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  1. #1
    Orazio Coclite
    Ospite

    Predefinito La decima Flottiglia Mas e la Venezia Giulia 1943-45

    Da: http://www.storiainrete.com/anticipazioni/x-mas/



    Sole De Felice
    "La decima Flottiglia Mas e la Venezia Giulia 1943-45"
    Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2000




    Le recenti dichiarazioni del presidente della Repubblica Ciampi (vedi il "Primo Piano" del 19 ottobre 2001 ) sulla passione patriottica dei soldati che dopo l’8 settembre 1943 si schierarono con la Repubblica Sociale di Mussolini, trovano una parziale conferma in un libro di una giovane ricercatrice romana, Sole De Felice, pubblicato dalle edizioni Settimo Sigillo (via Sebastiano Veniero 74/76, 00192 Roma – tel. 0639722155) col titolo La Decima Flottiglia Mas e la Venezia Giulia 1943-45" (pp. 184, 15,50 euro). Il libro della De Felice – che non ha alcun rapporto di parentela col famoso storico Renzo che tuttavia è stato l’ispiratore e il relatore della tesi di laurea di cui il volume è l’ampliamento – ricostruisce le complesse vicende che coinvolsero forse il corpo militare più efficiente di Salò alle prese con la difesa dei territori italiani ad Est, minacciati sia dagli slavi di Tito che dalle mire espansionistiche del Terzo Reich. Al di là delle ideologie, in quei mesi i soldati in grigioverde tentarono disperatamente di evitare quello che comunque la Storia aveva deciso avvenisse nel dopoguerra: la pulizia etnica forzata – caratterizzata da foibe ed esodo – ai danni delle popolazioni italiane dell’Adriatico orientale e la progressiva cancellazione – dopo secoli e secoli - della presenza anche culturale italiana in quelle terre. Per gentile concessione delle edizioni Settimo Sigillo riproduciamo un estratto del volume della De Felice in cui si affronta il tema delle spinose relazioni italo-tedesche nella zona della Venezia Giulia.





