Martino Conserva








Considerazioni sull'avventura americana in Medio Oriente






"Non è possibile che la guerra non ci sia” – afferma Tareq al Mezrem, direttore del Kuwait Information Office e responsabile dei rapporti con i media dell’ambasciata del Kuwaiti a Washington. Egli sostiene che gli Stati Uniti hanno puntato troppo sulla guerra; fare marcia indietro adesso vorrebbe dire offrire a Hussein una enorme vittoria e screditare gli USA nella regione.

Anche il Kuwait ha puntato molto sulla guerra in Irak. Il grosso della mobilitazione sta avvenendo in Kuwait, il che pone il paese in prima linea di fronte al rischio imminente di atttacchi da parte dei missili terra-terra irakeni o di sabotatori irakeni o di Al Qaeda.

Ma se “nessuno dubita che la guerra ci sarà”, dichiara al Mezrem, “la vera preoccupazione è quel che verrà dopo”. Se la guerra va male o se gli USA non vanno fino in fondo, come è stato nel caso dell’operazione Desert Fox, il Kuwait “potrebbe restare isolato per un bel po’ di anni”.

“Resteremmo completamente esposti”, conclude al Mezrem.

(Stratfor, 17.02.03)





Iniziamo da una serie di constatazioni, ormai ovvie per chiunque non sia disposto ad accettare le falsificazioni fabbricate nel corso di quella che il segretario alla difesa USA Rumsfeld, all‘indomani dell’11 settembre, definì “la più massiccia operazione di propaganda della storia recente”:

1) l’aggressione degli USA contro l’Irak è stata pianificata ben prima dell’inizio della cosiddetta “campagna antiterrorismo”

2) questa aggressione non ha nulla a che vedere con una presunta minaccia (di tipo nucleare o non convenzionale – chimico, batteriologico, ecc.) dell’Irak, né contro gli USA stessi, né contro qualsiasi altro stato del Medio Oriente

3) questa aggressione – se sarà realizzata integralmente – punta ad una stabile occupazione militare della regione del Medio Oriente da parte degli USA, direttamente o nella forma di un protettorato americano su una nuova entità statale (il principale candidato da questo punto di vista è la Giordania) che sorgerebbe dalla partizione dell’attuale Irak

4) in ogni caso, l’azione militare sarebbe il preludio ad una riorganizzazione generale dello spazio geopolitico e geoeconomico del Medio Oriente

5) se questa riorganizzazione avrà successo, essa implicherà il controllo degli USA sulle ricchezze petrolifere dell’intero Medio Oriente, e quindi sul mercato petrolifero mondiale.



Fin qui lo scenario generale.

La fase “diplomatica” e “mediatica” dell’aggressione sta per concludersi. In effetti essa è durata anche troppo a lungo, ed un ulteriore rinvio delle operazioni militari rischia di avere un effetto controproducente proprio sull’efficacia di queste ultime.

Tecnicamente, la messinscena delle ispezioni dell’ONU rasenta l’idiozia. Se gli esperti sul campo dovessero trovare realmente le armi di cui Washington va da mesi gridando ai quattro venti l’esistenza, queste in teoria andrebbero immediatamente distrutte. Ma non appena gli esperti le trovassero, ovviamente gli Irakeni le sposterebbero immediatamente, rendendone impossibile la distruzione.

E non c’è veto alla risoluzione ONU che possa fermare la macchina da guerra americana: molto probabilmente alla fine la posizione ufficiale degli USA sarà quella di considerarsi già legittimati dalle precedenti risoluzioni dell’ONU (fra cui la famosa Risoluzione n.1441) e passeranno ai fatti, senza concedere alcuno spazio al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

«Il diritto internazionale è per i deboli», disse la vecchia saggia Margaret Thatcher…



La guerra in Irak in una prospettiva storica

Se per ipotesi l’aggressione militare contro l’Irak non dovesse avere luogo, o se non ottenesse gli effetti sperati, il prezzo da pagare per gli USA sarebbe altissimo. Non si tratta soltanto della caduta dell’amministrazione Bush (per la quale la rinuncia ad una campagna militare, o una sua conclusione sfavorevole o insufficiente, sarebbero un colpo mortale in termini di credibilità e consenso); non si tratta soltanto della rinuncia a un potente stimolo alla ripresa economica, quale è la spesa militare; e non si tratta neppure della semplice riaffermazione del proprio ruolo di leader mondiale unico.

E’ in gioco la sopravvivenza stessa degli USA in quanto superpotenza.

C’è chi ha dichiarato, dimostrando un discreto senso dell’umorismo: gli USA non intendono occupare l’Irak a causa del petrolio; se il petrolio fosse la vera preoccupazione di Washington, allora gli USA avrebbero in preparazione l’invasione del Venezuela, non dell’Irak. (1)

Ma gli USA hanno bisogno di ben altro che del petrolio del Venezuela, gli USA hanno bisogno di un prezzo del greggio (secondo le stime degli esperti, da prendere comunque con approssimazione) stabilmente inferiore ai 15 dollari il barile per poter sostenere il disavanzo della pubblica amministrazione più ampio della loro storia, un disavanzo la cui entità ha recentemente suggerito alla Casa Bianca di tornare alla vecchia, criticata abitudine di presentare le cifre relativa come medie quinquennali, così da renderne più difficile la lettura… (2)

E gli USA hanno, anche e soprattutto, bisogno di allargare ulteriormente l’area del dollaro, ossia la sfera geoeconomica mondiale nella quale il dollaro funge, senza rivali, da moneta di riserva e da mezzo di scambio. La chiave per sostenere i cosiddetti twin deficits (deficit gemelli, ossia il deficit del bilancio statale e il deficit della bilancia dei pagamenti correnti – che sono in pratica la stessa cosa, ossia il corrispettivo monetario della produzione mondiale creata all’estero e acquistata dagli USA pagando con dollari, ossia con la propria moneta) è una crescente domanda di dollari da parte del resto del mondo.

