Nessun dorma! Nessun dorma! E nessuno sta dormendo. Anzi, a dire il vero me ne sto qui nella stanzetta davanti a una foto buffa di Satchmo che ride disteso su uno scalone, con Bulgakov tra le mani che da troppo tempo è lì, a metà, e aspetta che lo riprenda. Ma non è la serata giusta per leggere, no. La mente scorre quello che è successo nelle ventiquattr’ore appena passate, ore convulse e irrequiete, ore di attesa e di concentrazione. Un articolo, il terzo in assoluto, per un giornale di cronaca provinciale, il primo quotidiano della mia vita. L’argomento, banalissimo, consiglio comunale, dopo sei ore a dir poco estenuanti di appunti presi alla rinfusa su piccoli foglietti stropicciati e poi pazientemente ricostruiti, come brandelli di stoffa da ricucire per farne un indumento il più dignitoso possibile. (“Mi hai trattato bene, vero?”, chiederà il Sindaco tra i vapori delle docce della piscina). Uno spuntino veloce veloce al Largo Poste, la delizia del prosciutto di San Daniele coi pomodori e la rucolina fresca, e poi di nuovo dentro, tra delibere e piani regolatori.
Prima del consiglio, calzati i panni dell’attore, su un piccolo palcoscenico a provare pezzi e brani per un insegnante mezzo pazzo che allargava e chiudeva la bocca senza emettere suono, come un pesce. E prima ancora… prima ancora è stata Lei. E’ stata una ragazza che per quattro anni ha frequentato il Classico a cinque chilometri dalla mia scuola, senza che sospettassi appena della sua esistenza. E’ stato un sorriso e qualche parola buttata lì quasi a caso, perché a volte il coraggio ti manca e non sai dove è finito, anzi sospetti di non avercelo mai avuto, e anche la tua interlocutrice ha una paura boia ad aprire bocca, e non ti aiuta per niente, figurarsi, no, resta zitta zitta con gli occhi che scappano e non si fanno prendere. Incontrarsi sotto il sole che accenna appena la primavera, quando tutto attorno a noi è tiepido e sonnacchioso: e gelare come piccoli pinguini. Parlare di cose normali senza metterci alcun impegno e rendere tutto scontato e superficiale, perché si sa bene che non è quello a cui si dovrà giungere; maltrattare la pizza già nata mediocre nel piatto del localino dove ci si è dati appuntamento, senza alcuna fame ovviamente, e con la forchetta che scivola nelle mani sudaticce senza afferrare nulla, una cosa schifosa. Questo e altro: anzi, altro e questo, perché nei rapporti interpersonali c’è più improvvisazione e impulsività che modelli collaudati e prestabiliti, sennò diventa un colloquio diplomatico o un’intesa sindacale. Altro e questo è stata la giornata appena passata. E’ stata, soprattutto, un sì quasi inaspettato: trepidato, atteso, timidamente accennato ma lontano, fino a un secondo prima: e ora, ora che quel momento è passato, ora che la barriera di confine è superata e le difficoltà d’un tratto si sciolgono, quel momento cruciale si allontana alla velocità della luce, scompare all’orizzonte, è archiviato tra i bei ricordi. Si apre un nuovo mondo.
Non è tempo di dormire, e la luce verdognola della radiosveglia mi avverte che sono le quattro e mezza. Il cane in salotto dorme, mamma e papà dormono, il condominio intero dorme, dorme tutta Cortina nel buio, e sveglie stanno solo le stelle lassù in cielo. “Ne basta una piccola…”, mi aveva scritto la mamma sotto a un disegno di un bambino che cattura la stellina. Ricordi di bambino che non sbiadiscono, che restano anzi, piccole cose piacevoli e che danno conforto, ma che ora lascio alle spalle. Le stelle di fuori, sciocchine e sbrilluccicose, chiamano un giovane che fatica a prendere sonno e probabilmente resterà sveglio fino a mattina. Scappo fuori in giardino, con indosso solo il pigiama, anche se fa un freddo cane.
Dilegua o notte, e tramontate stelle! Puccini l’ha scritto, l’alba è vicina, il Principe vincerà: e chi non è principe in questa notte che scoppia di emozioni?
Magari quello Piccolo di De Saint-Exupèry, che scopre il mondo con occhi candidi e curiosi… magari anche solo lui.




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