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    SENATORE di POL
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    Predefinito Un anno fa le Brigate Rosse assassinavano Marco Biagi

    E' giusto ricordare un uomo impegnato sul fronte difficilissimo (nel nostro paese) delle riforme su materie come il "mercato del lavoro", vilmente e barbaramente assassinato dal terrorismo rosso, mentre stava operando per trasformare e modernizzare il nostro paese, nell'interesse generale e dei lavoratori. Le sue idee vivono nel progetto del Governo che è stato recentemente approvato dalle Camere e che presto passerà alla fase attuativa attraverso i decreti applicativi dell'Esecutivo.

    da www.adnkronos.com

    " Un anno fa l'uccisione del professore da parte delle Brigate Rosse
    Casini: ''Biagi uomo delle Istituzioni al servizio del progresso''
    Il presidente del Senato, Pera: ''Le sue idee danno ora frutti''

    Marco

    Roma, 19 mar. (Adnkronos) -Marco Biagi e' stato ''sempre e costantemente uomo delle Istituzioni'', che ''ha lavorato per il progresso e per l'innovazione'', dando ''una lezione di civilta''', alla quale ''l'Italia deve guardare con riconoscenza e con orgoglio''. Lo ha sottolineato il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, ricordando, in apertura di seduta, la figura del professore ucciso un anno fa dalle Brigate Rosse.
    ''Biagi -ha affermato Casini in Aula alla Camera- non e' mai stato uomo di parte, ma sempre e costantemente uomo delle Istituzioni. Ha operato al servizio dello Stato e di tutta la collettivita' e dalla sua attivita' abbiamo tratto l'insegnamento che il riformismo non e' solamente un indirizzo culturale di pensiero ma e' una pratica quotidiana. E' un attegiamento fatto di pazienza e di costanza, di chiarezza di opinioni e di onesta' intellettuale, e' la ferma convinzione che la realta' si modifica operando al suo stesso interno, affrontando i nodi cruciali con serenita' e con competenza''.
    ''La sua -ha proseguito il presidente della Camera- e' una lezione di civilta'. Ad essa l'Italia deve guardare con riconoscenza e con orgoglio. Ad essa dobbiamo tutti riferirci per alimentare il senso della nostra adesione ai valori della liberta' e della democrazia, soprattutto nei momenti in cui a quei valori si attenta con la violenza e con lo spargimento del sangue di uomini innocenti''.
    Omaggio a Marco Biagi anche da parte del presidente del Senato, Marcello Pera in una commemorazione nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani. ''Il destino delle idee professate e delle opere compiute - ha detto Pera - e' quello di avere vita propria, di essere spesso riprese quando sembrano dimenticate, di dare frutti quando appaiono essiccate''. ''Sul terreno della flessibilita' del mercato del lavoro, delle nuove figure di lavoratori, delle diverse tutele -sottolinea Pera- Biagi produsse il Libro Bianco, di cui sono conseguenze la legge Biagi ora approvata e quella in via di approvazione, compresa la revisione del famoso articolo 18 dello Statuto dei lavoratori''.
    Pera non dimentica che Biagi ''fu molto apprezzato e stimato da uomini e governi di sinistra e di destra ma fu anche ostacolato come spesso accade a chi, pur tenendo fermi principi e valori, tenta nuovi strumenti per realizzarli. Fu incompreso, come succede a chi ha il coraggio di superare situazioni incrostate di ideologia. Fu denigrato, come se fosse stato un avversario o un 'collaterale' al padrone, secondo una vecchia terminologia morta nel lessico politico e sindacale ma che ancora compare sulla bocca di alcuni''.
    "

    Cordiali saluti

  2. #2
    SENATORE di POL
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    http://www.ilsole24ore.com/SoleOnLin...22.0.989132150


