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    Predefinito Fassino: "Aprile incompatibile", il correntone insorge

    04.04.2003
    Berlinguer: «Altri preparano scissioni, non noi»
    di Simone Collini


    "Il divorzio, almeno in politica, deve essere consensuale. E noi non divorzieremo". Giovanni Berlinguer abbandona il tono pacato tenuto fino a quel momento del suo intervento, alza la voce, scandisce bene le parole, scuote i fogli che tiene in mano e sui quali ha preso appunti quando ascoltava la relazione di Piero Fassino. Il suo è chiaramente uno sfogo, ma non solo. Perché non arriva a caldo.

    Sono passate oltre due ore da quando il segretario della Quercia ha usato parole che sono suonate come un esplicito aut-aut rivolto al Correntone: partito e organizzazioni, entrambi dotati di regole interne e di una loro disciplina, non sono compatibili, interferiscono fra loro. Parole che arrivano a meno di una settimana dalla trasformazione di Aprile da associazione di tendenza dei Ds ad associazione autonoma. Parole che in quelle due ore tutti gli esponenti della sinistra diessina presenti nel salone della Fiera di Milano criticano duramente. Tutti tranne Berlinguer, che invece, appena Fassino finisce di parlare, si alza dalla sedia sulla quale era sempre più sprofondato, ritrova in parte il sorriso perso negli ultimi minuti dell'intervento del segretario, a chi glielo domanda risponde che non vuol dare giudizi affrettati, e poi si allontana con i suoi fogli scritti.

    Non perdono invece tempo gli altri esponenti della minoranza diessina di sinistra, probabilmente sorpresi da un richiamo all'ordine che non si aspettavano, non oggi, non nei giorni in cui si sarebbe dovuta rilanciare l'idea della gestione unitaria del partito. E soprattutto non dopo aver votato solo ventiquattr'ore prima in modo unitario col gruppo Ds alla Camera (e solo insieme a questo) al dibattito parlamentare sulla crisi irachena. Una sorpresa che forse ha reso ancora più aspre le repliche a Fassino. Pietro Folena si dice "allibito" da questo "attacco sorprendente che non tiene conto del lavoro unitario compiuto in questi giorni", Giovanna Melandri si augura di "aver capito male" il senso di quella parte di intervento che, dice, le ha "lasciato il gelo" e Gloria Buffo giudica "inaccettabile" l'idea "disciplinare" della gestione del pluralismo.

    Fortemente negativi anche i giudizi degli esponenti dell'associazione "Socialismo 2000", di Cesare Salvi, che parlano di discorso "sorprendentemente sbagliato" (Luciano Pettinari) e che "punta all'anatema" (Giorgio Mele). Il portavoce di Aprile Vincenzo Vita vorrebbe parlare del resto della relazione di Fassino, "piena di temi interessanti", ma poi non riesce proprio a trattenersi: "Quando ha affrontato la questione del pluralismo interno ha compiuto un passo indietro. Aprile non è incompatibile, non è alternativa ai Ds, non si pone il problema di una concorrenza ai Ds. E' necessario un chiarimento. Noi tutti vogliamo stare con grande amore e grande passione nei Ds, ma non vogliamo starci da ospiti indesiderati".

    Berlinguer intanto lavora sui suoi fogli, si unisce ai capannelli di persone che si formano nei corridoi della Fiera, con Folena, Crucianelli, Vitali, Leoni, Melandri che discutono, commentano, fanno anche qualche battuta ("Non mi è dispiaciuta la relazione", dice sorridendo Fumagalli, "la relazione di Baricco non mi è dispiaciuta. Non mi è piaciuta invece la controrelazione di Fassino"). Poi prende la parola. Intanto è arrivato anche Sergio Cofferati, che con Berlinguer divide la presidenza di Aprile. Il leader del Correntone parte dai punti della relazione del segretario che condivide. Poi arrivano le prime avvisaglie.

    Se Fassino rilancia la linea riformista di Pesaro, Berlinguer replica che in questo anno e mezzo si è verificato un "forte aggiornamento e correzione" della linea uscita dal Congresso: "Non dico revisione per non offendere e per non tornare alle polemiche di quei giorni", aggiunge. E come il segretario aveva dedicato al tema del pluralismo interno la parte finale del suo intervento, il leader della sinistra diessina chiude rispondendo punto per punto alle tesi esposte nella relazione di apertura. Fassino ha detto che il pluralismo non può tradursi in distinzioni di comportamenti, di esternazioni, di voto? Berlinguer risponde che "su importanti questioni c'è nel partito una unità che non è stata abbastanza valorizzata". Poi arriva la difesa di Aprile, che è servita da "stimolo", che non ha una funzione "paralizzante", che non si può dire che "interferisce" col partito, anche perché "è sorta a norma di statuto".

