Durante le prove del mattino di “Ciao amore, ciao”, la canzone in gara, il nervosismo si tagliava a fette, con Dalida che gli rimproverava di metterci più sentimento poiché in quel modo arrivava a storpiarne il tipo di messaggio che si intendeva fare arrivare a chi ascoltava. Pare che la cantante fosse addirittura giunta a piagnucolare: “Mi rovina la canzone, accidenti, me la rovina, rovina tutto”. Nel pomeriggio però Tenco appariva del solito umore: allegro con gli amici, riservato e taciturno con gli altri. Nella tradizionale foto sugli scalini del Casinò sembrò che fosse Dalida a trainarlo con una certa insistenza. Lui aveva un’aria svagata, ma niente di anormale, era spesso così e basta. Un fotografo li avrebbe però uditi fare strani discorsi di morte. E altri, sempre nel pomeriggio, li avrebbero visti alterati. Si arrivò così al momento dell’esecuzione del brano in lizza. L’amico maestro Giampiero Riverberi gli consigliò di metterci un po’ di grinta e tutto sarebbe andato benissimo. Ma toccò a Mike Buongiorno quasi spingerlo sul palcoscenico, ricevendo una risposta farfugliata: “Questa è l’ultima canzone che canto”. Più di uno, ricordandosi della disastrosa prova del mattino, si complimentò poi per l’interpretazione. Ma subito dopo Tenco apparve pallido e sudato, lesto a rifugiarsi accanto a un tavolo del reparto trucco e camerini sotto il palcoscenico e ad appisolarsi in attesa dei risultati. “Ciao amore ciao” risultò dodicesima, riportando 38 voti su 900. E quando la commissione di ripescaggio si mise al lavoro, scelse “La Rivoluzione” di Pettinati. Eliminando dalla competizione anche personaggi più illustri come Domenico Modugno. Quando qualcuno andò a comunicare la notizia a Tenco che bivaccava sempre in quell’angolino, all’inizio notò sul suo volto un pizzico di disappunto, poi lo sentì urlare e imprecare. E subito dopo un altro fotografo udì Tenco e Dalida, che si erano rintanati in un sottoscala, discutere furiosamente dell’eliminazione. Il cantautore non si fermò a lungo neppure al ristorante con gli amici, i quali non insistettero perché sapevano che quando Luigi era così, preferiva essere lasciato solo.
Circa gli ultimi spostamenti, nacquero le solite discordanze sugli orari, Minuto più minuto meno, di sicuro Tenco intorno all’una era nella sua camera 219 della dependance del Savoia. Chiamò Valeria, il suo vero amore che continuava a restare segreto, le riferì degli alterchi con Dalida, poi si calmò e incominciò a parlare di progetti, persino dell’acquisto di un casolare da ristrutturare nella campagna romana e di un viaggio in Kenya, al quale entrambi pensavano da tempo e che avrebbe potuto concretizzarsi a marzo anche per festeggiare lei che si preparava a discutere la sua tesi di laurea. Domanda d’obbligo: vero che nella mente umana può succedere qualsiasi cosa nella frazione di un secondo, ma può essere del tutto credibile che uno il quale parla di progetti di vita, qualche minuto dopo prenda la rivoltella e si spari?
“All’1.40 - ha scritto Aldo Fegatelli Colonna nella recente biografia - Tenco è ancora vivo. Dalida riferirà al commissario Molinari di essere entrata nella stanza di Tenco tra le 2.00 e le 2.10. Il dottor Borelli che ne constata il decesso è arrivato sul posto alle 2.45 e presume che la morte risalga a quindici -venti minuti prima al massimo, cioè non prima delle 2.25. Ci sono due “buchi”, uno di dieci minuti, l’altro di mezz’ora. E’ possibile che l’arrivo di Dalida combaci con l’esplodere secco di rivoltella, anche se i tempi sono comunque maledettamente stretti: ammettendo che Dalida arrivi alle 2.10 e che il medico “sbagli” l’ora del decesso, diventa verosimile che Dalida sia spettatrice impotente della tragedia. La porta della 219, lo ricordiamo, era accostata e con la chiave nella toppa esterna. Sullo scarto di mezz’ora non è invece possibile soprassedere. Se Dalida raggiunge Tenco tra la 1.40 e la 1.45, questi non è ancora morto”.
