Destra-sinistra, il ponte che non c'è

IL «PARTITO DEL DISGELO» VENUTO ALLO SCOPERTO CON MIELI

di Giovanni De Luna

LA conclusione della vicenda Rai, con l’uscita di scena di Paolo Mieli (e la scelta di Lucia Annunziata come presidente) ha una significativa ricaduta anche sull'unico progetto culturale che sullo sfondo della Seconda Repubblica è stato elaborato negli anni convulsi della transizione italiana. Non si tratta solo della Rai, quindi; non è il solito canovaccio di imboscate, intrighi, veti incrociati che da sempre accompagna le vicende della più grande industria culturale del nostro paese. Per almeno un decennio Mieli è stato il punto di riferimento di un un lavorìo politico e intellettuale teso a marcare una netta discontinuità rispetto ai paradigmi fondanti della Prima Repubblica. Il punto di partenza fu la «riscrittura» della storia, attraverso gli influssi che derivavano dall'opera di Renzo De Felice; alla fine, tutto ha assunto una dimensione più complessiva, prima nel mondo dell'editoria e dei giornali, poi investendo molti altri settori culturali.

Si cominciò dalla storia, perché fu in quell'ambito che Mieli operò le prime significative rotture. Fino alla fine degli anni 80, discussioni molto accese avevano segnato il dibattito storiografico sulla Resistenza e sull'antifascismo; è una versione caricaturale quella che insiste su un'unica vulgata antifascista monolitica e compatta. Gli storici si accapigliavano sulla «continuità dello Stato» dopo la fine del fascismo, sul ruolo che i diversi partiti avevano avuto nella resistenza, sulla spontaneità delle scelte popolari nel 1943, suo ruolo dei contadini, degli operai ecc. C'erano diverse posizioni anche sul fascismo, con almeno tre differenti filoni interpretativi a fronteggiarsi (il «fascismo-parentesi», caro a Benedetto Croce; il «fascismo-rivelazione», che risentiva dell'influenza gobettiana; il «fascismo-reazione di classe» di matrice socialcomunista).

Seguendo la lezione di Renzo De Felice, Mieli spostò tutto l'asse del dibattito; si affacciarono nuovi temi e nuove ipotesi modellate prevalentemente sulla «zona grigia», su quell'Italia che era stata fascista e che diventò postfascista senza mai essere stata antifascista, sulla quale De Felice spese gli anni delle sue ultime ricerche. Nel clima del dopo-Tangentopoli, quell'Italia tornò di straordinaria attualità, mentre tendeva a prevalere uno «spirito del tempo» segnato da un bisogno di storia di segno diverso, pronto a dimenticare il passato, meglio ancora a reinventarne uno pacificato, privo di lacerazioni e di tensioni; un passato «leggero», semplificato, senza guerre civili, morti ammazzati, la tragedia delle leggi razziali, gli orrori di una dittatura ventennale. Uno «spirito del tempo» diffuso e pervasivo, con sfondamenti significativi anche a sinistra: penso non solo ai «ragazzi di Salò» evocati poi da Violante, ma anche alla facilità con cui Achille Occhetto, ad esempio, cadde nell'inganno della falsa lettera di Togliatti. Al centro di questa nuova temperie culturale c'era non solo l'azzeramento della contrapposizione fascismo/antifascismo (svilita attraverso la martellante riproposizione giornalistica dei passaggi di campo degli intellettuali italiani dall'uno all'altro schieramento), ma anche il crollo dei suoi corollari più significativi: la specificità del comunismo italiano, la Resistenza come processo storico di fondazione dell'Italia repubblicana, le contrapposizioni identitarie che alimentano i diversi progetti novecenteschi di «fare gli italiani», ecc.

