Questa guerra è stata scatenata dagli atalantici con il pretesto di dover ( in nome della democrazia, naturalmente) disarmare Saddam Hussein dei suoi micidiali ordigni di distruzione di massa.
Una guerra quasi umanitaria (questa parola è stata abusata dagli americani per coprire l’altra, più corretta: criminale) per liberare un popolo che si dipingeva oppresso da un tiranno.
Ebbene, le immagini televisive, ancorché censurate dagli imbonitori occidentali, ancorché piegate alle ragioni atlantiche non sono riuscite a mostrare gli iracheni festosi per l’arrivo dei liberatori, non sono riuscite a raccontare insurrezioni popolari contro il governo del partito Ba’ath. Al massimo sono riuscite ostinatamente a diffondere qualche bugia in tal senso.
La verità è un’altra ed è chiarissima: il popolo iracheno è solidale con il suo presidente e con il suo governo ed ogni adulto è pronto a diventare un combattente per la libertà della sua patria. E questo vale proprio per tutti gli iracheni.
Vale ovviamente per i sunniti, ma vale anche per gli sciiti di Bassora, che stanno mostrando al mondo il loro eroismo difendendo la città, data già molte volte conquistata agli alleati ma sempre, invece, saldamente in mano irachena.
E vale anche per i curdi. Già, i curdi. Qualcuno li voleva spina nel fianco dell’Iraq, ma il futuro dei curdi “liberati” sarebbe certamente peggiore dell’attuale. I turchi considerano il Kurdistan come una terra da depredare; il partito Ba’ath, il partito della Rinascita, socialista e nazionalista panarabo considera invece il Kurdistan come due province delle diciotto in cui si divide l’Iraq, a sua volte parte di una più vasta nazione araba.
Non è un caso se i curdi hanno ricevuto l’autonomia amministrativa da Baghdad, non certamente da Ankara, fedele alleato dei liberatori atlantici.
Ma torniamo alla guerra.
Le armi “proibite” non sono state trovate, come era prevedibile, visto che gli ispettori dell’Onu le hanno cercate per molti mesi e mai trovate. Gli atlantici si ostinano però nell’annunciare un “possibile, imminente attacco delle forze irachene con armi chimiche o batteriologiche”. E’ una bugia clamorosa, un falso pronunciato in piena consapevolezza, che serve solo a giustificare l’uso da parte atlantica di armi di sterminio anche contro la popolazione civile.
Le bombe a frammentazione sono certamente un’arma di sterminio ed il loro uso è chiaramente rivolto contro la popolazione quando vengono sganciate sopra una città.
Le armi proibite irachene sono, invece, certamente “virtuali”.
Un altro aspetto di questa guerra, almeno così come viene raccontata dai media, merita un approfondimento.
Le vere e proprie battaglie combattute intorno a Bassora o Najaf (peraltro città sacra per gli sciiti, dove è sepolto Alì, genero del Profeta Maometto) avrebbero causato centinaia (forse più di un migliaio) di vittime irachene.
Sull’altro fronte si conterebbero invece solo pochi “incidenti” mortali: qualche vittima da fuoco amico, un corazzato esploso per un suo stesso proiettile difettoso e così via.
I casi sono due.
O queste “notizie” sono clamorose falsità divulgate per coprire ua sconfitta ( o almeno la non vittoria annunciata trionfalmente dagli atlantici prima dell’inizio delle ostilità) oppure questa non è una guerra, ma solo un massacro, un crimine perpetrato da un assassino che può uccidere gli inermi dall’alto di una superiorità bellica spropositata.
O, forse, sono vere entrambe le ipotesi.
E’ infatti indubbio che l’eroica resistenza irachena stia producendo agli invasori più danni di quanto fosse lecito immaginare prima che la parola passasse alle armi, ma è altrettanto vero che gli atlantici non vogliono combattere una guerra, ma un videogioco.
I bombardamenti dall’alto, evitare il contatto con il nemico fino a che questo non sia ridotto all’impotenza con l’artiglieria o con l’aviazione, non fanno parte delle regole di una guerra o, almeno, non può un’intera guerra potersi fondare su questra strategia. Gli atlantici stanno massacrando scientemente un popolo. Per questo sono criminali e per questo dovrebbero essere giudicati dalla comunità internazionale.
Corrono però il rischio, proprio per la determinazione con la quale si difendono gli iracheni, di veder arrestare quella che doveva essere una marcia trionfale da un pugno di vecchi fucili, di carri armati obsoleti e, magari, di bombe molotov. Gli inglesi d’altra parte, hanno un’esperienza specifica in tal senso. Quando a el Alamein, dieci volte superiori per uomini e mezzi, furono inchiodati al fronte per mesi da un gruppo di ragazzi italiani che combatteva con le granate e con l’onore.




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