Sono stati due fascisti di Stadera a spegnere Davide Post #1 di 1
Giovane ucciso a Milano. Violenze della polizia in ospedale. Tre fermati per omicidio.
di Susanna Ripamonti
Non è stata una rissa finita male, in cui c’è scappato il morto. Non è stato un litigio, ma un agguato premeditato. È stata la voglia di uccidere di due fascisti, cranio pelato, bomber neri, spillette e distintivi nazisti infilati dappertutto.
Due fascisti doc, noti al quartiere Stadera, casa tappezzata di gadget nazisti e busti di Mussolini. Due fratelli, Federico M. 28 anni e M. M., 17 anni, traditi dal loro cane, naturalmente un rottweiler che si chiama Rommel e che in zona era noto quasi quanto i suoi padroni per la sua aggressività.
Partendo dal cane la Digos è arrivata in un attimo a loro e ieri sera sono stati fermati per concorso in omicidio. Con la stessa accusa è finito in galera anche il padre, Giorgio M. 54 anni, dipendente della Sea, che aveva raggiunto i suoi due ragazzi a cose fatte: per terra il corpo di Davide Cesare, 26 anni, sgozzato con una coltellata alla gola e colpito da altri otto colpi. Accanto a lui Antonino Alesi, 30 anni, accoltellato al torace, per il quale ancora ieri i medici non avevano sciolto la prognosi. E poi Giacomo Zambetta, ferito in modo più lieve, ma che ieri faceva fatica a reggersi in piedi, e un altro Davide, che non vuol dire il suo cognome, e che per sua fortuna, un attimo prima dell’attacco, si era fermato per allacciarsi una scarpa. È ferito anche lui, ha il viso livido, gli occhi gonfi: «Si, ma non sono stati i fascisti, al momento dell’agguato io ero rimasto indietro. Questi me li ha fatti dopo la polizia, quando eravamo all’ospedale San Paolo».
La notte d’inferno era iniziata poco dopo le 11 di sera, dalle parti di via Brioschi, vicino ai Navigli. In via Zamenhof c’è un bar, il Tipotà, frequentato generalmente da giovani di sinistra. In zona, nel raggio di un chilometro, ci sono tre Centri sociali e chi va a caccia di «rossi» per menar le mani o estrarre i coltelli, sa di trovarsi in un territorio ricco di prede. Giacomo racconta che erano per strada, loro quattro, ben riconoscibili come giovani di sinistra, con le loro magliette, i jeans, i capelli lunghi da rasta biondo del Davide sopravvissuto.
«Dalla parte opposta della strada li abbiamo visti arrivare, io non li conoscevo personalmente, ma abbiamo capito subito che erano dell’estrema destra: cranio rasato, bomber nero. Loro ci hanno riconosciuti come antifascisti e noi li abbiamo riconosciuti come fascisti. Forse c’è stato uno scambio di insulti, non riesco neppure a ricordare. Ce li siamo trovati addosso in un attimo, sono sbucati in mezzo alle macchine e hanno colpito immediatamente alla gola, con l’intenzione di uccidere».
Davide, quello che si era fermato ad allacciarsi le scarpe, ha alzato la testa, ha fatto un passo, ha visto l’altro Davide, che loro chiamano Dax, venirgli incontro barcollando. «Mi è arrivato addosso, non ho visto più niente. Lo tenevo in braccio, cercavo di soccorrerlo, ma si capiva che non c’era più niente da fare».
Spiegano che tutto è successo in un attimo: «Non abbiamo fatto neppure in tempo a reagire, ci hanno accoltellato e sono scappati, li abbiamo visti allontanarsi con una terza persona, probabilmente il padre». Immediatamente altra gente è arrivata, dal vicino commissariato Ticinese è partito un corteo di volanti che hanno circondato la zona, al punto che le stesse ambulanze hanno fatto fatica a superare la cintura di sicurezza. “Dax” è stato caricato in lettiga in fin di vita ed è morto lungo la strada. Antonino è finito al Fatebenefratelli, è stato operato, ma è ancora in pericolo di vita. La tensione è immediatamente salita: troppi poliziotti in assetto di guerra arrivati sul posto, troppi caschi, manganelli e scudi, al punto che - dicono quelli del centro sociale O.R.So - gli stessi uomini delle volanti hanno invitato i colleghi col manganello tra i denti ad allontanarsi perchè creavano un inutile nervosismo. Il primo atto della vicenda si è concluso qui, ma gli scontri che si sono evitati in via Brioschi sono esplosi con folle violenza all’ospedale San Paolo.
Sul fronte delle indagini ieri sera, dopo i tre fermi si sono saputi nuovi dettagli. L’agguato in effetti non è avvenuto del tutto a freddo. C’è un precedente di cui non parlano i giovani dei Centri sociali, ma che racconta il capo della Digos Massimo Mazza. La settimana scorsa, il maggiore dei due fratelli Federico, aveva sporto denuncia contro ignoti. Diceva di essere stato aggredito da una quindicina di giovani dei centri sociali. La questione non è chiarissima: quelli dei centri Sociali prima hanno detto di non connoscerli, di non averli mai visti o comunque hanno glissato sul punto.
Poi è saltato fuori che i due fascisti jr. da parecchio tempo rompevano le scatole ai gestori del bar Tipotà, minacciandoli, dicendo che avrebbero sfasciato quel locale frequentato da troppa gente di sinistra. E in questo scambio di cortesie pare sia partita la prima scazzottata.
Federico è tornato a casa un po’ malconcio e a quel punto ci sarebbe stato un consiglio di famiglia: col padre e con l’altro fratello avrebbero deciso di vendicarsi e di tornare dai clienti del Tipotà, coltelli alla mano. In effetti l’agguato ha tutte le caratteristiche della spedizione punitiva, ma fino all’ultimo il capo della Digos ha continuato a ripetere «Non c’è nessun elemento che ci sonsenta di dire che si è trattato di un’aggressione non occasionale e in qualche modo premeditata». La Digos comunque esclude che si sia trattato di una rissa o di un regolamento di conti dovuto a vicende private. Da un lato ci sono i giovani dei Centri sociali, dall’altro questi tre personaggi, che hanno un profilo un po’ ibrido, un mix di balordaggine, di fascismo e di razzismo da stadio. La stessa Digos qualifica i tre come «simpatizzanti dell'area di estrema destra, ma non appartenenti a nessun gruppo organizzato».
Le tensioni - a quanto si capisce - si sono alimentate a furia di minacce, insulti, provocazioni. Alla fine l’agguato, che forse, come dice Mazza, non sarà stato premeditato, ma nella sua casualità è andato a colpo sicuro. Circola via Internet, nei siti della sinistra antagonista, una terza versione dei fatti, non confermata da nessuno, nè dai testimoni, nè dalla polizia: la coltellata mortale sarebbe stata sferrata dal padre dei due fascisti. I tre sono incensurati, e sulla loro responsabilità pare non ci siano dubbi. Nel loro appartamento, in Via Brioschi, sono stati trovati vestiti sporchi di sangue. Anche sulla matrice politica non ci sono incertezze: la casa è piena di gadget nazi-fascisti, fotografie, materiale propagandistico e un busto del Duce.
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