Nulla di meglio di qualche bel libro per aiutarci nell'arduo tentativo di cercare di ritrovare lo spirito e l'ardimento che da sempre hanno caratterizzato la nostra gente. Neanche novant'anni fa accadeva anche questo: l'impresa fiumana. Leggetevi questo interessantissimo ed entusiasmante saggio storico:
Alla festa della rivoluzione
Artisti e libertari con D'Annunzio a Fiume
Biblioteca storica
pp. 272 , € 17,00
88-15-08961-6
anno di pubblicazione 2002
Bravate, trasgressioni, provocazioni: l'impresa di Fiume come carnevale rivoluzionario.
Nel riassetto territoriale seguito alla Grande Guerra, la città di Fiume era rivendicata tanto dall'Italia quanto dalla Jugoslavia; nelle more delle trattative, un manipolo eterogeneo di volontari italiani capeggiati da Gabriele D'Annunzio la occupò nel settembre 1919 e la tenne fino alla fine del 1920. L'impresa fiumana per molti versi è un episodio precursore del fascismo, ma essa coagulò una quantità di esperienze diverse, di ansie di ribellione, di velleità rivoluzionarie. Sotto questo aspetto fu come un lungo e febbrile carnevale all'insegna della festa e della provocazione, in linea con le avanguardie del tempo, ma fu anche un momento "insurrezionale" come lo sarà il Sessantotto. Claudia Salaris rivisita l'avventura fiumana da questa particolare angolatura: attraverso le testimonianze anche letterarie di protagonisti noti o dimenticati racconta Fiume dalla parte degli "scalmanati" che vi accorsero a vivere una vita-festa fatta di bravate futuriste e di utopie, di trasgressione sessuale e di pirateria, di gioco e di guerra. In questa luce, Fiume è un capitolo significativo di quella cultura della rivolta che ha caratterizzato il Novecento.
Claudia Salaris, autrice di diversi libri sul futurismo e le avanguardie del Novecento, tra i quali "Storia del futurismo" (Editori Riuniti, 1985;1992), "Artecrazia" (La Nuova Italia,1992), "Marinetti" (Editori Riuniti, 1997), "Controcultura in Italia 1966-1977" (con P. Echaurren, Bollati Boringhieri, 1999), "La Roma delle avanguardie: dal futurismo all'underground" (Editori Riuniti, 1999); con il Mulino: "Marinetti editore" (1990).
Alcune recensioni reperite in rete:
Da: http://www.comune.bologna.it/iperbol...p/salaris.html
Claudia Salaris, "Alla festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D'Annunzio a Fiume", il Mulino, 2002, pp. 272, 17 Euro
Il 12 settembre 1919, il poeta Gabriele D’Annunzio parte da Ronchi alla testa di un manipolo di arditi e di disertori per occupare Fiume e annetterla al Regno d'Italia: erano in molti a pensare che, negli accordi che si andavano facendo dopo la fine della Grande Guerra, la città dovesse comparire nell’elenco delle città redente. L’azione di D’Annunzio sfrutta l’impeto e l’adrenalina che la guerra aveva acceso in molti combattenti ed arriva a sorpresa con un effetto altamente mediatico: quella che ci si appresta a recitare, per ben sedici mesi, nella città occupata è la spettacolare festa della rivoluzione cui si allude nel titolo. Fra i documenti trattati per la ricostruzione ci sono i testi scritti da poeti, letterati e artisti che a fianco del poeta vissero questa breve ed esaltante avventura: le memorie di Giovanni Comisso, Léon Kochnitzky, Mario Carli ma anche le trasposizioni narrative che a quell’evento si ispirarono come gli Arabeschi fiumani e il romanzo Trillirì sempre di Carli, Il Porto dell’amore di Comisso. Il risultato è una ricostruzione che intreccia personale e politico in un affresco molto vivace anche dal punto di vista espositivo.
Fra gli argomenti trattati il difficile e conflittuale rapporto con Marinetti e i futuristi, fra i primi a rispondere all’appello in un momento in cui il Futurismo è attraversato dal dibattito sugli sbocchi politici che molti artisti sentono di dover dare alla loro esperienza estetica; la frattura che si viene a creare fra futuristi e fascisti dopo il secondo congresso fascista che porta alle dimissioni di Marinetti e di Carli; i legami che intercorrono con altre forze insurrezionaliste: Randolfo Vella di «Umanità Nova» è il primo dei giornalisti sovversivi ad arrivare a Fiume per studiare il fenomeno fiumano. In novembre Marinetti, Carli, Somenzi e Cerati invieranno due telegrammi a nome della direzione del movimento futurista e di un Club futurista milanese al ministero degli Interni per protestare contro l’incarcerazione di Errico Malatesta e in segno di protesta per la reclusione di tutti i detenuti politici. I tormentati rapporti fra futuristi ed anarchici, analizzati in un bel libro di Alberto Ciampi dell’’89 -Futuristi e Anarchici, quali rapporti?- e di recente in una tesi di laurea da Laura Iotti -Futuristi e anarchici, dal primo manifesto di Marinetti all’entrata in guerra dell’Italia (1909-1915)-, naufragarono come è ovvio sulle posizioni militariste e nazionaliste di quella parte del movimento futurista che poi convergerà nel partito fascista, ma anche su una visione della violenza che per gli anarchici aveva valore di necessità e di progettualità politica mentre per i futuristi rivestiva un valore soprattutto estetico.
In realtà a Fiume convivono con notevoli difficoltà due anime, una fortemente tradizionalista e nazionalista e una trasgressiva e immaginifica che solo l’autorevolezza e il carisma di D’Annunzio riescono a tenere insieme.
La città occupata diventa un laboratorio per sperimentare nuove forme di governo, di vita, militari.
La sopravvivenza economica dei rivoltosi, persa la speranza in un aiuto istituzionale, si avvale di donazioni di ricchi mecenati e ammiratori del poeta; finanziamenti sostanziosi, nei primi tempi, arrivano anche dalla massoneria, ma soprattutto l’economia fiumana è un’«economia pirata» che vive di spettacolari “espropri” ai danni di navi e piroscafi che vengono dirottate a Fiume e i cui carichi vanno a far parte del bottino di una guerra che si combatte in difesa di tutti i popoli che combattono contro nazionalismi, capitalismo, militarismo. Nell’ottobre del 1919 sul piroscafo Persia, appartenente ai Lloyd di Trieste, carico di munizioni e di viveri destinate a Vladivostok si imbarcano, clandestinamente, tre «fiduciari» fiumani, e convincono l’equipaggio della nave a sbarcare «volontariamente» a Fiume. «I mezzi che dovevano servire a combattere la libertà e la redenzione del popolo russo seviranno per la libertà e per la redenzione del popolo fiumano.» si legge nel comunicato che il capitano Giulietti fa stampare per far luce sull’episodio e smentire le versioni tendenziose e inesatte della stampa ufficiale.