E allora, anche l’ipotesi che la cantante (sino a pochi minuti prima era stata al ristorante con amici comuni e poi al bar dell’albergo per bere qualcosa insieme), fosse nella stanza al momento dello sparo, potrebbe diventare plausibile. Presente o no, di certo ai primi soccorritori la cantante apparve mentre alzava da terra il busto di Luigi e lo abbracciava. Poi sembrò alzarsi annichilita e disperata, fuggendo nel corridoio, “il vestito intriso di sangue, il volto stravolto da un urlo disumano e indescrivibile, monotonale”. Insomma, sembrò morire anche lei quella sera tanto era stata presa in contropiede da una tragedia che, a vedere e a seentir lei, mai si sarebbe aspettata.
Il dirigente del commissariato di Sanremo, che da poco aveva lasciato il Casinò, stava per coricarsi quando squillò il telefono: l’agente di servizio gli comunicava di correre subito al Savoy poiché il cantante Luigi Tenco s’era sparato. I giornalisti presenti al Savoy non sapevano ancora nulla dell’accaduto quando un flash d’agenzia né riferì, dando per certa, a giudizio degli inquirenti, la tesi del suicidio. Eppure il dirigente non aveva ancora avuto il tempo di entrare nella stanza. Testuale, questo il primo referto del medico dottor Franco Borelli: “Verso le ore tre del 27 gennaio 1967 sono stato chiamato all’Hotel Savoia nella camera 219 della Dépendence dove ho proceduto alla seguente constatazione: steso a terra, accanto al letto e vicino a un armadio a cassettoni, con al lato prospiciente alla porta, verso cui si nota un altro armadio a specchio, un uomo dall’apparente età di circa trent’anni e che corrisponde al nome del cantautore Luigi Tenco. E’ in una posizione supina. Si nota una larga chiazza sanguigna e materia cerebrale al lato destro del capo e all’intorno. Si nota un foro d’entrata di proiettile d’arma da fuoco alla regione temporale destra. L’arma viene trovata in mezzo alle gambe che si presentano in posizione divaricata. E’ evidente la posizione assunta dal cadavere come conseguenza di ferita d’arma da fuoco a scopo suicida dalla posizione in piedi alla caduta a terra”.
Il cadavere venne trasferito all’obitorio e poi riportato momentaneamente in albergo essendosi dimenticati di “fare effettuare i rilievi fotografici essenziali per la completezza del fascicolo da trasmettere alla Procura”. Nella camera vennero rinvenuti una pistola automatica calibro 7.65 Walter Ppk; un caricatore con 6 cartucce calibro 7.65; un bossolo con proiettile 7.65;una scatola di cartone contenente a sua volta una scatolina con 12 cartucce per pistola automatica 7.65; un caricatore nuovo ma vuoto per la stessa arma; un arnese di metallo giallo per la pulizia dell’arma; un libretto di istruzioni; un foglio per tiro al bersaglio con alcuni fori; la denuncia d’acquisto della pistola. Dunque il caricatore della Walter Ppk, acquistata nel novembre 1966, aveva tutti i colpi in canna. E un colpo di 7.65 avrebbe spappolato la testa, mentre un proiettile di calibro 22, la pistola per l’appunto trovata tra le mani, lasciò un foro “come quello presente sul cranio del cantante”. Non solo: la sera prima di morire Tenco aveva vinto al casino circa 6 milioni. Nella stanza del Savoy c’era solo un assegno da 100 mila lire di un collaboratore. Suicidio dunque o omicidio?
L’archiviazione non ebbe esitazioni: suicidio. Ma in molti altri più di un dubbio restò.
Quella notte tra il 26 e il 27 gennaio 1967, prima di morire Luigi Tenco scrisse un biglietto che, se non fosse stato per la perizia grafoscopica fatta però solo nel 1990, cioè ben 23 anni dopo la sua morte, potrebbe ancora far pensare che non l’avesse scritto lui. “Io – diceva il cantautore - ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda “Io, tu e le rose” in finale e una commissione che seleziona “La Rivoluzione”. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi”.
Il testo di questo biglietto è spesso ricorso nelle rievocazioni e nei racconti di chiunque si sia occupato in questi decenni del Festival di Sanremo. Ne ha parlato Gigi Vesigna, ex storico direttore del settimanale “Tv Sorrisi e Canzoni” nel suo libro “Sanremo è sempre Sanremo”, edito nel 2000. Non poteva non parlarne Aldo Fegatelli Colonna che è uscito con la sua biografia su Tenco a 35 anni esatti dalla sua morte, ripercorrendone tutta la storia e rilanciando dubbi, interrogativi, discordanze, perplessità.”Nel fascicolo della Procura della Repubblica di Imperia - ha anche detto Colonna al settimanale Oggi -ci sono le contraddizioni che mi consentono di giungere alla conclusione che il cantautore non abbia fatto progetti di suicidio”.
