Oggetto: Il decano dei senatori democratici USA «Oggi, piango per il mio paese?»


Il libro di Maurizio Blondet, "Chi comanda in America" (Effedieffe Edizioni, Milano 2002, effedieffe@iol.it) denuncia il ruolo preponderante dei fondamentalisti ebraici nelle scelte di politica internazionale del governo di Bush.
La domanda che pone il Decano dei senatori democratici al Senato degli USA: "Che cosa sta succedendo al nostro paese?" trova risposta nel fanatismo messianico di queste lobby talmudiche (legate ai gruppi fondamentalisti messianici protestanti).
Il "Centro studi Giuseppe Federici" ribadisce il proprio rifiuto ai tre fondamentalismi nemici del Cattolicesimo e della Civiltà cristiana: quello ebraico, quello liberal-massonico e quello musulmano. Contemporaneamente prende le distanze da tutti coloro che, sotto le bandiere arcobaleno della New Age, strumentalizzano in chiave progressista il doveroso dissenso all'interventismo americano.

"Ci sembra che non si possa più efficacemente tendere al ripristino e al rafforzamento della pace, che mediante la restaurazione del Regno Sociale di Nostro Signore... Pax Christi in Regno Christi" (Papa Pio XI, lettera enciclica "Quas Primas" dell'11 dicembre 1925).

21 marzo 2003, festa di San Benedetto,
qualche ora dopo l'attacco terroristico su Baghdad
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Il decano dei senatori democratici USA
«Oggi, piango per il mio paese?»
Discorso pronunciato al Senato degli Stati Uniti il 19 marzo 2003

Credo in questo bellissimo paese. Ho studiato le sue radici e ho provato orgoglio davanti alla saggezza della sua magnifica Costituzione. Sono rimasto meravigliato davanti all'avvedutezza dei suoi fondatori e costituenti. Gli americani, di generazione in generazione, comprendono gli elevati ideali sottesi alla nostra grande Repubblica. Io stesso ho tratto ispirazione dalla storia del loro sacrificio e della loro forza.

Eppure, oggi piango per il mio paese. Ho osservato gli eventi degli ultimi mesi con un grande peso sul cuore. Ormai l'immagine dell'America non è più quella di un paese amico della pace forte, ma benevolo. L'immagine dell'America è cambiata. In ogni parte del mondo, i nostri amici hanno perso fiducia in noi, le nostre parole vengono contestate, le nostre intenzioni messe in discussione.

Anziché ragionare con coloro con cui siamo in disaccordo, pretendiamo obbedienza o minacciamo rappresaglia. Anziché isolare Saddam Hussein, sembra quasi che abbiamo isolato noi stessi. Proclamiamo una nuova dottrina preventiva, compresa da pochi e temuta da molti. Affermiamo che gli Stati Uniti hanno il diritto di rivolgere la propria potenza bellica contro ogni angolo del mondo che possa rivelarsi sospetto nella guerra al terrorismo. Rivendichiamo questo diritto senza avere ottenuto l'approvazione di alcun organismo internazionale. E così, il mondo è diventato un luogo assai più pericoloso.

Ostentiamo il nostro status di superpotenza con arroganza. Trattiamo i membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come ingrati che offendono la nostra dignità principesca semplicemente alzando la testa. Vengono infrante preziose alleanze.



Dopo la fine della guerra, gli Stati Uniti non dovranno ricostruire soltanto l'Iraq. Dovranno ricostruire l'immagine dell'America in tutto il mondo.



La ragione che questa Amministrazione cerca di portare a sostegno della sua fissazione sulla guerra è inficiata dall'accusa di aver attinto a documenti falsificati e a prove indirette. Non riusciamo a convincere il mondo della necessità di questa guerra per una semplice ragione: che questa è una guerra voluta.



Non vi sono informazioni credibili che colleghino Saddam Hussein all'11 settembre. Le Torri Gemelle sono crollate perché un'associazione terroristica di profilo mondiale, Al Qaeda, le cui cellule si trovano in oltre 60 nazioni, ha attentato alla nostra ricchezza e al nostro potere trasformando i nostri stessi aeroplani in missili, uno dei quali si sarebbe forse schiantato sulla cupola di questo splendido Campidoglio, se non fosse stato per il coraggio e per lo spirito di sacrificio dei passeggeri che si trovavano a bordo.

La brutalità a cui abbiamo assistito l'11 settembre e in altri attentati terroristici nel resto del mondo rappresenta un tentativo violento e disperato, ad opera di estremisti, di fermare l'infiltrazione quotidiana dei valori occidentali nelle loro culture. È contro questa realtà che stiamo lottando. Si tratta di una forza non circoscritta entro confini territoriali. Si tratta di un'entità oscura con molti volti, molti nomi e molti indirizzi.

Tuttavia, questa Amministrazione ha diretto tutta la rabbia, la paura e il cordoglio che sono sorti dalle ceneri delle Torri Gemelle e dalle lamiere contorte del Pentagono contro un criminale particolare e tangibile, che si possa vedere, odiare ed attaccare. E si tratta certamente di un criminale. Ma è il criminale sbagliato. E questa è la guerra sbagliata. Se attacchiamo Saddam Hussein, probabilmente lo rimuoveremo dal potere. Ma a quel punto, lo zelo dei nostri amici nell'assisterci nella guerra globale contro il terrorismo potrebbe già essere scemato.

L'inquietudine generale intorno a questa guerra non dipende solo dal fatto che è stato dichiarato l'«allarme arancione». Si avverte un diffuso senso di improvvisazione e di rischio e troppi interrogativi non trovano risposta. Per quanto tempo rimarremo in Iraq? Quali saranno i costi? Qual è la missione fondamentale? Quanto è serio il pericolo sul nostro territorio nazionale?

È scesa un'ombra sul Senato degli Stati Uniti. Stiamo schivando il nostro solenne dovere di dibattere sull'unico argomento che occupa le menti degli americani, proprio mentre i nostri figli e le nostre figlie, a migliaia, compiono con dedizione il loro dovere in Iraq.

Che cosa sta succedendo al nostro paese? Quando siamo diventati una nazione che ignora ed ammonisce gli amici? Quando abbiamo deciso di rischiare di mettere a repentaglio l'ordine internazionale adottando un approccio radicale e dogmatico all'uso della nostra imponente forza militare? Come possiamo abbandonare gli sforzi diplomatici, quando lo sconvolgimento mondiale chiama a gran voce l'intervento della diplomazia?

Com'è possibile che questo Presidente sembri non vedere che il vero potere dell'America risiede non nella sua volontà di intimidire, ma nella sua capacità di ispirare?

La guerra sembra ormai inevitabile. Ma io continuo a sperare che questa nube possa dissiparsi. Forse è ancora possibile che Saddam fugga davanti al pericolo. Forse in qualche modo prevarrà la ragione. Io, insieme a milioni di americani, pregherò per la sicurezza delle nostre truppe, per i civili iracheni innocenti e per la sicurezza della nostra patria. Possa Dio sempre benedire gli Stati Uniti d'America nei travagliati giorni che ci attendono, e ci sia concesso, in qualche modo, di ritrovare la lucidità che al momento sembra sfuggirci.


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"Centro studi Giuseppe Federici"