Sotto il governo di un poeta-guerriero la città diventa il crocevia di sperimentazioni trasgressive: si fissano nuove regole, ad esempio, nei rapporti fra esercito e stato maggiore, che diventa un rapporto basato sulla fiducia che i sottoposti accreditano al loro “Comandante”, le divise stesse diventano oggetti da reinventare: alcune donne vestono «alla maschietta» con casacche grigioverdi e pantaloni miltari, gli uomini de «La disperata», una delle compagnie più colorate e originali, reclutati dall’aviatore Guido Keller fra i legionari più giovani e trasgressivi, marciano per la città a torso nudo e in pantaloncini corti; Guido Keller, uno dei personaggi più stravaganti dell’impresa fiumana, è un cultore del nudismo e del naturismo e si distingue per alcune imprese pittoresche e beffarde fra queste famosa quella in cui in un’escursione aerea getta su Montecitorio un pitale pieno di carote e di rape e progetta, ad un certo punto, di rapire il presidente del consiglio Giolitti, idea abbandonata perché troppo rischiosa. A Fiume viene praticato il libero amore e le donne stesse ottengono il diritto a manifestare col voto il loro parere, partecipano alle manifestazione collettive e alle parate anche se il mondo fiumano rimane comunque essenzialmente maschile ed è diffuso il rapporto omosessuale che Marinetti stesso aveva definito «gusto rispettabilissimo» e che viene considerato un modo per opporsi alla morale bigotta e «passatista». Nella città occupata si incontrano nazionalisti e internazionalisti, monarchici e repubblicani, conservatori e sindacalisti, clericali e anarchici, imperialisti e comunisti.
La Costituzione dello Stato Libero del Carnaro, redatta da D’Annunzio e dal sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris, riconosce «la sovranità di tutti i cittadini senza divario di sesso, di stirpe, di lingua, di classe, di religione», viene sottolineata l’uguaglianza fra i sessi e l’affrancamento della donna rispetto all’autorità «maritale», viene introdotta la pratica del divorzio e il diritto di voto e di lavoro per la donna. Nella Carta del Carnaro si sottolinea l’importanza delle libertà di stampa, di riunione, ed associazione e della garanzia di un «salario minimo» per tutti i cittadini.
Regole e convenzioni vengono stravolte, comizi e cortei si formano istantaneamente, composti da donne e da uomini, mulinello di gioventù, di patriottismo, che grida, che salta, che turbina, ricorda Carli, trascinando con sé i pochi tiepidi o i vecchi che vorrebbero far da spettatori, bambini di quattro cinque anni tengono comizi sulla scalinata di casa che si chiudono con il fatidico «Eja,eja,eja!Alalà». Il Comandante stesso comizia quotidianamente la popolazione fiumana, dando il via a quella spettacolarizzazione della politica che poi il regime fascista metterà a punto di lì a qualche anno, riprendendone i riti, le parate, la pulsione a capovolgere l’ordine costituito, gli slogan come i famosi «me ne frego!», «Chi non è con me è contro di me!», l’Alalà di saluto, persino «Giovinezza!Giovinezza!», canzone nata ai tempi della guerra del Piave diventa oggetto di riappropriazione e viene riproposta nella kermesse fascista.
L’interminabile festa fiumana finisce dopo sedici lunghi ed indimenticabili mesi nel «Natale di sangue» del 1920 quando l’esercito governativo sconfigge rapidamente l’esercito di ribelli.
L’avvento del fascismo getterà sulla lettura di quell’episodio, che preannuncia indiscutibilmente la marcia su Roma e l’avvento del regime fascista, una luce torbida e nera.
Con la condanna del regime negli anni successivi alla Liberazione si cancellarà con un colpo di spugna il ricordo imbarazzante dell’episodio fiumano, buttando così con l’acqua sporca del regime fascista tutto quello che aveva avuto legami ideali o formali con la dittatura, senza porsi il problema di analizzare le varie componenti che caratterizzarono quell’evento. La stessa sorte toccò al movimento futurista, uno dei più vivaci movimenti di avanguardia del Novecento, che non a caso ebbe molta più risonanza all’estero che non Italia, dove solo di recente è stato rivalutato dal punto di vista della notevole spinta trasgressiva e rivoluzionaria che ebbe nella elaborazione di un pensiero estetico autenticamente innovativo e di portata internazionale.
La lettura di Claudia Salaris della provocazione fiumana tende a porsi essa stessa come atto provocatorio, quasi un détournement situazionista proprio per la caparbietà e la sottigliezza con cui l’autrice cerca di mettere in contraddizione vecchi pregiudizi e schemi di lettura per aprire nuove spiragli interpretativi su un episodio a lungo travisato e interpretato strumentalmente da una certa critica del Novecento, va ricordato che già Hakim Bey nel suo T.A.Z. Zone temporaneamente autonome aveva, peraltro, citato l’episodio di Fiume come una delle ultime utopie pirata o addirittura una delle prime TAZ della modernità.
Come in altri testi della Salaris anche qui si cerca di inserire le vicende dell’avanguardia futurista in una lettura più ampia accennando a eventi successivi e paralleli, come il dada, la contestazione sessantottesca, il movimento del settantasette e riconducendo il tutto ad un comune fil rouge trasgressivo/insurrezionale dove l’arte si lega in maniera indissolubile con l’impegno politico e subisce, infine, la sorte della damnatio memoriae che è innanzitutto condanna politica: il “guai ai vinti” è, in fondo, categoria interpretativa trasversale e atemporale.
Carla Pagliero
Da: http://www.questotrentino.it/2002/22...ivoluzione.htm
“Alla festa della rivoluzione”
Claudia Salaris, Alla festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D’Annunzio a Fiume. Il Mulino, Bologna, 2002, pp.249, 17,00.
