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Risultati da 1 a 8 di 8

Discussione: God bless America.....

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    Talking God bless America.....

    Dal Corriere di oggi, pagina culturale.

    «United States of Lyncherdom». Quel lazzarone di Mark Twain, ...


    «United States of Lyncherdom». Quel lazzarone di Mark Twain, cui piaceva scandalizzare i benpensanti esercitando il suo feroce sarcasmo anche sulle cose più spinose, lo chiamava proprio così, il suo paese: «Stati Uniti del Linciaggio». Per l’ Eco d’Italia di New York, al contrario, era ogni volta un trauma.

    Basti leggere il commento dopo la strage del 14 marzo 1891 a New Orleans, dove 11 italiani assolti dall’accusa di omicidio erano stati linciati da una folla immensa di ventimila «brave persone» che avevano dato l’assalto al carcere dove le guardie avevano loro aperto le porte: «Siamo convulsi! La penna ci trema in mano! (...) Quei poveri italiani erano innocenti (...) Non rimpianti, ma vendetta!».


    Furono decine e decine, i nostri emigrati assassinati in America dagli invasati sostenitori della giustizia spiccia che, saltando il processo, metteva mano subito alla corda e al sapone: «Se la legge di Lynch viene applicata contro stranieri - scrisse la Tribuna di Roma dopo l’uccisione di cinque siciliani di Tallulah - su cento casi novanta sono italiani». Una stima forzata.


    Dovuta alla rabbia contro la tolleranza che certi stati mostravano per quelle mobilitazioni omicide che a volte venivano perfino annunciate prima sui giornali locali come si trattasse di un appuntamento sportivo e celebrate poi in cartoline ricordo come quella che nel 1910 a Tampa, in Florida, mostrava l’impiccagione di due emigrati meridionali ammazzati durante uno sciopero nelle fabbriche di tabacco.


    E’ certo però che, dopo quella nera che pagò l’odio razziale con la morte di 3.220 poveretti, la comunità più linciata (insieme con quella cinese) è stata la nostra.


    Una classifica non casuale. Ce lo confermano, insieme con una quantità di altri documenti quali il Dictionary of Races and Peoples del 1911 che considerava praticamente dei mezzi neri gli abitanti di tutta la penisola Genova compresa, gli articoli di alcuni importanti giornali dell’epoca. Come il Times-Democrat , che difese il massacro di New Orleans come «l’unica maniera possibile per render sicura la supremazia dei bianchi».

    O Harper’s Weekly , che tentò di spiegare tanto odio nei confronti dei nostri scrivendo che gli italiani, agli occhi degli americani del Sud, erano come i bats , pipistrelli. Metà uccelli e metà sorci: «Quando i primi italiani giunsero a Madison pochi anni fa, essi costituirono un problema per la popolazione bianca della zona. Come il pipistrello, erano difficili da classificare e ciò fu reso ancora più difficile dal fatto che essi trattavano principalmente coi negri e socializzavano con loro quasi in termini di uguaglianza.


    Quindi loro potevano difficilmente essere classificati come "bianchi" e tuttavia non erano negri. Come rapportarsi a loro fu un problema difficile».La storia di questa sorda ostilità anti-italiana finita troppo spesso in devastanti scoppi di brutalità collettiva, viene finalmente raccontata in un libro in uscita. Si intitola Corda e sapone , è edito da Donzelli ed è stato scritto da Patrizia Salvetti, una storica romana che ha avuto la pazienza di immergersi mesi e mesi negli archivi del nostro Ministero degli Esteri, per ricostruire una serie di linciaggi conclusi con l’assassinio di 34 nostri connazionali.


    Un libro duro. Documentato. Sconvolgente. Dove puoi avere davvero la misura di quanto gli italiani fossero invisi e di quanto il nostro Stato, i nostri Re, i nostri presidenti del Consiglio fossero spesso incapaci di una reazione all’altezza di tanta brutalità.


    Fino a scatenare la rabbia di chi viveva al di là dell’Atlantico.
    Come l’ Araldo di New York che dopo la morte a Erwin, nel Mississippi, di Giovanni Serio e di suo figlio Vincenzo, due fruttivendoli ammazzati da un gruppo di teppisti che avevano organizzato una spedizione punitiva e ferito gravemente un terzo immigrato siciliano, scrive che i linciati «dal sepolcro reclamano vendetta e gridano vergogna agl’imbelli ed ai codardi».


    E’ furente, quell’8 maggio 1903, il giornale italo-americano. E mentre accusa «il selvaggiume della popolazione americana non rinunzierà alla voluttà di assassinare gli italiani», se la prende anche con la mollezza del nostro governo che ha commesso «l’infamia di accettare per la vita di tre connazionali la miseria di cinquemila dollari» mentre «i tribunali americani distribuiscono indennità di cento e cinquanta e trentamila dollari ai disgraziati che capitano a restare uccisi sotto un treno o per un’esplosione impreveduta».