    E quindi la bordata finale. Perché il leader del Correntone domanda: "Aver lavorato con Aprile ad allargare il fronte dell'opposizione a Berlusconi è un passo verso la scissione? O la scissione la stanno preparando gli autorevoli compagni che negli ultimi giorni ci hanno rivolto un invito a separarci?". La risposta: "Il divorzio deve essere consensuale. E noi non divorzieremo". In sala parte l'applauso, anche se di pochi. Poi aumentano quando Berlinguer invita a "non indebolire le nostre forze con le divisioni", e a metterle invece "al servizio dei cittadini che aspiriamo a rappresentare".
    Fra quelli che in sala applaudono c'è Cofferati. E' arrivato mentre stava intervenendo Pezzotta e ha ascoltato il resto del dibattito sedendosi vicino agli esponenti della Cgil presenti, Epifani, Nerozzi, Passoni. Andando via, ha definito "bello ed efficace" il discorso di Berlinguer, ma non ha voluto commentare le parole di Fassino. Potrebbe farlo domani, quando interverrà alla Conferenza prima della relazione finale del segretario.

    www.unita.it
    "Vogliamo distruggere tutti quei ridicoli monumenti del tipo "a coloro che hanno dato la vita per la patria" che incombono in ogni paese e, al loro posto, costruiremo dei monumenti ai disertori. I monumenti ai disertori rappresentano anche i caduti in guerra perchè ognuno di loro è morto malidicendo la guerra e invidiando la fortuna del disertore. La resistenza nasce dalla diserzione"

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    Predefinito Continuano le tensioni in casa DS

    05.04.2003
    La minoranza: Fassino deve rettificare. «Si può stare nei diesse e nelle associazioni»

    di red

    Regole. Regole di convivenza. A Milano, alla conferenza programmatica, dei diesse su questo si discute.

    Si litiga. E forse - ormai lo teme più di qualcuno - su questo si è ad un passo da una frattura profonda.

    Dopo il discorso di Fassino, ieri, poco fa s'è riunito il gruppo dirigente del cosiddetto «correntone», la minoranza della Quercia. Che, in una conferenza stampa, ha chiesto al segretario di «rettificare pubblicamente» il suo intervento. Di rettificare quanto ha affermato dal palco sulla doppia militanza: secondo il segretario, infatti, non si potrebbe aderire al partito e alle associazioni contemporaneamente.

    «La convenzione programmatica - ha detto il portavoce di Aprile Vincenzo Vita - è stata vanificata dall'attacco di Fassino. La forzatura della scelta e del terreno dello scontro interno ha vanificato la discussione sul programma. È un fatto molto grave e un passo indietro». «Noi - ha proseguito Vita nel corso di una breve conferenza stampa - vogliamo respingere al mittente le accuse di imcompatibilità, parola molto sgradevole che ci ha molto segnati». Per questo «speriamo che da Fassino giunga una pubblica rettifica nel corso delle conclusioni alla convenzione».

    La situazione, insomma, è molto tesa. Tanto più che Pierluigi Bersani, fuori parlando coi giornalisti, è stato piuttosto esplicito: «Cofferati deve dire se vuole stare dentro o fuori».

    L'ex ministro dell'Industria ha poi aggiunto: «A Cofferati direi: hai fatto un passo, ora fanne un altro, perchè i compagni percepiscano che la casa comune è il luogo dove si discute. Se fa un passo ulteriore diventa un leader dei nostri». Bersani ha sottolineato di non criticare nessuno degli atteggiamenti di Cofferati «se non il fatto che da un anno a questa parte non è venuto ancora in direzione a dire la sua. Se ha idee diverse va benissimo. La battaglia politica si fa sulle idee e la linea politica viene fuori dalla discussione e dal confronto. Ma bisogna esserci con tutti e due i piedi, e lottare».

    E prima di Bersani, aveva parlato Violante. Il capogruuppo alla Camera ha cercato in qualche modo di stemperare i toni: «Quello di cui hanno bisogno i Ds, prima ancora dell'unità, è la fiducia e la solidarietà reciproca». La sua analisi su ciò che impedirebbe al partito di arrivare a quel nuovo, clima di fiducia reciproca è questo: «L’importante – ha detto – è che non spunti all'orizzonte nessun nuovo Catilina». «Mi rammarico – ha aggiunto - che una nobile fondazione culturale abbia ospitato quel vergognoso attacco». Il riferimento, è ovvio, è all’editoriale – firmato appunto Catilina, apparso sul sito della Fondazione Di Vittorio guidata da Sergio Cofferati nel quale si criticavano aspramente i dirigenti del centrosinistra.

