Boycott
Contro il movimento diffamatorio e razzista “Boycott, Divest Israel”Durante
le riunioni della UE, nelle PrepCom, nelle riunioni regionali preparatorie,
nella Conferenza di Durban, nella riunione della IV Convenzione di Ginevra
e nella 58° Sessione della Commissione sui Diritti Umani e nelle
corrispondenti azioni delle ONG, l’attività delle istituzioni dell’ONU si è
progressivamente orientata verso la radicalizzazione di un ruolo politico
che è del tutto fuori luogo per un organismo internazionale. L’azione
politica delle Istituzioni internazionali ha invaso il campo della denuncia
delle violazioni dei diritti umani concentrando esclusivamente l’attenzione
sul Medio Oriente che funge da fulcro di ogni elaborazione giuridica,
politica ed economica internazionale.
A questo sforzo generale di concentrazione però non corrisponde
un’effettiva messa a fuoco del problema; aver confinato l’aspetto giuridico
delle ragioni delle parti nel settore delle violazioni dei diritti umani
non ha di fatto aggiunto alcun parametro efficace alla determinazione di
una qualunque soluzione. Il ruolo di denuncia delle violazioni dei Diritti
Umani è svolto, dalla UE e dall’ONU, dalle Commissioni sui Diritti Umani,
dalla IV Convenzione di Ginevra e dai vari organismi connessi, in un modo
che trae da suggestioni di natura emozionale ed etica le motivazioni delle
varie risoluzioni che sono quasi sempre frutto di un’analisi faziosa degli
aspetti giuridici del conflitto: Israele è l’unico che viola i diritti
umani, mentre arabi e palestinesi sono le vittime. Tutto ciò non produce
alcun avanzamento nello sforzo di ottenere una pace fondata su
provvedimenti obiettivi ed efficaci. Anzi il solidale silenzio della
Comunità Internazionale sui crimini e sulle violazioni commesse dalle
organizzazioni terroristiche palestinesi, di cui alcune direttamente
collegate all’ANP, contribuisce ad alterare e rendere irriconoscibile, alla
luce dell’applicazione del diritto, la realtà del conflitto. Le Convenzioni
internazionali sui diritti umani entrano in questa dinamica, tutta
governata da forze di aggregazione politica e strategica, non come punti
fissi di articolazione del diritto ma come oggetto di contrattazione
politica. Questo apre una problematica molto seria che merita un’accurata
riflessione su come organismi internazionali, come la Commissione per i
Diritti Umani o come la stessa Assemblea Generale, giochino ruoli che
sfuggono ad una netta divisione dei poteri: sotto la garanzia di
democraticità che un organo internazionale, quindi estesamente
rappresentativo, offre, la Commissione ha sottoposto alla verifica del
consenso politico della maggioranza l’approvazione di risoluzioni
contenente il giudizio di incriminazione di uno Stato. Ma la democrazia è
fondata sulla netta separazione dei poteri, sulla garanzia che il giudizio
non sia effetto di convergenza politica ma di applicazione di un diritto da
parte di una specifica autorità, che non può e non deve essere subordinata
al consenso politico. Questa falsificazione del meccanismo di funzionamento
democratico delle istituzioni internazionali non è l’ultima istanza della
problematica, ma lo strumento strategico con cui si persegue, ancor prima
della sua fondazione, un preciso obiettivo: minare e impedire il
consolidamento di Israele, lo Stato Ebraico.
Il riconoscimento di Israele come Stato fondato sull’identità ebraica porta
con sé il riconoscimento di un diritto, quello ebraico (inassimilabile e
non universalizzabile). L’intero sistema del formalismo giuridico
internazionale non ammette una definizione “locale” delle sue variabili
giuridiche osservabili, non ha strumenti di raccordo e di impatto fra
diritti non omologhi, fra diritti i cui principi culturali e spirituali non
sono commisurabili. E’ soprattutto per questa ragione che i Palestinesi e i
loro sostenitori alludono continuamente al misterioso, abusato e inutile
“diritto internazionale” e non lottano per la creazione di un nuovo Stato,
ma per la conservazione e lo sviluppo della propaganda antisemita.