Questo presuppone una sistematica strategia di contenimento e subordinazione di ogni altra area geoeconomica capace di sviluppare una propria moneta di riserva oggettivamente conconcorrenziale nei confronti del dollaro.

Se nel corso della fase di ascesa e sviluppo del sistema economico mondiale questa strategia poteva svilupparsi con i mezzi (relativamente) pacifici della competizione economica e della diplomazia, nella fase di crisi l’azione militare diviene sempre più lo strumento privilegiato per garantire la supremazia globale del dollaro.

Più in generale, la guerra è oggi per gli strateghi di Washington la sola via d’uscita dalla più grave crisi economica non solo della storia degli Stati Uniti ma dell’intero sistema economico occidentale – noto anche come “capitalismo”.



Natura e fasi della crisi economica

L’originalità della situazione attuale è che questa tradizionale, duplice esigenza del predominio USA nel mondo (creazione di una domanda di dollari + controllo delle risorse strategiche) avviene in un contesto di recessione globale.

Della natura di tale crisi si è discusso a lungo, e tutte le analisi maggiormente penetranti portano alla inevitabile conclusione che si tratta di una crisi perfettamente descrivibile nei termini marxiani di crisi per sovrapproduzione di capitale.(3) La sostanza di questa crisi è l’impossibilità di una adeguata valorizzazione del capitale esistente nella sfera della produzione reale, la sua manifestazione (in varie forme storicamente presentatesi talora in serie, talora contemporaneamente) è il deflusso del capitale dalla sfera della produzione reale, appunto, ed il gonfiamento della sfera finanziaria. Fenomeno che è stato convenzionalmente definito come “finanziariazzazione della vita economica”, o “finanzismo”.

Sul piano storico concreto la crisi si è tradotta nella fine del modello di crescita squilibrata ma generalizzata tipico della fase 1945-1970. Le sue successive manifestazioni, dalla seconda metà degli anni ’80 in poi, sono note, ed è sufficiente citarle brevemente: inizio della crisi delle risorse energetiche, sostanziale arresto dell’innovazione scientifica, sostanziale “congelamento” della divisione fra mondo “sviluppato” e mondo del “sottosviluppo”, rallentamento della crescita globale. Le varie “bolle finanziarie” sorte successivamente – debito pubblico dei paesi avanzati, debito estero del “terzo mondo”, boom dei mercati immobiliari, boom delle borse, boom dell’information technology (IT) – sono servite da temporanee valvole di sfogo della crisi, mentre questa mostrava sempre più evidentemente il proprio percorso centripeto: dalla periferia del mondo “in via di sviluppo” verso il centro, nella crescente impossibilità di quest’ultimo di scaricare “pacificamente”, con i soli strumenti economici e finanziari, la crisi sulle aree marginali, non appartenenti al cuore del sistema. Questo esige che la crisi economica trovi una soluzione sul terreno politico-militare, con la completa ridefinizione degli equilibrio geopolitici globali.





Le tappe successive della crisi politica – il Nuovo Ordine Mondiale in marcia

Tale impossibilità di “esportare” la crisi alla periferia, e la conseguenze urgenza di fare piazza pulita dell’assetto geopolitico ereditato dalla fase del bipolarismo, viene consapevolmente riconosciuto dalla élite globalista statunitense giusto all’indomani della apparente “vittoria” del 1989-1991, con il collasso dell’antagonista geopolitico per eccellenza (la Russia nella sua forma storica di Unione Sovietica) e con l’acquisizione dell’unipolarismo.

Ancora in questa fase assistiamo alla cooptazione degli alleati europei della NATO, i quali - entro certi limiti – hanno svolto un ruolo autonomo (riunificazione delle due Germanie, cosiddetta “rivoluzione di velluto” in Europa Centro-Orientale, inizio della disgregazione della Federazione Jugoslava, ecc.).

Nel 1991 – con la prima aggressione contro l’Irak – si ha la prima prova generale del nuovo modello di warfare destinato a sostenere militarmente la costruzione del Nuovo Ordine Mondiale.

Il progetto incomincia a trovare la sua concretizzazione nella seconda metà degli anni ’90 e si svolge secondo tappe successive:

1997-98 Aggressione finanziaria contro l’area dell’Asia-Pacifico, per effetto della quale la maggior parte dei paesi della regione (ad esclusione della Cina) si vede, nel migliore dei casi, riportata ad uno stadio di sviluppo anteriore di 10-15 anni, ed il Giappone – agli inizi degli anni ’90 considerato ancora come il più temibile concorrente economico degli USA – affonda tuttora in una stagnazione e deflazione apparentemente senza fine. La cosiddetta “crisi del rublo” dell’agosto 1998 fu un gradito “danno collaterale” di quella operazione. (4)

1999 Aggressione contro la Jugoslavia, atto finale di un’azione in profondità finalizzata a creare un permanente focolaio di instabilità nei Balcani e a sconvolgere l’intero sistema dei corridoi commerciali dell’Europa Centrale. Costi economici e instabilità regionale concorrono a indebolire fortemente l’euro e a rinviare nel tempo la sfida da posta dalla moneta unica europea al dollaro.