    " L’ULTIMA BICICLETTA



    19 marzo 2002. La primavera a Bologna la senti spuntare ancor prima di Pasqua. Le colline che proteggono la città cambiano i colori in fretta. Dal verde dell’erba puoi perfino osservare le sfumature delle foglie degli alberi che stanno intorno. E i profumi sono già forti nell’aria. Gli odori e i sapori non sanno di mare ma di Appennino che è terra dura da coltivare. Sotto i portici, lungo i viali e le direttrici che portano al centro, fin dal mattino, in molti lasciano nei parcheggi le automobili e pedalano in silenzio sopra biciclette lucidate, pitturate di fresco, le più vecchie, con i freni a bacchetta, arrugginite nel corso del tempo. E’ un rito al quale non si può rinunciare. Del resto Bologna non è poi così diversa da quei paesi che osservi dal finestrino di un treno lungo la via Emilia, dove in bicicletta si gira d’estate e d’inverno. Allo stesso modo, con le magliette a mezze maniche e il cappotto. Ci si sposta per comprare il giornale, raggiungere i luoghi di lavoro, i supermercati nei giorni delle grandi spese, a giocare alle carte nei bar al sabato mattina mentre la nebbia sale dai fossi e rende il paesaggio umido e irreale. Un mezzo pulito, silenzioso, ecologico, pratico.

    Marco Biagi ricopre il ruolo di consulente del ministero del Welfare. Un esperto di mercato del lavoro, un giuslavorista. Insegna, interviene ai convegni, scrive editoriali sul Sole 24 Ore, programma leggi e politiche governative. Un uomo assai conosciuto nel suo ambiente di professori e studiosi ma lontano dai riflettori della politica nazionale.

    Biagi è un gran pedalatore. Uno che macina parecchi chilometri al giorno. Bologna è la sua città e anche per lui la bicicletta è una passione. Qualcosa di più di una semplice necessità. Sopra le due ruote pedala da quando aveva ancora i calzoni corti. E quelle strade di Appennino le conosce a memoria, curva dopo curva. Le salite, la pianura, le risalite e le lunghe discese. Le può affrontare quasi ad occhi chiusi, prendendo fiato, caricando di aria i polmoni, premendo forte sui muscoli delle gambe, sui polpacci, azionando i rapporti del cambio per raggiungere la giusta velocità, quella che permette il massimo risultato con il minimo sforzo. Ma pedalare costa fatica e allenamento. Non basta solo la passione. Dicono che certe domeniche Biagi salisse sui tornanti del Mongardino, toccando la Crocetta e il Fossato. Da solo o con gli amici di sempre. Dicono quelli che lo conoscevano bene.

    Un uomo e la sua bicicletta. E’ l’immagine di quella fredda sera di marzo bolognese. Biagi è da solo. Lui pedala dalla stazione a via Valdonica, una stradina stretta che per andarci devi conoscere bene il dedalo di vicoli, e piazzette, e antichi cammini, tra palazzi del Quattrocento e negozi sfavillanti, all’ultima moda. Si trova nel ghetto ebraico, a due giri di cambio dall’Università. Se si conoscono i percorsi giusti, tagliando la città a zig zag, ci si può mettere non oltre dieci minuti. Su quella bicicletta porta una borsa di pelle nera, carica di documenti, ricerche, articoli già pronti, relazioni, soprattutto idee e progetti. E’ ben visibile, come un simbolo. Dentro c’è gran parte della sua vita.

    Alla stazione di Bologna, Marco Biagi giunge dopo aver preso il treno da Modena, dove insegna all’università. E’ amato dai suoi allievi, stimato dai suoi colleghi. Per raggiungerli, ogni giorno compie lo stesso percorso, giorno e sera. E sul treno locale leggono e pensano altri studenti e lavoratori. Ma su quella vettura non ci sono solo pendolari, quei volti che accompagnano di solito i suoi brevi spostamenti.

    Sul locale da Modena a Bologna, due uomini delle Brigate Rosse sono probabilmente seduti accanto a Biagi. Vicini quanto basta ma non troppo, proprio senza destare alcun sospetto. Lo sfiorano chissà quante volte. Osservano ogni suo spostamento, ogni gesto, ogni sospiro. Quel tratto di ferrovia che corre parallela alla pianura emiliana lo hanno già compiuto altre volte, nei giorni silenziosi dell’inchiesta. Seguire l’obiettivo con la massima discrezione, annotare sopra taccuini orari, coincidenze, verificare le abitudini, prendere i tempi di un’azione armata. Praticamente un lavoro a tempo pieno. Lo pedinano in altre città italiane: a Roma dove Biagi si reca per le consulenze al ministero del Welfare, a Pianoro e Marina di Ravenna dove si riposa d’estate e incontra gli amici, a Modena dentro e fuori l’Università.