    Il 31 ottobre 1944 i partigiani titini occuparono Zara. La città dalmata aveva subito, dopo l’occupazione tedesca successiva all’8 settembre 1943, ben 54 bombardamenti alleati che l’avevano rasa praticamente al suolo e che causarono circa 4.000 vittime. Ai superstiti non rimase altra scelta che l’esodo. La sua importanza strategica era quasi nulla, ma Tito convinse gli Alleati del fatto che Zara fosse un centro logistico di primaria importanza per i tedeschi, anche se ciò non corrispondeva affatto alla realtà.
    Il sottotenente di vascello della X Mas Enzo Chicca, comandante del battaglione "San Giusto" di Trieste, in una sua relazione ben sintetizza la situazione militare della Venezia Giulia: "si può dire che nel Litorale esiste oggi un Comando Germanico, una forza che preme sempre di più, ed una forza italiana che sente la pressione che le viene dall’oriente, la teme, ma non ha l’energia di difendersi e di imporsi".
    Presa la decisione di inviare la divisione X in Venezia Giulia, il 26 ottobre 1944 Borghese incontrò Mussolini, il quale, oltre ad appoggiarlo completamente, gli consigliò di attuare una tattica a "macchia d’olio", vale a dire penetrare nella Venezia Giulia con un’azione lenta, non clamorosa, in modo che i tedeschi non si rendessero conto esattamente delle forze chiamate in causa. Dopo successivi incontri con Rahn e con Wolff, la divisione X lasciò a scaglioni il Piemonte per trasferirsi nel Veneto Orientale: il comando generale si stabilì a Conegliano, quello operativo a Maniago; il "Barbarigo" (tenente di vascello Cencetti), ricostituito e rinforzato, arrivò i primi di novembre a Vittorio Veneto; il battaglione "NP" si stanziò a Valdobbiadene e Vidor; il "Fulmine" (tenente di vascello Orrù) a Conegliano; il "Sagittario" (tenente di vascello Franchi) a Pieve e Farra di Soligo; i guastatori alpini del "Valanga" (capitano Morelli), rinforzati da una compagnia proveniente dal battaglione "Serenissima", a Vittorio Veneto; quindi arrivarono gli artiglieri del gruppo "Colleoni", quelli del "Lupo", e via via gli altri reparti.
    Le prime operazioni compiute in questa zona ebbero un carattere di lotta antipartigiana. Infatti i partigiani della Carnia, appartenenti essenzialmente alla "Garibaldi" e alla "Osoppo", controllavano un’ampia zona che andava dalla Val Cellina alle Valli della Meduna. I battaglioni "Valanga" e "Fulmine" furono trasferiti a Meduno e da lì attuarono numerose operazioni di polizia, fiancheggiati da reparti tedeschi. In una di queste azioni, che scompaginarono la presenza partigiana nella zona, il "Valanga" catturò, il 14 dicembre 1944, Cino Boccazzi (detto Piave), un ufficiale medico della divisione paracadutisti "Nembo" che in quel periodo faceva parte di una missione inglese presso i partigiani della Carnia capeggiata dall’ufficiale del genio Thomas John Roworth, chiamato maggiore "Nicholson". Date le caratteristiche della brigata "Osoppo" a cui si è precedentemente accennato, Borghese volle sondare la possibilità di "portare dalla nostra parte tutte quelle forze partigiane che ancora manifestavano sentimenti di italianità e si dimostravano refrattarie a false suggestioni di ordine ideologico". Prima della cattura di Boccazzi la giovane insegnante Maria Pasquinelli aveva riferito a Borghese che la "Osoppo" era disposta ad incontrarsi con lui per discutere della difesa dell’italianità della regione. Inoltre, in una precedente azione, il "Valanga" aveva bloccato un piccolo aereo pronto a decollare per il Sud, nel quale erano stati trovati dei documenti che illustravano la gravità della situazione in Venezia Giulia, firmati colonnello Scarpa.
    Erano tentativi che non si esaurivano nei fatti contingenti, ma che si proiettavano nello scenario dell’immediato dopoguerra, in vista del crollo tedesco e delle pressanti mire annessionistiche slave. Fu quindi nella prospettiva di coordinare un’azione comune in funzione antislava, che nacquero le trattative tra Borghese e la "Osoppo", il cui tramite fu appunto Boccazzi. Dopo vari giorni di prigionia, egli fu lasciato libero sulla parola per dieci giorni, nei quali si incontrò a Udine con il suo superiore "Nicholson" che per radio trasmise agli inglesi le notizie dei contatti e delle proposte. La risposta dal Sud fu, così come la riporta Boccazzi, la seguente:
    "Quale immediata prova di buona volontà da parte nemica si esige il passaggio delle formazioni fasciste in montagna per unirsi con i partigiani, cessazione quindi di ogni attività di rastrellamento e di sevizie sui prigionieri. Alternativa: spostamento delle truppe al fronte con totale abbandono delle attività repressive sulla popolazione e sulla resistenza".