11 settembre 2001 Gli attentati accelerano precipitosamente la preparazione del mutamento istituzionale negli USA necessario alla fase successiva, fase che comporta lo smantellamento sistematico dell’intero sistema di alleanze ed istituzioni multilaterali del periodo del bipolarismo.

2001-2002 Avvio della cosiddetta “operazione antiterrorismo”, il cui fine è la presa di possesso diretta delle ricchezze petrolifere del Medio Oriente e la definitiva subordinazione dei concorrenti globali mediante la diretta dipendenza energetica dagli USA.



Questa la logica ferrea, sempre più direttamente militare, della grande stratregia globale di Washington. Una logica che non ammette possibili terreni di mediazione, né particolari possibilità di comprare il consenso degli ‘alleati’. La guerra non è più per la spartizione di una ricchezza che domani potrà essere più grande rispetto ad oggi, ma per una ricchezza che si restringe col tempo…

E questo spiega la durezza della posizione statunitense, la sua azione di forza pura e semplice dietro la maschera della ricerca del consenso.





Quattro scenari

Contrariamente all’apparente opinione della maggioranza degli osservatori, non riteniamo assolutamente inevitabile né che il piano americano (aggressione militare contro l’Irak, rovesciamento del regime di Saddam Hussein, occupazione militare del paese e controllo della regione Medio-Orientale) venga realizzato integralmente, né soprattutto che – nel caso venga integralmente realizzato – esso si concluda con successo.

Constatiamo anzitutto che sul piano psicologico – tutt’altro che secondario nella strategia militare, e specialmente nelle condizioni della guerra moderna, in cui l’apparato informativo-propagandistico-mediatico svolge una funzione di primo piano – l’America ha sin d’ora perduto il momento più favorevole per l’attuazione del piano. All’indomani dell’11 settembre, e almeno per la prima parte del 2002, la situazione interna ed internazionale è stata nettamente più favorevole rispetto a quella attuale.

Constatiamo che le forze armate USA non possono vantare un passato particolarmente brillante, dalla Corea al Vietnam e oltre... Innumerevoli piani (un paio dei quali disastrosamente messi in atto) per rovesciare il regime cubano non hanno sortito alcun effetto. Dall’Iran sono fuggiti con la coda fra le gambe. L’operazione-Noriega è stata un militarmente un capolavoro di inefficienza, o se vogliamo usare termini più diretti, un inutile massacro: oltre 20.000 vittime fra la popolazione civile di Panama per catturare un solo uomo. Saddam Hussein è ancora al potere. Osama Bin Laden ancora vivo e libero. E in Irak come nel resto del Medio Oriente gli USA non possono sperare di affrontare un “civilizzato” homo occidentalis, ex alleato, che praticamente rinuncia a difendersi sul terreno militare, come Slobodan Miloshevic. In ogni caso, agli ammiratori della potente e perfetta macchina militare a stelle e strisce ricordiamo l’esito effettivo di circa 9mila missioni offensive in Serbia: 13 (tredici) carri armati messi definitivamente fuori combattimento…

Constatiamo infine che in Afghanistan un anno di occupazione militare americana ha portato ad una situazione che nemmeno il più ottimista degli strateghi di Washington potrebbe arrischiarsi a definire “stabile” o “sotto controllo”. Le perdite fra le forze armate USA arrivano già ad un migliaio, più di quante ne subì l’esercito russo nello stesso arco di tempo; e sono destinate a crescere esponenzialmente. “Controllare” l’intero Medio Oriente – il cuore del mondo Islamico - sarà forse più facile?

Ipotizziamo quindi quattro possibili scenari.

Scenario 1 "Compromesso"

L’iniziativa USA si ferma alla fase mediatico-diplomatica. Viene concordato un cambio dei vertici a Baghdad, insieme con minaccia o applicazione di nuove sanzioni, che permetta all’amministrazione Bush di salvare la faccia. Politicamente si tratta di una sconfitta per gli USA.

Scenario 2 "Strafexpedition"

Gli Stati Uniti optano per una ripetizione dell’operazione Desert Storm, magari acoppiata ad iniziative sotterranee (covert operations) mirate alla cattura o all’uccisione di Saddam Hussein – ma rinunciando all’intervento di terra e all’occupazione militare della regione. Gli obiettivi dell’iniziativa non sono nemmeno in questo caso raggiunti

Scenario 3 "Vietnam n.2"

All’agressione aerea segue l’intervento di terra e l’occupazione di zone più meno estese dell’Irak meridionale e settentrionale… Dopo di che, ha inizio il vero e proprio scenario: bentornati in Vietnam! Sulla base delle precedenti considerazioni, ci riesce difficile ipotizzare il “successo” dell’operazione, a maggior ragione via via che la scala dell’intervento si allarga a comprendere l’intera regione.

Scenario 4 “Bomb them to the stone age”

L’operazione di aggressione aerea preventiva viene protratta fino all’annientamento totale dell’apparato militare irakeno, con perdite pesantissime anche per la popolazione civile. Non escluso l’impiego di armi nucleari tattiche. L’azione di terra può così svolgersi in condizioni “ottimali”. Inizia la fase del protettorato USA sull’area che va dal Mediterraneo all’Iran… ma inizia anche l’attesa delle inevitabili ritorsioni contro obbiettivi americani nel mondo intero, incluso lo stesso territorio degli Stati Uniti.





Le ragioni degli altri

La ridefinizione degli equilibri mondiali implica la crisi irreversibile delle alleanze sottese dai precedenti equilibri; quindi la crisi dell’atlantismo, in quanto espressione di un punto di vista comune, statunitense ed europeo, sulle questioni della sicurezza interna ed internazionale. La paralisi della NATO in quanto centro decisionale ne è l’espressione maggiore: dal punto di vista degli USA la NATO è oggi uno strumento sempre più inservibile.

Percorrere fino in fondo la via della “crisi delle alleanze” non rappresenta tanto una “scelta” dell’Europa, quanto la obbligata risposta ad una situazione di emergenza.

Gli europei hanno interessi economici nel Medio Oriente e nello stesso Irak, ed è noto che le imprese europee da sempre aggirano le sanzioni imposte dagli USA tramite l’ONU. Ma in questo caso da parte gli USA non viene e non verrà data alcuna garanzia a protezione di tali interessi. Il fine degli USA è, fra l’altro, di liberare il Medio Oriente da qualsiasi altra influenza di possibili potenze concorrenti, sia pure di potenze regionali. Analogo gioco – sepppure di secondo piano – sta avvenendo in Africa, il che spiega la mobilitazione francese nella lontana guerra della Côte d’Ivoire.

Ma mentre persino in un’operazione indirizzata proprio a colpire economicamente l’Europa (guerre in Bosnia e in Kosovo e definitiva destabilizzazione dei Balcani) Washington poté contare sulla mobilitazione degli interessi particolari di questa e quella nazione europea (ricordiamo che le diplomazie europee nell’occasione agirono con sicuro “istinto” come svegliandosi da un sonno durato mezzo secolo, e ciascuna prese “a occhi chiusi” il suo posto: i Tedeschi e il Papato a fianco della Croazia, gli Italiani al fianco dell’Albania, tutti indistintamente o quasi contro i Serbi...) nel caso dell’Irak nulla del genere è possibile.

E’ quindi il corso storico stesso a spingere in direzione di un crescente divario fra Washington e Bruxelles. In questa constatazione non vi è alcun trionfalismo. Il personale politico europeo che dirige questa svolta – ma forse dovremmo dire: che viene diretto da questa svolta… - è il meno adatto ad una congiuntura di mutamento epocale quale è quella che stiamo vivendo.

Questo significa che la tendenza procederà, perché è sostenuta da dinamiche reali del momento storico attuale, ma che il suo procedere sarè probabilmente discontinuo, contraddittorio e confuso. Non è un caso che solo pochi giorni prima della dichiarazione di Parigi (che “fonda” il celebre asse Parigi-Berlino-Mosca) e pochi giorni dopo la dichiarazione congiunta franco-tedesca (Lami-Verheugen) che “rifonda” l’impero franco-germanico, sia giunta la “lettera degli otto”, la riaffermazione della propria “fedeltà atlantica” da parte dei leaders di Italia, Spagna, Portogallo, Regno Unito, Danimarca, Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia.

Nel nostro articolo sull’euro avevamo ipotizzato la sopravvivenza di un “UE atlantica”: questa si è infine mostrata alla luce in pieno, probabilmente sospinta dalle pressioni diplomatiche di Washington

Questo rigurgito di atlantismo (se non si tratta di una pura e semplice manovra diplomatica) è del resto tardivo e debole: una coalizione di Aznar, Blair e Berlusconi, accompagnati da un paio di “nuovi arrivati” dell’Europa orientale non può aspirare a controbilanciare il peso politico ed economico del “nucleo duro” di Francia e Germania).

Ancora più difficile è la posizione di altri stati, direttamente coinvolti nel teatro dell’operazione. L’intervento militare statunitense in Irak lascerebbe Arabia Saudita, Siria e (parzialmente) Iran in una condizione di accerchiamento da parte delle forze militari USA. Nessuno di questi tre stati ha nulla da gaudagnare dalla guerra, nonostante la pressione enorme cui sono sottoposti dalla diplomazia di Washington e nonostante le scarsissime simpatie nei confronti del regime irakeno. L’Iran sa perfettamente di essere il probabile prossimo bersaglio di una nuova aggressione USA, mentre la famiglia regnante saudita rischia di perdere definitivamente, con il controllo sui pozzi petroliferi della regione, la base stessa della propria ricchezza e potere.

Ci limitiamo soltanto ad accennare (data la complessità e la vastità della questione) all’ipotesi che il controllo diretto degli USA sulla regione del Medio Oriente rende sempre meno vitale e necessaria l’esistenza di un’alleato sempre più fragile e “scomodo” quale è lo stato di Israele.