    Vittima e carnefici, ora si trovano su quel treno. Trenta chilometri da stazione a stazione. Capannoni industriali, ettari di terra delimitati da rigagnoli d’acqua, trattori, cascinali, case basse, aziende che portano nomi conosciuti dalla pubblicità. E sullo sfondo si scorgono le colline dell’Appennino.

    Marco Biagi scende dalla carrozza e cammina lungo il binario 1 del piazzale ovest della stazione di Bologna. Ad attendere il locale proveniente da Modena, c’è solo un giovane dall’aspetto normale. S’incontra con una sua coetanea scesa da quel treno. I due ragazzi si abbracciano, poi si baciano e se ne vanno. Ai più sembrano effusioni un po’ forzate.

    Biagi si trova ora fuori dalla stazione. Le telecamere della Polizia Ferroviaria sono sempre accese. Quando è sera funzionano con i raggi infrarossi. Così gli uomini non sono più ombre che camminano, i loro contorni restano ben visibili e in primo piano. L’immagine che ritrae Biagi è poi inconfondibile: alto, con i capelli argentati, non ci si può sbagliare con altre figure. Lui attraversa la piazza, attende il verde del semaforo e taglia di traverso la strada. Entra nella Galleria Due Agosto, dedicata alla strage del 1980. Lì ritrova la sua bicicletta parcheggiata. Nera, con un sellino da velocità, il portapacchi, il fanale grigio metallizzato, la dinamo inserita. I brigatisti lo seguono fino alla Galleria, si accertano che salga sulla due ruote. La sagoma di Biagi verrà ripresa più volte dagli impianti televisivi a circuito chiuso di banche, società, istituzioni, posizionati lungo l’ultimo tragitto che lo porta in via Valdonica.


    I brigatisti accendono uno dei due telefoni cellulari, quelli acquistati alcuni mesi prima. Nell’apparecchio è già attiva la scheda prepagata Wind che i terroristi comprano in modo regolare da un rivenditore, senza lasciare documenti d’identità. L’impulso viene captato e registrato da una cella telefonica che copre gran parte del centro città, vicino alla casa di Biagi, in via Marsala o via Goito. L’attivazione della scheda viene fatta pochi minuti prima e a pochi metri dal luogo dell’omicidio. Come per trasmettere un messaggio:siamo noi delle Brigate Rosse.

    I tre killer sono già sotto l’abitazione di Biagi. Due di loro portano indossano i caschi integrali, nella mano hanno la sigaretta accesa. Attendono il professore sopra un motorino di colore scuro. Tra loro fanno finta di parlare. Il terzo è a piedi, a volto scoperto. Quando vedono arrivare Marco Biagi risalgono di qualche metro la via, come per andargli incontro. Il terzo resta immobile sul limite del porticato davanti all’entrata. Sorveglia la strada. Le armi stanno nei loro giubbotti. Sono tutti uomini. Così almeno appare ai pochi testimoni che assistono da lontano all’agguato.

    Sono le 20,05. Numero 14 di via Valdonica a Bologna. Il freddo di marzo comincia a pungere davvero e la scena dell'omicidio é fulminea. Marco Biagi si trova davanti al portone, lega la bicicletta, posa la borsa di pelle nera sul marmo bianco dell’ingresso. Sta per infilare le chiavi nella toppa……

    Le 20,06. Solo una voce acuta giunge alle sue spalle. “Professore….ehi professore”. Neanche un secondo, una mezza frase, comprendere il pericolo, urlare, perfino fuggire, via lontano, in qualche anfratto del vecchio ghetto ebraico, magari una mezza frase che possa inserirsi tra le finestre aperte di un appartamento, quelle illuminate dalla luce di una stanza. Non una parola. Biagi si volta di scatto e comprende ciò che accade. Ma gli assassini non danno tempo ai suoi pensieri.

