DA IL NUOVO.IT
SADDAM MINACCIA I PROFUGHI
Laura Boldrini, portavoce dell'Alto commissariato per i rifugiati, rivela: il raìs toglierà la nazionalità e confischerà i beni a chi lascerà l'Iraq. Il rischio è un disastro umanitario senza precedenti.
di Melissa Bertolotti
AMMAN – Addio alla nazionalità irachena. Niente più beni di proprietà, che saranno confiscati dal Regime. Questa la sorte per chi, durante la guerra, oserà lasciare i confini dell’Iraq. Lo prevede un decreto presidenziale, emanato da Saddam Hussein in persona due giorni prima dell’attacco angloamericano. La notizia, riportata da alcuni iracheni scappati in Egitto, viene rivelata a IlNuovo.it da Laura Boldrini, portavoce italiana per l’alto commissariato dell’Onu per i rifugiati. In partenza per Amman, la Boldrini si spiega così il mancato flusso di profughi alle frontiere con la Siria, l’Iran, la Turchia e la stessa Giordania. Una condizione, quella imposta dal raìs, che secondo le Nazioni Unite potrebbe avere conseguenze tragiche. Restando in patria, sotto le bombe e senza la possibilità di essere assistiti dagli organismi internazionali, gli iracheni rischiano infatti un disastro umanitario senza precedenti..
Siamo al settimo giorno di guerra. Si fa il computo dei morti, tra militari e civili, mentre non si hanno notizie sull’entità dei profughi. L’Onu è a conoscenza di un eventuale flusso di iracheni alle frontiere?
”Al momento non registriamo lo spostamento della popolazione fuori dall’Iraq. Gli iracheni si stanno spostando a Nord, questo sì, ma al momento non si sono rivolti a noi per chiedere aiuto. Anche nel 1991, comunque, durante la guerra si ebbero solo 60mila profughi. Il grande flusso, quello dei due milioni di persone, si registrò durante la repressione della rivolta dei curdi e degli sciiti”.
Quali potrebbero essere, oggi, le ragioni di questa mancata fuga?
”Abbiamo avuto notizia che Saddam Husseinha diffidato la popolazione a muoversi oltre i confini. Due giorni prima dell’attacco angloamericano, secondo quanto ci hanno riferito alcuni iracheni trasferitisi in Egitto, il raìs avrebbe emesso un decreto presidenziale che prevede la perdita della nazionalità e la confisca dei beni per tutti coloro che lasceranno il Paese”.
Questo significa che non assisteremo a una fuga di massa?
”La gente ha paura. E non ha soldi per tentare una fuoriuscita dal Paese che consenta poi una sopravvivenza degna. Il ceto medio ha già abbandonato l’Iraq. Per gli altri c’è stata una distribuzione di viveri sufficiente per ancora qualche settimana”.
Già, qualche settimana. E poi, scusi, l’essere costretti a rimanere in patria non aumenterà il disastro umanitario?
”Temo proprio di sì. Già il segretario dell’Onu Kofi Annan ha lanciato un allarme per Bassora, dove manca l’erogazione di acqua e di energia elettrica. Ma il fatto di dover rimanere in Iraq, e di non poter essere assistiti dall’Onu, peggiorerà di certo la condizione degli iracheni”.
Secondo lei, quindi, la situazione attuale si prefigura più grave rispetto a quella del 1991?
”Sì, temiamo un disastro umanitario più grave di allora. Ma molto dipende dalla durata del conflitto. Se sarà breve, forse, i danni possono essere contenuti”.
Cosa intende per conflitto breve?
”Intendo una guerra che si protragga per ancora qualche altro giorno, non di più. Diciamo una decina. L’Iraq è un Paese già in ginocchio, indipendentemente dalla guerra. Torno a parlare di Bassora, una città di 200mila abitanti già fortemente danneggiata dalla prima Guerra del Golfo. Quanto tempo potrà ancora vivere, la gente, senza acqua ed elettricità?”.
Il rischio maggiore, quindi, lo vive l’Iraq meridionale?
”No, guardi. Il rischio di un disastro umanitario è ovunque, in Iraq. Compresa Baghdad”.
La gente ha paura, lei dice. Paura delle bombe, ovvio. Ma forse, dopo il decreto emanato da Saddam, ha paura anche del suo stesso regime...
”E’ così. Gli iracheni rimangono rintanati in casa, per timore di rimanere vittima di un bombardamento americano. Ma, di sicuro, avranno anche paura di contraddire la linea imposta da Saddam Hussein sulla questione profughi. Hanno l’esperienza del 1991, della sanguinosa repressione delle rivolte dei curdi e degli sciiti, e non se la sentono di rivoltarsi al regime”.
Ma la comunità internazionale potrebbe in qualche modo intervenire per consentire il flusso degli iracheni fuori dal Paese e contrastare il decreto emanato da Saddam Hussein?
”Nessuno può farlo. E comunque noi, come Onu, non siamo più all’interno dell’Iraq. Se dovesse farlo la forza occupante, americana o britannica che sia, avrebbe un significato diverso e suonerebbe come un’imposizione”.
L’Onu ha ritirato i suoi rappresentanti dall’Iraq. Dove siete posizionati?
”Abbiamo postazioni mobili e campi d’emergenza in Siria, Giordania, Iran e Turchia”.
E con le vostre postazioni quante persone siete in grado di assistere?
”Almeno trecentomila, con beni di prima necessità. Per loro abbiamo allestito tende, coperte, materassi, stufe, taniche d’acqua, fornelli per cucinare, kit di assistenza igienico-sanitaria”.
Sarà sufficiente?
”Non possiamo fare previsioni sull’entità dei profughi. Né, quindi, sugli aiuti di cui ci sarà bisogno”.
(26 MARZO 2003, ORE 16:07)
E' ANCHE ALLA luce di queste parole che arrivati a questo punto se davvero si ha a cuore la sorte del popolo iracheno bisogna augurarsi che la guerra sia il piu' breve possibile. Stavolta gli USA non si fermeranno fino a quando Saddam non sara' spodestato. E se le difficolta' continuano useranno sul serio la mano pesante. (E' innegabile che rispetto al 91, alla guerra del Kosovo, o all'Afghanistan i bombardamenti sono stati molto meno intensi e oggi c'e' la meta' delle truppe del 91).




Rispondi Citando