Il 12 settembre 1919, nel riassetto generale che fa seguito alla Grande Guerra, la città di Fiume viene presa da un manipolo di militari disertori guidata da Gabriele D’Annunzio e tenuta sino al termine dell’anno successivo. Gesto folle che sembra andare contro qualsivoglia regola di lucida politica internazionale che va disegnandosi dopo la guerra sulle ceneri degli stati sconfitti. Italia ed Jugoslavia si contendono Fiume, sebbene già il 30 ottobre 1918, prima dell’armistizio ed al principio del disgregamento dell’impero austro-ungarico, il Consiglio nazionale italiano di Fiume si sia già pronunciato a favore dell’annessione all’Italia.
Lungo le 205 pagine inframmezzate da fotografie che immortalano i partecipanti a questa folle impresa anticipatrice del fascismo, Claudia Salaris traccia le vicende di un manipolo di soldati e di poeti, letterati, pittori e brillanti uomini di cultura, che sembrano aver messo tutto il loro impegno nella costruzione di quella che viene definita "la città di vita". L’autrice di questo atipico saggio storico, in otto capitoli scritti con limpidezza e semplicità, attraverso numerose citazioni ed un’obiettività gradevole, rende partecipe il lettore dello spirito estremamente libertino e ribelle dell’impresa di Fiume. Comprendere i fatti senza falsarli, soprattutto in un’ottica che sia assolutamente imparziale, non è impresa semplice e Claudia Salaris delizia con numerose citazioni tratte dagli scritti di chi a quell’impresa partecipò e con la scelta di uno stile rapido e fluente.
Senza dubbio fucina di talentuosi ingegni, l’impresa si rivelò un momento davvero intenso per quei giovani che animavano i salotti (letterari e non) dell’epoca, richiamando persino l’attenzione del Club Dada. Il quale, notoriamente proteso a sinistra, per la sua partecipazione all’impresa anticipatrice del fascismo verrà aspramente criticato da Hans Richter che stigmatizzerà quella entusiastica presa di posizione come ingenua e superficiale.
Durante i mesi dell’occupazione Fiume si trasforma
in una piccola controsocietà sperimentale che vive in un clima psicologico atipico e soprattutto avulso dalla morale corrente. Idee e valori sono completamente rovesciati: la norma diviene la trasgressione. Libertà sessuale, omosessualità, uso di droga, nudismo, pratica del ribellismo di massa e così di seguito. Tali manifestazioni collettive psicologiche e di costume sono documentate nelle visioni politico-sociali della Carta del Carnaro e della Lega di Fiume, che avrebbe dovuto riunire i rappresentanti dei popoli oppressi.
Di questo fervore risente anche la dimensione del tempo. I fiumani vivono in una sospensione temporale, una sorta di eterno e giovane presente che sembra essere privo di passato e di futuro ed ha come effetto uno stato febbricitante proprio non solo degli ideatori dell’impresa ma anche dei legionari. Una febbre fatta, nei più risoluti, di orrore per la vita dura e grigia di tutti i giorni, di disprezzo per gli ordini costituiti, di disinteresse per il passato e per l’avvenire, di irridente spregio per la virtù e per il risparmio, per la famiglia, per gli avi, per la religione, per la monarchia e per la repubblica: di nichilistica aspirazione, in fondo, di finirla in bellezza con questa inutile stupida vita, in una specie di orgia eroica.
Sono sentimenti, codesti, che giacciono anche nel remoto sottofondo di molti benpensanti, ma normalmente repressi e condannati in nome della rispettabilità. L’esplosione sfrenata di essi fu forse la caratteristica più importante dell’ambiente legionario fiumano e segno di una situazione politica intrinsecamente rivoluzionaria, in cui D’Annunzio si trovò, un certo momento, ad essere il capo, mandato avanti piuttosto dalla forza degli eventi che da una sua chiara volontà.
Ed assieme al Vate molti sono i nomi d’eccezione: Léon Kochnitzky, ebreo convertito, versatile musicista nordico innamorato della mediterranea penisola, Henry Furst, Ludovico Toeplitz, consigliere delegato della Banca commerciale italiana, tutti rappresentanti dell’ala anticonformista, inquieta e ribelle del fiumanesimo. Il pilota Guido Keller, gli scrittori Mario Carli e Giovanni Comisso, ma anche ragazzi che diverranno noti solo successivamente Ricciotto Canudo, Marcello Gallian, il poeta magiaro Andor Garvay, il futuro poeta e critico Raffaele Carrieri, Mario Carli, compagno di Martinetti ed Emilio Settimelli nella preparazione di "Roma futurista", organo di stampa del partito futurista.
In questo clima, attraversato da tensioni opposte e contrastanti fra moderati, radicali e ribelli sfrenati, si consuma l’esperienza di Fiume dalla quale nasce l’associazione Yoga, ovvero "Unione di spiriti liberi tendenti alla perfezione". Ideata da Keller e Comisso, voleva contrastare gli elementi moderati e conservatori che circondavano D’Annunzio.
Anche l’economia della "città di vita" è singolare: il governo di Fiume realizza le sue entrate non da tasse ed imposte ma dalle ruberie degli Uscocchi e dalle donazioni di generosi sostenitori anonimi o illustri. Ricordando le imprese degli Uscocchi, pirati balcanici del Cinquecento, il Vate battezza nello stesso modo i suoi legionari pronti a tutto e specializzati in colpi di mano terrestri e marittimi. E così, scardinate le regole, Fiume diviene simbolo di una politica-vacanza che sembra muovere dagli orrori della Grande Guerra e per dimenticare propone la festa sia come sublimazione dell’iniziativa politica che come momento di gioco, danza e mascherata. Completa libertà sessuale professata dalle donne e raccontata dai futuristi in romanzi e novelle a sfondo erotico-sociale ed arditi spettacoli teatrali completano il quadro d’insieme. A conclusione del libro, si può veramente dire di aver partecipato ad un evento storico che ha sancito un capitolo della cultura della rivolta tipica del Novecento.
Due immagini dell’’aviatore Guido Keller, naturista e vegetariano, qui sopra nelle sembianze del dio Nettuno.
Da: http://www.dossetti.com/e21festadellarivoluzione.htm
Alla festa della rivoluzione
Claudia Salaris - Il Mulino, Bologna 2002 - pagg. 225
I VISIONARI DI FIUME
L' impresa fiumana, ossia la decisione assunta nel settembre 1919 da un gruppo di militari italiani ammutinati, in violazione alle leggi nazionali e agli accordi internazionali, di occupare, sotto la guida di Gabriele d'Annunzio, la città istriana di Fiume, il cui destino dopo la Grande guerra non era ancora stato deciso - viene generalmente valutata come una delle tappe di avvicinamento alla presa del potere da parte del fascismo, giacché per oltre un anno il Governo italiano tollerò questa evidente situazione di illegalità consentendo il rafforzarsi delle tendenza nazionalistiche e del discredito delle istituzioni.