    Sei colpi in rapida successione vengono sparati da una pistola 9x17 tipo
    corto, forse una Makarov, una Franchi Llama, altre marche che producono
    armi corte. L'uomo aziona la pistola automatica che a differenza di
    quella a tamburo espelle i bossoli. Il killer utilizza così la tecnica
    del sacchetto di plastica agganciato all'otturatore per impedire che i
    bossoli espulsi cadano a terra. I brigatisti non intendono offrire agli
    inquirenti elementi importanti per l'inchiesta, ma l'escamotage rischia
    di complicare l'uso dell'arma. Ecco perché il killer se ne libera e preme
    il grilletto altre volte. Sono sei proiettili che fermano il cammino di
    Marco Biagi.

    Le 20,15. Biagi spira tra le braccia degli operatori del 118. Sotto i portici di via Valdonica ora c’è soltanto silenzio. L’ambulanza è parcheggiata in vicolo Luretta. Il corpo del professore é riverso sul pavimento. Sei testimoni assistono alla scena del delitto. Due killer fuggono in motorino, il terzo a piedi. Tre bossoli saranno ritrovati dagli investigato. Sul portone scuro, una mano forse diversa da quella degli assassini disegna una stella a cinque punte. Resta ancora appoggiata alla parete, ciò che resta della sua ultima bicicletta.

    Quando viene ucciso dalle Brigate Rosse- Partito Comunista Combattente, Marco Biagi ha 51 anni. E’ sposato con Marina Orlandi e ha due figli maschi: Lorenzo e Francesco. Dal 2001 é membro del Consiglio nazionale dell'Economia e del Lavoro., é impegnato nel suo ruolo di consulente del ministero del Welfare guidato da Roberto Maroni. Professore di diritto del lavoro nel dipartimento di economia aziendale dell'università di Modena e Reggio Emilia, Biagi é anche l’editorialista del Sole-24 Ore sui temi del mercato del lavoro.

    L’obiettivo scientifico e culturale di Marco Biagi è modernizzare il diritto del lavoro in chiave europea, armonizzare le leggi in vigore nel nostro paese con quelle degli altri stati membri dell’Unione. Un’impresa non facile. Da pochi mesi,l’Europa è infatti una realtà economica con l’avvento dell’euro ma stenta a divenire un unione politica. Con questo spirito lavora prima con Tiziano Treu al ministero del Lavoro, poi con Gabriele Albertini e Stefano Parisi per il Patto di Milano del '99,infine approda al ministero con Roberto Maroni. Offre un contributo decisivo alla stesura del "Libro Bianco sul mercato del lavoro in Italia. Proposte per una società attiva e per un lavoro di qualità". A lui e Tiziano Treu appartiene il progetto dello "Statuto dei lavori", il passaggio dallo Statuto dei lavoratori degli anni '70, alle tutele per i nuovi lavori, quelli cosiddetti "atipici".

    Un uomo mite, un moderato. Sul piano politico fa parte della tradizione dei riformisti. Cattolico praticante, si avvicina ai socialisti. E’ nel gruppo bolognese del Movimento per il lavoro di Labor, negli anni ‘70. Alle elezioni amministrative del ’99, Biagi si candida per lo Sdi nello schieramento di centrosinistra contro Giorgio Guazzaloca. Poi diviene simpatizzante della Margherita. Del progetto di unire le forze centriste dell’Ulivo è un attento osservatoreartecipa ad uno dei congressi di fondazione e alle elezioni politiche del 2001 vota per il partito di Rutelli, lo stesso di Prodi. Biagi è anche consulente della Confindustria: contribuisce alla definizione del documento sulla competitività presentato nel 2001 a Parma. Frequenta il gruppo dell'Arel di Beniamino Andreatta e Enrico Letta. E’ amico di Romano Prodi, con cui spesso gira in bicicletta per la sua Bologna.

    Marco Biagi viene protetto dall’estate 2000 all’autunno 2001. a seguito della sua partecipazione al “Patto per Milano”. Poi non ottiene una scorta adeguata, nonostante le sue ripetute richieste al ministero dell’Interno, ai Prefetti, alle Questure e alle massime autorità dello Stato. Si sente minacciato. Lo scrive a chiare lettere in alcune missive inviate al Ministro Roberto Maroni, al sottosegretario Maurizio Sacconi, al direttore di Confindustria Stefano Parisi, al Presidente della Camera Pierferdinando Casini, al Prefetto di Bologna Sergio Iovino. Riceve telefonate minatorie, come quella nel giorno in cui il ministero dell’Interno gli toglie la scorta. “Ti hanno tolto gli angeli custodi”-afferma l’anonimo interlocutore. E’ dunque un facile obiettivo da colpire. Come Massimo D’Antona, Roberto Ruffilli, Ezio Tarantelli. Come altri ancora lo sono stati nel passatol giudice Emilio Alessandrini, il professor Guido Galli, il vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura Vittorio Bachelet, il giornalista del Corriere della Sera Walter Tobagi, il vicedirettore della Stampa Carlo Casalegno. Biagi é metodico, rientra nella sua abitazione di via Valdonica 14 a Bologna più o meno alla stessa ora. I suoi impegni nei convegni sono prevedibili e annunciati dai giornali. Prima di essere ucciso si confida con gli amici, con parenti e la moglie. Ha paura, si sente nel mirino dei terroristi. “Non vorrei fare la fine di Massimo D’Antona”, afferma più volte in quei giorni.

    Marco Biagi è un consulente dello Stato che lo Stato non ha saputo difendere. Ucciso perché lasciato inerme. Solo con le sue idee.
    "

    Saluti liberali

  3. #3
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    Predefinito Onoriamo la sua figura di specchiato,leale riformista al servizio della Nazione.

    Ricordiamo dunque il suo eroico sacrificio,e idealmente,tutti gli innumerevoli altri martiri dello Stato,caduti per la mano vile delle Brigate Rosse e del terrorismo in genere:i "nemici del proletariato" Tarantelli,Ruffilli,Bachelet,D' Antona,gli "sbirri fascisti" come il sovrintendente della Polfer Emanuele Petri appena 2 settimane fa,il colonnello dei carabinieri Varisco,il generale della Benemerita Galvaligi,gli uomini delle scorte del procuratore Coco e di Aldo Moro.

    Shalòm!


    Tsabar

  4. #4
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    da www.avvenire.it

    " NUOVA EVERSIONE
    Un uomo vicino all’ex leader Senzani e uscito indenne da altre inchieste avrebbe passato informazioni riservate sulle riforme del ministero del Lavoro

    Un vecchio Br la talpa di Biagi?

    Più difficile raggruppare tutte le inchieste alla procura di Roma: a Firenze, contro la Lioce il gip sostiene che siano competenti i pm toscani

    Da Roma

    Avrebbe poco meno di 60 anni e da più di un ventennio sarebbe consulente del ministero del Lavoro e ricercatore all'università di Modena. Alla fine degli anni '70 sarebbe stato uno dei «ragazzi del Welfare», di coloro cioè che aiutarono l'allora consulente del ministero della Giustizia Giovanni Senzani, che poi si scoprì essere uno dei capi delle Br. Sarebbe questo l'identikit della talpa brigatista («forse inconsapevole») al ministero del Welfare, secondo quanto pubblicato dal quotidiano La Padania e firmato dall'ex vicequestore Arrigo Molinari. Il nome, al quale gli inquirenti sarebbero arrivati anche grazie a documenti e appunti trovati addosso ai due Br Nadia Lioce e Mario Galesi è ancora «top secret». Ma i sospetti si sarebbero concentrati «su questo assistente universitario definito topo di segreteria enucleando il suo nome da una rosa di 30 possibili candidati al poco invidiabile ruolo di talpa». L'uomo viene ricordato «tra i portaborse dell'allora insospettabile Senzani», ai te mpi in cui collaborava con lo Stato, ma anche con le Br. E proprio all'esperienza degli anni '80, quando cioè «l'egemonia di Senzani su buona parte delle Br è un fatto acquisito», secondo l'ex vice-questore, si richiama «questa esperienza nuova del terrorismo». Che ci potesse essere una talpa collegabile al Ministero era un'ipotesi che era già emersa all'indomani dell'omicidio del professore Massimo D'Antona. La pista era suffragata dal fatto che la rivendicazione degli omicidi dei due consulenti del governo era scritta da una persona molto esperta delle riforme che erano iniziate con il governo D'Alema e proseguite con l'attuale esecutivo. La notizia dell'identificazione della presunta talpa delle nuove Br non ha registrato smentite. Sembra comunque sempre più in salita la strada intrapresa dalla procura di Roma di portare nella capitale tutti i filoni dell'indagine sulle Br. Se infatti a Bologna i magistrati hanno iscritto il nome di Nadia Desdemona Lioce nel registro degli indagati per l'omicidio Biagi, il gip del capoluogo toscano, Antonio Crivelli, ha contestato alla terrorista, nel corso dell'interrogatorio svoltosi lunedì in carcere, una nuova ordinanza che, integrando quella già emessa per l'omicidio del sovrintendente Petri, aggiunge altre aggravanti. Non solo, ma il giudice si è inserito nella «sfida» tra le tre procure spiegando in un provvedimento notificato all'avvocato Attilio Baccioli, legale della Lioce, che a nulla vale l'apertura, cronologicamente anteriore, di un procedimento per banda armata da parte della magistratura romana perché questa possa vantare la competenza per connessione. Il giudice, poi, nel provvedimento si sofferma sull'osservazione del difensore secondo cui un procedimento per banda armata è già pendente a Roma. Per Crivelli, non c'è incompetenza per connessione. E poiché il reato di banda armata è meno grave del reato di omicidio con finalità di terrorismo su cui sta indagando Firenze, «ne consegue l'insuscettibilità del procedi mento pendente avanti all'autorità giudiziaria di Roma di esercitare forza attrattiva nei confronti del presente procedimento». Intanto è praticamente arrivata a conclusione l'inchiesta sulla mancata protezione al professor Biagi, coordinata dai Pm Giovanni Spinosa e Antonello Gustapane. L'indagine ha visto indagati il capo dell' Antiterrorismo Carlo De Stefano, il suo vice Stefano Berrettoni, il questore di Bologna Romano Argenio e il prefetto Sergio Iovino, la cui posizione fin dalle prime battute è però parsa avviata all'archiviazione. Per tutti, oltre al rifiuto di atti d'ufficio, viene ipotizzata la cooperazione in omicidio colposo.
    "


    Cordiali saluti

  5. #5
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    Predefinito Re: Onoriamo la sua figura di specchiato,leale riformista al servizio della Nazione.

    Originally posted by Tsabar
    Ricordiamo dunque il suo eroico sacrificio,e idealmente,tutti gli innumerevoli altri martiri dello Stato,caduti per la mano vile delle Brigate Rosse e del terrorismo in genere "nemici del proletariato" Tarantelli,Ruffilli,Bachelet,D' Antona,gli "sbirri fascisti" come il sovrintendente della Polfer Emanuele Petri appena 2 settimane fa,il colonnello dei carabinieri Varisco,il generale della Benemerita Galvaligi,gli uomini delle scorte del procuratore Coco e di Aldo Moro.

    Shalòm!


    Tsabar

    Le debbo ricordare che:

    Tutti i vecchi Brigatisti sono in carcere, oppure sono stati puniti.
    I nuovi sono ricercati, ed in carcere.

    Il politico che chiamó Biagi "un ROMPICOGLIONI CHE VUOLE FARSI RINNOVARE IL MANDATO" é stato fatto uscire "dalla Porta" e rientrare "dalla Finestra"... ultimamente é stato bersagliato di "Amarcord" dalla stessa maggioranza , che poi é stata commissionata da Berlusconi.

