini