di Elisabeth Hellenbroich e Muriel Mirak-Weissbach



La battaglia di metà febbraio circa la guerra o la pace ha provocato un cambio di paradigma nella politica mondiale. Da una parte, “l’ultima superpotenza rimasta” e i suoi vacillanti amici del cuore britannici, disprezzando le dimostrazioni a livello mondiale contro la guerra di decine di milioni di persone e la crescente resistenza tra le altre nazioni, hanno fatto arrogantemente capire che la loro pazienza sta giungendo al termine e questo significa una nuova risoluzione dell’ONU per giustificare una guerra preventiva all’Iraq nelle prossime settimane. Dall’altra parte, sta quella che un editoriale del New York Times del 17 febbraio ha chiamato una seconda superpotenza - la mobilitazione dell’opinione pubblica. Il dilemma è divenuto di una chiarezza cristallina durante la sessione del 14 febbraio del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che si è conclusa con una sconfitta diplomatica del Segretario di Stato americano Colin Powell. Dal momento che i rapporti degli ispettori sugli armamenti dell’ONU Hans Blix e Mohammed El-Baradei erano inaspettatamente positivi, la maggioranza dei 15 membri del Consiglio di Sicurezza - ad eccezione di Spagna, Regno Unito e Bulgaria - si pronunciava contro l’intransigente posizione di Powell, che rifiutava la continuazione delle ispezioni in favore del disarmo dell’Iraq attraverso mezzi militari, salvo che l’Iraq non dimostri di avere distrutto le armi di massa. Powell ritiene che ne possieda, il Ministro degli Esteri francese Dominique de Villepin, esprimendo con forza il punto di vista pressoché universale, affermava, "Si devono ottenere ispezioni più efficaci, attraverso la piena cooperazione da parte dell’Iraq.... Diamo agli ispettori la possibilità, perché nessuno può immaginare che una guerra conduca ad un mondo più giusto. La guerra è sempre un segno di fallimento." Citando indagini di intelligence francesi, de Villepin negava decisamente il rapporto di Powell del 5 febbraio su un probabile collegamento tra l’Iraq e il network terroristico al-Qaeda. Egli faceva poi nuovamente appello alla "responsabilità morale" dei capi di governo e di stato: "Noi siamo i custodi della coscienza; abbiamo la responsabilità sulle nostre spalle. E chi oggi vi dice questo è un vecchio paese, la Francia, un continente come il mio, l’Europa, che ha conosciuto guerre, occupazione, barbarie. Un vecchio paese che non dimentica e che sa quanto deve ai combattenti per la libertà provenienti dall’America e da altri paesi durante la Seconda Guerra Mondiale." Il discorso di de Villepin è stato accolto da un applauso, un unico e storico gesto per il Consiglio di Sicurezza. Il Ministro degli Esteri cinese Tang Jiaxuan proseguiva in modo inequivocabile: "La maggioranza qui ritiene che agli ispettori dovrebbe essere dato il tempo di cui hanno bisogno e che debba essere fatta ogni cosa per assicurare la pace." Facendo eco al riferimento di de Villepin al "vecchio continente europeo," e "alla vecchia Francia," egli dichiarava: "La Cina è un’antica civiltà. I nostri antenati prima della nostra epoca diffusero l’idea che la pace è la migliore possibilità per la coabitazione tra i popoli. Pace e sviluppo sono anche le condizioni più importanti per la coesistenza tra i popoli....Solo quando si ricerca una soluzione politica, si possono soddisfare le aspettative di fiducia e di speranza della comunità internazionale, che essa ripone nel Consiglio di Sicurezza.."

Dimoostrazioni impreviste a livello mondiale
Il 15 febbraio, giorno degli enormi raduni globali, il pre-candidato democratico alle presidenziali Lyndon LaRouche descriveva il dilemma dell’Amministrazione Bush "Siamo giunti ad un punto in cui la guerra non è ancora scongiurata. Ma abbiamo visto il mondo muoversi da un punto di pessimismo su una guerra inevitabile ad una forte convinzione, anche nei leaders che in precedenza avevano mostrano codardia o incertezza, di essere ora determinati, nell’interesse dell’intera specie umana. Questa guerra non avverrà!" LaRouche ha rievocato le famose parole del Presidente Abraham Lincoln, "Non potete ingannare tutto il popolo per tutto il tempo." E ha fatto notare, "Grandi guerre che non servono accadono di continuo. Tuttavia, prima o dopo, la gente realizza. Essa non può essere presa in giro per sempre." Quel weekend ha visto le più grandi dimostrazioni mondiali contro la guerra dai tempi della Guerra del Vietnam. In più di 600 città di 72 paesi, decine di milioni di persone si sono impadroniti delle strade. Esse si sono rivolte non solo al governo degli Stati Uniti, ma anche a quegli altri che sostengono con forza la corrente della guerra (Italia, Spagna, Regno Unito e parecchi paesi dell’Europa Orientale) e si trovano contro la schiacciante opposizione dei loro cittadini. Il messaggio è stato che la guerra darà i natali ad un mostro, che l’umanità non vuole un nuovo impero ma la pace attraverso lo sviluppo. E naturalmente, la "coalizione di chi lo vuole" è stata avvertita che quei capi di stato che disprezzano la posizione espressa dal loro popolo su tale argomento cruciale, potrebbero essere assai presto destituiti dalla loro carica. L’esempio più drammatico è stato il Primo Ministro inglese Tony Blair, per cui il più fedele alleato dei falchi USA potrebbe essere il loro tallone d’Achille nella partita per la guerra. I 2-3 milioni di persone che Blair ha in seguito insultato come "utili idioti di Saddam Hussein," hanno preso l’Iraq come catalizzatore della collera repressa per il collasso economico e culturale del paese. Il 20 febbraio il London Times scriveva che Blair era simultaneamente di fronte ad una ribellione crescente nel suo partito e non era ancora evidentemente riuscito a convincere l’establishment politico della necessità di una guerra. Anche all’interno degli Stati Uniti si sono svolte dimostrazioni. A New York in 250.000 hanno protestato con cartelli come: "Grazie Germania e Francia." Ulteriori dimostrazioni hanno avuto luogo in 12 altre città, comprese Chicago, Philadelphia, Miami, Seattle, Detroit, Los Angeles e Austin, capitale del Texas. L’editoriale del New York Times, "Un nuovo potere nelle strade," paragonava le dimostrazioni globali alle sollevazioni dell’Europa orientale del 1989 e alle “lotte di classe europee del 1848." Osservava "Il fratturarsi dell’alleanza occidentale contro l’Iraq e le enormi manifestazioni anti-guerra nel mondo di questo weekend, ci pongono in mente che sul pianeta possono esserci ancora due superpotenze: gli Stati Uniti e l’opinione pubblica mondiale." Nel suo tentativo di disarmare l’Iraq, Bush "sembra guardarsi negli occhi con un nuovo tenace avversario: i milioni di persone che hanno invaso le strade."

Sostegno al Vaticano, non a Roma
