Bankitalia: il pil crescerà al massimo dell'1,3%


Via Nazionale chiede massima attenzione al governo, che ha fondato la sua politica su previsioni più ottimistiche. Nel 2002 bene l'occupazione, in calo la competitività, inflazione sopra la media europea


MILANO – Vacche magre per l’economia italiana, che nel 2003 crescerà al massimo dell’1,3%, nell’ipotesi più ottimistica, mentre si chiude il sipario su un 2002 con più ombre che luci: la disoccupazione è calata e il tasso di occupazione è in crescita, ma le esportazioni sono diminuite, l’Italia ha perso quote di mercato e l’inflazione è stata superiore alla media europea. Sul fronte bancario è calato il margine di intermediazione, ma è aumentato il credito, che ha favorito le piccole e medie imprese.

Nel Bollettino di primavera la Banca d’Italia lancia il proprio monito: il governo, che puntava su un incremento del 2,3%, deve prestare la massima attenzione al rischio di "una ripresa economica più lenta di quanto atteso”, se vorrà centrare un rapporto tra deficit e Pil pari all'1,5%, come promesso nei documenti ufficiali.

Per evitare sforamenti, avverte via Nazionale, “è necessario definire il contenimento della spesa e valutare i riflessi sull'anno in corso dello sconfinamento del disavanzo 2002", attestatosi al 2,3% contro il 2,1% delle stime. ”Il riequilibrio del bilancio, da attuare attraverso interventi strutturali nei principali comparti di spesa” è il "presupposto per un'efficace azione del settore pubblico”, che rilanci la competitività del Paese.

Per raggiungere l’obiettivo indebitamento/Pil del 2004, servirà “una correzione di bilancio che tenga conto del venire meno delle entrate di natura temporanea previste per l'anno in corso”, ma rimane il rischio di “una ripresa più lenta di quanto atteso”.

Export e inflazione. Nel 2002 le esportazioni sono diminuite dell'1% malgrado un aumento del 2% del commercio mondiale, con “un'ulteriore perdita di quote di mercato”. Sul fronte dell’inflazione, “si è riaperto il differenziale tra l'Italia (2,6%) e l'area dell'euro nel suo complesso (2,2%)”, che non sembra migliorare nel 2003, se l’istituto centrale prevede un aumento medio dei prezzi del 2,3%.

L'introduzione della moneta unica ha pesato solo per uno 0,1/0,5 per cento. La ragione principale risiede nella "flessione accentuata della produttività, che ha determinato un aumento del costo del lavoro per unità di prodotto superiore a quello delle altre maggiori economie dell'area”.

Lavoro. La dinamica delle retribuzioni è rimasta, invece, sostanzialmente “modesta". Il costo del lavoro per dipendente è aumentato del 2,4%, in linea con il deflatore del valore aggiunto, mentre nell'industria in senso stretto l'incremento è del 2,6% e nei servizi del 2,5%.

L'occupazione è aumentata dell'1,4% (1,1% in termini di unità standard di lavoro), con un’espansione nel I trimestre e una sostanziale stabilità nei mesi successivi. Il tasso di disoccupazione medio è sceso al 9% dal 9,5% del 2001 e il tasso di attività è salito al 61% dal 60,4%.

Banche. Il 2002 è stato un anno 'grigio' per i conti delle banche italiane. Il Bollettino economico stima un calo del risultato di gestione del 7% e un margine di intermediazione in calo del 3%. Lo stato di salute però è buono e la crescita degli impieghi è superiore alla media europea. Cresce soprattutto il credito alle pmi. Al Sud le banche del Centro-Nord impiegano oltre il 100% della raccolta locale.

Imprese. Tra le grandi aree economiche italiane, solo il Nord Est resiste alla “nuova flessione della produzione”, che si sarebbe verificata nei primi mesi del 2003, in base aglli indicatori qualitativi Isae. Nell'ultimo trimestre 2002, il clima di fiducia delle imprese è peggiorato ovunque, con l'eccezione del Nord Est”.

(17 marzo 2003, ore 16:00)


da www.ilnuovo.it