La Russia pronta al veto



Durante il conto alla rovescia in vista dell’ultima votazione presso il Palazzo di Vetro, si intensificano le iniziative diplomatiche conclusive da parte dei rappresentanti dei due opposti schieramenti, al fine di delineare definitivamente quale saranno le coalizioni che si fronteggeranno a New York.
Già dopo la scorsa relazione di Hans Blix e Mohamed el Baradei, gli interventi dei vari rappresentanti avevano tracciato abbastanza chiaramente e inequivocabilmente le linee dei due diversi fronti, ma alla luce degli ultimi eventi la divergenza sembra essere sempre più netta ed irreversibile.
Alla vigilia dell’ultima votazione, infatti, il ministro degli esteri russo, Igor Ivanov ha tolto ogni minimo dubbio residuale.
“Se Washington, Londra e Madrid non rinunceranno al progetto, la Russia userà il suo voto contro la risoluzione”. Il capo della diplomazia russa è tornato a sottolineare che la bozza anglo-americana, appoggiata dalla Spagna, contiene richieste ultimative impossibili, che contraddicono la risoluzione 1441 del Consiglio di sicurezza sulle ispezioni.
Nel comunicato di Mosca si legge che “per questa ragione la Russia ha detto e ribadito che non potrà sostenere la risoluzione”.
Non è stato usato esplicitamente il termine “veto”, ma è indubbio quello a cui Ivanov ha voluto riferirsi. Considerando poi, che il presidente russo Vladimir Putin ha fatto pervenire al leader iracheno, Saddam Hussein, un suo personale messaggio sulla crisi in corso, “sulla situazione politica, i rapporti bilaterali e le prospettive per svilupparli”, pare evidente che dal Cremlino sia giunta una risposta molto decisa e convinta alla disponibilità e collaborazione manifestate dall’Iraq. Risposta che non fa altro che rinsaldare la frattura che si è delineata all’interno del Consiglio di Sicurezza e che molto verosimilmente preannuncia una profonda frattura dei rapporti fra i vari Paesi interessati. Infatti, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, questa è la prima volta che l’Europa, o meglio alcuni Stati della “vecchia” Europa, Italia esclusa, hanno avuto la capacità di affrontare e opporsi allo strapotere e alla sicumera degli atlantici. Proprio in questa direzione, il presidente americano George W. Bush ha fatto sapere, tramite il suo portavoce Ari Fleischer, che “sarebbe molto dispiaciuto” se la Russia dovesse decidere di “porre il veto” alla nuova risoluzione sull’Iraq e che considererebbe un veto di Mosca “una occasione perduta da parte della Russia di prendere una importante posizione morale per difendere la libertà e prevenire una catastrofe causata dallo sviluppi di armi di sterminio da parte di Saddam Hussein”. Sul fronte pacifista si configura un’agenda fitta d’impegni anche per Dominique de Villepin, da ieri impegnato in un vero e proprio tour de force in Africa per discutere con i rappresentanti diplomatici dei Paesi che, durante la votazione al Palzzo di Vetro, potrebbero rappresentare il vero ago della bilancia. Il ministro degli Esteri francese si è dapprima recato in Angola, dove ha incontrato il collega Joao Bernardo de Miranda, il quale durante una conferenza stampa congiunta ha detto di ritenere la guerra ormai “inevitabile”.
“Quello che la comunità internazionale deve fare è prepararsi per quel che verrà dopo la guerra”, ha affermato chiaramente de Miranda, esplicitando dunque quale sarà la posizione del suo Paese in sede consiliare.
De Villepin è poi ripartito alla volta del Camerun e della Guinea, ancora indecise sul da farsi.
In risposta all’azione francese, invece, Londra ha inviato il Segretario di Stato britannico per l’Africa, Valerie Amos, in Camerun, Angola e Guinea.
Sempre da Oltralpe, il presidente jacques Chirac ha annunciato la possibilità di recarsi personalmente a New York per opporsi alla nuova risoluzione Onu, e nel frattempo ha compiuto un gesto altrettanto eclatante: apparire in diretta Tv sui canali nazionali TF1 e France 2 per parlare della posizione del suo Paese. Per la prima volta dall’inizio della crisi irachena Chirac si è rivolto direttamente ai francesi, compiendo un atto significato per esprimere l’unita della sua Nazione sulla questione.
Un’ altra azione simbolica è stata richiesta, del resto, dal capo dell’Aiea, il quale ha auspicato che il presidente iracheno appaia di persona in Tv per assicurare che è pronto a una collaborazione totale e dare ordine ai militari iracheni perché forniscano i documenti di cui sono in possesso, comprese le armi. “Un gesto spettacolare” che secondo el Baradei dimostrerebbe chiaramente la cooperazione con gli Ispettori delle Nazioni Unite.
Nel frattempo, il segretario generale dell’Onu, nel corso di una conferenza stampa dall’Aia, ha denunciato la sua reale preoccupazione per il comportamento di Washington. “Se si intervenisse fuori dall’autorità del Consiglio di sicurezza, la legittimità e il sostegno per queste azioni sarebbero gravemente pregiudicati”. E più esplicitamente ha aggiunto che “se gli Usa agissero fuori dal Consiglio di sicurezza, questo non sarebbe conforme alla Carta delle Nazioni Unite”.
Una chiara accusa di illegalità e non legittimità degli Stati Uniti cui aveva fatto cenno anche Vladimir Putin, ma che certamente non preoccupa gli impuniti americani.
Lo dimostra l’ultima novità che giunge da Washington. Alla luce dell’ultima relazione di el Baradei, che ha denunciato la falsità delle prove sul tentativo iracheno di comprare uranio dal Niger, il segretario di Stato Usa, Colin Powell, e il Consigliere per la sicurezza nazionale, Condoleezza Rice, hanno dovuto confermare di aver falsificato la documentazione fornita. Una vergognosa ammissione, giunta dopo varie smentite, che in altri casi avrebbe fortemente danneggiato il Paese coinvolto. Ma non in questo, dal momento che nell’attuale ordine del mondo vige la regola: due pesi e due misure.