Tre milioni di Italiani hanno manifestato a Roma e in altre città, per esprimere il loro dissenso alla politica del Primo Ministro Silvio Berlusconi (che aveva firmato una lettera di sostegno alla politica di guerra con sette altri leaders europei, che è stata decisamente rigettata il 17 febbraio dall’Unione Europea) e la loro solidarietà con Papa Giovanni Paolo II. Il Vaticano, guidato dalle iniziative personali del Papa, sta cercando di utilizzare tutti i mezzi diplomatici per trovare una soluzione diplomatica alla guerra preventiva. Così, dopo aver ricevuto il Ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer (attuale presidente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU) il Papa riceveva il Vice Primo Ministro irakeno Tariq Aziz e il Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan. Tony Blair è stato messo nell’agenda degli incontri del Pontefice il 22 febbraio. Inoltre, il Papa ha spedito il suo inviato Cardinal Roger Etchegaray in missione speciale a Baghdad, dove ha avuto un colloquio di 90 minuti con Saddam Hussein e ha detto alla stampa che "Saddam Hussein vuole evitare la guerra ed è consapevole della propria responsabilità verso il suo popolo." Parlando del Vaticano, Etchegarray ha affermato, "Abbiamo il nostro proprio modo di esprimerci - come dice il Santo Padre - noi siamo la coscienza normale dell’umanità, che desidera la pace e non vede l’ora di averla." Quanto grandi siano le tensioni tra il Vaticano e l’Amministrazione USA è stato dimostrato da una secca dichiarazione del direttore della Radio Vaticana, Pasquale Borromeo, in risposta ai commenti fatti dal Consigliere per la Sicurezza Nazionale Condoleezza Rice, da Powell e da Bush. Bush si era riferito alle dimostrazioni mondiali definendole “irrilevanti” e affermava di non poter prendere decisioni politiche sulla base di "gruppi di fuoco." Powell aveva accusato Francia, Belgio e Germania di essere "impauriti.". Borromeo usava sulla Radio Vaticana un linguaggio insolitamente duro, che contrastava con la diplomazia del Papato, verso “il tono di Washington da missione di salvezza e l’atteggiamento da crociata." Gli Stati Uniti sembrano prendere la "diplomazia per una perdita di tempo, la legge internazionale per uno scimmiottare" e "le Nazioni Unite per un Club di Sofisti," ha detto la trasmissione. In Spagna, 3 milioni e mezzo di persone in 56 città si sono riversate nelle strade contro la guerra, un milione e trecentomila a Barcellona e un milione a Madrid. Le proteste sono state veementi contro la “politica irresponsabile” del Primo Ministro spagnolo José María Aznar, uno dei più vicini alleati di Bush nel conto alla rovescia verso la guerra. Aznar ha dichiarato che la voce del popolo lo ha lasciato indifferente e non ha avuto alcun effetto sulle decisioni del governo; egli è ora politicamente del tutto isolato. Il leader socialista José Rodríguez Zapatero ha commentato, "tutti in Europa e in America Latina sanno che la voce di Aznar non è quella della Spagna." Se Aznar non rinuncerà alla sua posizione intransigente, ha detto Zapatero, il popolo spagnolo gli presenterà presto il conto politico. A Berlino, la maggiore manifestazione dalla fondazione, nel 1945, della Repubblica Tedesca, ha portato in sfilata 500.000 persone per tutta la capitale. Tra i loro cartelli: "Schröder non è un soldato di Bush"; "Lavoro e Istruzione invece di Guerra e Armi." Stoccarda, Mainz, Heilbronn, Costanza ed altre città hanno visto delle dimostrazioni. A Parigi, in 200.000 gridavano, "Meglio dar fuoco a Bush che ai missili." A migliaia hanno dimostrato anche a Brest, Tolosa, Lione e Nizza. Oltre città coinvolte nella protesta sono state Bruxelles, Atene, con 200.000 persone, Stoccolma, con 30.000, Mosca, dove a migliaia si sono radunati davanti all’ambasciata USA, Minsk, con 2.000, Kiev, con 1500; Tokyo; Seul; Zagabria, Budapest; Varsavia,con 3.000; Sofia; come São Paolo, con 30.000 e l’Avana con 5.000. In Australia, l’ondata di protesta ha mobilitato 250,000 persone a Melbourne e Sydney, prendendo di mira per due giorni il Primo Ministro John Howard, uno stretto alleato della fazione della guerra di Washington.