Nemmeno la Turchia del neo-eletto premier Erdogan ha interesse alla destabilizzazione dell’Irak e della regione medio-orientale. Va riconosciuto a Erdogan e al suo governo di avere dimostrato di sapersi destreggiare abilmente fra le spinte del fondamentalismo (interne ed esterne) e quelle certamente più forti, dirette e minacciose dell’esercito di Ankara, a sua volta manovrato da Washington. Non soltanto è riuscito a garantirsi l’appoggio americano a condizioni che gli stessi strateghi statunitensi hanno dovuto riconoscere come sfavorevoli agli USA, (5) ma ha creato i presupposti per il rifiuto di Francia, Germania e Belgio di sancire l’appoggio NATO a questa iniziativa turca – e con questo creando una frattura probabilmente insanabile in seno all’Alleanza Atlantica



Posizione e prospettive della Russia

Sulla strategia della Federazione Russa in politica estera, sull’azione concreta della sua diplomazia, sulla posizione e sulle prospettive della Russia nell’attuale situazione globale sono state espresse valutazioni molto contrastanti.

Le brevi interviste pubblicate da Poljarnaja Zvezda sul tema dell’inizio di operazioni militari contro l’Irak mostra una crescente polarizzazione di giudizi. Mentre i sostenitori della linea filo-occidentale sostengono ovviamente la tesi secondo cui la partecipazione alla “coalizione antiterrorismo” al fianco degli USA è “la cosa giusta”, gli oppositori sembrano scegliere una posizione semplicemente liquidatoria, affermando, a grandi linee: la Russia in fin dei conti non ha nulla da guadagnare ma neppure nulla da perdere da una eventuale guerra, in quanto ha già dato agli USA tutto quello che poteva dare.

Questa posizione ci sembra semplicistica ed insostenibile. Al di là della retorica filo-occidentale dell’amministrazione Putin (retorica che vale quello che vale, da sempre, qualsiasi retorica; chi avesse dei dubbi può facilmente verificare quanto fosse altrettanto generosa in fatto di retorica filo-germanica la Russia di Stalin dopo l’autunno 1939!) è il caso di tenere conto dei fatti. E i fatti dicono che che la Russia non gode tuttora di alcun trattato commerciale preferenziale con gli USA, non è ancora membro della WTO e neppure della NATO (ammesso che la partecipazione a questa organizzazione abbia ancora un chiaro significato geopolitico!), non ha in vigore trattati diplomatici o militari vincolanti nei confronti degli USA, non ha liquidato il proprio potenziale di armamento nucleare e non convenzionale, non ha concesso agli USA l’uso delle proprie basi militari, mentre gli investimenti occidentali in Russia restano tuttora ad un livello molto modesto e le riserve valutarie della banca centrale russa non risulta siano depositate in gran parte presso la Federal Reserve statunitense (come si sospetta che facciano molti paesi europei). (6)

Non soltanto la FR è ben lontana dall’avere “già dato tutto agli Stati Uniti”. Essa è anche ben lontana dal “non avere nulla da perdere” dalla nuova configurazione degli equilibri strategici globali post-guerra in Irak…. se questa nuova configurazione si concretizzerà, ipotesi rispetto alla quale abbiamo espresso tutti i nostri dubbi.

Coloro che sostengono questa tesi – che a sua volta si basa sulla constatazione della presente estrema debolezza geopolitica della Russia, che avrebbe perduto per sempre il ruolo di avversario n.1 degli USA – sembrano dimenticare che la principale caratteristica geopolitica della Russia, la sua “costante” lungo tutto il corso storico delle sue trasformazioni, è quella di essere il gigantesco “nucleo” del mondo (Heartland, nella terminologia della geopolitica anglosassone): una delle maggiori riserve di materie prime e, ancora prima di questo, una formidabile fortezza per il controllo dell’intero continente eurasiatico. Per esempio, per il controllo dell’Iran, dell’India, della Cina!

E’ quindi terribilmente ingenuo ritenere che gli USA possano semplicemente “dimenticare” la Russia, o consentirle una pacifica esistenza in simbiosi con l’Unione Europea. Lo scenario del Nuovo Ordine Mondiale non prevede nulla del genere. Gli USA vogliono per sé questa riserva e questa fortezza, la vogliono al servizio dei propri “interessi nazionali”.

E nei nuovi assetti, certamente sfavorevoli alla FR, che ermergerebbero al termine di una eventuale guerra vittoriosa dell’America in Medio Oriente, Washington potrebbe persino astenersi dalla diretta aggressione o minaccia: potrebbe semplicemente “chiedere” alla FR l’utilizzo – prima “in via eccezionale”, poi “temporaneamente”, infine “permanentemente” – delle sue basi militari ai confini dell’Iran (nel contesto della ulteriore fase della “campagna antiterrorismo”). Poi ai confini dell’India (nel contesto della emergente “escalation nucleare indo-pakistana”). E poi della Cina (nel contesto della emergente “crisi coreana”).

A maggior ragione la Russia avrebbe tutto da perdere da una adesione aperta all’iniziativa statunitense nel caso in cui questa si concludesse con un fallimento.

Questo implica che, nonostante le sue enormi carenze e la sua assoluta inadeguatezza, persino l’élite politica che oggi guida la Federazione Russa – al di là della componente dichiaratamente filo-americana, che sarebbe più corretto definire apertamente come “quinta colonna” – non ha alcun interesse a condurre fino alla sua logica conclusione un gioco in cui la posta per Russia è la scomparsa in quanto soggetto statale sovrano ed indipendente. (7)

Oggi questa ipotesi sembra trovare una prima parziale conferma proprio nell’azione della diplomazia russa, che nelle ultime settimane ha dimostrato di saper sfruttare con discreta abilità le contraddizioni che si sono aperte fra gli USA e loro alleati, in primo luogo Francia e Germania.

