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    Predefinito Angelo Panebianco: gli interessi dell'Italia nella crisi internazionale per l'Iraq

    dal Corriere della Sera

    " Corriere della Sera del 11/03/2003


    --------------------------------------------------------------------------------
    L'incerta posizione del nostro Paese

    Scelte incompiute interessi in gioco
    Angelo Panebianco
    --------------------------------------------------------------------------------

    Oggi o nei prossimi giorni, al Consiglio di sicurezza, dovrebbe andare in votazione la seconda risoluzione sull'Iraq. L'esito, se voto sarà, condizionerà il futuro del mondo. Se gli Stati Uniti verranno sconfitti, se non otterranno i nove voti necessari per fare passare la risoluzione, apriranno ugualmente le ostilità contro l'Iraq e l'autorità delle Nazioni Unite riceverà un colpo devastante. Se invece gli Stati Uniti otterranno i nove voti ma la Francia porrà il veto, la risoluzione verrà bloccata ma la guerra scoppierà ugualmente, e ne uscirà a pezzi anche quella comunità euroatlantica, da cui sono dipesi per mezzo secolo la stabilità, il benessere e la sicurezza dei mondo occidentale.
    Se il peggio dovesse verificarsi, che cosa dovrebbe fare l'Italia? La difficoltà è la stessa spesso sperimentata nel mezzo di crisi internazionali: quella di identificare, al di là di una giusta aspirazione alla pace, in modo chiaro gli obiettivi corrispondenti al proprio «interesse nazionale» e di coagularvi intorno il consenso dell'intera classe dirigente. Le condizioni storiche cambiano ma non cambia l'incapacità della classe dirigente di presentarsi compatta di fronte al Paese, nei momenti - davvero gravi, articolando un'idea condivisa di interesse nazionale. Il che mette i governi italiani in una condizione di impotenza.
    L'obiettivo corrispondente al nostro interesse nazionale dovrebbe essere chiaro. Noi non possiamo fare a meno né dell'integrazione europea né dell'alleanza con gli Stati Uniti. Il che significa che tutto il nostro sforzo dei prossimi mesi e anni dovrebbe essere dedicato (oltre che a partecipare alla ricostruzione dell'Iraq a guerra conclusa) a lavorare per ricucire i rapporti atlantici, per contribuire, insieme ai Paesi europei che hanno il nostro stesso interesse, alla rifondazione di quei rapporti.
    L'Italia non può permettersi di rompere con francesi e tedeschi, di spezzare l'Unione Europea, di sacrificare il legame continentale sull'altare dell'amicizia con gli Stati Uniti (rischiando per giunta di rimanere così aggrappata alle componenti più antieuropee dell'amministrazione Bush). Ma non può nemmeno fare la scelta opposta, assecondare la Francia nei suoi deliri di onnipotenza, inseguire la chimera di una Europa «indipendente»: un sogno irrealizzabile, visto che l'Europa non è in grado di mettere sul tavolo né le ingentissime risorse militari che sarebbero necessarie né una visione politica che non consista semplicemente in una furbesca, e poco lungimirante, difesa dello status quo (per esempio, in Medio Oriente), anche nei suoi aspetti peggiori. Per non parlare del fatto che un'Europa priva del legame con gli Stati Uniti non sarebbe solo militarmente indifesa. Sarebbe anche orfana di quella «comunità di valori» (euroatlantica) che per cinquant'anni le ha garantito democrazia, libertà e protezione dai demoni totalitari da essa stessa creati nel periodo precedente.
    Se è chiaro quale sia l'interesse nazionale italiano, è anche chiaro che l'Italia difficilmente saprà perseguirlo con coerenza, stretta come è fra un'opinione pubblica che giustamente sceglie la pace, ma è disabituata a ragionare in questi termini, un mondo cattolico che, quando si tratta di guerra, fatica talvolta a distinguere fra sacro e profano, e fra morale e politica, una maggioranza di governo spesso resa poco credibile dalla presenza al suo interno di petulanti frazioni antieuropeiste, e un'opposizione post-comunista che, dopo la guerra fredda, ha ritenuto di superare il suo vizio d'origine con un europeismo a volte acritico e succube ai diktat franco-tedeschi. In questo frangente occorrerebbe altro, ma la botte italiana non sembra in grado di dare un vino all'altezza.
    "

