Caro Bertinotti, sono un immigrato egiziano di 54 anni con regolare permesso di soggiorno. Sono arrivato in Italia pieno di speranze nel 1989; all'inizio è stata dura per me lasciare mogli e figli in Egitto per venire qui in Italia a lavorare, ma, poi, a poco a poco, mi sono pienamente integrato. Durante il mio soggiorno in Italia ho sempre lavorato regolarmente fino allo scorso settembre, quando, all'improvviso, mi sono ritrovato senza il posto di lavoro. Sono subito andato alla ricerca di una nuova occupazione, rivolgendomi sia alle aziende, sia ad enti specializzati per la ricerca di lavoro, ma purtroppo senza successo. Ho pensato quindi di fare ritorno in Egitto dalla mia famiglia, alla quale pensavo di potere assicurare una vita dignitosa e tranquilla con i contributi sociali che ho maturato durante tutti i miei anni di lavoro svolti in Italia. Quando, però, mi sono rivolto agli enti competenti per informarmi sulle modalità di riscatto dei contributi stessi, ho saputo che la nuova normativa sull'immigrazione, la legge Bossi-Fini, prevede che mi sarà possibile usufruire degli stessi solo quando avrò raggiunto i 65 anni di età. Come posso andare avanti se a causa dell'età non mi è data l'opportunità di lavorare? Per quale ragione non posso ritirare i contributi versati? Come posso sopravvivere 11 anni in attesa di ritirare i contributi? Perché dovrei rinunciare al denaro che mi spetta se voglio tornare in Egitto? La mia situazione si sta facendo sempre più complicata, anche perché non ho una casa; è solo grazie agli sforzi dei miei amici, infatti, che sto riuscendo a mantenere, nonostante tutto, un'esistenza decorosa.
Hanafy Badran Milano
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Caro Badran, l'aspetto che lei tocca è solo uno dei tanti vergognosi punti che compongono la legge Bossi-Fini contro la quale ci siamo battuti e continuiamo a farlo con tanto giusto accanimento. Anzi, il testo iniziale proposto dal governo era ancora peggiore, rispetto a questo punto, di quello poi diventato, purtroppo, legge dello Stato. Infatti si prevedeva un totale "congelamento" dei contributi dei lavoratori immigrati, come se si trattasse di una garanzia per sopportare le spese del rimpatrio. Era evidente la mostruosità della norma, al punto che anche da qualche settore della maggioranza si è levata la denuncia contro il furto vero e proprio e per giunta palese di ciò che altro non è se non salario differito di spettanza dei lavoratori immigrati guadagnato con il loro lavoro. Sarebbe stato - per ricordare un'espressione diventata famosa che Enrico Berlinguer rivolse vent'anni fa al governo Craxi in occasione del taglio dei punti di contingenza, primo atto dello smantellamento del sistema di indicizzazione automatica delle retribuzioni contro l'aumento del costo della vita ("scala mobile") - un nuovo «atto osceno in luogo pubblico».
Per questa ragione il testo è stato in piccola parte modificato, per cui i contributi versati sono esigibili, ma, ovviamente contro il nostro parere, si è voluto porre un vincolo di età, come in effetti capita nel suo caso. La motivazione fu curiosa, in quanto è stato sostenuto dalla maggioranza che non si poteva fornire agli immigrati un trattamento migliore di quello riservato agli italiani. Così l'ingiustizia continua, poiché i lavoratori immigrati hanno ben scarse possibilità di costruirsi un'effettiva pensione, mentre sono chiamati a sostenere quelle degli altri. Si è volutamente dimenticato che la condizione dell'immigrato è sotto tantissimi aspetti svantaggiata e che, ad esempio, provvedimenti quali quelli della cosiddetta mobilità lunga che accompagnano alla pensione i lavoratori italiani dipendenti da grandi imprese sono a loro di fatto preclusi.
Qualche giorno fa il più autorevole quotidiano economico italiano rivelava come i contributi versati dai lavoratori immigrati avessero determinato un consistente avanzo e che dunque la "regolarizzazione" effettuata anche ad questa pessima legge veniva salutata con sollievo e soddisfazione dalle casse previdenziali. In sostanza è stato legalizzato un sistema di doppio sfruttamento, ovvero di solidarietà coatta che va in un'unica direzione, cioè dai lavoratori extracomunitari a quelli del nostro paese. La responsabilità non è affatto di questi ultimi ma dell'attuale maggioranza di governo e della legge Bossi-Fini, appunto. Ma è proprio questa una ragione in più, se non bastassero tutte le numerose altre, per sviluppare la solidarietà tra i lavoratori del nostro paese e gli immigrati e per porre al centro dello scontro sociale l'abrogazione della legge Bossi-Fini. Parleremo di questo anche nell'imminente campagna per il sì al referendum sull'estensione dell'articolo 18 nelle piccole imprese, perché un diritto tira l'altro e l'affermazione e l'allargamento di un diritto è la migliore condizione per fare avanzare da tutti i punti di vista la condizione dei più deboli.
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