1° CONGRESSO NAZIONALE
Roma – 29/30 marzo 2003
Laicità, libertà, equità, democrazia
Negli ultimi dieci anni il nostro paese è stato attraversato da una sequenza di trasformazioni profonde e magmatiche, che hanno toccato tutti i soggetti politici. Ai pur inadeguati meccanismi elettorali del dopo ’93 e alla bufera di “Tangentopoli”, i partiti laici hanno pagato un prezzo molto alto. Progressivamente sono scomparsi dalla scena politica e assieme ad essi è sembrato venir meno un patrimonio di valori, con un impoverimento conseguente delle radici di identità, di libera progettualità, di creatività riformatrice, di cultura laica e libertaria, di senso dello Stato nello stesso centro-sinistra.
Come un piccolo gabbiano il pensiero repubblicano ha attraversato tante tempeste, ha bucato la cortina impenetrabile dell’indifferenza, della sufficienza e dell’arroganza, di chi pensava che non avessimo più niente da dire e soprattutto niente da dare per un’Italia libera e repubblicana, per un’Italia in Europa e per una democrazia di pace e di progresso. Ha dovuto lottare anche contro chi pretendeva impropriamente di avere il possesso della nostra bandiera, del nostro pensiero critico, delle nostre radici culturali, e per questo, non riuscendo a vincere una partita democratica, ha proditoriamente svenduto una onorata storia. Alla fine ce l’abbiamo fatta e siamo qui, piccoli, ma saldi nelle nostre convinzioni, nella passione politica, nella generosità attiva di chi intende concorrere a tutte le battaglie per la giustizia e la libertà, per i diritti civili, per la moralità, per la democrazia senza aggettivi, per una società migliore, che, in un rinnovato umanesimo, riscopra finalmente gli autentici valori della solidarietà non parolaia, fatta di cooperazione, in un patto di fratellanza universale. Siamo Repubblicani Europei, nella dimensione voluta da Mazzini e da Cattaneo, da Ugo La Malfa e da Giovanni Spadolini, da quanti ci hanno insegnato a credere in quell’Europa dei popoli che oggi faticosamente sta tentando di darsi una fisionomia politica attraverso la Convenzione europea.
Di fronte ad uno scenario internazionale complesso e certamente pericoloso, l’approccio laico alla politica, che è deficitario nella compagine dell’Ulivo, significa un forte recupero del senso dello stato, significa che solo la legge civile è abilitata ad organizzare i domini della vita civica e sociale, significa altresì che in modo chiaro ed inequivocabile, bisogna rimarcare che ogni percorso istituzionale deve poggiare sulla distinzione tra la sfera pubblica e quella privata della libertà di coscienza, dove si esprimono le convinzioni religiose, culturali ed i modi di vita comunitari.
L'obiettivo da centrare e difendere per evitare l'emergere di un ambiguo neo-confessionalismo o peggio di un fondamentalismo cattolico, è quello della separazione reale tra Chiesa e Stato, liberando e tutelando i progressi della scienza da ogni influenza di gruppi di pressione, aiutando le università ad essere più moderne ed efficienti, dando spazi concreti alla ricerca.
Davanti al rischio di una irreversibile diaspora dei repubblicani e dei laici e con essa della dispersione di forze garanti e motrici della democrazia, noi abbiamo definito, concettualmente e pragmaticamente, la nostra identità nell’autonomia, che abbiamo portato al confronto delle forze politiche che compongono l’Ulivo, per costruire un nuovo Ulivo, vincente.
Con il nostro manifesto fondativo ci siamo interrogati sul futuro e sulla capacità di governarlo.
Nell’era della globalizzazione abbiamo globalizzato l’economia, ma non siamo ancora riusciti a globalizzare la politica, stretta in una grave paralisi di progetto tra l’aggressività delle Multinazionali, nuovi opposti integralismi che incutono paura e instabilità e la perdita di autorevolezza degli Organismi Internazionali, in particolare la NATO e l’ONU.
Nei cambiamenti vertiginosi scanditi dalla globalizzazione, nei solchi incolmabili che si sono scavati tra Nord e Sud, tra poveri e ricchi, tra sviluppo tecnologico e saperi per pochi e nuovo analfabetismo e ignoranza per molti, tra libertà e nuove schiavitù, compresa quella del consumismo, i Repubblicani Europei scelgono di giocare ancora una volta il ruolo di "coscienza critica all'interno del centro-sinistra", per favorire i processi democratici riformisti e modernizzatori che essi possono stimolare nei partners più grandi, socialisti o popolari, solo autonomamente e in libertà.