    Cordiali saluti

  2. #2
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    da www.iltempo.it

    " PACIFISTA NICHILISTA SENZA SE E SENZA MA


    di RUGGERO GUARINI

    GENTILI paladini della pace «senza se e senza ma», lo sapete che sotto sotto, senza rendervene conto, ossia senza averne nemmeno coscienza, insomma senza saperlo, siete dei nichilisti perfetti?
    Il pacifismo assoluto e totale, cioè incondizionato, che andate predicando, non può consistere, infatti, che nel volere la pace a ogni costo, a qualsiasi condizione e in qualsiasi frangente o circostanza. Ossia nel porla al di sopra di tutto: anche di tutto ciò che potrebbe darle un valore e un senso. Ed è perciò una fede, o meglio un’idolatria, che inevitabilmente tende a svalorizzare tutto il resto.
    Anzi a non dargli nessun valore. Insomma a nientificarlo. E questo - cari angioletti - è nichilismo puro. Dichiarandovi per la pace «senza se e senza ma» avete in sostanza proclamato, forse senza percepire tutte le implicazioni di questa imperiosa ammissione, di essere disposti a sacrificarle tutto. Vale a dire a rinunciare, all’occorrenza, a ognuno degli innumerevoli elementi materiali o spirituali, reali o immaginari, simbolici o fattuali che danno un significato e uno stile alla vostra stessa vita. E questo - graziose anime belle - è schietto nichilismo.Insomma, col vostro slogan, avete ammesso di considerare la pace non tanto l’auspicabile premessa e condizione di un’esistenza degna di essere vissuta, e nemmeno un valore in sé, bensì il valore supremo, il valore assoluto, il massimo e ultimo valore, vale a dire il solo autentico e valore.
    Giacché un valore posto al di sopra di tutto il resto non può che declassare ogni altro possibile valore al rango di pseudovalore, o addirittura di disvalore. E questo - soavi cherubini - è impeccabile nichilismo.
    Anche il vostro è certamente è un ideale. Legittimo e comprensibile come tutti gli ideali. Purché se ne ammetta schiettamente la squisita essenza nichilistica. Questa però è un’ammissione che non farete mai. Sospetto infatti che alle vostre orecchie le parole nichilismo e nichilista suonino come un’intollerabile ingiuria. Ma come potete rifiutarvi di riconoscervi alunni del Nulla nel momento stesso in cui, dichiarando che l’oggetto della vostra fede è una pace «senza se e senza ma», riconoscete implicitamente di essere disposti, eventualmente, ad accettare, in nome di questo ideale, anche una vita (individuale e collettiva) senza onore, libertà e giustizia? Una vita simile a quella, tanto per intenderci, che i regimi totalitari, coi loro lager e gulag, imposero ai loro sudditi,? O a quella che il terrorrismo islamista, con la sua oscena ferocia, vorrebbe imporre, oggi, a tutto l’Occidente? O infine a quella, ridotta alla dimensione della mera sopravvivenza biologica, alla quale il vostro culto della pace a tutti i costi e a qualsiasi condizione potrebbe un giorno indurvi a rassegnarvi?
    Dunque il vostro ideale, oltre che nichilistico, è anche totalitario. Giacché dichiarandovi pronti ad accettare e a tollerare in suo nome qualsiasi cosa, ammettete in fondo che, sempre in suo nome, vale a dire in nome della vita come tale, priva di ogni ulteriore connotazione e qualificazione - sareste anche pronti ad arrendervi, eventualmente, a un regime liberticida. Dal che mi sembra di poter dedurre che il mondo che meglio converrebbe ai vostri gusti, e in cui forse bramate inconsciamente di vivere, sia un mondo che riuscisse a garantirvi, nei secoli dei secoli, una pacifica schiavitù.

    sabato 15 marzo 2003
    "


    Cordiali saluti

 

 

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