L'Impero continua a distillare il suo fuoco spettacolare sulle terre dell'antica Mesopotamia, stringe con il suo pugno d'acciaio le fragili membra della nazione irachena, squaderna - con il rombo dei B52 e con il lancio dei Cruise - la pedagogia militare che annuncia il "nuovo ordine mondiale", la sua onnipotenza atlantica, la sua sfida mortale alla storia, al buon senso, alla legalità, ai popoli, alla vita. Vediamo le fiamme e il fumo nero di Baghdad e non vediamo il resto, a nord e a sud, non vediamo i dettagli, il panico dei bimbi, lo schianto della vita quotidiana, la morte che compie i suoi riti lontano dalle telecamere. L'Impero gioca con il Kaos: lo riproduce con le sue slot-machine belliche, lo sostituisce alla diplomazia e alla politica, lo issa sulla bandiera di un patriottismo fondato sulla Bibbia texana e petrolifera della più retriva destra yankee. Il Kaos parla nel nome di dio, un dio bianco e proprietario, guerriero e telematico, sospeso nella metafisica industriale della Borsa e della Spada, che segna dall'alto dei cieli il solco dell'unica globalizzazione consentita. Sotto al cielo, già cominciano a prodursi piccole smagliature nella trama della guerra americana. Piccoli indizi di un delitto imperfetto. La Turchia "amica" che mette uno e due piedi nell'Iraq dei kurdi: come un promemoria su quanto vasta sia stata e sia la persecuzione del "popolo delle montagne". E poi quei missili che scappano di mano alle truppe alleate e vanno a posarsi oltre il confine iraniano: come una premonizione su quanto larga sia la geografia della "guerra preventiva". Ed anche le inaspettate sacche di resistenza, una resistenza disperata e impossibile, che sembra fatta di fionde e di carabine piuttosto che di armi chimiche e batteriologiche. Infine la morte, quella dei "buoni", dei liberatori, dei civilizzatori, dei soldati britannici e statunitensi, o quella di spericolati e coraggiosi reporters.
Non è dunque il volo delle farfalle, quello che si leva nell'entroterra del golfo persico, anche se Bush junior, a differenza di noi miseri mortali, non resta inchiodato alla Tv per vedere la diretta del suo "Shock and Awe": va a fare il suo week end, si porta appresso la Casa Bianca, giocherà col suo cane, reciterà i salmi. Per il resto del mondo sarà un tranquillo week end di paura, a contare le luminarie che si accendono nella lunga notte di Baghdad, a decifrare il rumore dei botti, ma anche a scendere per le strade, ad annodare i fili della coscienza e della protesta, a discutere coralmente sul "che fare". Perché la ribellione alla guerra è solo all'inizio, già ora travolge gli argini della cronaca e i confini delle nazioni, è l'insorgenza spontanea e universale di un nuovo attore (di una nuova "superpotenza") nell'epoca che sta nascendo attorno alla forma inedita del dilemma più antico: pace o guerra. Sono moltitudini che si auto-organizzano, a milioni nelle piazze australiane e sudafricane, europee ed asiatiche; sono i ragazzini del "mordi e fuggi" della contestazione californiana alle multinazionali e ai palazzi dell'alta finanza; sono le bandiere arcobaleno che soppiantano le bandiere bianche dell'assuefazione e dell'indifferenza. Sono i mille gesti della disobbedienza civile: che non è solo testimonianza individuale, uso del proprio corpo come strumento di pace, ma anche traccia di un nuovo e inedito "ordine del discorso": sulla legalità, sulla convivenza, sulla civiltà, persino sulla statualità.
Tu ti armi ed io mi disarmo. Tu vuoi armarmi ed io provo a disarmarti. Tu mi vuoi arruolare, con il Tg2 o con l'offerta delle basi per la guerra. Ed io diserto: con la contro-informazione e violando il filo spinato di quella sovranità atlantica e nordamericana che limita e mortifica il territorio della democrazia italiana. Tu vuoi che il mio dissenso taccia dopo il primo rullo di tamburi ed io cerco di gridare più forte delle tue fanfare e dei tuoi cannoni. Siccome tu sei il più forte del mondo, il sarò il più debole del mondo: mi armerò di debolezza, della mia nudità, della mia creaturale irriducibilità al tuo rango marziale. Tu sei la violenza, il fine che giustifica i mezzi, la ragione della forza. Ed io sarò la nonviolenza, i mezzi che anticipano il fine, la forza della ragione. Tu sei la disumanità del calcolo economico applicato alla macchina dello sterminio. Io sarò incalcolabile gratuità dei gesti di vita, di accoglienza, di condivisione, di pace. Tu sei la politica che si piega sotto il tallone di ferro dei generali e dei finanzieri. Io sarò la politica che si alza in piedi, che guarda il cielo, che non dimentica neppure uno dei bimbi spauriti, feriti, uccisi di Baghdad. Tu sei potentissimo ma solo, benché clonato e moltiplicato dallo schermo magico dei mass-media imperiali. Io sono fragilissimo: ma mi guardo attorno, e siamo milioni, e non torneremo più a chiuderci in casa. Tu sei l'Impero della morte. Io sono, noi siamo, un meraviglioso annuncio di vita.
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