Mentre si conferma che la stragrande maggioranza degli italiani è sempre contro la guerra (e questa percentuale, con l'infognamento della guerra e il moltiplicarsi delle vittime civili, è secondo me destinato ad aumentare), mentre i pollisti accusano milioni di persone di essere filo-saddam e queste si devono difendere dicendo che non sono con Bush ma nemmeno con Saddam, il 16% degli italiani dice che cambierebbe partito rispetto all'anteguerra.
Mi sembra difficile che passino a Berlusconi, questi sei milioni di voti.
Corriere, 29.03.03
Quasi metà degli italiani dice né Bush né Saddam
di RENATO MANNHEIMER
Il protrarsi della guerra non modifica sostanzialmente la distribuzione delle opinioni riguardo all’opportunità o meno dell’attacco all’Iraq. Rispetto alla scorsa settimana, si registra solo una modesta (al di sotto del margine di errore statistico) diminuzione dei contrari alla guerra, a favore degli indecisi. Dovuta soprattutto ad un calo rilevante dei «no alla guerra» tra i giovanissimi e a un correlato incremento dei favorevoli. Tra chi ha meno di trent’anni, essi rappresentano il 25%, a fronte del 22% rilevabile nel complesso della popolazione. Questo andamento è solo in parte compensato da una ancora maggiore presenza femminile tra i contrari. Ma la stabilità della percentuale complessiva di «no alla guerra» nasconde una serie di mutamenti nella composizione interna di questi ultimi, in particolare per ciò che concerne l’orientamento politico. Che danno luogo ad una ancora più accentuata polarizzazione e differenziazione tra le posizioni: i contrari crescono tra chi si definisce di sinistra tout court, mentre diminuiscono sostanzialmente tra chi assume posizioni più moderate, collocandosi nel centrosinistra. Similmente, tra gli elettori che si considerano di sinistra si è accresciuta ancora la quota di chi vorrebbe una sconfitta americana (lo affermano l'11% degli elettori ds e il 20% dei votanti per Rifondazione e/o per i Comunisti italiani), mentre, tra quanti si dichiarano di centrosinistra, crescono gli auspici di successo per gli Usa.
Ciò corrisponde anche ad una maggior differenziazione tra le due componenti del movimento per la pace: quella «nuova», spinta più dal mero rifiuto della guerra in quanto tale e caratterizzata dalla presenza di molte persone che prima non si interessavano delle vicende politiche; e quella «tradizionale», motivata maggiormente da classiche valutazioni politiche e di schieramento. Le posizioni assunte da queste due componenti sono spesso assai diverse, specie riguardo alla valutazione data agli Stati Uniti. E talvolta sembrano «incoerenti» con la scelta elettorale assunta: ad esempio, in un partito come Forza Italia, schierato esplicitamente per l’attacco, grosso modo quattro elettori su dieci si dichiarano comunque contrari alla guerra.
Questo intreccio, talvolta confuso e perfino contraddittorio, tra posizioni politiche e affermazioni ideali e di principio, si evidenzia anche rispetto alla frase, pronunciata (e poi parzialmente corretta) da Epifani, ««né con Bush né con Saddam», che tanto clamore ha suscitato qualche giorno fa. Fortemente criticata nell’ambito dei leader politici, essa risulta condivisa da metà dell’elettorato, con una prevedibile accentuazione tra i giovanissimi e tra chi si colloca a sinistra. Ma con una presenza rilevante di condivisioni anche tra chi si dichiara di centrodestra o di destra (15% tra gli elettori di Forza Italia).
In realtà la frase in questione - al pari di tante altre valutazioni relative alla guerra - ha assunto significati diversi proprio in relazione alla tipologia di impegno pacifista, se cioè meramente ideale (o «prepolitico») o più direttamente «politico» in senso stretto. Tanto che più della metà di quanti dichiarano di condividere la frase, si augura al tempo stesso la vittoria degli Stati Uniti. E che nell’altra metà si registra invece la percentuale massima di auspici della loro sconfitta.
L’inizio - e, specialmente, la prosecuzione - del conflitto hanno iniziato a produrre modifiche, per ora «virtuali», degli equilibri politici. Già ora circa il 16% dell’elettorato dichiara che voterebbe in modo diverso da come era intenzionato a fare subito prima della guerra. E la percentuale è ancora maggiore tra i votanti per le forze di centro. I «flussi» potenziali si dipartono - in opposte direzioni, ma in misura non molto dissimile - sia dai favorevoli, sia dai contrari alla guerra. Ne appare beneficiare maggiormente il centrosinistra, ma vi è una quota quasi altrettanto ampia che si muove da e verso l’astensione. Va ricordato che sono i flussi da e per l’astensione ad avere determinato i risultati elettorali più recenti. E che ad astenersi in misura maggiore sono state proprio le componenti della «nuova» partecipazione che caratterizza (con motivazioni «prepolitiche») metà del movimento per la pace.
Naturalmente non è detto che le intenzioni a mutare la scelta di voto espresse oggi si confermino domani, in occasione di elezioni «vere». Tutto dipende dalla prosecuzione o meno - una volta finita la guerra - dell’interesse della «nuova» componente del movimento per la pace per le vicende politiche e dalla direzione che esso prenderà. Alla risposta a questo quesito è legato il futuro assetto politico del Paese.




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