Gaza, pacifista Usa uccisa dagli israeliani. Resisteva alla distruzione di una casa
di Umberto De Giovannangeli
Rachel Corrie aveva 23 anni e un passaporto americano. Rachel era originaria di Olympia, nello stato di Washington, e i suoi compagni dell’International Solidarity Movement (Ism) la descrivono come idealista, non violenta, determinata nel mettere in pratica le cose in cui credeva. E Rachel credeva nella pace.
Si batteva per i diritti dei popoli. Per questo aveva deciso di stabilirsi nella Striscia di Gaza, in uno degli angoli più tormentati del pianeta, dove questi diritti vengono ogni giorni calpestati. Rachel è morta testimoniando la sua volontà di pace. È morta nel campo profughi di Rafah, estremo lembo meridionale della Striscia ai confini con l'Egitto, trincea avanzata della sporca guerra che da oltre due anni insanguina la Palestina. Il movimento di volontariato del quale la giovane statunitense faceva parte era impegnato in particolare nell'opposizione non violenta alla demolizione di case da parte dell'esercito israeliano. La fine di Rachel, una fine orribile, è legata a questo impegno di solidarietà: schiacciata da uno dei bulldozer israeliani entrati di nuovo in azione a Rafah per radere al suolo abitazioni di sospetti terroristi.
Rachel è morta per le fratture al cranio e alla cassa toracica, afferma il dottor Ali Musa dell'ospedale al-Najar di Rafah dove la giovane pacifista era stata ricoverata in condizioni disperate. Al fianco di Rachel c'era Greg Schnabel, 28 anni, di Chicago. Il suo racconto è agghiacciante, il ricordo degli ultimi attimi di vita di Rachel sconvolgente, l'accusa all'esercito israeliano pesantissima. «Rachel -dice Greg- era da sola di fronte alla casa che i bulldozer israeliani stavano per demolire. Rachel si esprimeva in inglese, era facilmente identificabile - denuncia l'esponente dell'International Solidarity Movement - e faceva cenno al soldato alla guida del bulldozer di fermarsi». La voce di Greg si fa più flebile, la commozione prende il sopravvento. Ma poi il suo racconto torna a scorrere e a trasformarsi in un duro j'accuse contro Tsahal. «Rachel - afferma - è caduta mentre la ruspa corazzata andava avanti. A quel punto abbiamo urlato al guidatore di fermarsi. Lo abbiamo implorato. Invano. Il bulldozer ha completamente ricoperto Rachel di sabbia e poi ha fatto marcia indietro passandole sopra». Testimonianza confermata da un altro compagno di Rachel, Nicholas Dure: «La ruspa -dice- le ha versato sopra la sabbia e poi l'ha schiacciata». Rachel, ricorda Greg Schnabel, studiava all'Evergreen College e doveva diplomarsi quest'anno. Nei pressi delle abitazioni che i soldati israeliani intendevano demolire, conclude il suo racconto Greg, «eravamo in quel momento in otto, quattro americani e quattro inglesi».
«Abbiamo aperto un'inchiesta per ricostruire il tragico episodio», dichiara un portavoce militare di Tel Aviv. Ma i compagni di Rachel non hanno dubbi: si è trattato, sostengono decisi, di un crimine compiuto deliberatamente: «Il soldato che guidava quel maledetto bulldozer -insiste Greg Schnabel- aveva visto Rachel, aveva sentito le nostre urla. Ma non si è fermato». La giovane pacifista americana, sostiene il «Centro di comunicazione alternativa», un'agenzia di stampa che opera nei Territori, «aveva un distintivo e si esprimeva in inglese», per cui i militari israeliani incaricati di demolire una casa nel quartiere di al-Salam a Rafah sapevano che si trattava di una cittadina straniera, e non di una palestinese (due dei quali, tra cui un ragazzo di 18 anni sono stati uccisi ieri dal fuoco israeliano a Rafah e a Khan Yunes, sempre nella Striscia di Gaza). Una «straniera» che faceva della disubbidienza civile il suo credo e che solo due giorni prima di morire aveva inoltrato un messaggio ai militanti dell'Ism che ora suona come una denuncia postuma. In quel messaggio, Rachel stigmatizzava «il ricorso al fuoco indiretto di artiglieria» da parte di Israele contro i suoi compagni di lotta nel sud della Striscia di Gaza. In particolare, Rachel Corrie raccontava della lotta per la difesa di pozzi d'acqua dolce del campo profughi di Rafah che, denunciava nel messaggio, erano stati danneggiati in un bombardamento e non potevano essere riparati dai manovali palestinesi senza esporsi al fuoco israeliano. Rachel Corrie era arrivata a Rafah un mese fa. Viveva sotto una tenda assieme ad altri sette militanti della sua organizzazione. Da quella tenda partiva in «missioni quotidiane» di interposizione pacifica tra i palestinesi del vicino campo profughi e i militari israeliani. Rachel non tornerà più alla sua tenda.
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