Un articolo tradotto dall'inglese con una commentatrice del "Washington Post". Alcuni spunti interessanti, molti altri poco convincenti
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"Per Bush, Onu e Nato sono retaggi del passato"

WASHINGTON Tanto il presidente Bush quanto gli americani «sanno
benissimo che Saddam ha molto poco a che fare con Al Qaeda». La
questione è ben diversa: «L’11 Settembre è stata la sveglia, la Guerra
fredda è finita». E attraverso l’intervento in Iraq Bush si prepara a
mostrare agli eventuali terroristi in Corea del Nord, Libia, Sudan,
Siria che «se faranno qualcosa del genere l’America andrà a cercarli».
Dana Milbank -corrispondente del Washington Post dalla Casa Bianca-
illustra la «filosofia» alla base delle scelte del presidente: «Nel bene
o nel male, siamo all’inizio di una nuova era». Ci troviamo, insomma, in
un «nuovo mondo» dove le organizzazioni multilaterali come «Onu e Nato
sono retaggi del passato e contano poco».
A parte la fede in Dio, cosa rende Bush così determinato ad andare
avanti?
«Lo scenario raffigurato dai suoi consulenti è che il mondo sta
cambiando in modo strutturale, e l’Iraq è solo un veicolo per
modificarne la direzione. Per i conservatori della nuova
amministrazione, Onu e Nato sono vestigia della Guerra fredda. Ma l’11
Settembre è stata la sveglia: la Guerra fredda è finita. Siamo in un
nuovo mondo in cui è difficile dire chi sia il nemico e dove si trovi. E
in questo mondo Onu e Nato non sono molto rilevanti».
E questo non è unilateralismo?
«In gran parte sì, e lo abbiamo già visto con Kyoto e il tribunale
internazionale. Ma non del tutto: Bush vuole il libero scambio e la
cooperazione economica internazionale. Quando gli interessa, sceglie
l’approccio multilaterale. Ma adesso i suoi consulenti gli dicono che
l’America deve agire, da sola o con chi vuole seguirla. La nuova
strategia è molto radicale: esistono solo alleanze temporanee, gli
obiettivi Usa prevalgono, le minacce vanno prevenute».
Lei crede che funzionerà?
«No, è un errore alienarsi gli alleati deliberatamente e senza motivo».
La vostra opinione pubblica è preparata a sostenere Bush in una guerra
lunga e costosa, che rischia di accrescere l’isolamento degli Usa?
«Io credo che la gente non abbia focalizzato né i costi né le
conseguenze. Adesso gli americani sono molto divisi: vogliono la
benedizione dell’Onu, ma appena le bombe cominceranno a cadere l’80-90%
di loro sosterrà Bush. A lungo termine è difficile dire cosa accadrà: lo
paragonerei agli anni ‘40 in Europa, quando non si capiva ancora che
Stalin era il nuovo nemico».
Allora siamo davvero alla vigilia di una nuova era, nel bene o nel male?
«Esatto. Quello che forse gli europei non capiscono è che c’è una vera
filosofia dietro. Nel mondo moderno ognuno prima o poi avrà accesso ad
armi mortali. E la percezione qui è che il bersaglio siano proprio gli
Usa».
Lei ha visto prove sufficienti a legare Saddam ad Al Qaeda?
«No, quello è solo un modo conveniente di presentare la questione. Il
fatto è che l’11 Settembre ha cambiato l’intero nostro modo di pensare.
Credo che i cittadini capiscano dalle prove fornite che l'Iraq ha
davvero molto poco a che fare con Al Qaeda».
Bush insiste sul possesso da parte di Saddam di armi di distruzioni di
massa. Ma a causare la tragedia dell’11 Settembre sono bastati dei
coltelli.
«Gli americani sanno benissimo che l’11 Settembre non ha a che fare con
le armi biologiche o chimiche. La Casa Bianca asserisce che la caccia a
Saddam è dovuta a quell’evento. Ma la vera ragione è mostrare a chiunque
si trovi in Corea del Nord, Siria, Libia, Sudan che se faranno qualcosa
del genere l’America li andrà a cercare».
È una filosofia che l’Europa condivide poco. Siamo alla fine
dell’amicizia transatlantica?
«Esistono due scenari. Il primo: la guerra è breve e con poche perdite;
gli europei si allineano rapidamente; il Medio Oriente diventa la culla
di una nuova democrazia; la Corea del Nord rinuncia all’atomica, il
mondo si sente molto più sicuro, l’economia migliora, Bush viene
rieletto».
E tutti vissero felici e contenti.
«… Il secondo scenario è una guerra fuori controllo, una crisi
petrolifera, un’ondata di fondamentalismo. L’Europa esce dall’Omc, la
Cina attacca Taiwan. Quello che accadrà, probabilmente, è a metà fra le
due ipotesi».
Ci sono possibilità che i Democratici contestino le scelte di Bush?
«No, lo sosterranno, ne sono certo. Due terzi si loro sono a favore
dell’intervento, ma hanno paura di dirlo agli elettori. Un terzo invece
si oppone dall’inizio. Poi se andrà male diranno che l’avevano detto; se
andrà bene, che hanno votato a favore».
Lei ha seguito anche la presidenza Clinton. Con lui alla Casa Bianca,
saremmo allo stesso punto?
«Forse Clinton si sarebbe preoccupato di finire le cose in Afghanistan e
avrebbe inseguito Al Qaeda altrove. Ma è anacronistico paragonare il
prima dell’11 Settembre con il dopo. Lo stesso Clinton ha in qualche
modo sostenuto la decisione di Bush».
In Europa Bush viene percepito come un cow-boy. A torto o a ragione?
«Il cow-boy qui non è uno stereotipo negativo: il West è romantico, ci
riporta alle radici della frontiera, ai grandi spazi. Ma non
dimentichiamo che Bush ha frequentato Harvard e Yale. Abbraccia
l’immagine del cow-boy perché politicamente gli conviene».
La guerra è insomma inevitabile?
«Sì, a meno che Saddam fugga in esilio o venga ucciso. Ci sono 300mila
soldati Usa nell’area. E non si sono spostati per il week-end».