AFGHANISTAN, SIAMO IN GUERRA O NO?
Dopo le tragiche morti dei nostri soldati della folgore, si sta dibattendo a lungo nel nostro paese circa la necessità della permanenza dei nostri soldati in Afghanistan e, soprattutto, se la nostra missione possa essere ancora considerata una missione “di pace”.
Ritengo che a fronte di questione così rilevanti si debba necessariamente sgombrare il campo da posizioni ideologicamente precostituite e basarsi unicamente sui fatti; solo i questi ultimi infatti possono chiarirci come effettivamente stanno le cose.
I fatti sono questi:
1. Dopo l’attentato dell’11 Settembre 2001 gli Americani hanno valutato tale gravissimo atto terroristico come un vero e proprio “atto di aggressione” verso il loro Paese. La posizione Americana (che si può naturalmente discutere) nasce dalla valutazione che la qualità dell’atto, la preparazione logistico-operativa necessaria, i simboli colpiti ( il centro economico del paese ed il centro militare) e l’enorme numero dei morti causati, non potessero ricondurre tale evento ad un mero attacco terroristico, ma appunto ad un vero e proprio atto di aggressione.
2. Ricordiamo che in quel momento in Afghanistan governavano i Talebani che notoriamente mettevano il loro territorio a disposizione dei terroristi attraverso la costituzione di campi di addestramento e finanziamenti in armi o denaro. Ciò nonostante da anni la comunità internazionale e gli Americani andassero ripetendo al governo Talebano di astenersi da tali attività in quanto potenzialmente pericolose e destabilizzanti anche per l’occidente.
3. La carta delle Nazione Unite come noto, prevede che nella risoluzione delle controversie internazionali, i singoli Paesi non possano utilizzare né la forza né la minaccia. A tale assunto, pone una sola eccezione: l’articolo 52 permette infatti ad un paese che sia stato aggredito di potersi difendersi militarmente. La difesa in questo caso può essere posta in essere sia all’interno dei confini nazionali ma anche al di fuori di essi. Ancora, tale difesa può legittimamente essere allargata ad altri Paesi che ritengano di schierarsi a fianco del Paese aggredito.
4. Gli americani quindi, appellandosi all’Articolo 52 della Carta ONU iniziano l’operazione “Enduring freedom” (ancora in atto) allo scopo di sbarazzarsi di coloro (il governo talebano) che direttamente o indirettamente (attraverso un appoggio continuo al circuito terroristico internazionale) avevano provocato l’aggressione dell’11 Settembre 2001.
5. Solo in un secondo tempo, sconfitto il governo Talebano, una risoluzione ONU prevede l’inizio di una seconda missione denominata ISAF e delegata alla NATO, necessaria per la normalizzazione e ricostruzione del Paese.
Questi quindi i fatti, all’interno dei quali in nostro paese gioca un ruolo esclusivamente all’interno dell’operazione ISAF (assieme ad atri quaranta paesi). Tale operazione ha previsto come noto l’insediamento di un governo legittimo tramite libere elezioni, la costituzione di un libero parlamento ed ha posto in essere una serie di piani di ricostruzione provinciale (PRT).
I nostri militari in tale ambito quindi non operano affatto come missione “di guerra” ed hanno regole d’ingaggio conseguenti con il profilo della missione. Il problema che spesso trae in inganno è il fatto che ancorché la missione sia “di pace”, il teatro operativo è estremamente pericoloso a fronte di una ripresa attività dei Talebani (che vorrei ricordare sono una minoranza del Paese) che come abbiamo visto non hanno alcun problema ad attaccare con tecniche terroristiche i soldati della coalizione a fronte di altissimi prezzi di perdite di vite umane da parte della popolazione civile.
E’ naturale e talmente ovvio che forse non varrebbe nemmeno la pena di sottolinearlo che se un nostro convoglio viene attaccato, abbia il legittimo diritto di difendersi; ma questo non è guerra, è appunto “legittima difesa”.




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