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  1. #1
    agitatore elettronico
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    Wink Una proposta nazionalitaria in Italia è possibile

    Oggi, domenica 30 marzo, le persone che hanno manifestato contro la guerra angloamericana davanti al Quirinale lo hanno fatto anche con bandiere tricolori e cantando l'inno di Mameli. Checché se ne pensi di queste forme, il contenuto è chiaro: vi è un grave deficit di indipendenza politica e culturale nel nostro paese, e sempre più persone si rendono conto del legame tra la subalternità all'imperialismo centrale (USA) e la subalternità delle classi lavoratrici nei confronti dei dominanti italiani. E si rendono conto che amare il proprio paese significa più che mai opporsi al governo (ma io aggiungo anche al 90% dell'opposizione) e pretendere di uscire da questa assurda alleanza (in realtà sudditanza) guerrafondaia, per una nuova politica estera e sociale.

  2. #2
    agitatore elettronico
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    Predefinito la sinistra si spacca

    I "collabos" dell'imperialismo, da Ranieri a Boselli (che dio ce ne scampi...) sono "preoccupati" dalla "deriva" antiamericana di parte della sinistra...
    Più che mai oggi, una sinistra nazionalitaria è u r g e n t e

    www.ilmanifesto.it
    La destra ulivista va all'attacco
    Ranieri: «Cofferati cerca il tanto peggio tanto meglio». Sdi: «Deriva estremista»
    A. CO.

    Il confine che separa le anime dell'opposizione, in Italia, non è affatto quello che divide chi preferisce gli Usa e chi invece Saddam. Chi lo afferma è il segretario dell'Udc Follini, che accusa Cofferati e Berlinguer di «scambiare Saddam con Ho Chi Min e di portare la sinistra lontanissima dall'occidente», ma o non ha capito il senso del dibattito o finge di non averlo inteso. («Identifica l'occidente con i bombardamenti e l'aggressione», gli risponde Gloria Buffo). Quel confine non separa neppure chi spera in una guerra breve da chi sognerebbe un conflitto sanguinoso. L'accusa, in questo caso, viene da un disessino di maggioranza, Umberto Ranieri. Subito dopo l'assemblea di Aprile si rivolge a Cofferati, per ricordargli che «la scelta più cinica sarbbe pensare a un conflitto lungo e doloroso per dimostrare che il ricorso alle armi era sbagliato». Anche Ranieri, come Follini, mostra di non aver compreso di cosa si stia parlando.

    Il senso del dibattito in corso lo sintetizza al meglio Giovanni Berlinguer, già oggetto di un mezzo tentativo di linciaggio per aver affermato di non augurarsi una rapida vittoria degli americani. Dagli studi di Domenica In, dopo un violento litigio con il direttore di Libero Vittorio Feltri (concluso da un reciproco scambio di scuse), Berlinguer ha chiarito cosa intendesse dire: «Quella frase la ho pronunciata perché mi sembra assurdo che, essendoci un'aggressione, si faccia il tifo per l'aggressore. Considero Saddam un tiranno sanguinario e un oppressore del suo popolo. Ma non è vero che la guerra debba finire con la vittoria degli anglo-americani o di Saddam».

    Anche questa è una linea esposta a intepretazioni malignamente equivoche, come ha dimostrato la settimana scorsa la levata di scudi contro il segretario della Cgil Epifani, colpevole secondo i suoi accusatori di aver detto «né con Bush né con Saddam». Ieri, ai margini dell'assemblea di Aprile è stato lo stesso Epifani a chiarire il suo pensiero. «Trovo legittimo - ha chiarito prima di tutto rifgerendosi al tema sollevato dal manifesto - che ci si chieda se la guerra debba durare». «Il principio di valore da cui parto - ha proseguito - è la difesa della vita umana. Bisogna avere in mente due criteri: quello appunto della vita umana e quello dell'esigenza di determinare un ordine internazionale in cui sia bandito l'uso della violenza. Il primo è morale, il secondo è politico. Quindi il mio è il contrario di un `né-né-. E un `e-e'».

    Sul primo punto, sul dovere di fare tutto il possibile per arrivare subito a un `cessate il fuoco', l'opposizione è davvero unita, tanto che la settimana prossima si potrebbe arrivare a una mozione unitaria in questo senso. Ma sul secondo punto, sulla valutazione dei pericoli che comporterebbe la vittoria degli americani, la distanza invece c'è eccome. Non a caso lo Sdi, che al solito fa da battistrada alla destra ulivista passa all'attacco contro «la deriva estremista e antiamericana» nell'Ulivo.

    Una separazione, certo più sfumata, c'è anche nel Prc. Bertinotti afferma che porre l'esilio di Saddam come condizione per il cessate il fuoco finisce per giustificare l'aggressione. Solo l'ala sinistra di Marco Ferrando, però, afferma con chiarezza che, pur senza parteggiare per Saddam, è necessario oggi schierarsi al fianco del popolo iracheno contro l'aggressione.

  3. #3
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    Predefinito

    Il compito dei rivoluzionari è di sostenere attivamente il popolo irakeno, la guerriglia popolare dei Feddayn, affinchè si realizzi nell'Iraq non solo la liberazione nazionale dall'invasore imperialista, ma anche la liberazione sociale del proletariato e delle masse popolari irakene.
    Lo spartiacque che divide internamente la sinistra è la condizione indispensabile per allargare la forbice tra riformisti e rivoluzionari.
    Uno spartiacque che divide maggioranza da minoranza del PRC, la sinistra extraparlamentare da quella istituzionale. Una sinistra nazionalitaria può sorgere solo se il distacco tra le due "rive" è totale.

    Il manifesto antiamericanista è stato firmato da moltissime forze soggettive e individualità dell'arcipelago antimperialista, ma non basta. Il documento deve essere la premessa per un progetto politico e organizzativo superiore, una unificazione di tutte le componenti del movimento rivoluzionario italiano in un unico fronte di liberazione nazionale e sociale. A mio parere bisogna partire proprio da quel manifesto per raggiungere l'unità e la coesione tra compagni provenienti da esperienze politiche differenti ma non antitetiche. In funzione di ciò, i comunitaristi rappresentano la parte più avanzata del movimento antimperialista. Avanzati a livello teorico ma non radicati tra le masse come altre forze soggettive che politicamente sono più arretrate.

 

 

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