    Oliviero

  6. #6
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    da www.lastampa.it

    " L´ECONOMISTA ASSASSINATO DALLE BR RICORDATO IERI A ROMA, BOLOGNA E MODENA
    «Avanti sulla strada delle riforme»
    Il governo: restiamo fedeli al testamento di Biagi

    20/3/2003



    ROMA

    È passato un anno dall´assassinio da parte delle Br di Marco Biagi, e ieri è stato il giorno del ricordo e della commozione. Nel corso di una serie di cerimonie, tra Roma, Bologna (la sua città) e Modena (la città dove insegnava), la famiglia, le massime autorità istituzionali, gli amici, tante personalità del mondo politico e sociale hanno ricordato la figura del giuslavorista, vittima del terrorismo come Massimo D´Antona. Biagi, strettissimo collaboratore del ministero del Welfare e protagonista nella stesura del «Libro Bianco sul lavoro», venne ucciso dai brigatisti proprio nel mezzo di un durissimo scontro sociale che allora (come oggi, per certi versi) opponeva sostenitori e critici della necessità di introdurre radicali cambiamenti alle regole del mercato del lavoro. Un omicidio orribile, sulla soglia di casa, reso ancora più orribile dall´assenza di protezione a Biagi da parte delle forze dell´ordine, tante e tante volte richiesta - ma incredibilmente mai concessa - dal professore. Che si sentiva nel mirino dei terroristi. «Quello delle riforme - ha detto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, nel corso della cerimonia romana a Palazzo Giustiniani - è un impegno che dobbiamo portare avanti per onorare il mandato che ci ha dato la maggioranza degli italiani, ma anche per rispettare il sacrificio di Marco Biagi». Insomma, «il governo vuole restare fedele al testamento che Biagi ci ha lasciato, e il nostro impegno resta quello di riformare dal profondo questo Stato, a partire dalla riforma del mercato del lavoro, la riforma Biagi, e da quella della scuola». Berlusconi ha anche espresso «il sentimento di tutto il governo di essere corresponsabili di uno Stato che non ha saputo offrirgli quella sicurezza e quella protezione che lui aveva invano richiesto». Per il ministro del Welfare Roberto Maroni, il sogno di Marco Biagi era «realizzare una società più giusta, e questo significa completare il processo di riforme del sistema economico e sociale. Questa sfida oggi abbiamo cominciato a vincerla». La commemorazione era stata aperta dal presidente del Senato Marcello Pera, che ha definito Biagi come «un uomo a cui le etichette non importavano niente», che veniva offeso non dalle critiche al suo «Libro Bianco», «il capolavoro della sua vita», ma dall´impossibilità di «scendere sul terreno della rissa», dalla «delusione di fronte a chi si rifiutava di dialogare». Alla Camera, intanto, un lungo applauso ha accolto le parole del Presidente Pierferdinando Casini: «quella di Marco Biagi -a ha detto - è una lezione di civiltà: ad essa l'Italia deve guardare con riconoscenza ed orgoglio».
    Moltissime le personalità che hanno espresso il loro commosso ricordo del professore bolognese: i leader di Cisl e Uil Savino Pezzotta e Luigi Angeletti, il presidente di Confindustria Antonio D´Amato, Francesco Rutelli e Piero Fassino. Altre cerimonie a Bologna, accanto alla porta di casa di via Valdonica, in un´assemblea con delegati e militanti sindacali - cui ha partecipato Olga D´Antona, vedova dell´altro giuslavorista colpito dalle Br - e a Modena. A sorpresa, a Palazzo Giustiniani è stata notata la clamorosa assenza di rappresentanti della Cgil. A quanto pare, qualcosa è andato storto: gli uffici di Pera sostengono che la Cgil era stata invitata, ma a Corso d´Italia non c´è traccia né dell´invito ufficiale, né di altri contatti per assicurare la presenza di un rappresentante del sindacato che non ha firmato il «patto per l´Italia». Da Firenze, Guglielmo Epifani ha parlato di «giorno triste», e ha detto che «uccidere un uomo di grande valore, con il quale avevamo avuto punti di vista anche diversi, è attaccare alla radice quello che deve essere il rispetto della persona, del suo ruolo, della sua libertà e funzione». Intanto, l´articolo 18 continua a sollevare polemiche. Argomento, l´emendamento presentato al Senato dal forzista Barelli che rende definitiva la modifica «sperimentale» introdotta dal «Patto per l´Italia» alle regole sui licenziamenti. Cisl e Uil, con Pezzotta e Angeletti che chiedono al governo di chiarire una volta per tutte la sua posizione. Ma il ministro del Welfare Maroni, a domanda, risponde con un «no comment».

    Roberto Giovannini
    "

    Saluti liberali

 

 

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