A risolvere il problema pensò, quando se ne verificarono le opportune condizionali nazionali ed internazionali, Giovanni Giolitti, tornato al governo nel 1920, che nel dicembre di quell'anno fece sgombrare con la forza il Vate ed i suoi dalla città istriana che poco dopo sarebbe stata annessa a tutti gli effetti al Regno d'Italia.
D'altro canto, il fascismo stesso si impadronì dell'impresa fiumana come di un precedente della Marcia su Roma, e fu in epoca fascista che alla cittadina giuliana di Ronchi, da cui i “legionari” di d'Annunzio avevano iniziato la loro operazione illegale, quel predicato “dei Legionari” che ancora l'affligge a quasi un secolo di distanza.
L' intento di Claudia Salaris, studiosa del futurismo e delle avanguardie culturali novecentesche, è quello di evidenziare gli aspetti dell' impresa fiumana meno riconducibili al successivo dipanarsi della vicenda fascista, e non solo perché i neonati Fasci di combattimento erano ancora nella fase magmatica che non aveva ancora smentito le radici fasciste di Mussolini e di molti dei suoi collaboratori di allora, ma perché effettivamente in Fiume si muovevano fermenti culturali e politici non del tutto inquadrabili nella logica del nazionalismo acceso di cui lo stesso d'Annunzio era portatore.
Le figure maggiormente ricorrenti nellí opera della Salaris sono quelle di Mario Carli, Giovanni Comisso, Guido Keller e Leon Koschnitzky, personaggi di formazione e di esperienze assai diverse ma uniti a suo tempo dalla medesima passione interventista e conquistati dall' indubbio carisma dannunziano che li aveva spinti a partecipare, sia pure con ruoli e con funzioni diverse, alla presa di Fiume e al tentativo, soprattutto, di fare della reggenza fiumana, nei quindici mesi della sua esistenza, il punto di partenza per una riforma non solo delle istituzioni ma dei costumi, del modo di pensare e di vivere.
Fra costoro le figure più “politiche” erano senza dubbio Carli e Kochnitzky. Il primo, impegnato sin da giovanissimo nel movimento futurista, amico personale di Filippo Tommaso Marinetti (che avrebbe compiuto anch'egli un breve passaggio a Fiume, per poi ritirarsene non essendo in grado di competere quanto a pose con l'Immaginifico), fondò il giornale “La testa di ferro”, che sarebbe stata la palestra e la tribuna da cui lui e i suoi giovani collaboratori avrebbero diffuso le idee di un rinnovamento rivoluzionario dell' Italia e dell' Europa, suscitando spesso le preoccupazioni dell' ala più moderata della reggenze fiumana, incarnata in particolare da Giovanni Giuriati che sarebbe poi stato una decina d'anni dopo Segretario nazionale del PNF. In particolare, Carli sosteneva la necessità di metter in relazione il movimento fiumano con tutto quello che di nuovo si agitava nell'Europa postbellica ma niente affatto pacificata: fu lui il primo a sostenere la necessità di un'attenzione reciproca fra futurismo politico e bolscevismo (d'altro canto pare che lo stesso Lenin avesse affermato che d'Annunzio era l'unica persona in grado di fare la rivoluzione in Italia) giungendo a scrivere che “Fiume e Mosca sono come due rive luminose in un mare di tenebre”. Su queste posizioni egli trascinò Marinetti, e ambedue, in nome del rifiuto ad aggregarsi agli interessi della borghesia e degli agrari, uscirono clamorosamente dal Comitato centrale dei Fasci di combattimento, che avevano contribuito a fondare (con gran sollievo, presumiamo, di Mussolini).
A dare forma alle confuse idee politiche del Vate in una direzione simile a quella di Carli fu Kochnitzky, poeta e combattente belga di origine ebraica convertito al cattolicesimo, che durante il periodo della reggenza fiumana ebbe un ruolo da “ministro degli Esteri”, spesso in urto con lí attendismo dell' ala “moderata” dei legionari. In particolare Kochnitizky fu l'ideatore di una sorta di “contraltare” alla neonata Lega delle Nazioni che si ponesse dal punto di vista non dei Governi, intesi come espressioni dei gruppi di potere dominanti, ma delle popolazioni oppresse, anzi di tutti gli oppressi della Terra. Fiume, nelle idee del belga, avrebbe dovuto essere la sede naturale di tale organismo in virtù della sua natura di città-stato più libera del mondo, sul modello dell' antica Grecia: a Kochnitzky si deve infatti gran parte della cosiddetta “Carta del Carnaro” l'effimera costituzione dello “Stato della Reggenza del Carnaro”, che d'Annunzio ed i moderati intendevano come stato di passaggio verso l'unione di Fiume all' Italia, mentre il belga ed i suoi amici intendevano come forma da dare alla stessa Italia libera finalmente dalle vestigia del passato, monarchia compresa. Libertà di parola, di pensiero, di religione, di costumi, erano le basi di un impianto libertario se non anarcoide che riconosceva un ruolo superiore al Vate in quanto interprete della volontà generale (e d'Annunzio, sempre gigione, lasciò credere ai suoi giovani seguaci di essere disposto a far proprie le loro idee, non avendone di sue).
Altre figure importanti, sul piano artistico ed estetico, sono quelle del barone Guido Keller, coraggioso aviatore della squadriglia di Francesco Baracca, amico personale di d'Annunzio, esteta, sostenitore della libertà di pensiero e fondatore del movimento “Yoga”, insieme al futuro scrittore e critico Giovanni Comisso, allora giovane ufficiale telegrafista. A costoro spettò in particolare, accanto all' attività politica, di organizzare quella particolarità dell'esperienza fiumana che fu la cosiddetta “vita-festa”, ossia la concezione della vita come momento perennemente ludico, che non significava disimpegnato o disattento, arrivando a coinvolgere nei loro progetti anche Arturo Toscanini, che tenne un concerto per la raccolta di fondi per Fiume. Bisogna rilevare che, vista la forzata inattività dovuta al blocco cui Fiume era sottoposta da parte dell'esercito regio, il molto tempo libero a disposizione favoriva l'emergere di costumi bizzarri (oggi si direbbero alternativi) che volevano anch'essi costituire un contributo a quel rinnovamento generale che si voleva costruire a partire dall'impresa in terra d' Istria. Da qui anche una certa tendenza alla rilasciatezza dei costumi e a una diffusa libertà sessuale.