Con l'11 settembre una verità, che le viscere del mondo urlavano inascoltate, è esplosa con le Torri gemelle; una verità che parlava di scienza e tecnologia e contemporaneamente di guerra, di fame e della morte ogni giorno di migliaia di bambini innocenti, di multinazionali padrone dei brevetti per la vita di esseri umani, di disoccupazione, di emarginazione, della virulenza dei fondamentalismi, condensata nel terrorismo internazionale.
La paura e l'incertezza dopo l'11 settembre sono divenute globali, ma fino ad oggi nessuno ha messo in campo una vera politica per la pace che va costruita prima di tutto eliminando le possibili cause delle guerre. Il sistema liberistico è di fronte ad una deriva autoreferenziale e senza regole, che non risolve, nè vuole farlo, i problemi della povertà del mondo.
La guerra unilaterale, minacciata dal Presidente Bush, con sprezzante noncuranza dei poteri dell’ONU, un organismo che nel dopoguerra circa duecento stati hanno voluto a garanzia della pace e dei diritti umani, l’esibizione dello strapotere bellico e politico della nuova destra americana, che si sottrae al confronto, pretendendo di avere il diritto di risolvere i problemi del mondo quando e come vuole, sono inaccettabili. La guerra preventiva è inaccettabile, in uno scenario internazionale in cui sono in molti a disporre di armi di distruzione di massa e dell’atomica.
Di fronte ad un’Europa che non trova la sintesi politica, il nostro Governo ha pensato bene di dare una mano a dividere più che ad unire, di mettersi dalla parte del più forte, di accreditarsi per possibili prebende da ottenere alla fine del conflitto, senza pensare che Bush con questa guerra ha due grandi obiettivi: i pozzi di petrolio dell’Iraq e l’aborto dell’Europa politica, proprio nel momento in cui essa sta faticosamente cercando di darsi una cornice istituzionale e giuridica, una costituzione che ne definisca i poteri, l’autonomia. Forse non è un caso che dopo l’11 settembre, Bush abbia spostato le sue attenzioni dall’Atlantico al Pacifico, che non abbia chiamato o sentito il bisogno di chiamare chi rappresentava l’Europa tutta, vale a dire Prodi, ma abbia preferito interpellare singolarmente alcuni capi di stato e dialogare poi con la Russia e con la Cina. L’Europa no, perché un’Europa allargata con 500 milioni di persone, che diventerebbe la terza potenza demografica dopo la Cina e l’India, forse non è proprio quello che il Presidente Bush sogna.
In questo momento così difficile noi Repubblicani Europei vediamo però anche una grande occasione di riscatto politico, vale a dire le nuove frontiere della pace, dei diritti e della libertà, della ricerca e del sapere, dei principi di fondo della democrazia. Dobbiamo portare nell’Ulivo la passione civile, l’impegno per correggere le storture del liberismo senza regole, lo slancio ideale del pensiero e dell’azione per migliorare la società.
La politica neo-liberista afferma i diritti dei più forti economicamente, indulge alla semplificazione demagogica e al qualunquismo che genera ignoranza e disaffezione (vedi il servizio pubblico radiotelevisivo).
E’ il qualunquismo il vero corruttore della democrazia. Torniamo ad educare gli uomini alla conoscenza in libertà, a formare e informare le coscienze in modo che non siano mai costrette, a dare la possibilità di libera espressione, di libero culto e di libero pensiero, senza ammiccare ad alcuna confessione religiosa o ad alcun centro di potere a promuovere garanzie fondamentali, a difenderle quotidianamente con un lavoro di presidio forte della Costituzione che come Repubblicani Europei intendiamo difendere e consegnare integra alle generazioni di domani. L'MRE non è una sigla in più, ma lo spazio politico necessario alla cultura repubblicana per una battaglia di idee, per la laicità dello Stato che è un'idea di progresso che opera in tutti i campi, in un quadro di legalità, al servizio delle libertà individuali, come garanzia della pace civile e dei diritti civili.