    Secondo Boccazzi, Borghese reagì a queste disposizioni in modo ambiguo, affermando di non poter far niente "finché l’ultimo tedesco non ripasserà il Brennero. Allora solo potremo trattare su questi punti". Per Guido Bonvicini la questione viene però posta da Boccazzi in modo troppo semplicistico, in quanto agire secondo i termini della proposta inglese sarebbe stato per la Decima praticamente impossibile, basti pensare alla difficoltà di spostare tutti i reparti della Decima senza che i tedeschi si insospettissero. Sempre secondo Bonvicini la realtà delle trattative sarebbe stata invece molto più complessa. I contatti infatti non rimasero circoscritti all’intervento di Boccazzi presso la missione inglese ma si estesero anche agli stessi capi della "Osoppo". Il 1° gennaio 1945 il tenente "Piave" fece da intermediario tra il capitano della X Manlio Morelli e il comandante del Raggruppamento delle Divisioni "Osoppo-Friuli" Candido Grassi, nome in codice "Verdi".
    Quest’ultimo propose la formazione di un gruppo al comando di un ufficiale della Decima, che avrebbe fornito le armi, mentre il vicecomandante sarebbe stato un osovano, allo scopo di impedire qualsiasi ingerenza straniera sul territorio italiano. Sergio Nesi afferma che ebbe personalmente ordine da Borghese di fornire armi e vestiario alla "Osoppo", se gli fosse stato richiesto. Allo stesso tempo il maggiore "Nicholson" spediva un lungo rapporto sulle posizioni della "Decima" riportato integralmente da Ricciotti Lazzero, dove tra l’altro si afferma:
    "La formazione non è filo-tedesca o fascista, ma crede in un forte Stato nazionale e combatte solo per arrivare a questo obiettivo. Ogni futura attività contro i partigiani italiani patriottici verrebbe cessata e da parte dei capi della X Flottiglia Mas verrebbe fatto uno sforzo per unirsi ai patrioti ed aiutarli contro le distruzioni da parte tedesca delle proprietà italiane e per salvaguardare il territorio italiano. Ogni sforzo verrebbe fatto per distruggere gli attentati totalitari al governo italiano da parte di forze comuniste, siano esse italiane o slovene . . . La X Flottiglia Mas ha proposto di inviare due rappresentanti assieme a "Verdi" e a me al Quartier Generale alleato, per mezzo di una MTB, per discutere le possibilità di un’azione congiunta. Su mia disposizione nessun atto di conciliazione fra le formazioni "Osoppo" e la X Flottiglia Mas è stato sviluppato, ma tutta la materia è stata posta all’esame del quartier Generale alleato".
    Inoltre il maggiore "Nicholson", per evitare che gli anglo-americani si arroccassero su posizioni improponibili per la X Mas, inviò anche una serie di messaggi via radio al Quartier Generale della VIII Armata. Il 27 gennaio 1945:
    "Sono in contatto con il principe Borghese, comandante della X Mas, che sembra pronto a rivoltarsi contro i tedeschi ... Assicura di non essere né un fascista né filotedesco, ma patriota, e non vuole inviare le sue truppe contro i partigiani".

    Il 6 febbraio 1945:
    "Willie (cioè Borghese) formula precise promesse alla "Osoppo" di fornire le armi agli ex partigiani che dovessero entrare nella sua formazione. Intermediario è Piave, che comprendo e stimo. Borghese domanda colloqui diretti con me, giacché la "Osoppo" non fa niente senza il mio assenso, e in ogni caso desidera far proposte dirette agli Alleati. Il mio parere è di aprire colloqui preliminari a Roma, visto che non abbiamo nulla da perdere".

    Il 10 febbraio 1945, intuendo che ormai l’Est sta crollando e che l’avanzata di Tito sarà molto più rapida del previsto:

    " … i ragazzi di Willie hanno già proposto azione congiunta anti-slovena con "Osoppo" e attualmente hanno preparato una linea di resistenza fortificata contro possibili attacchi sloveni. Inoltre tutti ben disciplinati possono assorbire "Osoppo" in una buona formazione militare".

    Ma visto che tutti i tentativi di accordo finirono in un nulla di fatto, è facile intuire che al maggiore "Nicholson" non arrivarono da parte alleata direttive per procedere in tal senso. Per Borghese questo avvenne "per colpa degli inglesi che, da parte loro, paventavano collusioni di carattere patriottico tra italiani, dato che era molto più facile mettere in ginocchio un’Italia divisa che un’Italia unita".