D'altro canto, Keller era anche un deciso uomo d'azione, e fu per merito suo e di altri corsari (che d' Annunzio ribattezzò “uscocchi”, come gli antichi pirati illirici), se il blocco poté più volte essere forzato e la città rifornita, fin quando Giolitti, che nella sua prosaicità borghese non poteva certo comprendere né tanto meno giustificare le stravaganze fiumane, non decise di porre termine all' impresa.
Si trattò in sostanza di un'esperienza minoritaria ed abbastanza confusa: non aveva torto l'allora futurista Giuseppe Bottai, nel prendere congedo da Marinetti e Carli, ad affermare che la pretesa di fare a meno dello Stato e di un sistema di governo non aveva alcun fondamento politico, e d'altro canto il rappel a l'ordre venne quasi subito, anche se i protagonisti fiumani reagirono diversamente.
Marinetti, divenuto un simbolo del regime, finì melanconicamente la sua vita nella Milano repubblichina; Carli, riammesso nel PNF, ebbe incarichi diplomatici secondari fino alla morte prematura nel 1935; Keller, che tentò qualche forma di frondismo, morì in un incidente stradale, ed è ora seppellito in una delle arche del Vittoriale, accanto a d'Annunzio; Comisso si dedicò all'attività letteraria.
Fiume fu in sostanza la prova generale che il “sovversivismo della classi dirigenti”, come lo definì Gramsci (che peraltro guardò con curiosità all' impresa, così come Carli guardò con attenzione all' occupazione delle fabbriche nel 1919), non aprì la strada ad alcuna palingenesi morale, ma solo ad una plumbea dittatura che avrebbe illanguidito le riserve etiche e culturali del nostro Paese.
Lorenzo Gaiani
Da: http://digilander.libero.it/biblioego/SalaFiu.htm
Carlo Romano
l’allegra brigata fiumana di Claudia Salaris
Prima di leggere il libro, mi era capitata fra le mani qualche recensione su Alla festa della rivoluzione di Claudia Salaris che, pubblicato da Il Mulino, è dedicato alle implicazioni esistenziali, culturali e politiche dell’”impresa” dannunziana a Fiume. Una in particolare, di Giampiero Mughini, mi aveva spazientito. Ero convinto di averne conservato il ritaglio, ma al momento di buttare giù queste righe l’irritazione mi è raddoppiata non avendolo scovato. Per questo supplemento di irritazione Mughini ovviamente non c’entra, sebbene di lui ormai da tempo non riesca a tollerare né le ridicole giacchette rosse con le quali si fa fotografare né i racconti soporiferi sulle meraviglie conservate nella biblioteca di casa - e mal sopporti per giunta la sua aria saccente che pure qualche volta mi ha divertito in passato. Il ricordo dei contenuti dell’articolo è però netto. D’altra parte sono gli stessi che ho riscontrato in altre segnalazioni.
E’ a Fiume, secondo questo chiacchiericcio, che tutto ciò che sa di festa, gioia, riprendersi la vita, hippies, provocazione, droga, gestualità estetico-esistenziale, sessantotto, dissipazione, ritrova non solo il suo archetipo ma il luogo stesso dove si è manifestato in modo talmente viscerale da poter essere difficilmente eguagliato, al punto di infliggere a ogni altra combinazione dei medesimi sapori un ruolo degradato e privo di originalità. Un po’ quel che capita al remake di un film famoso, con le schiere di superbi commentatori colmi di sdegno per la profanazione avvenuta. Sebbene una certa natura sentimentale (ma non mi offendo se la si pensa conservatrice) mi faccia indugiare sulle buone cose d’un tempo, essa stessa mi spinge ad affezionarmi ad altri ed impensabili generi. Per questa ragione non saprei dire, ad esempio, se sia meglio l’Alba tragica di Carné – le cui scene, Gabin, l’epoca ecc. hanno senz’altro qualcosa di irresistibile - o il suo rifacimento americano di Litvak – in fondo nemmeno un noir, come ci si aspetterebbe, o una versione jazzata del bal musette e della java. Per tranquillità, non volendo eccitare altri aspetti più ribollenti del mio carattere, userò il buon senso dicendo che se anche è fatale disporsi a fare paragoni coi modelli, ogni opera la si prende in fondo per quel che è e ci dà, viceversa saremmo costretti ad evocare continuamente antichi aedi che nessuno legge più, se non per studio o curiosità. Resterebbe in ogni caso da stabilire qual modello sia stata l’impresa fiumana (e per chi), in modo tuttavia da non escludere – come viceversa vorrebbero fare i recensori della Salaris - la possibilità che ciò che oggi enfaticamente le viene accreditato possa essersi sviluppato in piena autonoma originalità e dunque nell’ignoranza di cosa è successo un tempo nella città istriana. Ciò non escluderebbe, ovviamente, che certi atti e proclami si siano potuti ripetere somiglianti in altri tempi e paesi.
Con queste impegnative premesse devo confessare, ma si è già capito, che ero maldisposto nei confronti del libro (anche se non fatico a credere che il tono delle segnalazioni sia stato per qualcuno suggestivo ed invitante) e che soltanto quegli altri ribollenti aspetti del mio carattere cui ho accennato mi avrebbero potuto (e ne sono stato tentato) spingere a comprarlo, con la conseguenza di avere quale unico interesse di lettura un pregiudizio rafforzato dalla spesa fatta. Provvidenzialmente, un amico, Remo, me lo ha regalato per le feste di fine anno, smontando d’un botto, con la generosità, quel malanimo che mi avrebbe guastato la lettura, alla quale mi sono lasciato andare invece con gusto. Riconosco infatti alla Salaris la capacità di saper comporre un racconto avvincente muovendosi agilmente fra la faticosa scelta dei documenti, le facoltà solitamente intrusive delle note e le esigenze del lettore. Un’abilità che si è ingiustamente soliti disconoscere a gran parte degli storici italiani.
Detto questo non posso tuttavia non aggiungere come l’autrice, ancorché in modo generalmente più prudente dei suoi recensori, abbia giustificato l’uso che è stato fatto del libro. Vada pure che ogni provocazione diventi dadaista (ma perché non burlesca o derisoria o goliardica oppure senza aggettivi?), mi lascia però perplesso tutto un incedere teso a far vedere atteggiamenti conosciuti perlomeno dal tempo del romanticismo, e comuni in una qualsiasi “repubblica di Bohemia”, nella presunta luce nativa che evita accuratamente di illuminare ciò che d’altro c’è di specifico nella vicenda fiumana, che devo dunque pensare sia qualcosa di vergognoso.