    Questo per la vita interna dei diesse. Ma la Quercia fa parte di una coalizione che, anche in questi difficili frangenti della guerra, mostra di sé il lato meno unitario. Ci sono problemi di linea, di proposta. E anche di leadership. Ecco cosa ha detto al proposito Violante: «A me è sembrato particolarmente appropriato l'invito ad una leadership collegiale dell'Ulivo. Altra cosa, però, è la questione del candidato che sfiderà Berlusconi: questione che non è attuale e che si porrà dopo le elezioni europee. Ma una leadership collegiale rappresenterebbe e garantirebbe meglio tutte le identità della coalizione».

    Insomma, per Violante, «l'Ulivo non può essere più quello del '96. Sono passati dieci anni e c'è bisogno di novità di programma, perché sta cambiando il mondo, e novità di organizzazione perchè sono mutate le forze che all'Ulivo fanno riferimento, diretto o indiretto. Il nostro sforzo serve anche per costruire la nuova alleanza ed il nuovo programma di un Ulivo vincente alle prossime elezioni politiche, alleato con Rifondazione comunista e Di Pietro».

    Ma fra il progetto e l’alleanza c’è di mezzo la realtà, fatta di tre distinte mozioni nell’ultimo dibattito parlamentare. «Io però non condivido – ha aggiunto Violante – l’idea di un Ulivo diviso tra una componente estremista ed una riformista. Questa lettura non corrisponde ai fatti, come ha dimostrato il voto alla Camera sull'Iraq, dove tutti i Ds e la Margherita hanno votato lo stesso documento e non hanno votato i documenti degli altri». «Mi pare - ha osservato ancora- frutto di un a priori il dire: mai con la sinistra. Tanto più se detto da un partito di sinistra. Semmai, bisogna evitare comportamenti estremistici a sinistra, come anche in altre componenti dell'Ulivo in opposte direzioni». E allora? «Allora credo che questi problemi - ha concluso Violante - si risolvano solo con il confronto politico, non con la divisione della coalizione, secondo linee di convenienza».

    Confronto politico, dunque. Su tutto. Anche sul tema dei diritti sindacali. E si arriva allo spinoso tema del referendum sull’articolo 18.

    Su questo è intervenuto Cesare Salvi, esponente della minoranza. Un intervento piuttosto polemico, il suo. «Qual è l'indicazione che il partito intende dare sul referendum sull'articolo 18? – s’è chiesto – Io dico allora che dobbiamo mettere da parte le discussioni sull'opportunità o meno di averlo indetto e cominciamo a considerare piuttosto che il quesito sull'estensione dei diritti previsti dall'articolo 18 rappresenta una grande occasione per battere Berlusconi». Insomma, «come votano i diesse? Dai sondaggi emerge che una grande maggioranza degli elettori e una larghissima maggioranza dei nostri elettori, è orientata per il sì. Come intende rispondere il partito?».

    Anche Cesare Salvi ha comunque rivolto un invito all'unità interna. «È necessario che il nostro confronto vada avanti sulle politiche e non sulle persone, perchè troppo spesso si è scambiato il dialogo con gli attacchi personali, che sono sempre traumatici. La discussione è utile se prevale la tolleranza e il rispetto. Tolleranza significa in primo luogo che la maggioranza non può avere sempre ragione. L'impegno comune è battere il governo di centrodestra e qualche volta può essere utile ascoltare la ragioni della minoranza».

    Resta da segnalare che ai lavori milanesi è intervenuto anche il presidente di Confindustria, Antonio D’Amato. Che alla fine del suo saluto-intervento, ha preso qualche applauso ma anche un po’ di fischi. Le contestazioni sono arrivate in particolare quando il presidente degli industriali ha difeso le riforme del governo e quando ha sostenuto che al tavolo di concertazione le «porte per la Cgil sono sempre aperte». È importante «riprendere e rilanciare con forza le politiche di liberalizzazione e privatizzazione che hanno subito un forte rallentamento, uno stop», ha detto dal palco. «Riprendere in mano le privatizzazioni è necessario - ha concluso - per rilanciare lo sviluppo delle imprese e la competitività del paese». Questa operazione va accompagnata da politiche neo-keynesiane con «forti investimenti pubblici in innovazione e formazione».

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    Predefinito

    Fassino ha sbagliato a dire quelle cose.

 

 

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