Il Governo Berlusconi presenta agli italiani un bilancio assolutamente negativo con un grave disordine nei conti pubblici prodotto dalla sedicente finanza creativa che probabilmente è servita agli interessi di parte e non a quelli del popolo italiano. Il debito pubblico è cresciuto rispetto al PIL e il disavanzo finanziario a detta della Corte dei Conti è ben superiore a quello previsto nella Finanziaria 2003, una Finanziaria che genera insicurezza sociale dove non si rinviene nessun incentivo nè per gli investimenti delle famiglie, nè per quelli degli operatori economici. Basta un esempio: la riduzione delle tasse per i ceti meno abbienti tanto pubblicizzata, in realtà è di poco superiore al mancato recupero del drenaggio fiscale dovuto per legge ed è inferiore a quella programmata dai governi di centro sinistra e si ridurrà ad un aumento delle tasse se verranno sommate le addizionali IRPEF che regioni e comuni si vedranno costretti ad aumentare a causa del taglio dei trasferimenti da parte del Governo. L'Italia sta scivolando in una fase di recessione e di incertezza che logora le istituzioni democratiche e la coesione sociale. I rischi che l'Ulivo nel precedente quinquennio aveva fronteggiato stanno di nuovo irrompendo sulla scena politica. La grave crisi della FIAT ne è il simbolo sul piano produttivo e l'aumento dell'inflazione è notevolmente più elevato di quello degli altri paesi europei. L'economia che l'Ulivo aveva agganciato all'Europa sta perdendo competitività a tutto discapito soprattutto del Mezzogiorno e delle risorse destinate all'occupazione e agli investimenti nell'industria, nell'agricoltura e nelle infrastrutture. Il Paese ha bisogno di riforme strutturali ma questo Governo non ha intenzione di avviarle, anzi taglia i finanziamenti alla ricerca e alla scuola che sono fondamentali per accrescere la qualità dello sviluppo e nel contempo foraggia le scuole private. Su questo tema i Repubblicani Europei chiedono all’Ulivo un colpo d’ala per riprendere la battaglia su scuola e formazione, per preservarle da ogni invadenza economica, confessionale o ideologica, anche mimetizzata, facendo attenzione che nella scuola pubblica non metta radici alcuna forma di proselitismo e che obiettivo primario sia la qualità dell’istruzione e della formazione. La stessa Sanità, l’assistenza e i servizi sociali come pure le politiche del lavoro sono boicottate e la maggioranza è tutta protesa a privatizzare e a favorire i ceti più ricchi.
Noi vogliamo che il progetto per la laicità dello Stato dentro il nuovo Ulivo sia una leva di accelerazione per la crescita democratica del Paese, per la costruzione dell'Europa politica, che promuova le libertà individuali, difenda i diritti umani, rafforzi il civismo democratico, costruisca una società senza sfruttamento e condizionamento dell'uomo sull'uomo elimini ogni forma di fanatismo, odio e violenza, promuova l'inclusione e la tolleranza, combatta il razzismo e la segregazione, costruisca un mondo migliore per i giovani.
La globalizzazione che fa paura può essere governata solo se la politica torna ad avere un primato sull'economia. Il vecchio ordine mondiale basato sull'equilibrio di blocchi contrapposti, è stato spazzato via con la caduta del muro di Berlino. La prepotente affermazione sul piano internazionale di una unilateralità della politica degli Stati Uniti può essere controbilanciata e scoraggiata soltanto con la costruzione di una Europa politica che possa svolgere un ruolo come potenza mondiale di equilibrio per scongiurare e scoraggiare il ricorso alla forza, adottando nel contempo intelligenti politiche di prevenzione con una strategia complementare, che abbia pari dignità, non solo sul piano degli aiuti allo sviluppo ma anche del mantenimento della pace.
Il nostro impegno per il federalismo e per una Europa federale che abbia una Costituzione ed un Governo politico si esprime con un forte appello alla Convenzione per la formulazione di una Costituzione europea, che abbia la sua garanzia in un Parlamento che sia in grado di fare le leggi e di scegliere il Capo del Governo.
Nella globalizzazione i diritti dei capitali sono stati consolidati, non altrettanto è stato fatto per quanto riguarda i diritti dei lavoratori. Come repubblicani europei vogliamo portare all'Ulivo un progetto riformatore moderno che sia in grado di vincere la sfida e le contraddizioni del liberismo. La cultura repubblicana con un grande sforzo di umiltà deve ritrovare l'unità della battaglia, sia contro la nuova destra pericolosa per il Paese e la democrazia, che contro velleitarismi anacronistici, per l'affermazione di principi repubblicani e liberal-democratici, dei valori dell'individuo dentro il valore più nobile e più alto dell'Umanità.