    Intanto a Valdobbiadene accadeva un fatto di estrema gravità. Qui vi erano accasermati gli "NP", addestrati per le azioni di sabotaggio, tra i quali da tempo serpeggiava del malcontento a causa della prolungata inattività, interrotta solo da qualche azione di polizia nei confronti delle bande partigiane. Essi desideravano, se proprio non era possibile impiegarli in azioni al di là delle linee, almeno andare a combattere al fronte. Quando alla fine del dicembre 1944 giunse la notizia che il reparto doveva procedere ad altre azioni antipartigiane, questa volta nei dintorni di Gorizia, la tensione salì di colpo. Non si comprese infatti che si trattava di azioni di guerra contro il IX Korpus sloveno. Gli ufficiali redassero una relazione che fu mandata direttamente a Borghese, il quale fece sapere che dopo l’operazione, definita "indispensabile", di Selva di Tarnova, il battaglione sarebbe partito per il fronte del Senio. Tutti accolsero la promessa con sollievo. Il vicecomandante Vercesi, poiché due sole compagnie dovevano trasferirsi nel Goriziano, cercò di creare emulazione fra le altre compagnie, invitandole ad offrirsi tutte volontarie per la partenza. La 5ª compagnia, sempre nella convinzione che si volesse loro imporre un rastrellamento antipartigiano, fece sapere che non solo non si offriva volontaria, ma che non sarebbe partita neanche su ordine specifico. Il comandante Nino Buttazzoni convocò allora un’assemblea nel cortile della caserma durante la quale il marò Giannola uscì dalle file per spiegare impetuosamente il loro stato d’animo. Buttazzoni tentò di farlo tacere ma non ci riuscì, quindi estrasse la pistola ammonendolo che il suo era considerato un atto d’insubordinazione, ma Giannola continuò a parlare. Partì un colpo che gli attraversò lateralmente la guancia destra uscendo sotto l’orecchio. Il grave episodio ebbe come conseguenza il rinvio al consiglio di disciplina degli uomini coinvolti, che furono posti agli arresti nel castello di Conegliano, anche se a causa dei frequenti bombardamenti sulla zona, potevano tranquillamente girare per la cittadina. Il 12 gennaio 1945 il Tribunale di Guerra giudicò i 42 elementi accusati di ammutinamento: la maggioranza fu assolta, alcuni ebbero una lieve condanna, previa rimozione dal grado, ma con il beneficio della sospensione condizionale, mentre altri furono trasferiti al battaglione "Lupo", che in quel periodo si trovava sul fronte in Romagna.
    Il "Lupo" infatti, comandato dal capitano di corvetta De Martino, dopo essere stato impiegato nelle operazioni di controguerriglia nel Monferrato e nella repubblica partigiana di Alba, era stato aggregato, su richiesta del Comando germanico, alla 16° divisione granatieri corazzata Reichsführer delle Waffen-SS. Dal 12 al 23 dicembre l’unità (25 ufficiali, 65 sottufficiali, 10 ausiliarie, 600 marò) si posizionò tra le Valli del Reno e del Setta, di fronte alla 34ª divisione americana; poi fu trasferita sul fronte del Senio, dove fronteggiò una Brigata canadese. Anche qui, come negli altri settori della Linea Gotica, il rigido inverno obbligò entrambi i contendenti ad una dura guerra di posizione, resa ancor più grave, in pianura, dalla nebbia stagnante degli acquitrini. Borghese trascorse la vigilia ed il Natale del 1944 con il "Lupo". Questo fu avvicendato il 26 febbraio 1945, dopo che i suoi effettivi si erano ridotti a 200 uomini.
    Il 18 dicembre 1944, la divisione X si spostò a Gorizia, nel vero e proprio territorio dell’Adriatisches Küstenland, stanziando i suoi reparti in città e nei dintorni, particolarmente a Salcano. Vi pervennero i battaglioni "Sagittario", "Fulmine", "Barbarigo", "NP", "Freccia", i gruppi d’artiglieria "San Giorgio" e "Alberto da Giussano". Mancavano il "Lupo", che come si è detto era sulla Linea Gotica, il "Valanga" e il "Colleoni", rimasti nel Veneto Orientale. La divisione, il cui comando operativo era tenuto dal capitano di fregata Luigi Carallo, comprendeva in tutto 4.000 uomini36. L’intervento della Decima dal punto strettamente militare è facilmente spiegabile con la necessità di contrastare l’imminente offensiva del IX Korpus titino. Dopo le impegnative azioni contro le forze slave, che non si era riusciti ad annientare ma solo a contenere, i tedeschi si trovavano in una situazione di estrema debolezza, in quanto la 188ª divisione di montagna tedesca, che costituiva il nerbo delle forze germaniche, era stata trasferita altrove. Nonostante ciò fu solo dopo difficili trattative che il generale Wolff, a sua volta su pressione di Borghese e dello stesso Mussolini, riuscì a vincere le resistenze di Rainer e di Globocnik, capo delle forze di polizia, e a far accettare l’ingresso della Decima nella "zona di operazione", un territorio che ormai sfuggiva al controllo tanto della R.S.I. quanto delle autorità politiche e militari tedesche in Italia.