Non ignoro la letteratura in proposito, dal libro di Michael Leeden ai saggi del compianto Umberto Carpi (forse il maggior responsabile della lettura che oggi dà la Salaris), e conosco a sufficienza i relativi memorialisti, da Comisso a Toeplitz. Per ragioni probabilmente più campanilistiche che fiumane, ho letto anche i ricordi di Carlo Otto Guglielmino, essendo egli, come me, genovese (un altro famoso protagonista, Henry Furst, ha vissuto invece a lungo con Orsola Nemi in un luogo non distante da dove vivo io). Ho affrontato (si fa per dire) anche Susmel, che l’autrice sembra citare con le pinze (compromette forse troppo i suoi assunti?). Di Guido Keller, che è un po’ l’eroe centrale del libro (come dei saggi carpiani) avevo tentato molti anni fa di leggere una biografia, ma lo stile, diciamo così, troppo “d’epoca”, mi aveva scoraggiato. Detto questo, mi è parso strano che un libro nel quale più che di nazionalismo patriottico si parla di soave bolscevismo, limpida anarchia, libera sensualità e appagante naturismo, un protagonista come Alceste De Ambris meriti sì parecchie citazioni, ma nessun compiuto ritratto (e ricordo che Mario De Micheli, lo storico dell’arte, gliene dedicò uno in termini tanto commossi quanto, credo, apprezzabili dalla Salaris, che in verità non lo cita). Mi è venuto così da pensare che il rapporto fra ambiguità e coerenza di un De Ambris si sia manifestato in modo troppo drammatico per non contagiare ogni ulteriore riflessione su quei protagonisti ai quali invece si concedono serene minuzie. Meglio confondere dunque il “gesto libertario” – che in quanto tale si può apprezzare in chiunque, indipendentemente dall’ideologia – con l’anarchia vera e propria, gli hippies, il sessantotto ecc. Buon ultimo, a quanto pare, Hakim Bey. Ma è solo un sospetto.
Non è un sospetto, ma un fatto, che la Salaris citi invece a malapena Maffeo Pantaleoni (due volte e quasi di sfuggita) e non si occupi di lui nemmeno in nota, che pure fu il rettore delle finanze nella Fiume dannunziana. In fatto di “finanza” ed “economia”, la Salaris preferisce abbandonarsi a un presunto paradigma “dissipatorio” (cosa che altrimenti è interpretata come superficialità, sventatezza o simili) che oggi vede riaffermato in un gruppo di professori universitari francesi il cui acronimo, MAUSS, darebbe di per sé la misura dell’ispirazione (il saggio sul “dono” di Marcel Mauss) e dunque delle intenzioni (in verità cripto-collettiviste). Mi è qui impossibile entrare nel merito, faccio però osservare che il ministro di D’Annunzio era per buona sostanza (ancorché su sfondi eclettici e alieni alle dottrine) un “marginalista” (come dire un “liberista”). Amico di Pareto (e conosciuto anche da Arturo Labriola, giovane sovversivo in fuga, che a Ginevra ottenne da lui qualche aiuto), nazionalista, fu anche nominato senatore da Mussolini (ma anni prima aveva rifiutato gli incarichi universitari in Italia in spregio alle censure che si operavano nelle scuole). Anche qui, si capisce, quantunque in termini differenti da quelli di De Ambris, come il rapporto fra ambiguità e coerenza sia stringente. Proprio per questo mi pare che si sarebbero tratti degli stimoli più profondi e, forse, illuminanti da un suo approfondimento che non indugiando su una recente (ma tutt’altro che nuova) scuola accademica. Tanto più che l’autrice si sarebbe potuta sbizzarrire nel capitolo dedicato al piacere, dal momento che il saggio più famoso del Pantaleoni si intitola Erotemi di economia.
Ps: Mi ha insieme commosso e messo di fronte a un senso di inadeguatezza che non si vorrebbe mai provare, la dedica del libro a Roberto Palazzi - un amico che avevo in comune con Claudia Salaris - morto tragicamente l’estate scorsa, suicida si presume. Da allora ho tentato inutilmente di abbozzarne un ricordo, ma non ci sono riuscito. Oggi è troppo tardi per qualcosa di sensibile e troppo presto per un ricordo spassionato. Posso dire che una dedica su un libro come questo è quanto di meglio avrebbe chiesto.
Da: http://www.lastampa.it/_settimanali/...LIBRI/art8.htm
(Del 15/3/2003 Sezione: Tutto Libri Pag. 4)
Intellettuali all´ombra dei Fasci tra consenso e opportunismo
UNA SERIE DI SAGGI CHE CI AIUTANO A STUDIARE LA STORIA CON RESPONSABILITÀ CIVILE, A NON NASCONDERE NULLA PER COMPRENDERE TUTTO, A ESSERE «BUONI» REVISIONISTI
OGGETTO ingombrante, il fascismo: più lo si studia, più c'è da scavare, documentare, comprendere. La sua è quasi "una questione omerica", come ha scritto uno dei massimi studiosi del fenomeno, Emilio Gentile, nella sua più recente raccolta di saggi, tante sono le implicazioni che vi sono connesse, tanto numerose rimangono le domande che lo concernono, tanto divergenti le interpretazioni. Movimento fondato da Benito Mussolini il 23 marzo 1919, regime politico tendenzialmente totalitario affermatosi dopo la Marcia su Roma in Italia, ma anche fenomeno che si espande a macchia d'olio nell'Europa (e non solo), tra le due guerre, unificato dal tentativo di imporre ferree gerarchie sociali all'interno e una politica all'insegna dell'imperialismo bellicistico all'esterno; addirittura, forma perenne dell'animo umano, espressione di personalità autoritaria, che si esprime attraverso la sopraffazione, la violenza. Sono tanti gli spunti che Gentile fornisce, sia nella ricostruzione di un profilo complessivo del fascismo mussoliniano, dalle origini all'epilogo, sia nell'analisi del fenomeno transanazionale, all'insegna dell'idea - "revisionistica" nel senso buono - che "gli eventi della storia cambiano la storiografia".