La crisi della società attuale è planetaria ed etica e di fronte ad essa abbiamo il dovere di disegnare un modello di società produttore di benessere diffuso, che sfugga alle tentazioni di scorciatoie compensative per affermare politiche di sussidiarietà, per ridurre la povertà e la disoccupazione che sono i veri mali globali e minacciano l’ordine e la pace, tutto ciò con spirito laico.
Laicità è bene comune, anche dei cattolici, è rispetto degli altri, delle libertà e religioni altrui. Laicità è il contrario del confessionalismo, soprattutto di quello degli ipocriti. Essa significa civile convivenza, tolleranza, solidarietà, fratellanza, sussidiarietà.
Il nostro patrimonio ideale, che Giuseppe Mazzini parlando agli operai condensava nel motto "Dio e popolo. Capitale nelle mani di chi lavora" ha ancora la possibilità di permeare la società costruendo contro il qualunquismo e la solitudine dell'individualizzazione la speranza dell'etica del dovere, in ossequio ai valori spirituali di una Umanità che è Comunità. L'unico baluardo contro l'ignoranza e l'indifferenza politica dilagante a causa della monetarizzazione del tempo, dello spazio, perfino delle coscienze che si è disposti a perdere se "vale la pena", è la ricostruzione di una religione civile.
Va ripensato il sistema capitalistico con la sua incondizionata esaltazione del profitto, come va bilanciata l'economia di mercato basata sempre di più sugli spostamenti finanziari e sempre meno sul lavoro concreto e su nuove politiche formative. Il capitalismo accelerato con la sua economia globalizzata vuole continuare a crescere per se stesso. Nella cosiddetta arena globale tutti i partners impegnano le loro forze legali e illegali per la competizione ad ogni costo. La crisi vera è il ritorno della povertà che si esprime non solo con i bassi salari ma con la disoccupazione cronica. Occorre passare dalla lotta contro l’inflazione alla lotta contro la disoccupazione. Ci appare inquietante che sia a destra che a sinistra queste cose non vengano del tutto comprese e ci si attesti su un neoliberismo che sembra essere l'unico pensiero universalmente accettato. Oggi riscopriamo con un nostro programma originale una utopia dalle radici antiche per combattere per la libertà e difendere in nome di essa quanti si trovino nella mortificazione della loro stessa umanità. L'imperversante euforia liberista di questo governo che ha tradito in modo spudorato aspettative e promesse fatte al popolo italiano è l'esatto contrario del pensiero mazziniano. Presumere che il mercato possa aggiustare ogni cosa specie in assenza di regole è materia di fede e non di scienza.
Presumere di interpretare una posizione di maggioranza come disprezzo della minoranza e come diritto a contenere in se stessi tutte le ragioni e tutta la verità è megalomania e violenza alla democrazia. Per noi Repubblicani democrazia vuoi dire attenzione prima alla persona che all'individuo, socialità, senso comunitario, preoccupazione di sicurezza ed equità non meno che di competitività e solidarietà, in altre parole quello che Mazzini condensò nello slogan "Governo sociale".
Chi è emarginato infatti non sente alcun legame con il potere politico e con le regole che sono alla base della società e dell'economia. Nei paesi industrializzati 100 milioni di persone vivono al di sotto della soglia di povertà e il divario tra il reddito pro capite tra il paese più ricco e quello più povero è quasi quadruplicato dal '60 ad oggi.
Nel mondo cresce la schiera di chi non ha lavoro, non ha voce, non ha radici, non ha un futuro. Una globalizzazione che porta con sé un simile livello di disparità sociale non è sostenibile, perché è una seria minaccia a tutti i paesi del mondo.
Nel mercato globale devono essere fissati i principi che nell'assicurare la competitività non minaccino i diritti fondamentali dei lavoratori facendoli partecipare ai vantaggi promessi dalla liberalizzazione degli stessi mercati.