    Il questore di Gorizia Genchi, nel suo rapporto del dicembre 1944, racconta come abbia "suscitato un incontenibile entusiasmo nella cittadinanza l’arrivo a Gorizia della X divisione Mas". Per gli italiani di Gorizia, dove da più di un anno si vedevano quasi solo esclusivamente divise tedesche o di fazioni slave favorevoli ai tedeschi, vale a dire ustascia croati, cetnici serbi e domobranci sloveni, la presenza della Decima assumeva un aspetto dichiaratamente nazionale e accendeva grandi speranze. E difatti gli ufficiali e i marò non si limitarono a compiti unicamente militari: chiesero ai negozi di togliere i cartelli in lingua straniera, organizzarono un servizio pullman tra Gorizia e Milano e tentarono, senza riuscirvi, di sottrarre i lavoratori italiani all’Organizzazione Todt. Inoltre la Decima organizzò in Venezia Giulia un servizio d’informazioni segreto che forniva notizie sull’attività dei tedeschi, degli austriaci, dei croati, degli sloveni, dei serbi e dei russi. Tale servizio, che poi assorbì anche il "Movimento Giuliano" presieduto da Italo Sauro, stampava giornali clandestini a carattere nazionalista italiano. A Venezia venne inoltre fondato l’Istituto per gli Studi sulla Venezia Giulia, che attraverso le informazioni e la propaganda, teneva alto in Italia l’interesse per l’italianità della regione. Naturalmente ciò avveniva tra la fredda ostilità delle autorità germaniche. È sintomatico fra tutti l’episodio di cui fu protagonista il comandante Carallo. In un’esposizione pubblica di quadri di artisti italo-germanici alcuni marò, dato che alla parete era appesa la sola bandiera tedesca, chiesero al gestore della sala di esporre anche quella italiana, ma quest’ultimo si rifiutò. Allora Carallo ordinò di mettere ugualmente il tricolore nella sala. Ne derivò un attrito con le autorità civili tedesche, vista la proibizione di esporre in città sia la bandiera italiana che quella slovena. L’aiutante del comandante della piazza tolse di propria iniziativa la bandiera, venendo di conseguenza arrestato dagli uomini della X Mas. Alla fine Carallo, per non pregiudicare le operazioni militari congiunte appena iniziate, accettò di far togliere il tricolore, ma inviò al comando tedesco una richiesta di riparazioni "per l’offesa all’onore della nostra bandiera". Inoltre, come scrive Carallo a Borghese, in risposta alla proibizione:
    "un’immensa bandiera italiana sventola dal balcone del mio comando, molte vetrine, hanno già esposto le bandiere italiane e questa notte inonderò Gorizia di manifestini tricolori con un saluto della Decima alla popolazione della città santa. Avevi perfettamente ragione: la nostra presenza non è solo necessaria, ma indispensabile per non far perdere il sentimento di italianità a quei pochi restati immuni dalla passiva rassegnazione della politica austriacante, poggiata sul dissidio italo-sloveno-slavo e dagli intrighi che vogliono creare tra noi e i tedeschi. In tutta la mia azione mi sorreggono gli ufficiali di collegamento della SS".