Le testimonianza di Dalida, anche questa testuale, restò per sempre quella rilasciata alle 5.20 del mattino del 27 gennaio 1967:”Al termine dell’esibizione unitamente ad altri artisti e giornalisti ci siamo recati al ristorante Nostromo dove avevamo l’appuntamento. Il cantante Tenco era notevolmente depresso a causa dell’eliminazione della sua canzone “Ciao amore, ciao”, per cui ha lasciato tutti alle 0,30 circa dicendo che voleva restare solo e si è portato in macchina da lui guidata in albergo. Conoscendo il suo stato di condizione psichica abbiamo telefonato in albergo e ci è stato confermato che era rientrato. Alle 2.10 di stamani, nel rientrare in albergo, mi sono portata nella stanza numero 219 per accertare le condizioni di salute di Tenco. Ho trovato la porta accostata ma chiusa a chiave e le chiavi dentro la serratura dall’esterno. Ho bussato più volte senza avere alcuna risposta. Sono entrata. Ho trovato la luce accesa e il Tenco disteso per terra, apparentemente privo di vita. Dallo stesso telefono della camera ho chiamato dicendo che era successo un incidente e che era necessario l’intervento del dottore. E’ accorsa gente e a tutti ho comunicato quanto accaduto. Preciso che su un tavolo della stanza ho rinvenuto un biglietto su carta intestata dell’albergo che iniziava con le parole….”.
Non c’era nessun motivo per dubitare di questa testimonianza, considerato anche il profondo affetto che Dalida nutriva per Tenco. A molti però sembrò strano che le fosse permesso di rientrare subito in Francia senza che gli inquirenti sentissero comunque il bisogno di effettuare altri riscontri e di approfondire certi chiarimenti. Per esempio, proprio il giorno prima era arrivato a Sanremo l’ex marito Lucine Morisse, presidente di Europe 1, il più importante network francese, proprietario della casa discografica A-Z che ruotava nell’orbita del Gruppo Matrà (automobili e missili). Sul suo conto correvano gratuite illazioni che in qualche modo fosse legato alla criminalità marsigliese. Invece la sua gelosia nei confronti di Dalida, nonostante la separazione, era più che una semplice voce. Ebbene, Lucine Morisse che ci faceva a Sanremo? Solo motivi professionali legati alla sua attività discografica? Strano destino e incredibile coincidenza, Morisse si sarebbe suicidato qualche anno dopo proprio con una Walter PPK 7.65, dello stesso tipo cioè della pistola automatica trovata nella camera di Luigi Tenco.
Di certo, anche se osservatori autorevoli di primo piano sposarono sin dal primo momento la tesi del folle gesto quale reazione all’eliminazione di “Ciao amore, ciao”, l’atmosfera di giallo e mistero si sarebbe spenta e non sarebbe rimbalzata nei decenni se quella notte e nelle indagini successive non fossero avvenute altre “stranezze”. Secondo Colonna “il cadavere di Tenco venne trattato né più né meno come un pupazzo di stoffa e non giustificarono tanta superficialità neanche l’orrore e lo sgomento”. In tre lo videro “perfettamente parallelo al letto, tra questo e il cassettone, con la testa rivolta verso il fondo”. Per un quarto “è nella stessa posizione, ma con il braccio destro piegato sotto la schiena”. Per un quinto “è in posizione supina, ai piedi del letto e a questo perpendicolare”. Per un sesto “è addirittura seduto in terra e poggiato con il busto alla sponda del letto”. Per il dirigente del commissariato infine “il corpo è in posizione genericamente supina e il report specifica trovarsi in posizione trasversale rispetto all’angolo sinistro inferiore del letto con i piedi rivolti verso la porta d’ingresso”. Capito che puzzle? Che mosaico impazzito?