L’editoriale della versione on-line di Krasnaja Zvezda (Stella Rossa) del 13 febbraio 2003 recava il titolo: "Noi non faremo da cuneo fra Europa e USA". La frase è attribuita ad una dichiarazione di Putin a Parigi, e letta nel contesto della citazione completa («Se questo [la dichiarazione congiunta russo-franco-tedesca] fosse avvenuto in Russia, ha dichiarato il presidente, tutti avrebbero subito detto che noi "siamo un cuneo fra Europa e USA"») diventa una indiretta ammissione proprio di ciò che si nega in apparenza.

E giustamente! Perché il duplice imperativo geopolitico della Russia in questa fase è, da una parte, preservare a qualsiasi costo l’integrità trerritoriale provvisoriamente costituita entro i confini storici dell’attuale FR (e Putin non ha mancato di ribadirlo a Parigi con esplicito riferimento alla Cecenia), dall’altro la “neutralizzazione” del Rimland, ossia delle regioni periferiche del continente eurasiatico, tradizionali alleate degli USA nel modello atlantista.

E quindi – nei fatti, ben più che nelle dichiarazioni verbali – lavorare per spianare la via a quella che abbiamo indicato come una tendenza oggettiva del corso storico, ossia il “distacco” di Europa e Giappone dagli USA.

Nel caso del Giappone l’iniziativa russa si è concretizzata nel rilancio delle relazioni bilaterali, nella proposta di un accordo di riduzione delle minacce militari nella regione dell’Asia-Pacifico (inclusa la creazione di un sistema anti-missile comune), nella proposta di manovre militari congiunte.

Nel caso dell’Europa questo sforzo sembra trovare i suoi primi risultati nella dichiarazione comune russo’franco’tedesca sulla questione irakena, che la stampa si è affrettata a definire come la nascita di un “asse Parigi-Berlino-Mosca”. (8)

Se siamo ancora lontani dal poter considerare acquisiti questi due obiettivi strategici, è necessario riconoscere che la direzione degli ultimi passi diplomatici della dirigenza russa sono stati compiuti nella direzione giusta.



S.Peterburg, 18.02.03





NOTE



(1) Dalla dichiarazione al Congresso USA del sottosegretario di stato Marc Grossman (11.02.03).

(2) Il deficit statale per l’anno fiscale in corso è ufficialmente di $ 199 mld, ma secondo fonti non ufficiali sarebbe di poco inferiore a $ 300 mld. Le previsioni ufficiali di medio periodo sono del tutto irrealistiche: la previsione del Congressional Budget Office (surplus fiscale di 1.300 miliardi di dollari nel periodo 2004-2013) presuppone una crescita media del PIL pari al 3% annuo, e non include i costi della guerra in Irak, 670 milioni in riduzioni delle imposte e i previsti aumenti delle spese per sicurezza, difesa e sanità.

(3) Ci riferiamo in particolare alle intuizioni di Marx relative alla cosiddetta “fase del dominio reale del capitale", esposte nei Lineamenti di critica dell’economia politica del 1857-58. Curiosamente, proprio da parte dei marxisti il nesso fra teoria del “limite storico del rapporto di capitale” e vicende concrete della vita economica della seconda metà del XX secolo è stato largamente trascurato, quasi che l’Imperialismo di Lenin potesse considerarsi una spiegazione esauriente e definitiva del sistema economico contemporaneo.