E all'inizio dunque del nuovo secolo, che coincide con l'avvio del Terzo Millennio, una serie di eventi, a partire dal fatidico 1989, ha contribuito potentemente a far rivisitare con nuova sensibilità il problema del fascismo, specie in relazione al tema del totalitarismo, che Gentile studia con finezza, ponendo interrogativi sul rapporto fra Stato e partito unico, fra il capo e le masse, sul ruolo della politica intesa come religione, sulla natura militare del movimento e del partito fascista, sulle caratteristiche e i limiti della "modernità" del fascismo. Ha ragione Gentile quando sottolinea che lo studio del fascismo implica responsabilità di tipo particolare, assai più pesanti che se si studia per esempio il feudalesimo: troppo intrinsecamente politico è il tema, troppo vive le passioni che suscita, e, soprattutto, troppo presente il pericolo che il fascismo, come ogni forma di fanatismo aggressivo, portato di ideologie totalitarie, rappresenta nella società contemporanea, tenendo sotto assedio la fragile democrazia liberale. In tal senso, studiare il fascismo, significa per lo storico compiere un atto di responsabilità civile. In questo lavoro di approfondimento e di rivisitazione critica del fascismo, uno dei capitoli più interessanti è certo quello della cultura e del ruolo degli intellettuali. In questo ambito, lo studioso che forse ha realizzato i contributi più seri e innovativi è Gabriele Turi, che, dopo il recente lavoro sull'Enciclopedia Italiana (il Mulino, già da me recensito su ttL), in cui sistemava studi di anni abbastanza lontani, pubblica una raccolta di saggi, di vario argomento, ma percorsi da un filo conduttore unitario. Questo filo non è soltanto costituito dal tema del ruolo dei "chierici", ma più specificamente, dalla politica della cultura: contro le tesi bobbiane - su cui ho avuto modo personalmente di esprimere a più riprese forti riserve - Turi sostiene, persuasivamente, l'esistenza di una cultura fascista, e ne percorre gli strumenti, i protagonisti, le strutture istituzionali, legate allo Stato: quello Stato che incomincia, per la prima volta nella storia d'Italia, a fare politica della cultura, e a organizzare un piano di cooptazione degli intellettuali, rendendoli partecipi, subordinatamente, del progetto di edificazione della "nuova Italia", l'Italia del Duce. Illusioni pedagogiche, cedimenti opportunistici, entusiasmi genuini, tiepide viltà, professionismo inteso asetticamente?: sono tante e variegate le motivazioni delle adesioni degli uomini di cultura ai Fasci, alla cui ombra protettrice essi si collocano, con ciò non rinunciando certo a produrre tasselli significativi del mosaico culturale fra le due guerre, che dunque non è appannaggio degli oppositori. Al di là del giustificazionismo facile, ma anche del moralismo - due forme sbagliate di approccio alla questione - Turi ci invita a far mente locale, a ricostruire pazientemente, a contestualizzare: insomma a non nascondere nulla, per comprendere tutto.
In tal senso, i grandi personaggi - da D'Annunzio a Gentile, da Marinetti a Volpe - non sono tutto, ma il loro ruolo rimane decisivo. E lo studio di Claudia Salaris riprende la questione D'Annunzio: specialista di futurismo, l'autrice affronta Fiume dannunziana, che per lei è stata (idea non nuova e discutibile) "un'anticipazione" del Sessantotto. Nella storiografia codesti giochi sono suggestivi quanto rischiosi: tutto può essere visto come "anticipazione", nel procedere della storia. E ad ogni modo, proseguendo una linea interpretativa che colloca il futurismo a sinistra, la Salaris, vi connette, fin troppo strettamente, il "Vate" nella sua estrema esperienza politica, quella appunto di Fiume, interpretandola come una rivolta contro lo statu quo, come un gesto di ribellione in nome della giovinezza, uno schiaffo al perbenismo borghese. Che ci siano stati tali componenti è certo; ma occorre dar loro il giusto peso. A Fiume prevale tuttavia il significato di sedizione militare e di attacco squadristico allo Stato liberale. Il fascismo nasce anche dalle "anticipazioni" dannunziane, e dal disprezzo della democrazia che vi sono connaturate.
Un ultimo libro, di una giovanissima studiosa, Annalisa Capristo, fornisce nuovi, specifici elementi conoscitivi su uno degli aspetti finora trascurati del "totalitarismo" fascista: la sistematica politica di epurazione degli ebrei dalle accademie, un mondo che in quegli anni rivestiva ben altra importanza rispetto ad oggi. L'etichetta, che voleva essere infamante, di "ebreo" fu usata disinvoltamente, anche per chi si era distaccato dalla religione di Israele, in una "equa" politica di epurazione che coinvolse, tra le vittime, fascisti, afascisti e antifascisti. Libro "positivistico", questo: vi si trovano elencati, sulla base del censimento predisposto dal ministro dell'Educazione Nazionale (il "liberale" Bottai?), tutti gli espulsi dalle accademie italiane per ragioni razziali: ma si accenna anche - e forse molti avrebbero preferito il silenzio al riguardo - a quegli intellettuali che non solo risposero al questionario, ma lo fecero con uno zelo quasi entusiastico, sottolineando la loro essenza cattolica (magari "ab immemorabili", come qualcuno si sentì in dovere di precisare) e addirittura "ariana": in questo secondo elenco troviamo nomi che non sorprendono chi è aduso a questo genere di ricerche, ma possono produrre effetti devastanti su almeno una fetta di pubblico; a tutti lascio comunque il piacere o il dispiacere della scoperta. Sull'altro versante, il deserto. Quasi nessuno preferì perdere il suo seggio avendo rinunciato all'obbligo di rispondere al questionario che censiva le "razze". Così, forse, Piero Martinetti; così, certamente - rara avis! - Benedetto Croce, che giudicò "odioso e ridicolo" quel censimento. Fortunatamente, anche nell'abiezione generale c'è sempre, tra gli intellettuali, qualcuno che tiene alta la fiaccola dalla verità.