Dalla storia, questo tipo di elaborazione si estese progressivamente anche ad altri settori culturali: all'immagine di una sorta di piovra «gramsciazionista» che aveva installato i suoi uomini nei posti chiave dell'editoria, dei giornali, dell'università, dei mezzi di comunicazione di massa, si contrapponeva ora un filone culturale del tutto inedito, ma che tuttavia ambiva esplicitamente a costituirsi come ambito privilegiato per la costruzione di una «nuova» classe dirigente. Era un filone magmatico e anche contraddittorio, tanto da incrociare, di fatto, le istanze del tradizionalismo e dall'organicismo cattolico (da cui prendeva le mosse) con un finale, esplicito invito a riconoscersi in un'appartenenza comune definitasi intorno alle categorie del mercato, della produzione e dello sviluppo economico, assunte non nella concretezza delle loro forme storiche ma nella loro rappresentazione astratta (e totalmente ideologica) di luoghi «naturali» e intrinsecamente «positivi».

La ricaduta più immediatamente politica di questa elaborazione culturale fu lo sdoganamento del Msi a opera di Silvio Berlusconi. Al di fuori della politica, però, e restando solo ai risvolti intellettuali dell'impegno di Mieli, non si trattava tanto di legittimare una forza politica che si era richiamata esplicitamente al fascismo, quanto di riuscire a gettare un «ponte» conciliatorio tra i due «poli» che spaccavano l'Italia del maggioritario. Sulla riva del centro-sinistra i piloni del ponte reggevano benissimo: con Mieli, che lo si ritenesse un avversario e un punto di riferimento, nessuno a sinistra ha mai smesso di confrontarsi. Sull'altra riva, invece, nessun pilone è mai stato eretto così che le arcate del ponte sono rimaste bizzaramente sospese nell'aria: a destra, come dimostra la vicenda della Rai, si ha un'enorme riluttanza ad accettare di transitare sul ponte gettato da Mieli. Per molte ragioni.

La prima è che le sue argomentazioni, le sue categorie interpretative, il suo bagaglio teorico sono stati modellati dal lungo duello che ha ingaggiato con la sinistra di derivazione comunista e azionista; per quanto abbia avversato quelle due grandi famiglie politico-culturali, Mieli è figlio della medesima temperie da cui esse sono scaturite e come tale viene percepito come un qualcosa di estraneo, di alieno rispetto all'identità di una destra che si è formata in altri orizzonti, nutrendosi anche di riferimenti esistenziali radicalmente diversi.

La seconda è il profilo culturale della destra al potere, così come è emerso in tutta la vicenda Mieli. Il ponte poteva funzionare se sull'altra sponda ci fosse stato qualcosa a cui collegarsi, qualcuno che non fosse Sergio Romano o uno degli altri (pochi) ai quali Mieli si era costantemente riferito nella costruzione del «ponte». E invece, aiutata da Mieli a «uscire dal ghetto», la cultura della destra (nella sua stragrande maggioranza) ha mostrato soprattutto il suo volto più chiuso.

Il ponte di Mieli è zoppo perché sulla scena politica italiana è affiorato l'imprevisto, nelle vesti tumultuose dell'estremismo di centro, con il «centro» sociale e politico che ha assunto i panni del radicalismo, coniugando i propri caratteri più tipici con forme di mobilitazione collettiva che in passato erano appartenute solo alla estrema destra o alla sinistra - proteste di piazza (i Cobas del latte), occupazioni stradali, scioperi, anche grotteschi tentativi di lotta armata (il carro armato in Piazza San Marco) - con un sistema di valori in cui i «valori» coincidono con gli «interessi» e con interessi da difendere a ogni costo contro nemici veri o presunti (di volta in volta i comunisti, gli extracomunitari, l'asse europeo franco-tedesco, il terrorismo islamico ecc.). Gli «estremisti di centro» respingono con insofferenza il dialogo cercato da Mieli, rifiutano di riconoscersi nelle ragioni della cultura, lo accomunano in un unico, totalizzante rifiuto degli intellettuali come «categoria».

Così, la comparsa sui muri della Rai delle scritte razziste contro Mieli - anche se non vi è un collegamento diretto con nessuna delle formazioni del Polo, Lega compresa - appare un evento fortemente simbolico: la destra è stata incapace di riconoscersi nell'unico progetto culturale che poteva darle una dignità politica da spendere sul piano della credibilità complessiva e ha finito per sprofondare nella riproposizione delle sue pulsioni ideologiche più consolidate.

La Stampa 15 marzo 2003