(4) La pubblicistica economica e finanziaria occidentale naturalmente non ha mai neppure preso in considerazione l’ipotesi di una origine extra-economica della cosiddetta “crisi finanziaria asiatica”. Una ben strana crisi, generata da una improvvisa “crisi di fiducia” dei grandi investitori globali nei confronti di paesi i cui “fondamentali economici” (crescita, esportazioni, debito pubblico, debito estero, ecc.) erano allora fra i più solidi al mondo. Che gli eventi del 1997-1998 siano una classica applicazione del nuovo concetto di guerra (illimitata ed asimmetrica) e di azioni di guerra (non-military war operations) adeguato alla fase storica attuale è invece ovvio per gli strateghi cinesi.
«During the 1990's, and concurrent with the series of military actions launched by nonprofessional warriors and non-state organizations, we began to get an inkling of a non-military type of war which is prosecuted by yet another type of non-professional warrior. This person is not a hacker in the general sense of the term, and also is not a member of a quasi-military organization. Perhaps he or she is a systems analyst or a software engineer, or a financier with a large amount of mobile capital or a stock speculator. He or she might even perhaps be a media mogul who controls a wide variety of media, a famous columnist or the host of a TV program.
His or her philosophy of life is different from that of certain blind and inhuman terrorists. Frequently, he or she has a firmly held philosophy of life and his or her faith is by no means inferior to Osama bin Ladin's in terms of its fanaticism. Moreover, he or she does not lack the motivation or courage to enter a fight as necessary. Judging by this kind of standard, who can say that George Soros is not a financial terrorist? [....]
Financial War : Now that Asians have experienced the financial crisis in Southeast Asia, no one could be more affected by "financial war" than they have been. No, they have not just been affected; they have simply been cut to the very quick! A surprise financial war attack that was deliberately planned and initiated by the owners of international mobile capital ultimately served to pin one nation after another to the ground--nations that not long ago were hailed as "little tigers" and "little dragons." Economic prosperity that once excited the constant admiration of the Western world changed to a depression, like the leaves of a tree that are blown away in a single night by the autumn wind. After just one round of fighting, the economies of a number of countries had fallen back ten years. What is more, such a defeat on the economic front precipitates a near collapse of the social and political order. The casualties resulting from the constant chaos are no less than those resulting from a regional war, and the injury done to the living social organism even exceeds the injury inflicted by a regional war. Non-state organizations, in this their first war without the use of military force, are using non-military means to engage sovereign nations. Thus, financial war is a form of non-military warfare which is just as terribly destructive as a bloody war, but in which no blood is actually shed. Financial warfare has now officially come to war's center stage--a stage that for thousands of years has 52 been occupied only by soldiers and weapons, with blood and death everywhere. We believe that before long, "financial warfare" will undoubtedly be an entry in the various types of dictionaries of official military jargon. Moreover, when people revise the history books on twentieth-century warfare in the early 21st century, the section on financial warfare will command the reader's utmost attention. The main protagonist in this section of the history book will not be a statesman or a military strategist; rather, it will be George Soros. Of course, Soros does not have an exclusive monopoly on using the financial weapon for fighting wars. Before Soros, Helmut Kohl used the deutsche mark to breach the Berlin Wall--a wall that no one had ever been able to knock down using artillery shells. After Soros began his activities, Li Denghui used the financial crisis in Southeast Asia to devalue the New Taiwan dollar, so as to launch an attack on the Hong Kong dollar and Hong Kong stocks, especially the "red-chip stocks." [Translator's note: "red-chip stocks" refers to stocks of companies listed on the Hong Kong stock market but controlled by mainland interests.] In addition, we have yet to mention the crowd of large and small speculators who have come en masse to this huge dinner party for money gluttons, including Morgan Stanley and Moody's, which are famous for the credit rating reports that they issue, and which point out promising targets of attack for the benefit of the big fish in the financial world. These two companies are typical of those entities that participate indirectly in the great feast and reap the benefits.
In the summer of 1998, after the fighting in the financial war had been going on for a full year, the war's second round of battles began to unfold on an even more extensive battlefield, and this round of battles continues to this day. This time, it was not just the countries of Southeast Asia, (which had suffered such a crushing defeat during the previous year), that were drawn into the war. Two titans were also drawn in--Japan and Russia. This resulted in making the global economic situation even more grim and difficult to control. The blinding flames even set alight the fighting duds of those who ventured to play with fire in the first place. It is reported that Soros and his "Quantum Fund" lost not less than several billion dollars in Russia and Hong Kong alone. Thus we can get at least an inkling of the magnitude of financial war's destructive power. Today, when nuclear weapons have already become frightening mantlepiece decorations that are losing their real operational value with each passing day, financial war has become a "hyperstrategic" weapon that is attracting the attention of the world. This is because financial war is easily manipulated and allows for concealed actions, and is also highly destructive.»
Da Unrestricted Warfare, di Qiao Liang and Wang Xiangsui (Beijing: PLA Literature and Arts Publishing House, February 1999). Una versione ridotta del documento è pubblicata a http://www.infowar.com/mil_c4i/00/un...tedwarfare.pdf . Le nostre citazioni sono tratte dalle pagg. 47-48 e 51-53.

(5) Come è noto, la diplomazia turca ha posto come condizione al proprio appoggio all’azione degli USA il riconoscimento degli interessi turchi nella regione irakena settentrionale di Mosul e Kirkuk (di enorme importanza strategica ed economica, etnicamente curda). Secondo la stampa turca, un accordo concluso agli inizi di febbraio fra Ankara e Atene imporrebbe alle truppe USA l’onere di impedire una eventuale occupazione delle due città da parte dei Curdi, mentre l’esercito turco si limiterebbe a fornire un appoggio limitato.