    Successivamente un reparto tedesco giunse alla sede del comando della Decima di Gorizia con l’ordine di togliere con la forza la bandiera italiana che sventolava sul pennone. Per tutta risposta il reparto fu a sua volta circondato dai marò armati del "Fulmine". I tedeschi desistettero da ogni ulteriore tentativo. Secondo Nino Arena i giovani marò della Decima, sensibilizzati sulla situazione che avrebbero trovato a Gorizia e di conseguenza prevenuti nei confronti dei tedeschi, assunsero spesso un atteggiamento eccessivamente provocatorio nei confronti di quest’ultimi, causando numerosi attriti e allarmando anche gli stessi enti locali italiani militari e civili. Quest’ultimi erano tra l’altro fortemente risentiti per il fatto che la Decima arrivando nel goriziano non aveva preso i dovuti contatti di servizio, fatta eccezione che con la Federazione del PFR.. Un certo nervosismo fu causato anche dal fatto che la Decima spesso accoglieva tra le proprie fila militari di altri reparti della R.S.I. presenti nella zona, a volte addirittura sollecitandone la diserzione.
    Sempre nel dicembre, Borghese effettuò un’ispezione di tutti i reparti dislocati nella Venezia Giulia per costatare di persona la situazione sia dal punto di vista militare, sia da quello dei rapporti con la popolazione e con le autorità germaniche: il 10 dicembre si recò a Trieste, ed il giorno seguente visitò il comando del battaglione "San Giusto"; quindi proseguì per Pola, nonostante la proibizione di Rainer di muoversi da Trieste, dove visitò la compagnia "Sauro", comandata dal tenente di vascello Baccarini, e la locale base dei sommergibili CB; il 13 dicembre arrivò a Fiume. Qui fu raggiunto dall’ordine di arresto da parte della Marina germanica, al quale si doveva procedere, se necessario, anche con l’uso della forza. Il tentativo di arresto di Borghese, che viene definito da Sergio Nesi, testimone oculare della scena, come "patetico e umoristico insieme", non ebbe luogo per il duro atteggiamento del comandante e per il buon senso degli ufficiali germanici locali. Nesi racconta che dopo aver passato in rassegna la compagnia "D’Annunzio" al comando del tenente Vigjak, Borghese fu avvicinato da un gruppo di tre ufficiali della Marina tedesca, il più anziano dei quali, salutandolo militarmente, gli comunicò l’ordine di arresto. Borghese lo guardò, lo ignorò, continuò l’ispezione ai marinai, quindi tenne un discorso. Alla fine, l’ufficiale tedesco ripeté l’ordine, ma Borghese gli rispose che quel pezzo di terra su cui stavano si chiamava ancora Italia, che quei marinai erano italiani, che quella bandiera che sventolava al vento del Quarnaro era il tricolore d’Italia e che a lui, ufficiale della Marina Italiana, degli ordini di arresto da parte di sconosciuti stranieri non importava nulla. Al che i tre ufficiali scattarono sull’attenti, salutarono ed il più anziano, sorridendo disse: "Noi avevamo un ordine … ci abbiamo provato … meglio così Comandante". Il 14 dicembre Borghese, tornato a Trieste, consegnò le insegne di combattimento al battaglione "San Giusto" durante una solenne cerimonia nel piazzale della chiesa di San Giusto. Il Gauleiter Rainer, per rappresaglia, ordinò alla stampa di ignorare l’avvenimento.

    Di Sole De Felice

  2. #2
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