Emilio Gentile
Fascismo. Storia e interpretazione
Laterza, pp. XIV-206, e 15 Gabriele Turi Lo Stato educatore
Laterza, pp. XII-392,e24 Claudia Salaris
Alla festa della rivoluzione
Il Mulino, pp. 249, e 17 A. Capristo L'espulsione degli ebrei dalle accademie italiane
Zamorani, pp. 405, e 28
SAGGI
RASSEGNA
Angelo d´Orsi
Da: http://www.liberalfondazione.it/arch...15/canabaz.htm
I primi hippies stavano a Fiume
di Mauro Canali
La studiosa Claudia Salaris descrive l’impresa di D’Annunzio e dei suoi legionari come il primo tentativo di portare l’arte e l’immaginazione al potere
L’impresa fiumana di D’Annunzio attirò per tempo l’attenzione degli storici del fascismo Alatri, Valeri, De Felice e, più recentemente, Vivarelli, Ledeen e Perfetti, poiché si individuava in essa un momento decisivo della crisi dello Stato liberale e l’inizio della fase rivoluzionaria che sarebbe finita con la marcia su Roma, il passaggio della crisi del dopoguerra da una fase potenziale a una effettuale. Essa metteva a nudo le contraddizioni del regime liberale e suggeriva alle forze antidemocratiche una formula per risolverle; insomma, Fiume come laboratorio sperimentale della sedizione mussoliniana e D’Annunzio il Giovanni Battista del fascismo. I successivi studi si sono per lo più mossi su tali binari, approfondendo gli aspetti rituali ed espressivi del dannunzianesimo antesignano del mussolinismo. I caratteri di grande comunicatore del Vate, il dialogo diretto con i suoi uomini, la ritualizzazione delle celebrazioni politiche, la miscela politicaarte, furono alcuni degli stereotipi di cui fece sfoggio il fascismo-movimento; come, ad esempio, nei suggestivi comizi elettorali del 1919, consumatisi tra arditi e legionari dannunziani e con l’esibizione pittoresca di pugnali, gagliardetti, labari e «alalà», il grido fiumano coniato da D’Annunzio per suggellare i suoi immaginifici discorsi.
Claudia Salaris, studiosa della storia della letteratura e dell’arte, che al futurismo aveva già dedicato alcuni lavori (vedi ad esempio Artecrazia del 1992), con questa nuova opera, Alla festa della rivoluzione, ci conduce nella Fiume occupata da D’Annunzio, descrivendocela quasi come una minuscola, tumultuosa comunità di iniziati, dove si cerca di realizzare un antico mito e cioè l’arte e l’immaginazione al potere. Infatti la sua ipotesi centrale è che il Novecento non sia stato solo il secolo delle rivoluzioni, ma anche quello delle rivolte giovanili, culturali e dei costumi; prendendo a prestito il termine dallo studioso americano Hakim Bey, Salaris definisce Fiume una Taz (temporary autonomous zone), insomma una antesignana delle università investite dal Sessantot-to; trasgressione sessuale, l’assoluta libertà dei sensi, il bisogno di scandalizzare la borghesia, la libera circolazione delle droghe, i modelli di comportamento e di vita in armonia con la natura, l’odio a qualsiasi ordine gerarchico, che dominano a Fiume sembrano in effetti la copia delle più tarde comunità hippies o a quelle dei «figli dei fiori». Il lavoro della Salaris è ricco di osservazioni e di episodi finora lasciati in ombra dalla ricerca; l’iniziativa della rivista spiritualista-futurista Yoga, che testimonia sin dal titolo la presenza a Fiume d’una componente esoterica importante; la stessa lista dei partecipanti all’impresa fiumana si arricchisce di personaggi singolari, come ad esempio Ludovico Toeplitz, figlio del potente amministratore delegato della Banca Commerciale o l’aviatore Guido Keller, l’«asso di cuori» della squadriglia di Francesco Baracca e figura centrale per comprendere alcuni percorsi dei falliti del fascismo-movimento. Quello della Salaris è un esempio di approccio storiografico in cui, per dirla con Hobsbawm, la storia della «struttura» (politico-sociale) perde il centro dell’analisi, sostituita dalla storia della «cultura». Con risultati interessanti.
Claudia Salaris, Alla festa della rivoluzione, il Mulino, 240 pagine, 17 euro
Un brano dal testo
Dal capitolo settimo: "La vita-festa", pp. 153-154
"La rivoluzione di Fiume non è solo politica, ma anche esistenziale. La scelta di superare il vecchio assetto istituzionale, rielaborando l'ordinamento costituzionale e quello militare, s'accompagna all'ambizioso obiettivo di cambiare la vita. Eppure secondo Carli, questo progetto globale non ha potuto realizzarsi per le incomprensioni della maggioranza di coloro che hanno partecipato all'impresa, per lo più moderati e scettici. Rievocando i colloqui con il Vate, egli scrive:
'Ricordavamo di tanto in tanto di essere dei poeti, e riconoscevamo (ma senza rimorso) di aver sognato, per gli innumerevoli mediocri che avevamo d'atttorno, un sogno troppo alto: una impresa di energia e di fantasia, di cui i troppi seguaci che si dichiaravano fedeli non avevano compreso una sillaba'.
Carli parla da deluso, dando una valutazione negativa in cui si riflettono motivi personali: per il suo estremismo è stato messo nella condizione di dover lasciare la città. Ma non si può negare che quest'"impresa di fantasia" abbia pur ottenuto qualche risultato, facendo nascere una sorta di controsocietà con una sua contromorale. In tale quadro acquista una decisiva importanza la festa. Essa rappresenta la condizione mitica iniziale e finale dell'umanità; il paradiso di Adamo e quello che attende dopo la morte sono i luoghi in cui l'uomo non è stato ancora, non sarà più, sottoposto alla fatica lavorativa. La festa, come sonspensione del lavoro, non solo accompagna i momenti più importanti dell'esistenza degli individui o dei popoli, ma si manifesta anche nei periodi in cui saltano le categorie dell'esistenza consuetudinaria, nel carnevale, nelle rivoluzioni, nelle guerre, nelle occupazioni.
Sotto il governo dannunziano, Fiume diventa il terreno di coltura per una pratica di massa del ribellismo e della trasgressione, un porto franco che attira i personaggi delle più svariate sponde politiche, "nazionalisti e internazionalisti, monarchici e repubblicani, conservatori e sindacalisti, clericali e anarchici, imperialisti e comunisti". Una nebulosa eterogenea, in cui tuttavia si sedimenta una miscela sociale esplosiva, che investe anche lo stile di vita: l'individualismo contro la disciplina, la pirateria come sistema di sopravvivenza, l'originalità dell'abbigliamento nelle divise, spesso fantasiose e inventate (non sono infrequenti le donne in grigioverde o i nudisti); ma anche l'uso della droga, la libertà sessuale, l'omosessualità, tutte cose che fanno scandalizzare la stampa e i politici. La festa continua risponde al desiderio di trasformare ogni istante dell'esistenza in godimento e liberazione d'energie: giochi, danze, gite, banchetti, risse, beffe e spettacoli."





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