(6) Di recente è stata avanzata una interessante ipotesi per spiegare la politica del Cremlino nei confronti degli USA riguardo alla questione irakena. In sostanza, si tratterebbe di una specie di baratto: la FR si sarebbe impegnata a sostenere di fatto la politica dell’amministrazione Bush in Medio Oriente (dall’attacco contro l’Irak fino all’occupazione militare del paese ed alla sua disgregazione), ricevendo in cambio il consenso e l’appoggio degli USA nel guadagnare una posizione egemone nel mercato petrolifero mondiale. Gli accordi “segreti” in materia sarebbero stati presi prima a Mosca (in occasione della dichiarazione congiunta USA-Federazione Russa sulla cooperazione in campo energetico, maggio 2002), poi a Huston, Texas (in occasione del Forum sull’Energia dell’ottobre 2002, che ha visto la partecipazione delle più importanti compagnie russe del settore e che si sarebbe concluso con un accordo sul ruolo di stabilizzazione del mercato mondiale del petrolio da parte della FR). In altre parole, alla FR sarebbe stato concesso il ruolo che fin qui è stato dell’Arabia Saudita: funzionare da elemento stabilizzatore del mercato petrolifero mondiale, compensando il fattore destabilizzante rappresentato oggi, prima di tutto, dalla stessa iniziativa diplomatica e militare degli USA. In cambio la FR vedrebbe sancita per molti anni a venire la propria posizione (di fatto realizzatasi già dal febbraio 2002) di primo esportatore al mondo di petrolio, assicurandosi una facile fonte di finanziamento del bilancio statale.
La spiegazione non regge. Il ruolo dell’Arabia Saudita era basato sul fatto che questo paese ha sempre avuto un ampio potenziale di produzione non usato: quando la domanda mondiale di greggio cresceva, o quando gli stati “ribelli” all’interno dell’OPEC tentavano di limitare l’offerta allo scopo di far salire il prezzo del greggio, l’Arabia Saudita interveniva aumentando la propria produzione ed esportazione e stabiulizzando il prezzo mondiale del greggio. Questo schema ha funzionato per decenni. Ma alla FR manca proprio il pezzo fondamentale del meccanismo: la FR produce già al 100% della proprioa capacità e pertanto – volente o nolente – non è in grado di offrire nulla (su questo piano) in cambio del proprio presunto “consenso” all’aggressione USA contro l’Irak.
Una prova di quanto si è detto? Lo sciopero dei dirigenti e lavoratori della compagnia petrolifera statale Petroleos de Venezuela dagli inizi del dicembre 2002 ha tolto dal mercato qualcosa come 2,3 milioni di barili al giorno di petrolio e derivati, metà dei quali destinati proprio al mercato degli USA. Una tipica situazione in cui lo schema sopra descritto avrebbe potuto trovare un’utile applicazione… Eppure non risulta che la FR abbia provveduto ad effettuare esportazioni supplementari di petrolio allo scopo di compensare il deficit delle esportazioni venezuelane.

(7) Una interessante analisi delle possibili risposte della Russia ad una situazione di “latente aggressione” da parte della superpotenza unica è contenuta nel documento riservato dell'IPROG -- Istituto per i Problemi della Globalizzazione, diretto da Mikhail Deljagin -- dal titolo "NATO: una lezione di terrore internazionale per la Russia". Lunghe citazioni di questo testo sono pubblicate nel primo capitolo del libro di M.Kalashnikov «Battaglia nei cieli» [Bitva za nebesa], Мosca 2002. Una versione modificata del capitolo è stata pubblicata in http://warweb.chat.ru/brokenswordn44.html . Il fatto che il testo dell’IPROG sia stato (evidentemente) redatto nel 1999 non toglie nulla alla sua attualità.
« Perché la Russia attuale non ha forze sufficienti per opporsi direttamente all'Occidente. Al tempo stesso è necessario compenetrarsi sempre più nel "terzo mondo" - economicamente, politicamente e spiritualmente, integrandosi, per quanto possibile, fra i paesi eurasiatici. E ricevere prestiti dal maggior numero possibile di paese, e non dai soli USA e in grande quantità - così da ridurre al minimo la dipendenza dagli USA stessi. L'IPROG consiglia inoltre di andare in direzione di una informale alleanza strategica con Europa, Giappone, Asia sud-orientale e Cina, «cedendo ad altri paesi più forti il ruolo pericoloso e dannoso di diretto concorrente degli USA» . «Da qui deriva il compito strategico: abbandonare la contrapposizione individuale, oggi eccessivamente gravosa sotto ogni punto di vista, passando dalla forma negativa, ma in quanto tale autodistruttiva e sfiancante, a quella positiva, consolidando l'obiettivo della cooperazione nel quadro dell'Eurasia... E' necessario trattenersi da qualsiasi conato di antagonismo nei confronti degli USA, sotto qualsiasi forma... "Interessi nazionali", "patriottismo" e altri termini analoghi devono essere messi ufficialmente al bando, fino a quando essi serviranno da appello al suicidio nazionale.... E' assolutamente necessario essere coscienti del grado di dipendenza della Russia dagli USA e dalla NATO e comprendere che, fino a quando la sovranità della Russia non sarà rafforzata dalle opportune risorse, essa avrà carattere simbolico. Riservatezza e modestia, queste le condizioni per la sopravvivenza del paese (il che non significa astenersi da attacchi psicologici e dall'uso della diplomazia: si tratta di giochi ai quali non si può non giocare, ma nemmeno lasciarsi andare eccessivamente...)»...».

(8) Vogliamo essere chiari su questo punto. Questo non significa in alcun modo farsi alcune illusione sulla posizione dell’Europa. L’Europa che oggi sembra avvicinarsi alla Russia è la stessa Europa che ieri ha attivamente partecipato al masacro della Serbia, che rifiuta di accordare ai cittadini di Kaliningrad il libero accesso al resto della Russia, che condanna l’operazione antiterrorista dell’esercito russo in Cecenia sotto l’etichetta di “oppressione ai danni del popolo ceceno”, che accoglie a braccia aperte il terrorista Zakaev e gli garantisce circolazione, difesa legale e pubblicità. Pronta a ripetere domani simili prodezze in nome, magari, del “libero Tatarstan”.
D’altra parte, se non esiste oggi alcuna “Europa eurasista”, è opportuno riconoscere che l’atteggiamento dell’Europa potrebbe evolversi in direzioni imprevedibili, proprio perché la stessa configurazione politica dell’Europa (e diciamo di proposito “Europa”, e non “Unione Europea”) è in questa fase quanto mai aperta verso sviluppi altrettanto imprevedibili.








La versione russa di questo testo è pubblicata da Poljarnaja Zvezda.