Lewis dopato? L'incredulità di chi ha sempre creduto nella purezza dell'atleta
Lo sport dei falsi valori Cade pure il figlio del vento
Davide Varì
«Carl Lewis si è dopato»; nel periodo delle sue vittorie, il figlio del vento ha fatto uso di farmaci dopanti. A parlare è il dottor Wade Exum, direttore del controllo anti-doping del comitato olimpico statunitense (Usoc) proprio negli anni '80-'90, gli anni del regno di Carl Lewis. La notizia si è abbattuta sugli sportivi e gli appassionati di tutto il mondo in tutta la sua drammaticità. Paradigma sportivo per eccellenza, Lewis ha rappresentato molto più di un semplice atleta. Egli ha regnato per circa 15 anni sulle piste del pianeta. La sua corsa è stata un modello da studiare e da seguire. La sua figura, filiforme e leggera, negava qualsiasi sospetto circa l'uso di sostanze dopanti. Accanto ai muscoli mostruosi ed irreali di Ben Johnson, suo eterno rivale, Lewis appariva come l'atleta omerico, febico ed aggraziato; sembrava che corresse senza sforzo, quasi fosse la cosa più normale e naturale del mondo. Aveva un compito su questa terra: correre, null'altro. E lo faceva come nessuno. Racchiudeva in sé tutte le doti del velocista. Pochi sono gli atleti di questa portata: Edwin Moses, re dei 400 ostacoli, o Emilio Juantorena; atleti che si contano sul palmo della mano.
Per questo un'intera generazione di sportivi, quelli che hanno potuto assistere alle sue imprese, è rimasta esterrefatta alle affermazioni del medico statunitense. Pluricampione mondiale, Lewis è entrato ufficialmente e di diritto nell'olimpo degli eroi dell'atletica nel 1984, in occasione delle Olimpiadi di Los Angeles. Inseguiva il sogno di eguagliare il primato di Jesse Owens: 4 ori in 4 specialità (100 e 200 metri piani; salto in lungo e staffetta). Erano passati quasi cinquant'anni da quando Owens, un nero, c'era riuscito a Berlino, proprio davanti a Hitler, il teorico della razza ariana. Quel record sembrava destinato a rimanere inviolato finché, all'inizio degli anni ottanta, un giovane californiano non iniziò a sbalordire il mondo. Nel 1984 era già un campione affermato ed anche l'unico che poteva permettersi di pensare al record di Owens senza passare per matto o per sbruffone. Ed infatti Lewis vinse tutto. Divenne, in quella occasione, il simbolo dello sport mondiale.
Poi venne Ben Johnson, un ex giovane jamaicano naturalizzato canadese. Nel giro di pochi anni la sua massa muscolare aumentò in modo inverosimile ed egli iniziò a vincere tutte le gare dei 100 metri, disintegrando record e primati. La sua era una corsa basata sulla potenza pura. A livello stilistico nulla aveva a che vedere con la grazia innata di re Carl, ma i risultati arrivarono e proprio ai danni di Lewis, che iniziò a diventare l'eterno secondo. In molti sospettavano che Johnson usasse sostanze illecite, e la conferma arrivò ben presto. Titoli e primati gli vennero cancellati e gran parte di essi restituiti al legittimo proprietario: Carl Lewis. Magra consolazione per il figlio del vento.
Re Carl smise di correre nel 1997, dopo aver lasciato un segno indelebile nella storia dell'atletica leggera. Poi la notizia di questi giorni: Carl Lewis si dopava. Se così fosse sarebbe un ulteriore attentato alla credibilità dello sport; forse il definitivo. Fin quando potremmo sopportare la caduta degli dei?
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Si sapeva. Tral'altro la federazione d'atletica statunitense e' l'unica che non accetta controlli del CIO sul doping.




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