E non parliamo poi della posizione della pistola. Per il commissario “è nella mano”, anche se poi da nessuna dichiarazione fu possibile rilevare di quale mano si trattasse, “se della destra o della sinistra” . Per un secondo testimone “l’arma è lontana dal corpo, addirittura in fondo alla stanza”. Per un terzo “è in mezzo alle gambe”. Per altri due “è sotto il comò”. Per chi ha effettuato i rilievi “invece è sotto i glutei, o meglio, la descrizione la colloca “tra le gambe”, mentre una foto la evidenzia “sotto le natiche”. Circa infine il tipo di pistola, vero il rinvenimento nella stanza della famosa Walter PPK calibro 7.65, ma altrettanto vero che uno dei sopraggiunti nella stanza 219 vide tra le mani di Tenco una Beretta calibro 22, quella cioè del colpo fatale. La concitazione e la confusione negli spostamenti dovrebbero essere state davvero tante se lo scenario si presentò così controverso. Pensate: non ci fu certezza neppure sull’ora della morte: il medico legale la fece risalire intorno all’1.30. Dalida affermò di essere entrata nella stanza alle 2.10 e di essersi subito convinto che Luigi avesse appena esalato l’ultimo respiro. Il commissario di polizia nel fascicolo inviato alla Procura sostenne che il cantautore si era sparato alle 2.30. Ergo, Tenco venne dato per morto in tre orari differenti: 1.30, 2.10 e 2.30. Ma anche qui il piccolo giallo sull’ora diventerebbe già di per sé un grande giallo senza soluzione se- sottovalutando lo choc del momento che potrebbe aver portato i più diretti interessati a perdere persino le cognizioni del tempo- rispolverassimo la dichiarazione di Dalida a un giornalista, secondo la quale lei avrebbe ricevuto una telefonata del cantautore addirittura intorno alle 2.30 per preannunciarle il proprio suicidio. Quest’ora coincideva dunque con il fatto che il commissario locale asseriva di essere stato chiamato solo intorno alle 2.45? Ma quanti altri interrogativi potrebbero ancora sollevarsi in base alla lettura del fascicolo giudiziario che portò all’archiviazione per suicidio dell’inchiesta?
“La morte di Tenco -ha scritto Aldo Fegatelli Colonna- continua a presentare ombre non fugate.La polizia effettuò sul corpo e nella stanza una ricognizione approssimativa:le foto del cadavere non ebbero alcun valore giuridico essendo stato rimosso dalla posizione originaria. Non fu effettuata l’autopsia. Non fu fatto il testo di Gonzales, altrimenti detto “guanto di paraffina”. E non dico i la ricerca dei G.R.S., i residui microscopici di piombo, bario e antimonio prodotti dall’esplosione, ma non fu neanche effettuata la ricerca dei cosiddetti effetti secondari macroscopici (bruciatura,affumicatura e tatuaggi) che avrebbero stabilito modi e tempi”. La camicia aperta e la canottiera non presentavano una macchia di sangue. Inoltre Tenco era vestito di tutto punto: “Strano che, passando oltre mezz’ora al telefono, non si sia tolto la giacca per stare più comodo. Si ha come l’impressione che Tenco sia stato “sorpreso”. Inoltre Luigi Tenco non era mancino”.
Le foto del cadavere sono state sottoposte all’esame dell’anatomopatologo Roberto Testi, lo stesso del caso Vacca Agusta. Ebbene, l’esperto ha detto che, esaminandole, “si può sostenere che quello che viene considerato come il foro d’ingresso sulla tempia destra, in realtà sia il foro d’uscita di un colpo sparato da sinistra…”. Ma Tenco, per l’appunto, non era mancino! E poiché vennero rinvenuti due fori o scalfitture prodotti da arma da fuoco sopra la porta d’ingresso della stanza (qualcuno parlò di stipite o montante) a una distanza, l’uno dall’altro, di trenta centimetri e se il colpo che uccise Tenco fu uno solo, quale arma ha sparato gli altri?”.
Insomma, torniamo al punto di partenza: suicidio o omicidio? Suicidio, secondo le indagini e gli archivi giudiziari. Dubbi a raffica, secondo le ricostruzioni postume. Il tutto non farà altro che contribuire ad alimentare il mito di un grande artista. Vero che Tenco si sentiva affascinato dalle letture di Cesare Pavese (“La luna e i falò”, “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”…) e da quel suo mondo in cui lo scrittore evocava il tormento dell’uomo. Ma altrettanto vero, non dimentichiamolo, che progettava vacanze e nidi d’amore. L’eliminazione dunque da un Festival poté diventare all’improvviso giro di boa per dare l’addio alla vita? I dubbi non risolti in fondo resterano anche come un omaggio a un cantautore mai dimenticato proprio perché la brevità della sua esistenza ha scalfito nella Storia della Musica l’eterna bellezza delle sue canzoni.