E se l’Onu salvasse Saddam Hussein?
O anche se solo finisse con l’apparire come la grande istituzione che, per difendere la pace, in realtà finisce con il difendere fino all’ultimo uno dei peggiori regimi esistenti al mondo? Non è uno scenario fantapolitico. Anzi, potrebbe essere molto realistico, a prendere sul serio la dichiarazione comune franco-russo-tedesca (con aggiunta cinese).

L’esercizio del veto all’uso della forza porrebbe, come si sa, l’amministrazione Bush davanti ad una secca alternativa. Rinunciare all’attacco, prendere tempo, inventare nuove soluzioni diplomatiche oppure andare avanti da sola e con i suoi alleati, assumendosi ogni responsabilità.
Con quali conseguenze?
Immaginiamo cosa accadrebbe nella prima eventualità. Il tiranno di Baghdad non solo non sarebbe più la controparte delle Nazioni Unite, ma si sentirebbe investito di una nuova legittimità. Senza il peso della pressione militare anglo-americana, non avrebbe alcun motivo per smantellare i missili Al Samoud e altre armi né per lasciare margine di efficacia alle ispezioni. Si sentirebbe libero, come già avvenne cinque anni fa, quando la saggia Europa, d’accordo con la Russia (allora governava il vecchio Boris Eltsin), fermò Clinton e Blair e affidò la patata bollente nelle mani di Kofi Annan, il quale negoziò con il rais un incredibile accordo che bloccò il monitoraggio internazionale sugli armamenti proibiti e salvò il regime da un attacco che si sarebbe certamente concluso con il suo abbattimento.

Tutto resterebbe come prima. Cioè, sul campo, lo status quo della minaccia militare, del collegamento politico e forse anche operativo con il terrorismo internazionale, il premio dichiarato alle famiglie dei kamikaze palestinesi e il blocco della crisi mediorientale. E, sul piano più generale, con l’immagine di una legalità globale volta, nei fatti, a tutelare un regime di assassini. L’idea di pace che uscirebbe rafforzata da questa soluzione?

B.