Da alcune notizie radofoniche (radio 3) della mattina del 28 marzo, appare piuttosto chiaro che la strategia USA in Iraq è in gravi difficoltà. E che questo è vero sia per quanto riguarda la conduzione della guerra con tro l'Iraq, sia per quanto attiene ai rapporti con al- leati e paesi 'amici'. La strategia del Gen. Franks, a quanto sembra condizionata fortemente dal Segr. alla difesa Rumsfeld, è sotto accusa. La CIA ha infatti comunicato di avere più volte insistito sul fatto che la gran parte delle tribù del deserto iracheno non era affatto ben disposta verso un'invasione del paese al fine di 'liberarlo' dal dittatore Saddam Hussein. Ora Franks, con poche truppe rispetto a quante ne servono, si trova costretto a chiedere rinforzi (addirittura 110.000 marines) per poter assaltare e conquistare Baghdad. Ma a queste difficoltà belliche, che mettono in luce delle contraddizioni tra Amministrazione Bush e CIA (tanto che alcuni hanno parlato di un secondo servizio segreto di informazione parallelo alla CIA voluto da Rumsfeld & Co.), si aggiungono le difficoltà politiche. Non solo per la questione del dopoguerra e della ricostruzione (una torta la cui fetta più grande spetta a ditte USA alcune delle quali sotto diretto controllo di esponenti del Governo USA) ma anche per la questione della conduzione della guerra e delle prospettive geopolitiche dell'area. Dopo il vertice di Camp David Bush-Blair del 27 marzo, vi sono segnali di tensione tra GB e USA. I britannici sarebbero seccati del poco peso politico di Londra nelle vicende belliche e della poca considerazione in cui Blair è tenuto dagli americani. In fondo, la GB è entrata in guerra anche e soprattutto per non restare esclusa dai 'grandi giochi' economici e geopolitici nella regione. Ma ancor più grave potrebbe essere una competizione con Israele. Dopo che la Casa Bianca ha respinto il piano di pace proposto da Ariel Sharon, è arrivata una sorta di 'vendetta' da parte di Tel Aviv, con la diffusione, via MOSSAD, della rivelazione (a dire il vero già ampiamente 'sospettata' se non risaputa) della non-esistenza di legami tra il regime di Saddam Hussein e la rete terroristica di Osama Bin Laden, Al-Qaeda. Cio' potrebbe dare un colpo molto duro alla credibilità americana (già scarsa alla luce delle imponenti mobilitazioni di massa in tutto il mondo contro la guerra). In questa situazione confusa, si rincorrono voci su una possibile fuga di Saddam in Siria, cosa che spiazzerebbe non pochi attori di questa tragedia. Ma quel che appare chiaro già oggi è che il prezzo di sangue che gli iracheni stanno pagando,e pagheranno, per questa guerra che secondo Washington è una 'guerra di liberazione', è un prezzo altissimo.




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