La Turchia, l’Iran e i Curdi
Dal weekend del 14 febbraio sono emersi parecchi fattori a provocare ulteriori strappi al percorso della guerra. Uno comporta il raffreddamento tra il governo turco e Washington. Il Primo Ministro Abdullah Gul ha reiterato, come il leader del suo partito Reycep Erdogan che la Turchia non giungerà ad un accordo sullo spiegamento di truppe USA sul suo territorio (80.000, spera Washington), senza garanzie scritte sul compenso finanziario che essa richiede. Le voci sono diverse, ma questo compenso, sotto parecchie forme, si aggira sui 30 miliardi di dollari. Il 19 febbraio è stato annunciato che il parlamento turco non avrebbe affrontato il problema fino alla settimana successiva, rinviando così, se non annullando, lo spiegamento. Oltre il 90% della popolazione turca si oppone a qualsiasi guerra. Più decisiva forse del denaro, sebbene discussa meno apertamente, è la contrattazione sul territorio all’interno dell’Iraq settentrionale. Fonti turche confermano che è stato trovato un accordo che permette alla Turchia di entrare nel territorio dell’Iraq settentrionale a fianco delle truppe americane e di prendere il controllo sullo stesso territorio, sul quale i Turchi accampano delle rivendicazioni storiche che risalgono al periodo dell’Impero Ottomano. La disputa ora è: quanto e quale territorio otterranno i Turchi? Gli Stati Uniti insistono sul controllo dei campi petroliferi nei pressi di Mosul e Kirkuk. Un ulteriore fattore di complicazione, potenzialmente esplosivo, è il rapporto del 19 febbraio per cui 5.000 uomini del Consiglio Supremo per la Rivoluzione Islamica dell’Iraq (SCIRI), sostenuto dall’Iran, sono entrati in Iraq settentrionale, a quanto si dice, per difendere il confine Iran-Iraq contro elementi dei Mujaheddin al Qalq (MKO) con base in Iraq, o contro altre forze - vale a dire gli Stati Uniti. Smentito dal leader del SCIRI Ayatollah Mohammed Bagher al-Hakim, il rapporto ha provocato preoccupazione a Washington per parecchie ragioni. Un accordo segreto U.SA.-SCIRI aveva, a quanto si dice, dato al SCIRI un certo potere politico in un governo post-Saddam Hussein, a condizione di non entrare nel paese durante l’invasione americana. In secondo luogo, rapporti regionali fanno notare che il SCIRI non avrebbe spostato a nord un tale contingente senza l’approvazione di forze politiche all’interno dell’Iran. Se le truppe turche sono già nell’Iraq settentrionale con le forze americane e la Turchia sta preparandosi a prendere la sua fetta della torta, allora anche forze dell’Iran, specialmente tra i conservatori, potrebbero volersi muovere per avanzare la loro rivendicazione. Per mesi, la cosiddetta “opposizione” irakena del Congresso Nazionale Irakeno (INC), del SCIRI e dei due principali partiti curdi dell’Iraq settentrionale, si sono incontrati a Londra e a Washington, per fare progetti concreti su una costituzione post-Saddam e, naturalmente, su di un accordo per la condivisione del potere. Il mediatore USA Zalmay Khalilzad, de facto anche ambasciatore in Afghanistan, aveva dato ai leaders curdi il messaggio di benvenuto, all’inizio di febbraio, che gli USA avevano progettato per le truppe turche all’ingresso nell’Iraq. Poi, a metà febbraio, veniva annunciato dall’Amministrazione Bush che una figura dell’amministrazione militare USA assumerebbe il potere a Bagdad per due anni, utilizzando strutture e personale dell’attuale sistema politico. Queste notizie sono corse alla faccia degli impegni che l’opposizione pensava di avere. Il leader dell’opposizione irakena Ahmad Chalabi reagiva: "Sono assai deluso che la nostra amica America agisca in questo modo," mostrando il suo dispiacere di essere stato rimosso dall’elenco del futuro personale del governo irakeno. All’annuncio dell’idea di governo transitorio USA, i leaders curdi pronunciavano velate minacce per cui se i Turchi dovessero invadere l’Iraq, essi si rivolgerebbero all’Iran per chiedere aiuto. Molti rapporti sulla situazione nella regione curda dell’Iraq settentrionale sono poco chiari, non confermati, ipotetici - ma non si può ignorare che l’area è già considerata "pronta per essere afferrata." Ironicamente, in alcuni degli scenari di guerra dell’anno scorso, era stata presa in considerazione la situazione molto delicata derivante da realtà storiche, etniche, economiche e politiche Gli analisti più realistici riconoscevano che se i Turchi dovessero invadere l’area, questo provocherebbe reazioni tra i Curdi i quali non potrebbero includere la dichiarazione dell’entità Kurdistan, cosa che infiammerebbe le popolazioni curde in Siria, nell’Iran e nella stessa Turchia. E le previsioni intelligenti avevano riconosciuto che l’Iran reagirebbe ad un’invasione Turca. Ma la porzione negoziata da Khalilzad ricorda quella dei Britannici che promisero lo stesso territorio a diverse entità, sulla scia del frantumarsi dell’Impero Ottomano. Quei gruppi etnici e politici che gli Stati Uniti pensano di avere come alleati, non lo sono più.

Questo articolo appare sul numero del 28 febbraio 2003 di Executive Intelligence Review.