Israele da sempre è costretto al ruolo di osservatore esterno del lavoro
delle Commissioni sui Diritti Umani e della IV Convenzione di Ginevra. Non
viene ammesso se non nella veste di penitente, di indagato, di sottoposto a
giudizio e continuerà ad esserlo fino a quando non accetterà di rompere e
frantumare la coerenza del proprio diritto e quindi della propria identità
culturale nella promiscuità delle aspettative democratiche, islamiche e
laiche rispetto a ciò che è giusto. Cioè fino a quando, con tono sommesso,
ammetterà che non il Creatore ha dato la terra al popolo ebraico, ma la
democratica, laica e cristiana o islamica giustizia universale. Nella sede
di un organismo internazionale come la Commissione e le sue articolazioni,
si determina dunque una sovrapposizione ingiustificata di tensione politica
e strumentalizzazione del diritto verso valutazioni moralistiche e non
soluzioni. Le risoluzioni si succedono incalzate dagli eventi, esse non
rappresentano lo stato o la configurazione giuridica del sistema, ma
misurano la dose di drammaticità, la quantità della violenza prodotta. Il
numero di vittime, l’entità del danno prodotto all’ambiente, il disagio e
la sofferenza prodotti dallo stato di guerra costringono le carte dei
diritti e le convenzioni internazionali a comporre un giudizio etico. Così
che si neutralizza il diritto all’autodifesa di uno Stato, Israele, e si
riduce il ruolo del diritto internazionale alla sola contraffazione del
diritto all’autodeterminazione di una popolazione, quella Palestinese. Gli
strumenti del diritto internazionale sono utilizzati come moneta
falsificata che è spendibile non per il suo valore intrinseco,
legittimamente riconosciuto, ma per quanto l’accomodamento politico,
l’alleanza strategica, l’affermazione del potere della maggioranza si
arroga la facoltà di rendere spendibile. Così le dichiarazioni e le
risoluzioni delle Commissioni sui Diritti Umani diventano azioni di
violazioni dei diritti umani e di razzismo, non solo contro gli ebrei. Gli
effetti di queste azioni, sono tanto gravi quanto dirompenti nell’impennata
degli episodi di antisemitismo, manifestazioni di odio e violenza
antiebraica caratterizzate da una particolare enfasi, un’enfasi mai
riscontrata finora nel dopoguerra. Migliaia di organizzazioni non
governative, usando i fondi di governi e le indicazioni delle Nazioni
Unite, riversano la loro incessante attività propagandistica antisemita in
ogni settore della società civile dei paesi occidentali e di tutto il
mondo: scuole, università, media, centri di studio e ricerche,
organizzazioni di volontariato per la pace, movimenti di opinione come il
no-global, aziende e sindacati. La cosiddetta società civile, con aiuti
internazionali, organizza campagne come "Divest Israel" e "Boycott Israel"
contro Israele e contro il Popolo Ebraico che in realtà sono campagne
razziste e diffamatorie, basate su menzogne, mistificazioni e revisionismo
e che usano gli stessi metodi e argomenti impiegati dai cristiani e dai
nazisti contro gli ebrei. Lo stesso carattere coercitivo del meccanismo che
nelle sedi delle Nazioni Unite piega il diritto e la libertà di
applicazione della legge internazionale alla forza della condanna politica
e morale, si riproduce all’esterno. La propaganda delle ONG palestinesi e
dei loro supporter impone la propria disciplina, l’assuefazione alle
proprie regole di omertà dell’informazione sul Medio Oriente, nei luoghi in
cui questa si produce e si trasmette.
Rapporti di forza numerici, finanziari, di consenso emozionale orientano e
vincolano il regolare espletamento delle libertà fondamentali, le stesse
libertà sostenute dalle varie carte sui Diritti Umani: la libertà di
giudizio e di applicazione del diritto, la libertà di informazione, la
libertà di diversità culturale e di benessere. Non stupisce che alla
violenza ed alla coercizione che si consuma nelle sedi delle istituzioni
pubbliche corrisponda l’emergere di una violenza inaudita da decenni, che
colpisce, con rinnovata enfasi antisemita, l’obiettivo, il nemico di
sempre: l’ebreo, la sua ostinata difesa del proprio Diritto che non si
presta a contraffazione e che persegue la velleitaria ambizione di esistere
prima e fuori della disciplina dell’omertà politica ed etica. In questa
situazione l’obiettivo prioritario diventa quello di ricondurre il
dibattito sul Medio Oriente, a qualunque livello si manifesti, nell’alveo
della giusta corrispondenza fra argomentazioni e luoghi di competenza.
Occorre ridimensionare lo spazio conquistato dalla propaganda antisemita
che deriva dalla confusa e letale promiscuità fra politica, diritto ed etica.
Chiediamo con forza la revoca della Dichiarazione della IV Convenzione di
Ginevra del 5 dicembre 2001 e della Risoluzione 2002/8 della Commissione
dei Diritti Umani.Gherush92, News & information holistic database Per
adesioni e informazioni scrivi aerush92@gherush92.com


erush92@gherush92.com
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