In Italia come in Europa ci sono molti che pensano che i sindacati siano la causa della mancanza di flessibilità nel mercato del lavoro e li reputano responsabili dell'alta disoccupazione in quanto garantisti e conservatori contro il cambiamento. In realtà queste posizioni che pure hanno qualche ragione vogliono limitare il diritto di espressione dei lavoratori, dando agli imprenditori la libertà di assumere e licenziare secondo le fluttuazioni del mercato. La minaccia che rappresenta la competizione proveniente dai paesi più flessibili in termini occupazionali viene sbandierata come motivo per smantellare il modello sociale italiano ed europeo. Così si aumenta la tensione e l'insicurezza con un inevitabile corollario di abusi e sfaldamento della coesione. Così trova consenso la protesta no-global, unico canale offerto alla disperazione per esprimere la sua rabbia impotente contro l'indifferenza generale.
Nel trattato di Maastricht il capitolo sociale consente ai lavoratori di affermare, attraverso i sindacati la loro posizione sui mercati più competitivi e stimola il mondo del capitale ad affrontare il problema dell'insicurezza sociale, favorendo la ricerca di un metodo per coinvolgere i lavoratori nei processi di innovazione. Il problema della disoccupazione di milioni di persone è la grande emergenza mondiale unitamente all’ambiente. Essa comporta non solo la perdita di qualificazione, ma anche di identità e dignità sociale: "C'è qualcosa di peggio dello sfruttamento ed è l'assenza dello sfruttamento che rende superflui milioni di uomini" ha detto Viviane Forrester. Di questi uomini la politica sembra non accorgersi. Due diverse istanze e due diverse sollecitazioni vengono oggi dalla socialdemocrazia e dal liberismo. Nessuna delle due è però capace di identificare un modello e si oscilla tra la privatizzazione a tutto campo e la deregulation della destra e lo sforzo per coniugare sviluppo e solidarietà del centro sinistra.
Tra la difesa ad oltranza del welfare state e il suo smantellamento, c'è una terza via che è quella della sussidiarietà, dell'investimento sul sapere e sulla ricerca scientifica, e del coinvolgimento dell'intera società in processi profondi di responsabilità e partecipazione. Dobbiamo abbattere gli steccati tecnologici, liberare la ricerca dai lacci economici e moralistici e dagli interessi particolari. Nel nostro corpo sociale dai partiti alle associazioni, dai luoghi di lavoro a quelli del tempo libero e della cultura, la protesta civile è stanca e sta assumendo corpo e sostanza e trova nei girotondi e nelle organizzazioni sindacali il solo canale di espressione di ascolto e di diffusione. Bisogna saper cogliere questa nuova esigenza di protagonismo che è insieme individuale e collettivo, non comprimere ne strumentalizzare questa spontanea assunzione di responsabilità coraggiosa e disinteressata che dobbiamo aiutare a crescere per essere incisivi e vincenti.
Bisogna restituire alla politica un’anima e dare alla coalizione un progetto essenziale, condiviso, una proposta programmatica da interpretare senza chiavi personalistiche nè competitive. Intendiamo portare la passione della partecipazione libera, disinteressata, in una nuova stagione di protagonismo collettivo che valorizzi le identità e le differenze componendole in parole chiave semplici e comprensibili a tutti per la vittoria di un centro sinistra compatto e solidale senza sterili protagonismi e lotte di potere: laicità, libertà, equità, progresso e democrazia. La nuova religione civile si dovrà nutrire dei valori della tolleranza, del rispetto per le istituzioni, del senso del dovere, della cultura della legalità, dell'etica senza moralismi, della solidarietà non parolaia, che risponda al bisogno dei giovani e dei meno giovani che non si rassegnano a spegnere la propria anima nel qualunquismo rassegnato. Dobbiamo rendere forte il Movimento, farlo crescere nell'Ulivo e per l'Ulivo, diffondere il pensiero repubblicano, confrontarci su un progetto riformista che ricomprenda idee e identità diverse che condividono una piattaforma programmatica per una democrazia più moderna e liberale. Non daremo a nessuno l'alibi per stupide fughe dalla responsabilità, saremo ciò che sempre siamo stati: "la coscienza critica di un centro sinistra che ritrova l’anima" nella consapevolezza che la diversità è ricchezza, ma solo se si è capaci di governarla con una leadership riconosciuta e autorevole. Così potremo sconfiggere la destra, non demonizzandola, nè rincorrendola su terreni che non sono i nostri ma sfidandola con un progetto di sviluppo solidale e di pace sociale sul tema dei nuovi diritti emergenti nella logica della responsabilità, della giustizia e dell'equità.
On. Luciana Sbarbati




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