    Pagava quasi sempre un risarcimento, il governo Usa. Un po’ perché si sentiva in imbarazzo («Ogni tanto nel nostro paese, a vergogna del nostro popolo, hanno luogo linciaggi barbari e crudeli», ammise Theodore Roosevelt) per il ripetersi di queste violenze collettive. Un po’ perché non sapeva come risolvere un problema: di qua, c’era un trattato con l’Italia che impegnava i due paesi a proteggere l’uno i cittadini dell’altro; di là, la gelosia dei singoli stati confederati per la propria autonomia non permetteva a Washington di intervenire contro questa o quella autorità locale neppure quando gli assassini venivano lasciati in libertà da incredibili sentenze di Giurì che dicevano, come nel caso del massacro di Erwin, che i linciati erano morti «per volontà di Dio».


    Era chiamato, quell’umiliante risarcimento, «il prezzo del sangue». E fu pagato, talora tra le proteste dell’opposizione o di certi giornali che si lagnavano per come erano spesi «i soldi dei contribuenti», quasi sempre: dopo il linciaggio di New Orleans, quello di Tallulah in Louisiana, quello di Walsenburg in Colorado.


    Quanto valessero, quei duemila dollari che venivano in genere rimborsati alle famiglie per ognuno dei nostri ammazzato, lo dice una vignetta amarissima pubblicata da un giornale italo-americano: il Segretario di Stato americano porgeva una borsa all’ambasciatore d’Italia e commentava: «Costano tanto poco questi italiani che vale la pena di linciarli tutti quanti».

    Quale fosse la considerazione che gli americani avevano di noi, del resto, lo dicono brutalmente altre due vignette citate da Patrizia Salvetti, pubblicate dal Philadelphia Enquirer il 12 aprile 1891, dopo che l’Italia, prima e unica volta, aveva duramente reagito al massacro di New Orleans, rompendo le relazioni diplomatiche.

    Nella prima il presidente del consiglio Antonio di Rudinì è un mendicante con l’organetto, l’ambasciatore a New York Fava è una scimmietta e Re Umberto vende noccioline. Nella seconda, Re Umberto e Rudinì, «considerandosi offesi» (cosi dice la didascalia) affilano lo stiletto, considerata l’arma di tutti gli italiani violenti e mafiosi. Per terra, uno schioppo da briganti. Un po’ più in là, assai poco minaccioso, un cannone piccolo piccolo: solo un giocattolo in mano a un paese ridicolo.



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  2. #2
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    Da incorniciare, grazie.

    Non si potrebbe metterlo in rilievo?

  3. #3
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    Un motivo ci sarà stato se gli Italioti erano considerati a livello dei negri.

  4. #4
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    In effetti se ci pensiamo l'arrivo dei terroni negli Stati del Sud deve essere stato davvero sconvolgente. Una società divisa in Whites and Coloured, senza mai essere però scesa in tecnicismi da Terzo Reich, si trova improvvisamente a dover classificare questa gente che non sta nè di qua nè di là. Dovevano proprio essere visti come delle mine vaganti che potevano mettere a repentaglio l'integrità del sistema della segregazione razziale.

  5. #5
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    Su un pulman di messicani e meticci l'italos fai fatica a riconoscerlo,il WASP no.

  6. #6
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    Originally posted by Rector
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    mostraci la tua foto wanker!!!!! fammi vedere come sei fatto,wanker, sicuramente fisiionomia rachitica e look da smidollato, in passato ebbi il privilegio di veder le foto di alcuni tuoi amici HAHAHA, ma non si vergognano? perfette incarnazioni di segaioli!!!!!!!!! ciao pisspot!!!
    PAKI!!!!

  7. #7
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    L'avevo già postato una volta,ma lo riporto volentieri:-)
    Tratto dal libro "IL MONDO DEI VINTI",di Nuto Revelli,1977 una raccolta di storie di contadini e montanari delle Valli Cuneesi.

    Pag.72,testimonianza di Giacomo Andreis....
    "(a proposito degli emigranti)gli italiani erano ben visti perchè rùscavo(lavoravano duro).Non erano ben visti quelli della bassa italia.I padroni apprezzavano noi,i VITON(i montanari),un pò meno i PATòC(quelli della pianura).I meridionali,I BLEK BEGO,non erano apprezzati.Li conoscevano dal fisico dal loro modo di parlare,dalla pronuncia".
    Saluti Padani

  8. #8
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    Tutto questo dimostra come sia sacrosanta la nostra causa per dividerci dai nordafricani trinaricciuti mafiosi.

    Serenissimi saluti mitteleuropei

 

 

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